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giovedì 1 agosto 2013

Ein Prosit

Come dicono i buoni Frizzi-Comini-Tonazzi (chi non li conoscesse, clicchi qui) "L'autostrada della Carnia è un serpente disumano": però ti porta da Udine a Tarvisio in meno di un'ora, e da lì a Villach il passo è breve. Così io e Enrico abbiamo approfittato delle moderne infrastrutture viarie per raggiungere rapidamente la cittadina austriaca, dove dal 28 luglio al 4 agosto si tiene la Villacherkirchtag: molto più che una semplice festa della birra, che, diciamocelo, per gli austriaci sarebbe poco più di ciò che comunque si tiene 365 giorni l'anno. Oltre ad una celebrazione della famosa Villacher, la birra locale, si tratta infatti di una manifestazione a tutto tondo, con sfilate in costume - cuore della festa è quella che si tiene il sabato -, gruppi folcloristici, bande, musica, luna park, banchetti di prodotti enogastronomici e quant'altro. Insomma, una vera e propria sagra della città, volendo usare un termine a noi familiare.

Appena arrivati, abbiamo temuto di aver sbagliato posto: siamo infatti capitati per prima cosa nella zona giostre, gremita di bambini. Ammetto che, dato che ai tempi miei non c'erano attrazioni così elettrizzanti, un giro me lo sarei fatta volentieri: ma, per quanto porti bene i miei anni, non credo sarei riuscita a dargliela a bere - letteralmente, dato che di festa della birra stiamo parlando -, così abbiamo proseguito fino alla piazza del Municipio. Lì stava per iniziare a suonare la banda cittadina, in apertura dei festeggiamenti della serata - alle cinque del pomeriggio: siamo in Austria, qui tutto è avanti. Infatti hanno attaccato alle cinque precise, dato che evidentemente il tanto discusso concetto di quarto d'ora accademico è del tutto sconosciuto. Manco a dirlo, qui i musicisti, e in particolare chi sta ai fiati, non si tiene idratato con l'acqua: questa foto testimonia come ci sia di meglio (senza esagerare, altrimenti poi il pentagramma diventa di dieci righe: osservate sotto il leggio).

Mentre ascoltavamo il concerto, ne abbiamo approfittato per un boccale di Villacher (perché qui si ragiona a boccali): confermo che le pils non sono il mio genere, ma se non altro è dissetante. Per "asciugare", come si suol dire, è d'obbligo il pretzel, il pane dalla caratteristica forma a noi meglio nota come "salatino cameo", che mangiato nella ricetta originale - la scoperta, peraltro, è stata che esiste anche la versione dolce - ha chiaramente tutto un altro sapore. In fondo, tra gli ingredienti utilizzati c'è anche il malto: quale miglior accompagnamento alla birra?

Proseguendo il nostro giro, tra quartetti musicali in costume che cantavano arie di montagna, abbiamo notato che in diversi stand c'era un cippo di legno con un martello e dei chiodi: incuriositi, abbiamo chiesto lumi (con il mio scarso tedesco) ad un tizio in pantaloni alla zuava - come del resto più o meno tutti, austriaci e stranieri: le bancarelle che vendono abiti tipici o loro rivisitazioni moderne non si contano, rasentando spesso il kitsch. Il quale tizio, nel suo scarso italiano, ci ha spiegato che il gioco consiste nel riuscire a piantare il chiodo con un colpo netto usando non il lato piatto del martello, ma la penna - ossia quello a cuneo. Chiaramente Enrico non ha resistito alla sfida, e con viva e vibrante soddisfazione - citando ben altre autorità - ha sconfitto il carinziano in casa: po-poropo-po-po-po...campioni del mondo, e non solo contro i francesi.

Dato che ormai erano le sette, ossia ora di cena inoltrata in quelle zone, abbiamo deciso di darci al piatto tradizionale della festa: la Kirchtagssuppe, la zuppa del Kirchtag. Stomaci deboli astenersi: trattasi di una minestra di carne mista (manzo, vitello, pollo e agnello) cotta in un brodo speziato di verdure (carote, sedano, porro, cipolla e gli immancabili crauti) e soprattutto panna acida. Come se non bastasse, il tutto è accompagnato dal Reindling, tipico dolce carinziano con un ripieno di burro, uvetta, cannella e altre spezie - ai friulani ricorda molto la gubana, tanto che è detto "gubana carinziana". Insomma, una bomba. Tendenzialmente mi considero uno stomaco debole, per cui ero scettica: ma alla fine la curiosità è stata più forte del timore di passare la notte a rigirarmi nel letto, per cui ho corso il rischio. Devo dire che ne è valsa la pena: non sarà la mia zuppa preferita, ma ne ho apprezzato il sapore quasi tendente al dolce. Anche l'abbinamento con il Reindlig ha il suo senso: arrischiandomi ad inzupparlo - come del resto molti facevano, per quanto non sia una cosa propriamente ortodossa - mi sono resa conto che le spezie usate sono in buona parte le stesse, solo che in un caso nel salato, nell'altro nel dolce. Insomma, se li mangiano insieme un motivo c'è. Vabbè, Enrico avrebbe di gran lunga preferito un Bratwurst da una delle tante bancarelle: ma almeno ci siamo perfettamente integrati nella Villacherkirchtag...


lunedì 11 febbraio 2013

Dalla cima dello Stellkopf

Contrariamente alle mie più infauste previsioni, sono sopravvissuta alla prima uscita di due giorni con il corso di scialpinismo: un weekend sulle montagne della Carinzia, vicino al Grossglockner.
Indubbiamente ha aiutato molto l'aver fatto base logistica alla Sadnig Haus, un delizioso rifugio vicino a Heiligenblut: ottimo cibo (perlomeno per gli amanti dell'aglio, generosamente sparso su qualunque piatto), camere confortevoli, sauna, ma soprattutto un luogo dove poter arrivare in macchina e lasciare la propria borsa con il necessario per la notte (dettaglio di fondamentale importanza per una donna).



Siamo arrivati sabato in tarda mattinata, così gli istruttori hanno optato per una breve gita sul monte Mocher (2604): peccato solo che la cima non l'abbiamo mai nemmeno vista, colti più o meno a metà salita da una tormenta che ha convinto anche i più stoici a desistere - giusto per la cronaca, le temperature rasentavano i -20, e le raffiche di vento erano così forti che una mi ha quasi scaraventata a terra. Se quindi già nutrivo seri timori per la gita più lunga del giorno dopo, non è bastato l'aver tirato fuori il bambino che c'è in me nel costruire una truna - una sorta di igloo per ripararsi dal freddo, parte della formazione dello scialpinista provetto - prima di cena a rilassarmi: immaginando condizioni meteo apocalittiche e sofferenze atroci da geloni, mi sono rigirata nel letto tutta la notte (o forse era la cena pesante, non lo so).



La mattina dopo, invece, siamo stati accolti da un'alba fantastica che illuminava la valle; così, per quanto le temperature fossero più o meno le stesse del giorno prima, sono partita un po' più fiduciosa. Per chi di voi avesse interessi scialpinistici, è un itinerario che consiglio caldamente: semplice, non troppo lungo (1000 m di dislivello, 3 ore circa), e del tutto godibile, sviluppandosi su pendii aperti che offrono una sciata tranquilla.



Dalla Sadnig Haus (1871 m) si prosegue per circa un km e mezzo lungo la strada che porta alle malghe della Kroll Alm (1900 m): praticamente in piano, giusto per scaldare un po' i muscoli. Da lì si devia verso nord sul lato sinistro del vallone, risalendo il pendio che conduce all'ampia conca delle Rudenalmen (2500 m). Da lì la vista sui prati innevati da un lato e la valle dall'altro è semplicemente mozzafiato. Attraversati i pascoli, si riprende a salire per raggiungere sulla sinistra la forcella del Butzentorl (2714 m), da dove si apre finalmente la visuale sull'altro versante e sulla guglia del Grossglockner; da lì ormai il più è fatto, perché basta seguire sulla destra la spalla per arrivare alla croce di vetta (2851). A seconda delle condizioni della neve, può essere consigliabile fare l'ultimo tratto a piedi: la cresta è piuttosto stretta e le rocce abbastanza aguzze.



A dispetto dei miei timori per il freddo, sono arrivata in vetta sudata come ad agosto: unico segnale delle efffettive temperature, il fiato che ghiacciava sulla fascetta attorno al collo man mano che respiravo. Così la sosta è durata solo il tempo di una fotografia, per poi coprirsi e ridiscendere lungo l'itinerario di salita. Neve perfetta, un'ottima crosta portante eccetto pochi tratti, sembrava di essere su una pista battuta.  Per evitare l'ultimo tratto in piano dalla Kroll Alm alla Sadnig Haus abbiamo ridisceso anche l'ultimo tratto della valle: senz'altro merita, però tutto ha un prezzo - in questo caso la fatica di rimettere gli sci in spalla, perché si arriva poi sulla strada un paio di tornanti più sotto del rifugio.

Credevo sarei arrivata a valle distrutta, invece ho avuto ancora la forza di fare i bagagli, caricare gli sci in macchina, e una volta arrivata a casa preparare la cena e disfare le borse: quando si dice che una giornata così dà la carica, forse si intende anche questo...