Avviso ai non anglofoni: non è che voglio tagliarvi fuori titolando in inglese, è che altrimenti non mi riusciva il gioco di parole. Scherzi a parte, in italiano non avrei potuto rendere il nesso tra l'adagio "Home sweet home" ("Casa dolce casa") e "Homebrewing", l'arte di farsi la birra in casa. Una passione che sta prendendo sempre più piede anche in Italia: per quanto sia possibile solo azzardare delle stime (in quanto non esiste chiaramente un registro), un conoscitore come Lorenzo Dalbove - meglio noto come Kuaska -, direttore culturale di Unionbirrai, già nel 2005 affermava di essere "certo che se azzardo un numero superiore ai 10.000 non vado lontano dalla realtà". Per quanto si fosse tenuto largo, è lecito immaginare che nove anni dopo siamo andati oltre quella soglia.
Naturalmente si sprecano i forum in rete, i concorsi, e anche le degustazioni, per quanto pongano qualche fastidio legale - definiamolo così - perché ciascun partecipante deve firmare una liberatoria in cui solleva gli organizzatori da ogni responsabilità in quanto gli homebrewers non dipongono di nessuna certificazione della Asl o simili; del resto, comunque, tutti gli esperti concordano sul fatto che - salvo improbabili contaminazioni, epidemie, infestazioni, ecc ecc - il peggio che può capitarvi, trattandosi di una bevanda che è stata bollita, è di dover chiedere rapidamente dov'è la toilette più vicina. Spiacevole, certo, e magari imbarazzante, ma difficilmente vi porterà alla tomba.
Ho assaggiato diverse volte birra fatta in casa; e, soprattutto tra coloro che invece del classico kit usano le materie prime in autonomia, mi è capitato di trovare dei veri e propri mastri birrai che non hanno nulla da invidiare a chi lo fa per mestiere (che del resto ha quasi sempre cominciato così). Penso ad esempio al Home Brewing Contest organizzato alla Brasserie lo scorso anno (chi se lo fosse perso clicchi qui), e alla birra aromatizzata all'anice, liquirizia e finocchio che si è classificata prima: opera di una giovane birraia appena venticinquenne, Valentina, che ha tutti i numeri per essere una promessa del settore. Ma anche a tutte - sì, proprio tutte - le birre assaggiate in pausa pranzo durante il corso di per imprenditori della birra organizzato dall'università di Udine (anche in questo caso, chi non fosse aggiornato legga qui), opera degli stessi partecipanti, che spaziavano su tutti i generi e senza mai deludere.
L'ultima che ho assaggiato, e che annovererei tra le migliori, è la "Open" del nostro amico Luca. Una signora Ipa che all'aroma evidenzia tutta la potenza dei luppoli e dal corpo più amaro del consueto, pur bilanciato da alcuni sentori di miele e di banana; che lasciano spazio ad una persistenza decisa che unisce bene tutti i sapori precedenti. Se poi si ha la pazienza di aspettare che si scaldi un po' - leggi: tre secondi prima che diventi troppo calda per essere apprezzata - si può scoprire pure il caramello, che a temperature più basse non risalta. Un'unione di dolci ed amari abbastanza estremi forse inconsueta, ma che fa sì che né gli uni né gli altri risultino eccessivi. Un ottimo risultato per qualcuno che non fa il birraio di mestiere: anche se, c'è da dire, Luca esce dalla scuola del prof. Buiatti, per cui buon sangue non mente.
Non so se vi ho fatto venire voglia di provare a farvi la birra in casa, o piuttosto quella di trovarvi un amico che abbia questo hobby: in entrambi i casi, in bocca al lupo...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post
lunedì 30 giugno 2014
martedì 23 luglio 2013
A proposito di McDonald's
Per una volta andiamo oltre la questione birra, anche se sempre di enogastronomia - per così dire - si tratta. Risale a pochi giorni fa la notizia che McDonald's aprirà il prossimo anno il primo ristorante a Ho Chi Min: il Vietnam diventerà così il 123° Paese al mondo ad avere almeno un posto dove andare a procurarsi un BigMac, con relative prolusioni sull'egemonia culturale americana sul resto del mondo. Ora, al di là del fatto che se esistono oltre 200 Stati ciò significa che per più tenaci avversari della grande M c'è ancora speranza, la notizia mi ha stimolato qualche ulteriore considerazione rispetto ai torrenti di parole già scritti sul legame tra fast food e cultura gastronomica locale.
Innanzitutto, mi ha fatto venire alla mente per contrasto il caso boliviano: lì McDonald's, dopo 14 anni di onorata attività, nel 2002 ha deciso di lasciare il Paese semplicemente perché questa non era economicamente sostenibile: in sostanza, come diversi giornali e blog hanno riferito, il menù proposto era "l'esatto contrario di ciò che un buon pasto dovrebbe essere secondo un boliviano", e quindi erano rimasti in pochi appassionati a frequentare i fast food. A quanto pare non sono bastati gli sforzi che la multinazionale californiana da tempo compie per adattare le proprie proposte a ciascun Paese, così da intercettare al meglio il segmento di mercato in questione.
E in effetti ce ne siamo ben resi conto in Italia, dato che il potenziale enogastronomico del Bel Paese non è certo sfuggito ai piani alti dell'azienda: dall'hamburger fatto unicamente con carne italiana (basti pensare al tanto pubblicizzato McItaly), ai panini con formaggi tipici locali, non si può dire che la buona volontà di venire incontro ai gusti degli italiani sia mancata. Solo che, in un Paese come il nostro, c'è un'altra questione da considerare, fattami notare già qualche anno fa dalla mia buona amica australiana Laura Bonacci.
Ci trovavamo a Roma, vicino al Pantheon. Lì a poca distanza campeggiava l'insegna di un McDonald's, ubicato - si leggeva - a soli cinque minuti da lì. Ma come, ha chiesto Laura, permettono che venga aperto un McDonald's qui? L'ho guardata stupita: perché non dovrebbero? Beh, ha spiegato lei, la legge australiana non consente di aprire nelle città storiche esercizi commerciali che non siano "in armonia": a Beechworth, ad esempio, non c'è nessun fast food. Notare che la cittadina in questione, da cui Laura proviene, è stata fondata nel 1853: un'inezia dal nostro punto di vista, ma sufficiente secondo i canoni australiani per essere considerata patrimonio storico nazionale e soggiacere alla legislazione relativa.
Non ho potuto non pensare che, se così stessero le cose anche qui, McDonald's si troverebbe a dover chiudere buona parte dei suoi 450 ristoranti in Italia: un bel colpo sui 972 milioni di euro di giro d'affari che l'azienda ha dichiarato per il 2011 nel nostro Paese. Forse una parte relativamente poco significativa rispetto al fatturato totale di 8,6 miliardi di dollari e ai 34 mila ristoranti a livello mondiale; ma stiamo comunque parlando di un gruppo che dà lavoro a 16 mila dipendenti, e che a quanto pare mantiene comunque un certo appeal sui nostri compatrioti se serve 700 mila pasti ogni giorno (su 69 milioni a livello globale).
Certo, si dirà, specie nelle località turistiche, un luogo in cui mangiare velocemente e a buon mercato fa comodo, al di là di quanto possa contrastare con i monumenti che vi stanno accanto. Ma a voler ben vedere l'Italia - e non solo - pullula di esempi di cibo da strada che soddisfa questi requisiti da ben prima che la M sbarcasse da noi nel 1985: dalle pizze al taglio ai chioschi di panini, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Inoltre, è un fatto che il cibo offerto in ciascuna città è una vera e propria questione immagine: Napoli non sarebbe pensabile senza le pizzerie o i banchetti che servono sfogliatelle in strada, né Palermo senza i venditori ambulanti di arancini e cannoli, per cui un fast food nel posto "sbagliato" può avere un impatto non trascurabile - appunto - sull'immagine complessiva della città stessa. Insomma, la questione non è solo gastronomica, ma investe più in largo la gestione del patrimonio storico e culturale del nostro Paese.
Innanzitutto, mi ha fatto venire alla mente per contrasto il caso boliviano: lì McDonald's, dopo 14 anni di onorata attività, nel 2002 ha deciso di lasciare il Paese semplicemente perché questa non era economicamente sostenibile: in sostanza, come diversi giornali e blog hanno riferito, il menù proposto era "l'esatto contrario di ciò che un buon pasto dovrebbe essere secondo un boliviano", e quindi erano rimasti in pochi appassionati a frequentare i fast food. A quanto pare non sono bastati gli sforzi che la multinazionale californiana da tempo compie per adattare le proprie proposte a ciascun Paese, così da intercettare al meglio il segmento di mercato in questione.
E in effetti ce ne siamo ben resi conto in Italia, dato che il potenziale enogastronomico del Bel Paese non è certo sfuggito ai piani alti dell'azienda: dall'hamburger fatto unicamente con carne italiana (basti pensare al tanto pubblicizzato McItaly), ai panini con formaggi tipici locali, non si può dire che la buona volontà di venire incontro ai gusti degli italiani sia mancata. Solo che, in un Paese come il nostro, c'è un'altra questione da considerare, fattami notare già qualche anno fa dalla mia buona amica australiana Laura Bonacci.
Ci trovavamo a Roma, vicino al Pantheon. Lì a poca distanza campeggiava l'insegna di un McDonald's, ubicato - si leggeva - a soli cinque minuti da lì. Ma come, ha chiesto Laura, permettono che venga aperto un McDonald's qui? L'ho guardata stupita: perché non dovrebbero? Beh, ha spiegato lei, la legge australiana non consente di aprire nelle città storiche esercizi commerciali che non siano "in armonia": a Beechworth, ad esempio, non c'è nessun fast food. Notare che la cittadina in questione, da cui Laura proviene, è stata fondata nel 1853: un'inezia dal nostro punto di vista, ma sufficiente secondo i canoni australiani per essere considerata patrimonio storico nazionale e soggiacere alla legislazione relativa.
Non ho potuto non pensare che, se così stessero le cose anche qui, McDonald's si troverebbe a dover chiudere buona parte dei suoi 450 ristoranti in Italia: un bel colpo sui 972 milioni di euro di giro d'affari che l'azienda ha dichiarato per il 2011 nel nostro Paese. Forse una parte relativamente poco significativa rispetto al fatturato totale di 8,6 miliardi di dollari e ai 34 mila ristoranti a livello mondiale; ma stiamo comunque parlando di un gruppo che dà lavoro a 16 mila dipendenti, e che a quanto pare mantiene comunque un certo appeal sui nostri compatrioti se serve 700 mila pasti ogni giorno (su 69 milioni a livello globale).
Certo, si dirà, specie nelle località turistiche, un luogo in cui mangiare velocemente e a buon mercato fa comodo, al di là di quanto possa contrastare con i monumenti che vi stanno accanto. Ma a voler ben vedere l'Italia - e non solo - pullula di esempi di cibo da strada che soddisfa questi requisiti da ben prima che la M sbarcasse da noi nel 1985: dalle pizze al taglio ai chioschi di panini, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Inoltre, è un fatto che il cibo offerto in ciascuna città è una vera e propria questione immagine: Napoli non sarebbe pensabile senza le pizzerie o i banchetti che servono sfogliatelle in strada, né Palermo senza i venditori ambulanti di arancini e cannoli, per cui un fast food nel posto "sbagliato" può avere un impatto non trascurabile - appunto - sull'immagine complessiva della città stessa. Insomma, la questione non è solo gastronomica, ma investe più in largo la gestione del patrimonio storico e culturale del nostro Paese.
Etichette:
arancini,
Beechworth,
Bolivia,
hamburger,
Italia,
Mc Donald's,
Mc Italy,
Pantheon,
pizza,
Roma,
Vietnam
venerdì 12 aprile 2013
Tasse alle imprese, quando le percentuali non tornano
Complice la campagna elettorale di fatto mai conclusa, e diversi avvenimenti sia di cronaca che nell'agone politico legati a questioni fiscali, da qualche tempo la tassazione che pesa sulle tasche degli italiani - e soprattutto delle imprese - sta tornando a ricevere i più o meno meritati strali. Le stime sulla pressione fiscale non sono sempre concordi, anche perché i metodi usati per calcolarla non sempre coincidono; ammetto, non avendo fatto studi di economia, di non avere la competenza per giudicare quali siano più o meno attendibili, per cui non azzardo pareri su quale di queste percentuali sia più vicina alla realtà.
Ho trovato tuttavia particolarmente istruttivo andare a spulciare il rapporto Paying taxes 2013 di Doing Business, progetto della Banca Mondiale, sul carico fiscale alle imprese. Lo studio mette a confronto i vari Paesi del mondo, raggruppati per area geografica, prendendo in considerazione tre aspetti: il numero medio di pagamenti che un'impresa deve effettuare, le ore di lavoro necessarie a tal fine, e il carico fiscale complessivo in percentuale. Secondo quanto si legge, a livello mondiale un'azienda si trova a fare in media 27 pagamenti all'anno, impiegando 267 ore di lavoro, per un carico fiscale medio del 44%; ce la passiamo un po' meglio in Europa, dove bastano in media 13 pagamenti e 184 ore, devolvendo al fisco "solo" il 42% della base imponibile.
Andando a vedere l'Italia, però, c'è di che stupirsi: se infatti il numero di pagamenti annuali è 15 - quindi non singificativamente sopra la media -, deve essere particolarmente difficile districarsi tra le scartoffie, dato che servono 269 ore. Ancor più strabiliante è la pressione fiscale sulle imprese, che la Banca Mondiale stima addirittura al 68%, la più alta del continente: a titolo di esempio - al di là dell'isola felice del Lussemburgo con il 21%, e di Cipro, il cui 23% non ha risparmiato ben altri guai - la Germania è al 46,8%, il Regno Unito al 35,5%, la Spagna al 38,7%; solo la Francia e l'Estonia ci sono vicine, con il 66 e 67% rispettivamente, tutti gli altri ci staccano di almeno 10 punti.
Ancor più istruttivo è però forse andare a vedere la scomposizione di queste tasse: a fare la parte del leone sono infatti le imposte sul lavoro, che pesano da sole per il 43,4%. Vero è che Francia e Belgio arrivano al 50%; ma tutti gli altri Paesi hanno tassazioni nettamente inferiori sulle buste paga, fino al 3,6% della Danimarca. Relativamente alte anche le imposte sugli utili, con il 22,9% - soltanto Malta e la Norvegia le hanno poco più alte. Ribadisco, mi esimo da giudizi perché non ne ho le competenze; ma, appunto per la mia ignoranza, il fatto che ci discostiamo significativamente da buona parte d'Europa con queste percentuali, qualche domanda me la fa nascere.
Ho trovato tuttavia particolarmente istruttivo andare a spulciare il rapporto Paying taxes 2013 di Doing Business, progetto della Banca Mondiale, sul carico fiscale alle imprese. Lo studio mette a confronto i vari Paesi del mondo, raggruppati per area geografica, prendendo in considerazione tre aspetti: il numero medio di pagamenti che un'impresa deve effettuare, le ore di lavoro necessarie a tal fine, e il carico fiscale complessivo in percentuale. Secondo quanto si legge, a livello mondiale un'azienda si trova a fare in media 27 pagamenti all'anno, impiegando 267 ore di lavoro, per un carico fiscale medio del 44%; ce la passiamo un po' meglio in Europa, dove bastano in media 13 pagamenti e 184 ore, devolvendo al fisco "solo" il 42% della base imponibile.Andando a vedere l'Italia, però, c'è di che stupirsi: se infatti il numero di pagamenti annuali è 15 - quindi non singificativamente sopra la media -, deve essere particolarmente difficile districarsi tra le scartoffie, dato che servono 269 ore. Ancor più strabiliante è la pressione fiscale sulle imprese, che la Banca Mondiale stima addirittura al 68%, la più alta del continente: a titolo di esempio - al di là dell'isola felice del Lussemburgo con il 21%, e di Cipro, il cui 23% non ha risparmiato ben altri guai - la Germania è al 46,8%, il Regno Unito al 35,5%, la Spagna al 38,7%; solo la Francia e l'Estonia ci sono vicine, con il 66 e 67% rispettivamente, tutti gli altri ci staccano di almeno 10 punti.
Ancor più istruttivo è però forse andare a vedere la scomposizione di queste tasse: a fare la parte del leone sono infatti le imposte sul lavoro, che pesano da sole per il 43,4%. Vero è che Francia e Belgio arrivano al 50%; ma tutti gli altri Paesi hanno tassazioni nettamente inferiori sulle buste paga, fino al 3,6% della Danimarca. Relativamente alte anche le imposte sugli utili, con il 22,9% - soltanto Malta e la Norvegia le hanno poco più alte. Ribadisco, mi esimo da giudizi perché non ne ho le competenze; ma, appunto per la mia ignoranza, il fatto che ci discostiamo significativamente da buona parte d'Europa con queste percentuali, qualche domanda me la fa nascere.
martedì 29 gennaio 2013
Quando si dice le chiese vuote
È una bella giornata d'inverno in quel di Spoleto. Alle 12.40 un gruppo di turisti arriva alla piazza della cattedrale, presumibilmente ansioso di ammirare gli affreschi di Filippo Lippi che vi sono custoditi.
Troppo tardi: la cattedrale è aperta dalle 8.30 alle 12.30, e dalle 15.30 alle 18. Un po' seccati per la pausa pranzo piuttosto prolungata, i nostri turisti decidono di visitare nel frattempo la rocca, ossia l'unico monumento aperto nei paraggi - dato che il museo diocesano, lì accanto, apre solo nel fine settimana, e oggi è martedì.
Alle 15.30 i turisti di cui sopra si ripresentano puntuali e fiduciosi al portone della cattedrale. Alle 15.40 però nessuno è ancora venuto ad aprire, e iniziano i primi malumori: sono tre ore che aspettano, ormai sono stufi. Interpellano anche due signore uscite da una casa vicina, ma nemmeno loro ne sanno qualcosa: di solito aprono alle 15.30, aspettate e sperate. Alle 16, piccati, se ne vanno, giurando su tutti i santi di non tornare mai più.
No, i turisti in questione non siamo io e Enrico, per quanto fossimo presenti alla scena: sono degli americani, giunti fin lì da sufficientemente lontano da aspettarsi non tanto e non solo che una chiesa non chiuda per tre ore nel bel mezzo della giornata, ma soprattutto che i custodi non spariscano nel nulla.
Non conosco i motivi che hanno portato a questi orari di apertura oggettivamente disagevoli, né quelli del ritardo: fatto sta che per un disguido forse banale ha perso una decina di turisti non solo la cattedrale, ma probabilmente anche la città, senza contare il danno d'immagine che potrebbe estendersi ben oltre Spoleto. Se basta poco perché gli stranieri si riportino a casa un bel ricordo del nostro Paese, basta altrettanto poco per rovinarlo. Anche un ritardo di mezz'ora.
Troppo tardi: la cattedrale è aperta dalle 8.30 alle 12.30, e dalle 15.30 alle 18. Un po' seccati per la pausa pranzo piuttosto prolungata, i nostri turisti decidono di visitare nel frattempo la rocca, ossia l'unico monumento aperto nei paraggi - dato che il museo diocesano, lì accanto, apre solo nel fine settimana, e oggi è martedì.
Alle 15.30 i turisti di cui sopra si ripresentano puntuali e fiduciosi al portone della cattedrale. Alle 15.40 però nessuno è ancora venuto ad aprire, e iniziano i primi malumori: sono tre ore che aspettano, ormai sono stufi. Interpellano anche due signore uscite da una casa vicina, ma nemmeno loro ne sanno qualcosa: di solito aprono alle 15.30, aspettate e sperate. Alle 16, piccati, se ne vanno, giurando su tutti i santi di non tornare mai più.
No, i turisti in questione non siamo io e Enrico, per quanto fossimo presenti alla scena: sono degli americani, giunti fin lì da sufficientemente lontano da aspettarsi non tanto e non solo che una chiesa non chiuda per tre ore nel bel mezzo della giornata, ma soprattutto che i custodi non spariscano nel nulla.
Non conosco i motivi che hanno portato a questi orari di apertura oggettivamente disagevoli, né quelli del ritardo: fatto sta che per un disguido forse banale ha perso una decina di turisti non solo la cattedrale, ma probabilmente anche la città, senza contare il danno d'immagine che potrebbe estendersi ben oltre Spoleto. Se basta poco perché gli stranieri si riportino a casa un bel ricordo del nostro Paese, basta altrettanto poco per rovinarlo. Anche un ritardo di mezz'ora.
Iscriviti a:
Post (Atom)


