Visualizzazione post con etichetta Pordenone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pordenone. Mostra tutti i post

venerdì 8 luglio 2022

Ritorno in Galassia

No, non è il titolo di un nuovo episodio della saga di Star Wars, ma il riferimento al fatto che - pur con mesi di ritardo, causa gravidanza - ho onorato l'invito fattomi dai birrai di Birra Galassia (Pordenone) ad assaggiare alcune nuove birre. A onor del vero, una di queste - la Wow - nuovissima non è più, nel senso che lo era ai tempi dell'invito; una - la Galassia - è "semplicemente" una nuova versione della loro birra di bandiera, prodotta fin dagli esordi come beerfirm; e solo la Gamma Rye è propriamente nuova, essendo stata presentata pochi giorni prima della mia visita.

La prima che ho degustato è stata proprio la Gamma Rye. Già la definizione dello stile - Session Kveik Neipa - lascia presagire una certa originalità; ma va detto che sarebbe ingenerosa l'accusa di "famolo strano", che spesso viene rivolta a chi si avventura in creazioni dai nomi esotici. Si tratta di una birra di 3,5 gradi alcolici - Session, appunto - dall'aspetto impenetrabile - come ogni Neipa che si rispetti - e dalla luppolatura vivace ma non invadente su toni agrumati (Idaho, Citra e Amarillo). A contraddistinguere davvero la Gamma Rye è però la componente di cereale, con segale (rye, in un gioco di parole con Gamma Ray, raggio gamma), avena, e come malto base il Pils - che a detta del birraio Davide consente di ottenere un risultato più "pieno" rispetto al Pale: si potrebbe quindi fare le pulci alla definizione di Pale Ale, ma sarebbe questione di lana caprina. Al palato appare infatti eccezionalmente ricca sotto questo profilo, quasi come avere in bocca una fetta di pane ai cereali - ottimo infatti l'abbinamento con la coppa - e quasi "grezza", a mo' di certe Zwickel tedesche (non fraintendetemi, chiaro che lo stile è completamente diverso, ma mi riferisco alla "pienezza grezza" del cereale). Una rosa di sapori che si tiene assai bene per mano con l'acidulo della luppolatura, rendendo il corpo snello nonostante la pienezza. Finale netto ma non persistente in cui si tengono sempre per mano l'acido resinoso della luppolatura e quello tipico dell'avena, lasciando l'impressione di equilibrio complessivo della bevuta. Ultima nota informativa sul Kveik, lievito norvegese che ha la caratteristica di fermentare a temperature molto elevate (anche sopra i 30 gradi) senza tuttavia sviluppare particolari esteri (che infatti non si colgono in questa birra).

Più nei canoni stilistici la Wow, definita come "Juicy Ipa": aromi da succo tropicale - nominate un frutto esotico a caso e fidatevi che ci sarà qualcuno che lo sentirà - con qualche rimando agrumato e resinoso, dato da una luppolatura variegata tra sabro, mosaic, galaxy e azacca; corpo decisamente snello senza indugi sul cereale, che fa spazio subito al persistente ma elegante finale resinoso. Più nelle corde di chi ama le Ipa propriamente dette, mentre la precedente Gamma Rye la consiglierei più a chi cerca un equilibrio di impronta "continentale" tra luppolo e cereale, pur con una luppolatura d'oltreoceano.

Da ultimo la Galassia, definita "Saison Ipa" dall'incontro dei due stili, e che ho provato per la prima volta da quando il birrificio ha avviato il proprio impianto - che tra l'altro lavora in isobarico, e quindi anche le birre già brassate prima presentano delle differenze. Ho infatti colto molto meno la componente che ho definito "belga" del lievito, mentre prima lo speziato era decisamente preponderante (il che è coerente con il minore sviluppo di esteri in isobarico); per lasciare più spazio alla luppolatura fruttata - principalmente frutta a pasta gialla - con anche un tocco di vaniglia. Corpo caldo di caramello, prima di un finale netto e non troppo persistente di un amaro resinoso equilibrato con il malto.

Ho infine avuto modo di fare due parole con Davide e Tommaso sui progetti futuri: al di là delle sperimentazioni più o meno estemporanee - Davide ammette candidamente di divertirsi a non fare mai una cotta uguale all'altra anche delle birre fisse, in una costante ricerca: e qui potremmo citare la mai sopita diatriba tra ricerca della costanza e quella dell'innovazione - c'è in programma un'incursione nel terreno sinora inesplorato delle basse fermentazioni. Insomma, dato che ai ragazzi la fantasia non manca, staremo a vedere.

Grazie ancora a Tommaso e Davide per la calorosa accoglienza.

mercoledì 25 settembre 2019

In una nuova Galassia

Ho avuto l'opportunità e il piacere di partecipare alla visita in anteprima al nuovo stabilimento di Birra Galassia; che, dopo anni di onorato beerfirm, sta per avviare il proprio impianto a Pordenone - riportando la produzione di birra in città dopo oltre un secolo.

L'impianto è di dimensioni contenute - 3 hl -; consono tuttavia non solo a quelle che possono realisticamente essere le ambizioni quantitative in questo momento, ma anche alla propensione alla creazione di birre sperimentali (che ancora escono dal loro impianto pilota casalingo). Parlando con i ragazzi, ho colto quasi del sollievo nel fatto di avere d'ora in poi la prospettiva di quantità più piccole rispetto a quelle richieste dai birrifici dove facevano beerfirm: molto spesso trovano infatti necessario lavorare su scala più piccola per svariate ragioni - dal fatto che le birre sperimentali hanno oggettivamente un mercato più ristretto, a questioni legate più strettamente al processo produttivo e agli ingredienti. Senza contare, aggiungo io, che il fatto di fare beerfirm pone un problema di costanza delle birre: anche dando per buona l'abilità sia del beerfirmer che del mastro birraio titolare, è evidente che, a meno di non rivolgersi sempre allo stesso birrificio, la stessa ricetta in impianti diversi risulterà inevitabilmente diversa.

Con l'occasione i ragazzi avevano allestito anche una degustazione con abbinamenti gastronomici curati da due di loro, Christian Gusso - forte della sua esperienza in cucina all'Urban Farmhouse - e Davide Bernardini. In prima battuta crostini di prosciutto crudo, stracchino della latteria di Taiedo e composta di Figo Moro di Caneva abbinati alla "American Koelsch" Apollo - che ho trovato più in forma del solito, nella misura in cui ho percepito un maggiore e apprezzabile equilibrio tra l'anima tedesca dello stile di base e la delicata luppolatura americana, che si coglie ma non snatura -; quindi crostino di pancetta affumicata, mela verde e chutney al peperoncino abbinato alla summer ale Nova versione Mosaic - forse un po' aggressivo per il miei gusti il dry hopping, ma la luppolatura fruttata così decisa ha avuto la sua ottima ragion d'essere nell'accostarsi al chutney, persistendo anche in bocca e contrastando con eleganza il piccante; crostino al frant alle arance della latteria di Taiedo con la "saison ipa" Galassia - interessante il gioco tra l'agrume e lo speziato del lievito belga, per quanto in questa versione l'intensità di quest'ultimo vada a scapito della luppolatura; e spezzatino di guanciale alla "belgian stout" Maan abbinato alla stessa - nuova versione, più "ruffiana" nella misura in cui è più dolce e meno secca. Rimane una delle loro birre meglio riuscite, anche se personalmente preferisco la versione "verace" - che, per quanto inizialmente possa lasciare perplessi per la sua intensità di cacao, caffè e liquirizia, riesce a farsi bere in maniera pericolosamente facile nonostante i 10 gradi in virtù di secchezza ed equilibrio nella complessità. Nel complesso tutti abbinamenti ben riusciti, in particolare il secondo, nel gioco appunto tra chutney e luppolatura tropicale.

Da ultimo, una considerazione sulla situazione in cui si trova il birrificio. Al momento infatti, pur essendo l'impianto pronto a partire, Birra Galassia è ferma per questioni burocratiche e di interpretazioni della normativa; situazione in cui, ahimé, altri birrifici di mia conoscenza si trovano o si sono trovati. Al di là di quanto certe norme siano o meno giustificate - e diamo pure per buono che lo siano -, la questione è un'altra: che l'applicazione di quelle stesse leggi e regolamenti attuativi che dovrebbero tutelare i piccoli birrifici, come da intenti esplicitamente dichiarati da chi li ha prima promossi e poi approvati, avviene in maniera tale da ostacolarli. Una coincidenza "tragicamente ironica", per dirla con i ragazzi di Galassia, in quanto a tempi e modalità di interpretazione e applicazione. E questo, in una fase storica in cui è necessario incentivare l'imprenditoria, è un grossissimo problema - non solo per i birrifici.

sabato 12 gennaio 2019

Novità in quel di Pordenone

L'annuncio ufficiale è stato la sera dell'11 gennaio all'Urban Farmhouse di Pordenone: Birra Galassia, beerfirm attivo dal 2015 che si è appoggiato nel tempo a diversi birrifici per la produzione, aprirà in primavera il suo stabilimento in città. Giornalisticamente parlando, come direbbe uno degli storici professori della scuola di giornalismo, il fatto che un beerfirm diventi birrificio "No-o!!! No-o!! Non-è-una-notizia!!!", nel senso che è il percorso che fanno in tanti. Notizia è invece che la città sul Noncello veda di nuovo la produzione di birra sul proprio territorio, dato che è da inizio 900 - con Birra Momi e Birra Pordenone - che questa è cessata. A onor del vero, ciò non significa che non si trovi birra strettamente legata al territorio: basti citare Birra di Naon - che già nel nome sancisce la sua origine e utilizza materie prime locali -, beerfirm un anno più vecchio di Galassia (e anch'esso con progetti di avvio di un proprio stabilimento). Galassia stesso, avendo come punto di degustazione privilegiato Urban farmhopuse - "osteria della birra" nata su iniziativa di Christian Gusso, uno dei tre soci - è già radicata in città; e a questo si potrebbero aggiungere i numerosi altri birrifici e beerfirm della provincia - da Meni, a Maniago, a Valscura, e via dicendo. Ma Galassia sarà appunto il primo a riportare la produzione di birra fisicamente in città, con - auspichiamo - risvolti positivi per quanto riguarda la vivacizzazione del panorama birrario (e piccolo-imprenditoriale in senso lato) pordenonese.

L'avvio della produzione è appunto previsto per la prossima primavera, ma i tre soci - Davide Bernardini, Tommaso Fracassi e Christian Gusso - hanno deciso di dare l'annuncio sin d'ora. La motivazione è «Rendere partecipi tutti di ciò che stiamo facendo è una conseguenza diretta del percorso fatto fin qui – hanno affermato –: stiamo costruendo qualcosa che è strettamente legato alla città e a chi la abita, e quindi volevamo condividerlo perché riguarda tutti. Più che un lancio commerciale, si tratta di tenere aggiornato chi ci segue, nell’ottica di quella crescita graduale e di rapporto diretto ed informale che abbiamo sempre perseguito». Al di là delle dichiarazioni ufficiali, si coglie l'intento di mantenere fidelizzato il proprio pubblico anche attraverso notizie magari non di grande portata, ma di maggiore frequenza: approccio forse in una certa misura obbligato per piccoli birrifici che giocoforza non avranno mai notizie "mirabolanti" da dare, ma hanno la necessità di coltivare il contatto diretto con il pubblico locale.

In questo caso, diversamente da altri che ho analizzato di recente, non c'è un allargamento della compagine societaria a scopo di ingrandirsi. In effetti i ragazzi di Galassia, nel diventare autonomi, non hanno posto come primo obiettivo l'aumento della produzione - la sala cotta è da 3 hl; ma, lavorando su un impianto più piccolo rispetto a quelli dei birrifici a cui si sono appoggiati sinora, privilegiare la sperimentazione. Che, in effetti, è loro caratteristica distintiva: basti pensare che anche buona parte delle loro birre fisse non rientra nei canoni tradizionali degli stili - come la "saison ipa" Galassia e la "belgian stout" Maan, curiosi (e a onor del vero ben riusciti) ibridi tra gli stili in questione. Se il fatto di conoscere meglio l'impianto e muoversi su quantità più limitate favorirà sperimentazioni ben riuscite, credo che sia lecito aspettarsi birre originali e interessanti.

Personalmente, non mi resta che fare i migliori auguri per questo nuovo passo; in particolar modo l'augurio di saper mettere a frutto nel migliore dei modi questa loro propensione alla sperimentazione e originalità, con cui fino adesso hanno saputo creare birre sì sui generis, ma senza cercare lo stupore a tutti i costi.

venerdì 21 ottobre 2016

Dall'Abruzzo..."a modo loro"

Ho avuto il piacere di partecipare ieri al Plagurmé di Pordenone alla degustazione delle birre della linea "A modo mio", del Birrificio San Giovanni di Roseto degli Abruzzi. Il mastro birraio Lamberto non ha potuto purtroppo essere presente, ma i suoi collaboratori Gilberto e Martina hanno comunque fatto "gli onori di casa fuori casa", presentandone l'operato con dovizia di particolari.

Il birrificio è nato nel 2009 dall'esperienza dell'azienda agricola di famiglia, dove sin dal 2005 Gilberto e compagni avevano iniziato a cimentarsi nell'arte brassicola; all'olio e al vino si è così aggiunta anche la birra (non si tratta comunque di un agribirrificio, scelta motivata con la volontà di garantire la costanza della materia prima). In questi sette anni il birrificio è cresciuto fino a una produzione di 1500 hl annui (l'impianto, ha specificato Gilberto, ha la possibilità di arrivare a 6000); e l'export arriva a coprire quasi il 20% della produzione, tra Usa, Finlandia, Norvegia e Ucraina. La scelta di chiamare le birre con un nome diverso da quello del birrificio è intervenuta in un secondo momento, per questioni di tutela commerciale del nome; e la scelta è caduta sull'espressione "A modo mio" perché "in una vita che spesso ci costringe a fare ciò che si deve più che ciò che si vuole, un'espressione di questo genere significa soddisfare il proprio gusto".

Data anche la collocazione strategica sotto il Gran Sasso, che fornisce un'acqua dalle caratteristiche chimiche ottimali, le due basse fermentazioni - Pils ed Extra Pils - mi erano state presentate come il punto di forza del birrificio: e devo dire che ci ho creduto nell'assaggiare la prima birra presentataci, la Blanche. Non nel senso che la Blanche fosse fatta male e mi augurassi quindi migliori risultati per gli altri stili, ma perché con l'aroma estremamente delicato, dalla speziatura appena accennata, che lasciava spazio piuttosto alle note di malto che aprivano ad un corpo ben pieno di cereale - decisamente più presente la dolcezza dell'orzo, il frumento rimane molto nelle retrovie - più che la tradizione birraria belga mi ha ricordato quella continentale tedesca, patria appunto delle basse fermentazioni. Infatti siamo passati poi alla Pils (nella foto): anche qui aromi tra l'erbaceo e il floreale sempre molto delicati, corpo esile, e un finale che ho trovato più dolce e meno secco e attenuato rispetto alla media dello stile - per quanto rimanga comunque discretamente pulito, garantendo la facilità di beva. In generale al San Giovanni sembrano non prediligere troppo l'amaro, perché nessuna delle birre assaggiate ieri lo presenta in maniera robusta. Più "controversa", mi si passi il termine, la Extra Pils, che alla base della Pils aggunge il luppolo Cascade in dry hopping dando sia profumi che sapori agrumati ben decisi: eresia secondo alcuni, dato che in una degustazione alla cieca la si potrebbe quasi scambiare per una ipa, interessante innovazione secondo altri - a ciascuno l'ardua sentenza. Amanti delle pils astenersi, questo è certo, ma può fare la felicità di chi cerca appunto qualcosa di più sperimentale.

Se fino a qui ammetto di essere quindi rimasta abbastanza perplessa, ho trovato "materiale" più interessante nelle birre successive, a partire dalla Scotch Ale (nella foto): aroma intenso tra il torbato e l'affumicato, corpo pieno che sposa in maniera interessante le note tostate e quelle di caramello, e un finale insolitamente secco e pulito per una birra del genere. La sorpresa sta nel fatto che questa birra fa 4,8 gradi alcolici (e fidatevi che glie ne avrei dati il doppio), pur mantenendo un corpo molto robusto: come ho osservato ieri, sarei proprio curiosa di chiedere personalmente al birraio come ottiene il risultato. Siamo quindi passati alla Torbata (che fa 6 gradi, ma anche qui sembrano molti di più) e che sotto una schiuma pannosa e discretamente persistente cela aromi - appunto - torbati (viene utilizzato il 5% di malti torbati) e un corpo invece relativamente esile, che fa risaltare ancora di più anche al palato questa componente; senza comunque cadere nello squilibrio, per quanto si intuisca che il birraio abbia voluto spingersi fino alla "sottile linea rossa" oltre la quale c'è il troppo che stroppia.

Cambiando completamente genere siano arrivati alla Ipa (che ammetto di aver apprezzato più dell'Extra Pils): schiuma a grana medio-sottile ben persistente, aromi agrumati da manuale ben equilibrati ed armoniosi, corpo di media robustezza con note maltate tendenti al miele, e un finale che pur non molto attenuato risulta comunque pulito grazie al tocco finale di amaro citrico - forse l'unica birra del San Giovanni in cui l'amaro è più evidente. Forse non "abbastanza" per gli amanti delle ipa "toste", ma consigliabile a chi preferisce quelle equilibrate e senza esagerazioni. Da ultima la birra natalizia nata dalla collaborazione con Roberto Parodi, la Noel, che viene lasciata maturare un anno: aromi intensi di frutta sotto spirito - dalle prugne, alle albicocche, alle amarene -, whisky, una leggera speziatura; ma per certi versi mi ha ricordato anche in vinsanto, tanto che vi avrei intinto volentieri un cantuccio. Dieci gradi e sentirli tutti, dato il carpo caldo, pieno e avvolgente, e un finale sì dolce e "alcolico" ma non stucchevole.

In generale ho quindi paradossalmente apprezzato più le loro alte fermentazioni che le basse: su tutte mi ha colpita appunto la Scoth Ale, per le ragioni che ho spiegato sopra. Alla mia domanda se nei progetti futuri ci fosse anche una Italian Grape Ale (birra con mosto d'uva, unico stile ufficialmente riconosicuto come tipicamente italiano) sfruttando il vino dell'azienda agricola di famiglia, Martina e Gilberto non l'hanno escluso: chissà, magari ci sarà da riaggiornarsi in quanto a birra "A modo loro"...

venerdì 16 settembre 2016

Collage settembrino


Settembre - e anche ottobre, del resto....ma ultimamente un po' tutto l'anno - è un mese particolarmente ricco di eventi sul fronte birrario. Dopo l'anteprima di Friulidoc che ho avuto il piacere di condurre, e di cui ho già scritto, il giorno successivo è stata la volta dell'inaugurazione di Urban Farmhouse a Pordenone: un locale che gli ideatori - Sabrina Coletti, insieme a Christian Gusso e Fabio Biasotto - definiscono "osteria della birra". Si tratta di una birreria sui generis, dotata anche di un orto esterno - siamo infatti negli spazi dell'orto sinergico gestito dall'associazione "Il Ballo della Scrivania" di via Brusafiera - e soprattutto di una bottaia nei sotterranei del locale per la produzione di birre a fermentazione spontanea , barricate, e soprattutto delle antiche “Farmhouse beer” di tradizione belga utilizzando anche la frutta coltivata in loco. Ad occuparsene è Christian, contitolare di Birra Galassia, che va decisamente fiero di questa sua iniziativa "perché in Friuli nessuno fa questo genere di birre". 
Al di là di questo, la tap list (che potete vedere in foto) e anche le birre in bottiglia sono di tutto rispetto: si contano nomi come Cantillon, Fantome, Bevog, Weyerbacher, Pretty Things e molti altri. Personalmente mi sono data alla Rowing Jack di Ale Browar, una Ipa dai notevoli profumi di pino e dallo sferzante amaro finale, e alla Arctic Sunstone di Amager e Three Floyds, una apa che punta invece sugli aromi intensi ma comunque non invadenti di frutta tropicale. Da notare, tra le dieci vie, le due pompe; che hanno peraltro reso giustizia alla Hot Night at the Village di Foglie d'Erba. Ultima nota va alla componente gastronomica, che punta sui panini gourmet, prodotti del territorio e barbecue: si cui si è avuto un (apprezzatissimo) assaggio già quella sera.

In Friuli, poi, dire settembre è dire Friulidoc: occasione per me sia di riprovare birre già note - in particolare è stato interessante ritrovare dopo tanto tempo la Polaris di Zanna Beer, che ha assunto lo "status" definitivo di pils, ma che si distingue al'interno del genere appunto per l'intenso profumo tra lo speziato e il balsamico del luppolo polaris in dry hopping - che di sperimentarne di nuove. Tra queste la Marzen di Meni, nuova creazione nata praticamente "per sbaglio" - fatevi raccontare se avete l'occasione....- e "salvata" con abilità, che fa seguire agli aromi erbacei decisamente "tedeschi" un corpo in cui il malto Vienna entra in forza, ma senza invadenza, con i toni di biscotto e caramello. Per chiudere, un'inaspettata sferzata di amaro deciso ma ben dosato, in un finale secco e ben attenuato. Una conferma della versatilità di Meni sia sulla alte che sulle basse fermentazioni, dote non scontata anche tra birrai di provata esperienza. E ad essersi messo alla prova nel terreno delle basse fermentazioni è infatti anche un birraio affermato come Gino Perissutti di Foglie d'Erba, con la pils Golem: anche a Forni di Sopra pare quindi essere arrivata la tendenza che ultimamente si vede da più parti a ricercare la pulizia e semplicità - proposito riuscito, pur dandoci un tocco di personalità nei profumi più intensi delle pils classiche con Spalter, Tettnanger e Hersbruck. Una pils in stile ma non banale, con un corpo robusto quel tanto che basta da non essere così beverina da scendere senza aver nemmeno avuto il tempo di gustarla, ed un finale secco e pulito. In tutti questi ultimi casi che ho nominato, dicevo, trovo confermata - almeno tra i birrifici artigianali friulani - una sempre minore volontà di suscitare lo stupore con le proprie birre; ma di puntare piuttosto su ricette che prevedano aromi e sapori meno intensi, accompagnati da una maggior cura della "pulizia" dell'insieme. Il che nn significa necessariamente rimanere rigidamente al'interno di uno stile, ma anche l'andare necessariamente sopra le righe non trova più molto seguito (se mai ne ha trovato a parte poche eccezioni, in Friuli: ho visto molto di più questa tendenza in altre parti d'Italia).

E mi fermo qui, perché si apre un altro weekend intenso: rimanete sintonizzati...


venerdì 5 agosto 2016

A casa di Nils

Come coloro tra di voi che seguono la mia pagina Facebook già sapranno, sono stata in questi giorni in Svezia per visitare il birrificio Nils Oscar, conosciuto nella giornata organizzata da Eurobevande a Villa Manin – di cui avevo parlato in questo post. Data la prima impressione positiva, con piacere ho quindi dato seguito all’invito ad andare di persona  a Nyköping - no, non indovinerete mai, si pronuncia Ni-shoping. Il birrificio è stato riaperto in Svezia nel 1996 da uno dei bisnipoti del Nils Oscar da cui l’azienda prende il nome: uno svedese immigrato negli Usa, e che lì si è dato all’arte brassicola unendo la tradizione scandinava – pensate alle birre danesi – a quella americana. È quella che definiremmo un'azienda familiare: il timone  è passato recentemente alle sue tre figlie ed è rimasto lo stesso il mastro birraio con i suoi quattro collaboratori, che hanno ottenuto diversi riconoscimenti – tra cui quattro titoli al World Beer Cup. La produzione si attesta attualmente sugli 11.000 ettolitri l'anno per 14 dipendenti in totale, con potenzialità per arrivare a 30.000 con gli ultimi investimenti fatti (il nuovo birrificio è stato avviato nel 2010); il che pone Nils Oscar al secondo posto tra quelli che in Svezia sono considerati microbirrifici – riuniti nell'associazione svedese dei microbirrifici, circa 200 – che considera come limite (a livello convenzionale, non esistendo vincoli legislativi in materia) 150.000 ettolitri. Fino a qualche tempo fa Nils Oscar era peraltro ciò che in Italia chiameremmo un agribirrificio, con tanto di piccola malteria; che però non è più utilizzata per il malto destinato al birrificio, sia per l'aumento della produzione, sia per la necessità di garantire sempre gli stessi standard qualitativi e la costanza del risultato finale. Il birraio assicura comunque con convinzione di mantenere la stessa maniera di lavorare rispetto a quando la produzione era più modesta, con tanto di piccolo impianto sperimentale per dare spazio al suo estro creativo; e vedere poi se e come riprodurlo su scala più ampia. E l’estro creativo pare non manchi, data l’ampia gamma di birre prodotte.

La "maratona birraria" è in realtà iniziata già il giorno precedente la visita del birrificio, quando Kjell ha organizzato una piccola degustazione in barca accompagnata da tipici panini scandinavi - gli smorrebrod, una fetta di pane nero variamente ricoperta. Abbiamo cominciato con una sorta di degustazione alla cieca, del tipo "bevi qui e dimmi che cosa ti sembra": una birra dall'aroma fruttato, in cui spiccava anche qualche nota citrica, corpo snello ma non annacquato, e un amaro netto e secco in chiusura che andava a contrastare profumi e sapori precedenti. Sono rimasta sorpresa (si direbbe che la mia faccia nella foto ne è la prova, ma soprassediamo....) nel venire a sapere che era una pale ale analcolica: per quanto infatti l'avessi trovata diversa dalle altre birre di Nils Oscar - pur riconoscendone l'impronta nell'aroma - l'avrei detta leggera sì, ma analcolica no. Mi è stato poi spiegato che la scelta di una pale ale per fare l'analcolica è stata dovuta appunto dalla volontà di mantenere un certo carattere, cosa non facile nel caso delle birre senz'alcol - che, diciamocelo, fanno spesso preferire una Coca Cola nel caso in cui si debba tenere a bada il tasso alcolemico; e per quanto la mia esperienza di birre analcoliche non sia molto vasta (di grazia), mi sento di dire che il birraio di Nils Oscar è riuscito nell'intento di soddisfare il palato di chi vuole qualcosa che possa definirsi una birra piacevole anche di fronte alla minaccia dell'etilometro. A seguire ci siamo dati alla India Ale: aromi di frutta tropicale con una punta di miele di castagno, corpo mediamente robusto sempre sui toni del miele ma non stucchevole, e una chiusura di un amaro resinoso molto morbido e non troppo persistente, che non sovrasta del tutto la componente del malto. Per chi ama le luppolature del Nuovo Mondo, ma non l'amaro troppo deciso.

Il giorno dopo ho visitato quindi il birrificio, iniziando dagli spazi della vecchia sede - ora usati come magazzino - dove c'è in progetto l'apertura di un pub e spazio degustazione. Mattias, direttore export e retail, mi ha guidata nella zona produzione: dalla sala cotta, al laboratorio dove il mastro birraio conduce i suoi esperimenti, al "hop gun" (letteralmente: "pistola a luppolo", un macchinario che fa passare rapidamente il mosto attraverso i coni di luppolo per il dry hopping), alla sala dei tank delle alte fermentazioni, a quella delle basse (temperatura gradevole in una giornata estiva). C'è stato anche lo spazio per alcuni assaggi direttamente dai tank: tra cui quello della pils realizzata appositamente per l'Akkurat di Stoccolma, uno dei pub meta obbligata degli appassionati di birra che si trovino a passare dalla capitale - "Consideriamo uin grande onore il fatto che l'Akkurat si sia rivolto a noi", ha affermato Mattias. Vale la pena sottolineare peraltro che la birra che va per la maggiore tra quelle di Nils Oscar è la God Lager - una lager, appunto - di cui il birrificio "sforna" una cotta a settimana: anche sul Baltico quindi, nonostante le vene sperimentatrici su sapori e gradi alcolici adatti ai climi freddi, la ricerca della qualità nella semplicità pare essere una linea che sul lungo termine si impone sulle altre.

Ultima tappa della visita è stata la zona imbottigliamento, etichettatura e imballaggio; dove mi sono state mostrate con soddisfazione le etichette in italiano del barley wine Celebration (di cui avevo parlato nel post su Villa Manin), pronto per l'esportazione in Italia. Mi ha fatto peraltro notare Mattias, essendo la tassazione in Svezia elevata e basata sul grado alcolico, che in alcuni casi - come è quello del Celebration - risulta più conveniente la tassazione sul grado plato: il paradosso può quindi essere che all'estero (Nils Oscar esporta in Italia, Regno Unito e Hong Kong) alcune birre costino, stando ai suoi calcoli, meno che in patria (ok, magari non a Hong Kong dati i costi di trasporto, ma il Regno Unito è più vicino - almeno fino alla Brexit - così come l'Italia).

Rientrati nella piccola cucina, dove alcuni dei dipendenti stavano pranzando in compagnia, abbiamo stappato alcune bottiglie. Siamo partiti dalla Sommarbrygd, una saison leggerissima - 3,5 gradi - aromatizzata con bacche di prugnolo. Le bacche si fanno ben sentire all'aroma, pur non coprendo del tutto la speziatura tipica delle saison; ma è soprattutto al palato che si sente la loro presenza dolce, dato il corpo scarico. La chiusura è comunque più secca di quanto ci si potrebbe aspettare da una birra alla frutta, senza eccessive persistenze dolci. Personalmente l'ho trovata un po' sbilanciata sul fronte fruttato; ma appunto su questo aspetto ho apprezzato di più la saison al mango, in cui al contrario i profumi di mango appena percepibili si amalgamano perfettamente ed in maniera elegante con le note di pepe e di chiodi di garofano. Queste ritornano poi a chiudere un corpo delicato ma non scarico - complici anche i sei gradi alcolici - che mantiene un piacevole equilibrio tra frutta, malto e spezie: insomma è una birra e non succo di mango, e direi che può andare incontro anche ai gusti di chi generalmente trova le birre alla frutta più simili piuttosto ad una bibita.

Cambiando totalmente genere siamo approdati alla Pandemonium, una scotch ale dall'aroma complesso di uvetta, frutta sotto spirito - mi ha ricordato i fichi e le prugne - e note alcoliche ben percepibili. Il corpo dolce si muove tra il caramello e il biscotto, mentre acquista caratteristiche sempre più simili a quelle di un barley wine in quanto ad aromi man mano che la temperatura sale; e nonostante il finale sia tutt'altro che secco, ma lasci anzi una lunga persistenza dolce, i sette gradi sono ben mascherati. Da ultimo la Rokporter, una porter con malti affumicati su legno e pancetta: e anche se non la userei per una colazione di bacon&eggs, devo ammettere che un pensierino l'ho fatto. Rispetto alle altre (poche, in realtà) porter affumicate che mi è capitato di assaggiare, questa ha la nota distintiva di rimanere una porter e non una rauch: la componente affumicata, molto morbida sia all'olfatto che al palato, non cancella i toni di tostato, caffè e liquirizia che contraddistinguono lo stile, e se all'inizio le varie componenti sembrano cozzare, col salire della temperatura arrivano ad amalgamarsi piacevolmente. Anche il corpo abbastanza pieno contribuisce a far sentire nettamente la differenza tra questa e una rauch tedesca, a riprova di quanto detto poco sopra. Nel complesso, direi che la Mango e la Rokporter sono le due birre che ho trovato meglio riuscite tra queste.

Davanti ad un bicchiere, naturalmente, si chiacchiera e si discute: così Mattias e Kjell mi hanno anche parlato dei prossimi progetti di Nils Oscar, tra cui la partecipazione alla Milano Beer Week e l'organizzazione di altri momenti di degustazione e formazione - e per me sarebbe naturalmente un piacere data la vicinanza geografica vederli al Palagurmé di Pordenone, dove Eurobevande già tiene le loro birre. L'intenzione di espandersi sul mercato italiano, a detta dei due, è ben definita: probabile quindi che chi è curioso di provare Nils Oscar, o già l'ha provata e intende riprovarla, abbia nel prossimo futuro occasione di farlo.

venerdì 10 giugno 2016

Nel mondo di Alice

Già il tema delle "quote rosa" nel mondo birrario è stato sondato a più riprese - e cito qui in particolare il reportage di Stefano Gasparini su Nonsolobirra.net - ; e dallo scorso autunno c'è un nome in più da aggiungere a questa lista, quello di Alice Simone del Birrificio Maniago. Già da qualche tempo mi aveva invitata a passare di lì, e finalmente ho tenuto fede alla parola data (meglio tardi che mai). Alice, a dire il vero, non aveva iniziato la sua avventura da sola; ma, lode alla sua perseveranza, è andata avanti anche quando si è trovata ad essere l'unica anima del birrificio, iniziando da sé la produzione a settembre 2015 dopo aver frequentato i corsi del maltificio Weyermann in Germania.

La sua filosofia è quella di fare birre semplici e facilmente bevibili, senza eccessi; e sono per ora due quelle stabilmente all'attivo - più la "one shot" Genievre, una saison che ha avuto successo anche nella locale gelateria come sorbetto - : la golden ale San Domenico - "Dal nome di mio padre, che mi ha aiutata tanto ad aprire il birrificio...un santo" - e la apa Two Lefts Don't Make a Right - un proverbio inglese caro ad Alice. Dopo un rapido giro del birrificio ci siamo quindi spostate nel piccolo spazio degustazione, che Alice ha allestito ispirandosi alle vecchie botteghe di rigattiere veneziane - le "strazerie", per i non lagunari.


Della San Domenico colpisce in primo luogo l'aroma floreale, con una punta di miele; e per quanto risulti parecchio beverina, il corpo è tutt'altro che scialbo, e riempie il palato con una buona consistenza di cereale. A chiudere è un amaro abbastanza netto, continentale, e discretamente persistente, andando a completare un passaggio in tre fasi tra i profumi iniziali, il malto nella bevuta, e questo amaro finale. Di tuttt'altro genere la Two Lefts Don't Make a Right, in cui la luppolatura agrumata americana è immediatamente riconoscibile seppur delicata; ho trovato il corpo dai toni tra la nocciola e la mandorla meno robusto, così come l'amaro finale meno deciso e netto nonostante l'ibu più elevato. Devo dire che tra le due, pur nella semplicità che le accomuna - non aspettatevi birre che stupiscono, ma birre da bere in scioltezza con gli amici in una giornata calda dato anche il basso tenore alcolico (5 gradi) - ho trovato la San Domenico una birra di maggior carattere e con una sua personalità meglio definita rispetto alla Two Lefts; che, di contro, risulta molto più omogenea nella bevuta complessiva, e va quindi magari più incontro alle preferenze di chi non tollera neppur minimi contrasti. Ad ogni modo, credo che in futuro ci saranno interessanti evoluzioni, perché Alice - avendo iniziato da poco - è alla costante ricerca di piccoli aggiustamenti alla ricetta. Prossimo progetto, ha riferito Alice, è quello di una ipa, pur rimanendo fedele alla filosofia di rifuggire gli eccessi: e non posso che farle un in bocca al lupo, perché si concretizzino al meglio le (buone) premesse che ha posto in questi mesi.

martedì 3 maggio 2016

Una serata al Cooper's

Da tempo mi era stato consigliato di farmi un giro al Cooper's di Usago (Pordenone), brewpub che serve la birra Praforte: e l'occasione si è presentata qualche giorno fa, dato che la cosa avrebbe implicato una deviazione relativamente breve sulla via di casa (che poi, quando è per bere una buona birra, la deviazione è sempre "relativamente" breve).

Il locale è ampio e accogliente, con tre sale arredate in maniera diversa - dalla sala Vichinga alla sala Van Gogh -, attorno al "fulcro concettuale" del grande bancone centrale; e il birrificio è una sala attigua, visibile attraverso le vetrate. Dopo che ci era stata servita la cena - un piatto locale, la "Balota", una "palla" di polenta ripiena di formaggio asìn e spolverata di ricotta - abbiamo avuto modo di fare una piacevole chiacchierata con il proprietario - nonché agricoltore (il mais biologico per la polenta viene dai suoi campi) e mastro birraio - Walter Magris, davanti a due delle quattro birre in produzione - la bionda e la rossa (ci sono rimaste da assaggiare la nera e la Alpina, versione più leggera e luppolata della bionda).

La discussione è partita dalla mia impressione della bionda: mentre la rossa - una Vienna - mi era apparsa pienamente rispondente a ciò che mi sarei aspettata, con il caramello della maltatura bilanciato da un amaro secco e netto ma non invasivo sul finale, la bionda mi aveva invece stupita. Descritta come una helles, con un delicato aroma tra il mielato del malto e il floreale del luppolo, al corpo rivela una pienezza inaspettata, con il cereale che fa uscire tutta la sua componente di pane fragrante e miele. L'insieme mantiene una buona rotondità ed un equilibrio finale, con una chiusura morbida e pulita in cui la componente dolce e quella amara si "annullano" bilanciandosi. Ho quindi concluso che, se la rossa è sì ben fatta, ma non "unica", la bionda invece porta un "marchio di fabbrica" del Cooper's, che ho apprezzato per la maniera in cui il mastro birraio ha saputo caratterizzare il corpo dipingendo allo stesso tempo un quadro finale senza sbavature.

Da qui è quindi partito il racconto di Walter sucome gli piaccia lavorare in assoluta libertà, senza pensare troppo allo stile di riferimento: del resto, sedici anni di onorata attività di brewpub (e venti di apertura del locale) gli hanno dato il tempo di affinare le ricette, nonché l'esperienza per andare anche al di là delle regole se ritiene di farlo. Vent'anni di progressi lenti e costanti dell'attività, tra locale, birrificio e azienda agricola: per ora Walter ha ritenuto di non fare il passo dell'agribirrificio, in futuro si vedrà.


L'impressione che mi ha lasciato la chiacchierata con lui è quella di un "artista solitario" (non perché scontroso, ma perché ama fare da sé e suo modo), che nella sua casa di campagna porta avanti la sua opera secondo le sue idee, senza preoccuparsi troppo di opinioni esterne, marketing e affini. Del resto è fedele alla filosofia del brewpub: per cui punta ad un prodotto pensato per essere gustato al meglio lì direttamente dai suoi tank e davanti a un buon piatto di prodotti locali, più che alla commercializzazione in altri luoghi - magari distanti, con tutto ciò che questo implica per le basse fermentazioni (la nera è l'unica ad alta). Devo ammettere peraltro che anche il quadro bucolico, nel mezzo della campagna, aiuta a godere una buona birra (specie in una sera di primavera o d'estate): per cui come dar torto a Walter nell'invitare a degustarla lì...

venerdì 1 aprile 2016

Se il barrique è di castagno

Ho avuto ieri sera il piacere di condurre a Pordenone una delle serate della manifestazione Villa Cattaneo Incontra, in cui diverse aziende del territorio hanno l'opportunità di presentarsi. Nel caso di specie si trattava del Parco Agroalimentare Friulano, che riunisce oltre un migliaio di aziende nell'area di San Daniele - dai produttori di prosciutti, a quelli di formaggi, a quelli di prodotti da forno - rappresentato dal presidente Claudio Filipuzzi; e il tutto si è concluso con la presentazione di un'altra azienda locale già nota ai lettori di questo blog, Birra Galassia, che ha portato le sue birre da degustare in abbinamento con gli stuzzichini preparati da Germano Vincenzutto - anche lui già noto ai lettori del blog.

Non mi dilungherò nella descrizione delle tre birre di Galassia - Nova, Colony e Galassia - su cui già più volte mi sono espressa (chi non avesse avuto modo di leggere o non ricordasse, clicchi qui e qui); due parole meritano però gli abbinamenti particolarmente riusciti di cui vedete due foto - Nova con prosciutto San Daniele e composta al figo moro; Colony con carne salada di maiale; Galassia con frant e cren. In particolare ho apprezzato il secondo, dato che l'amaro acre ma non invadente della Colony - che va a bilanciare i toni di nocciola che lo precedono - fa il paio con i sapori forti della carne secca di maiale andando ad ingentilirli.

Chicca della serata dal punto di vista birrario è però stata una piccola anteprima delle sperimentazioni in botte che Birra Galassia - e Christian in particolare - sta conducendo: nella fattispecie un lambic di due anni, maturato un anno e mezzo in botti di castagno. Se l'aroma farebbe presagire un'acidità abbastanza spiccata, quasi pungente, in bocca risulta decisamente più morbido e vellutato di quanto ci si potrebbe aspettare; e in chiusura arriva, insieme alla caratteristica persistenza acida dei lambic, una nota più dolce che a me ha richiamato appunto il miele di castagno - che diventa peraltro sempre più notevole anche all'aroma con il salire della temperatura. Ho trovato peraltro che facesse molto bene il paio con il frant e soprattutto con il prosciutto, andando a contrastare la componente dolce e a pulire quella grassa.

Per ora si tratta appunto di un'anteprima, ma c'è altro che bolle in pentola - pardon, che matura in botte: non resta che aspettare Christian e soci al varco all'Arrogant Sour Festival di Reggio Emilia, dal 3 al 5 giugno, a cui i ragazzi saranno presenti.

martedì 1 marzo 2016

B2O, ovvero "questione di stile"

Uno dei birrifici che - al di fuori di Beer&Co, essendo presente allo stand di Eurobevande distribuzione - ho conosciuto al Cucinare è il birrificio B2O di Bibione; e la degustazione delle birre è stata accompagnata da un piacevole chiacchierata con il birraio Gianluca Feruglio (a destra nella foto), nonché dall'invito - accolto con piacere - di intervenire alla presentazione delle creazioni del B2O in sala. E devo dire che la chiacchierata con Gianluca è servita per capire meglio la sua opera e condividere con lui le mie impressioni, perché altrimenti - lo ammetto - sarei rimasta più perplessa di quanto non lo sia stata alla fine.


La prima birra che mi ha fatto assaggiare è stata la Jam Session, presentatami come una weiss "reinterpretata" tramite l'utilizzo di luppoli americani - magnum e cascade - e di una piccola quantità di malto scuro - che la rende infatti di un colore tendente al dorato invece che al calssico paglierino delle weizen. Già prima di avvicinare il bicchiere al naso ce ne sarebbe stato abbastanza da far tremare i puristi: e in effetti, per quanto all'aroma un qualche profumo di banana si colga come da manuale, a fare da padrone è la luppolatura americana. Anche nel corpo - ben caldo, in cui l'alcol è percepibile più di quanto non lo sia normalmente nelle weizen - la componente del frumento stenta ad emergere, per chiudere su un amaro finale piuttosto netto. Naturale dunque la domanda sulle ragioni della scelta di fare, sostanzialmente, una fuori stile: motivata con la volontà, dato che Gianluca non apprezza molto le birre di frumento, di partire da questo genere per sperimentare una strada diversa. Mi prendo la libertà di dire, dato che è stato l'oggetto della franca discussione che ne è seguita tra me e Gianluca, che personalmente avrei ritenuto più opportuno - visto che non esiste alcun obbligo per un birrificio di fare birre di frumento - cimentarsi su altri stili, invece di creare ibridi che possono finire per risultare piuttosto improbabili; ma la chiudo qui, non volendo degenerare in questioni di lana caprina su purismo e non purismo - e ringraziando Gianluca per l'interessante e apprezzato confronto.

Assai meglio accolta la seconda birra che ho provato, la stout Renera: la schiuma nocciola prelude a profumi di tostato, cacao, caffè e liquirizia che si accompagnano poi nel corpo ben caldo e robusto, dal finale sorprendentemente secco per il genere. Una birra in cui, più che in altre, è interessante sperimentare l'evoluzione di aromi e sapori con la temperatura, e che immagino possa riservare interessanti sorprese se invecchiata.

Qualche riga infine per le altre due birre assaggiate durante la presentazione (perdonerete se sarò più approssimativa, perché non ho potuto prendere appunti). In primo luogo sulla american ipa Edgar che, pur aprendo in forze con la generosa luppolatura americana tra l'agrumato e il fruttato, vira poi su un corpo maltato più gentile ed un finale di un amaro elegante - direi la più gradevole, "facile" e beverina tra le birre di B2O; e infine la birra natalizia, caratterizzata dall'uso - forse un po' troppo evidente al palato, a mio modo di vedere - dei fichi secchi, con notevoli sentori zuccherini e di frutta sotto spirito. In tutto ciò, rispetto al B2O mi porto a casa l'impressione di un birrificio a cui piace sperimentare e vuole farlo con tutto ciò che ne consegue: risultati a volte "estremi", a volte "stravaganti", rispetto ai quali è difficile rimanere neutrali - finendo per amare o odiare senza mezze misure le birre che escono da questi fermentatori. A voi - se ancora non le avete mai provate - l'ardua decisione: osare o non osare?

domenica 21 febbraio 2016

Dalla Valtellina con furore

Altra nuova conoscenza del Cucinare è stato il Birrificio Legnone, in diretta da Dubino  (Sondrio). Proprio nuova in realtà non era, nel senso che già lo avevo incontrato al Beer Attraction, ma senza avere l'occasione di fare due parole e degustare con calma - possibilità che invece questa volta ho avuto, essendo il Legnone stato il protagonista della prima serata di degustazione insieme al già citato Tarì. Data la zona di provenienza, il Legnone fa dell'acqua di montagna il suo punto di orgoglio; nonché della fantasia del birraio David che, dalle idee per le ricette a quelle per i nomi e la grafica, sa senz'altro farsi notare.

La prima birra che ho provato è stata la Spiga di Legno, una golden ale che definirei semplice e lineare, dall'aroma delicato sui toni del floreale con una punta di miele e un corpo non accessivamente robusto e senza particolari indugi sul dolce del malto. Corentemente con la volontà di fare una birra facilmente bevibile anche il finale è discretamente secco per il genere, con un amaro appena accennato in quanto ad intensità ma comunque ben percepibile.
Sicuramente colpisce di più la seconda birra portata in degustazione, la amber ale Milf Passion, che è infatti considerata la portabandiera del birrificio. Se all'aroma risaltano i toni caramellati del malto, con delle note anche di frutta sotto spirito (almeno così l'ho percepita io), in bocca risulta sorprendentemente secca con un finale nettamente amaro, generando quasi un ibrido tra la tradizione inglese e quella belga. Qui l'abilità del birraio sta nel gestire il passaggio tra i due estremi senza che questo risulti troppo brusco, cosa che definirei riuscita.

Al di fuori della degustazione ho invece provato la blanche, la Birra del Conte. Anche qui, niente eccessi: il coriandolo e le spezie d'ordinanza all'aroma sono appena percepibili, anche il caratteristico acidulo del frumento rimane molto delicato, e anche la chiusura tende all'evanescente. Personalmente ho trovato il corpo - e forse anche l'insieme - fin troppo scarico, ma del resto era dichiaratamente nelle intenzioni del birraio, per cui la considero una semplice annotazione relativa ai miei gusti.
Nel complesso, definirei il Legnone - almeno per le tre birre che ho assaggiato - un birrificio dalla filosofia "semplice e pulito" , che anche quando vuole osare e sperimentare lo fa comunque senza indulgere negli eccessi.

Novità nella Galassia

Il Birra Galassia era già una mia vecchia conoscenza; ma prima della degustazione del martedì al Cucinare - in cui sono state presentate le già note Nova e Galassia - ho avuto modo di provare la nuova nata della costellazione, la special bitter Colony, che ha fatto il suo debutto proprio in questa occasione. Il nome deriva dal fatto che la ricetta prevede l'utilizzo di luppoli provenienti dalla madrepatria inglese e dalle ex colonie - Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti -, uniti ad una base di malti in linea con la tradizione delle bitter britanniche. Ho trovato l'aroma tendente ai toni terrosi e resinosi più che di frutta esotica come da descrizione - che è comunque presente, per quanto meno forte -; e il corpo rimane relativamente leggero nonostante i sapori "importanti" - con le note maltate che spaziano dalla nocciola, al caramello al miele - per chiudere con una buona sferzata di amaro non troppo persistente come in ogni bitter che si rispetti. A differenza di Galassia e Nova, quindi, in questo caso stiamo parlando di una birra meno "sperimentale" e più attinente allo stile, per quanto i nostri ragazzi non abbiano rinunciato all'originalità soprattutto sul fronte della luppolatura.

E a proposito di Nova, spendo due righe per la nuova ricetta. Rispetto a quella che ho provato qualche mese fa, sono più evidenti le componenti agrumate della luppolatura, con un finale acidulo da malto a fare il paio. Una versione meno "sperimentale" e più equilibrata rispetto alla precedente, che - per quanto personalmente abbia apprezzato i profumi più intensi della precedente - denota comunque un ulteriore passo dei ragazzi di Galassia verso la ricerca di un risultato più "maturo" e pulito.

martedì 16 febbraio 2016

A Modica non c'è solo cioccolato

Nel rendere conto delle nuove conoscenze fatte al Cucinare inizio dai più lontani, i siciliani di Birra Tarì, birrificio nato a Modica nel 2010. Territori non associati, almeno tradizionalmente, con l'arte brassicola; ma che stanno conoscendo - mi si perdoni il luogo comune - un certo fermento, anche grazie al contributo di chi, come Tarì, sta cercando di fare delle specificità dell'isola una nota distintiva della propria produzione.


Farsi raccontare da Luca e Fabio - che mi hanno accolta allo stand, insieme al loro collaboratore Federico - come sono nate le loro birre e gli aneddoti curiosi che stanno dietro ad alcuni dei nomi è già di per sé un piccolo show. La più curiosa sotto tutti i punti di vista - genere di birra, storia della ricetta e storia del nome - è indubbiamente la Qirat, una stout alla carruba. Luca, durante la degustazione che ho condotto, ha così raccontato di come siano andati a scovare da un'arzilla signora novantenne la tecnica giusta per raccogliere, essiccare ed utilizzare un prodotto tipico della loro terra come la carruba - il cui seme in arabo si chiama appunto Qirat, come ha suggerito un loro amico (nome che, curiosamente, è "Tarì" al contrario se si eccettua la q - vabbè, non si può avere tutto). Altro aneddoto curioso sta dietro al nome della Apa For Sale, birra brassata per il decimo anniversario de Il Sale Arte Cafè di Catania, inizialmente battezzata "X Sale" (dove X sta per il 10 in numero romano); di lì il salto all'espressione inglese "for sale", in vendita, è stata breve. Il Tarì ha poi colaborato anche con la Bonajuto, la più antica fabbrica di cioccolato di Sicilia, per l'omonima birra alle fave di cacao brassata in occasione dei 150 anni della cioccolateria e dell'unità d'Italia; nonché con alcuni viticoltori locali per la Giacché, una Iga - ebbene sì, adesso lo si può dire - con mosto d'uva giacché. Il legame con la terra d'origine costituisce quindi un filo rosso nell'attività del Tarì.

Ho avuto occasione di assaggiare per prima la Oro, una pilsner semplice e pulita, che ad una luppolatura fresca e delicata abbina un finale discretamente secco per il genere; a colpirmi di più è stata però la Trisca ("la versione buona della tresca, nel senso di gruppo di amici" nella definizione di Luca), una wit che sia all'aroma che al palato amalgama in maniera encomiabile coriandolo, zenzero e basilico in maniera tale che nessuno dei tre sovrasti sugli altri ma si uniscano in un unico sapore fresco con un finale acidulo e dissetante. Il trucco, a detta dei birrai, è la scorza di limone: e si sa che la Sicilia, in quanto ad agrumi, non ha nulla da invidiare a nessuno.

Da ultima la Qirat, di fatto quella che mi incuriosiva di più. All'aroma si impone nettamente la dolcezza della carruba, tanto da coprire quasi il tostato tipico delle stout; che però ritorna in forze non appena il primo sorso arriva in bocca, per virare verso il caffè sul finale. Mi sono trovata a commentare che, se altre stout che mi è capitato di assaggiare sono il caffè amaro, questo è il caffè zuccherato: solo che - a differenza del caffè zuccherato - è il dolce a dominare all'inizio, per poi svanire a vantaggio di una persistenza tostata abbastanza lunga ma non aggressiva. Una birra che, come da noi proposto nella degustazione, si abbina bene al cioccolato fondente forte, così da andare ad accompagnare ulteriormente il passaggio dal dolce all'amaro.

Nel complesso, il Tarì mi ha dato l'impressione - almeno a questo primo acchito - di essere un birrificio che sa giocare bene anche con toni forti e con birre più sperimentali, riuscendo a mantenere un equilibrio anche laddove si rischierebbe di strafare; senza prestare il fianco alla critica di "farlo strano" per nascondere i difetti, dato che hanno dato buona prova anche con una birra semplice come la Oro. Insomma, chi l'avrebbe mai detto che a Modica di buono non c'è solo il cioccolato.

lunedì 15 febbraio 2016

Novità in quel di Cavasso

Come già saprà chi segue questo blog, ho avuto il piacere di condurre le degustazioni della fiera "Cucinare" Pordenone; senz'altro una buona occasione non solo per conoscere nuovi birrifici - ai quali riserverò un post a parte per garantire maggiore dovizia di particolari - ma anche per riscoprire quelli già noti. Inizio, semplicemente per diritto d'anzianità - nel senso che è quello che conosco da più tempo - da La Birra di Meni, che nella persona del caro Giovanni mi ha presentato una birra nuova in senso assoluto e una nuova per me - non avendo mai avuto occasione di assaggiarla. 

Quella nuova "in toto" si inserisce a pieno titolo nell'eclettismo che ha di fatto sempre caratterizzato il lavoro di Meni, che spazia dalle alte alle basse fermentazioni, dalla tradizione tedesca a quella britannica con qualche incursione in quella belga, fino alle birre aromatizzate e alla frutta. Al panorama mancava forse qualcosa sul fronte del "genuinamente tedesco", lacuna colmata con la Keller Pils che Giovanni mi ha fatto provare. Mi sono trovata a commentare, quasi scherzosamente, "di questa birra non so nemmeno che dire": perché è la pils tedesca da manuale, limpida, con la sua luppolatura floreale discreta e la sua "punta di dms" (per i non adepti: dimetilsolfuro, simile all'odore del mais cotto) che - sempre da manuale - è caratteristico in questo tipo di birre, un corpo dalla maltatura leggermente dolce e non troppo robusta, un finale ben attenuato dall'amaro netto ed elegante. Vabbè, mi sono almeno sforzata di trovare aggettivi diversi da quelli della guida Bjcp perché al copia - incolla sono sempre stata contraria, però il senso spero sia chiaro: una birra semplice e pulita, che lungi dal perdere punti per una sorta di scarsa originalità, prova invece la maestria nel cimentarsi con quegli stili che, proprio perché semplici, sono i più difficili da realizzare senza sbavature.

In seconda battuta ho provato la birra alle castagne, la Pitruc. Ammetto di essere irrimediabilmente di parte quando si tratta di birra alle castagne, perché per me è stato amore al primo sorso con la Mortisa de Il Birrone - che, a mio parere, ha sempre costituito l'apice nell'equilibrio tra i profumi e sapori forti delle castagne arrostite e le altre componenti sensoriali -; ma anche la Pitruc si difende bene, e non solo per il posto sul podio ottenuto due volte a Birra dell'anno. L'aroma delle caldarroste è molto delicato, quasi vellutato, per lasciare poi posto al palato a dei toni che mi hanno ricordato quelli della farina di castagne. Una dolcezza moderata che poi - e qui sta forse l'aspetto più degno di nota della Pitruc - non indugia sino a diventare stucchevole o a lasciare la bocca "impastata" (perdonate l'espressione poco professionale, ma trovo sia il termine che meglio descrive la sensazione che lasciano in bocca le castagne) ma viene contrastata da una luppolatura decisa e pulita. Meno "estrema" della Mortisa, se proprio volessimo fare un paragone - sì, lo so, confrontare le birre non è elegante perché si va a giudicare in maniera comparativa il lavoro dei birrai, però a volte aiuta a capire (purché lo si faccia con l'intento di spiegare, non di giudicare) - , ma che proprio di questa maggior sobrietà fa la sua nota distintiva, andando incontro anche ai gusti di chi preferisce birre meno "sperimentali".

A risentirci per il seguito del Cucinare, con le altre novità!

giovedì 4 febbraio 2016

In una Galassia lontana lontana...

Perdonate sia il lungo silenzio che il titolo (che però i fan di Star Wars sicuramente apprezzeranno); ma non ho potuto non fare questo collegamento pensando alla birra che ho stappato ieri sera. Si trattava infatti della Galassia dell'omonima beer firm - almeno per ora - pordenonese, una "saison ipa" - come definita dagli stessi birrai - di cui avevo già parlato in questo post. La bottiglia in questione si può dire che provenisse appunto da una "galassia lontana lontana" in quanto era una di quelle che Davide mi aveva lasciato a fine settembre per "testarne l'evoluzione" - sull'esempio di quanto già fatto all'epoca, come avevo raccontato.

Rileggendo il post, direi che ho infatti trovato una versione "intermedia" tra le due Galassia bevute allora, l'una "appena pronta", l'altra di un anno. Il colore, come la foto testimonia, è più simile a quella invecchiata, tendendo all'oro carico; l'aroma però mi ha ricordato decisamente la frutta tropicale, avvicinandosi quindi alla versione più giovane. In bocca la si percepisce come ben attenuata, più di quanto ricordassi, a testimoniare un'ulteriore evoluzione; e vira in maniera quasi improvvisa verso un finale netto e secco, di un amaro discreto per quanto deciso, unito ad una punta di pepe. Unico neo, la carbonatazione che ho trovato troppo robusta: ma per il resto si è confermata una birra originale e sorprendentemente facile a bersi nonostante gli otto gradi alcolici.

venerdì 8 gennaio 2016

Il mais cinquantino e la Birra di Naon

Lo scorso anno al Cucinare in Fiera a Pordenone avevo avuto modo di conoscere la locale Birra di Naon, beer firm di cui avevo parlato in questo post; all'epoca avevo assaggiato la lager chiara e la ale ambrata, mentre era ancora in fase di elaborazione la blonde ale in stile belga al mais cinquantino. Ho quindi colmato questa lacuna dopo aver fatto visita a titolare, Paolo Costalonga, che mi ha tra le altre cose mostrato l'ingegnosa macina che utilizza per il mais di questa particolare qualità - una vera e propria riscoperta di una varietà un tempo coltivata e poi dimenticata, che diverse realtà stanno portando avanti in regione.

All'aroma il mais è percepibile, pur in maniera molto delicata; man mano che la birra si scalda compare poi un lieve profumo di miele sui toni del millefiori, mentre è praticamente assente il luppolo. Il corpo è decisamente scarico per una blonde ale, complice anche la gradazione alcolica contenuta per una birra del genere - 5 gradi -; il finale è molto evanescente, con una lieve punta tra l'acidulo e il dolce del cereale, ed un'ancor più lieve nota erbacea del luppolo, che a me ha quasi ricordato il fieno (no, non l'ho mai mangiato il fieno, ma a giudicare dall'odore dev'essre così).

Nel complesso l'ho trovata una birra semplice e delicata - anche il mais è discreto e ben dosato -, che - fatta eccezione per la luppolatura che caratterizza le lager chiare sia di scuola tedesca che quelle di scuola ceca - probabilmente viene più incontro ai gusti di chi preferisce i tratti meno robusti di questi stili piuttosto che a chi ama quelli più forti delle blonde ale belghe.

Da ultimo, una curiosità: tutte e tre le birre di Naon sono provviste di collarino in cartoncino, in cui, oltre alla descrizione della birra, c'è una breve storia di fantastici cavalieri medievali che abitavano la zona. Storie che, manco a dirlo, hanno a che fare con la birra, tanto che quella riportata sul collarino della blonde ale si conclude con una bevuta di birra al mais cinquantino. Tra arte brassicola e arte narrativa, insomma, il nesso si può trovare.

lunedì 12 ottobre 2015

Da tutto l'universo..."Beviamo in pace"

No, non sono impazzita: è semplicemente lo slogan di "Birra Galassia", giovane beerfirm pordenonese che ha storpiato il "veniamo in pace" di ipotetici alieni per lanciare il suo brand - perché adesso si chiama brand, come osservavo in un post precedente. Scherzi a parte, ho avuto qualche tempo fa il piacere di essere invitata da uno dei giovani birrai, Davide Bernardini, ad assaggiare le creazioni di questa nuova realtà che - pur essendo formalmente nata da meno di un anno - si basa comunque su una decennale esperienza di homebrewing, nonché su quella consolidata del birrificio Acelum a cui si appoggiano.

Sono per ora due le birre nel repertorio del Galassia, entrambe ispirate al mondo stellare. La prima che ho assaggiato è la Nova, una summer ale dal colore dorato torbido contraddistinta dal luppolo mosaic. Da sotto la schiuma ben compatta sale un'aroma dai toni decisamente tendenti all'agrumato, con un leggero tocco di frutta tropicale; nel corpo dominano - seppur in maniera delicata - i malti, tanto che personalmente ho percepito addirittura un leggero sentore di miele, che va però subito a chiudere su un luppolato floreale che lascia la bocca pulita. Una birra che si distingue non solo per la facilità di beva - considerato anche il basso grado alcolico, meno di 5 gradi -, ma anche per l'equilibrio ben riuscito tra le varie componenti di aromi e sapori che sarebbero di per sé abbastanza eterogenei.

Di tutt'altro genere la Galassia, una "saison - e non session - ipa", così battezzata perché utilizza lieviti da saison. E qui è arrivata la sorpresa, perché Davide ce ne ha stappate due bottiglie: la prima più giovane, imbottigliata da pochi mesi, e la seconda dello scorso anno. La prima, che qui vedete sulla sinistra (con Davide in osservazione), ha un colore nettamente più scuro ed una schiuma più persistente; e all'aroma rivela bene lo speziato della saison - con i caratteristici toni di pepe, tanto che Davide ha raccontato che il suo socio l'ha usata con successo per cucinare le cozze -, unito anche qui a qualche nota di frutta tropicale. Il corpo rende giustizia al sapore ben pieno dei malti - i ragazzi hanno usato anche quello di frumento -, per poi chiudere su toni leggermente più amari.

La vera sorpresa è stata però la seconda, quella sulla destra, di coloire nettamente più chiaro: qui ho sentito aromi tra il torbato e il liquoroso tipici delle birre invecchiate, se non addirittura barricate, e anche in bocca risultava calda e con toni di frutta sotto spirito, facendo ben sentire anche l'alcol - qui siamo già sugli otto gradi. Se non s'è capito, personalmente m'è davvero piaciuta, in barba all'ortodossia che la etichetterebbe come completamente fuori stile.  Insomma, una birra di cui fare una sorta di verticale, comprandone un po' di bottiglie e provandole col passare del tempo: chissà, potrebbero nascere delle belle sorprese.

martedì 17 febbraio 2015

Dalla "birra da divano" a quella di Naon: una giornata al Cucinare

Come preannunciato, ho fatto visita al Cucinare in Fiera a Pordenone - per chi non la conoscesse, un'esposizione dedicata all'enogastronomia e alle tecnologie per la cucina. Quest'anno purtroppo la presenza di birrifici artigianali era assai più limitata rispetto all'anno scorso - gli unici presenti erano Meni, Petrussa, e un altro di cui parlerò dopo - ma ho comunque avuto modo di scoprire numerose curiosità e prodotti interessanti anche al di fuori del mondo birrario: cito ad esempio quelli della distilleria Buiese, che ha elaborato l'amaro Lusor con ben 17 erbe insieme all'università di Udine; o la crema al limone del Donna Frida, fatta ancora unicamente con latte, limone, alcol e zucchero in contenitori di vetro come da ricetta della nonna del titolare; i formaggi dell'azienda agricola San Faustino di Ceto (Brescia) e della San Gregorio di Aviano; o ancora le specialità campane del biscottificio De Pascale di Salerno, e quelle senza glutine della pasticceria Bianconiglio di Aviano. A colpirmi di più è stata però la trovata della Home Made, che vende preparati per dolci con farine "insolite" - dalla segale da altri cereali pressoché sconosciuti - confezionati i vasi di vetro e disposti in maniera "artistica", a mo' di vaso decorativo: della serie, è quasi un peccato usarli perché sono proprio belli (oltre che buonissimi, devo dire).

Venendo alle birre, ho avuto modo di scoprirne una nuova: la pordenonese Birra di Naon, prodotta come beer firm presso un'azienda agricola di Nespoledo - di cui utilizza l'orzo - in due tipologie. La prima è una lager chiara, ma facendo uso - parecchio pesantemente, peraltro - di luppoli americani come il citra risulta alla fine di un pungente aroma agrumato che potrebbe farla credere una pale ale: il risultato finale non fa comunque gridare al sacrilegio, perché è di assai piacevole beva, dissetante e dal finale fresco; ed ho trovato si abbinasse bene anche al formaggio latteria 60 giorni a latte crudo della Latteria di Aviano, al quale era stato proposto l'accostamento. Se la lager chiara ha una sua originalità, la ale ambrata mi ha impressionata di meno: non perché avesse difetti apparenti o fosse poco piacevole al gusto, ma perché non vi ho colto alcun, diciamo così, "tocco di maestria". Insomma, una ale ambrata "classica", che giudicherei molto versatile negli abbinamenti con le carni proprio in virtù dell'assenza di sapori pronunciati che sovrasterebbero gli altri. L'abbinamento proposto era questa volta con il formaggio latteria della Latteria Gortani affinato nelle trebbie; ma l'ho trovato meno indovinato, in quanto l'accostamento con un formaggio più saporito sarebbe indubbiamente più appropriato.

L'altra conoscenza che ho fatto non è stata di un nuovo birrificio ma di una nuova birra, la Xyauyù di Baladin nella versione Fumé: un barley wine maturato dodici mesi in botti di whisky scozzese, che conferiscono il caratteristico aroma torbato. A proporne la degustazione era il - già noto ai lettori di questo blog - Club del Toscano di Marco Prato, in abbinamento al sigaro Modigliani; personalmente ho però apprezzato di più quello al Biscotto di Pordenone con composta all'albicocca e curry, proposta da un altro sponsor della manifestazione. Non so se il birraio Teo Musso avesse definito la sua linea Xyauyù - tre versioni di barley wine - "Birra da divano" in virtù dei suoi 14 gradi alcolici - della serie: bevila seduto comodo, perché non ti potrai rialzare subito: di sicuro è una birra che va bevuta con calma, assaporando ogni piccolo sorso così da gustarne appieno gli aromi - ancor più apprezzabili in virtù dell'assenza di gasatura, come in tutti i barley wine. All'olfatto il torbato risalta in maniera assai netta, facendo presagire un sapore altrettanto robusto nel corpo; in realtà il mix tra le note di whisky, quelle di malto caramellato e i sentori torbati è ben equilibrato, risultando in un corpo ben pieno e rotondo. Il finale è più secco di quanto ci si potrebbe aspettare da una birra di questo genere: pur rimanendo dolce non è affatto stucchevole, in quanto il caramello lascia spazio ad una punta di amaro data dal connubio tra il torbato che ritorna e leggere note di frutta secca. Insomma: dopo una birra del genere avrete probabilmente una sete pazzesca - dato che un corpo e un grado alcolico così impegnativi di certo non rinfrescano -, ma sarete piacevolmente soddisfatti...