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sabato 1 agosto 2020

Nelle valli del Natisone

Alcuni giorni fa ho accolto l'invito di Mirco Masetti, birraio del birrificio Gjulia (nonché collega biersommelier Doemens) a visitare il nuovo (aperto il 10 luglio per la precisione) Agriristoro Stazione Gjulia a San Pietro al Natisone (Udine). L'idea iniziale era quella di fare una semplice tap room per il birrificio lì accanto, ma la cosa alla fine ha preso una piega più articolata su impulso di Nicola Meneghin e Fabio Cargnello.

Si tratta infatti di un edificio di due piani in cui è possibile degustare sia le birre che alcuni prodotti gastronomici (taglieri di salumi e formaggi, focacce e panini fatti dalla casa, tipicità locali come frico e gubana, e anche i vini dell'azienda agricola Alturis di cui il birrificio è parte); e che prevede, al pian terreno, una curiosità come "la fontana della birra" - un erogatore automatico (anche di acqua e succo di mela, come la foto testimonia) da cui è possibile servirsi h24 tramite tessera ricaricabile, eventualmente anche tramite boccale personalizzato da lavare e lasciare nella stanza d'ingresso apribile sempre con la tessera. Completano il quadro una serie di servizi per biciclette e biciclette elettriche (compreso il noleggio), dato che le valli del Natisone sono luogo di turismo su due ruote (è possibile anche utilizzare servizi igienici e docce, nonché un punto di lavaggio per cani). Insomma, potremmo definirlo l'upgrade di una tap room.

Nella scelta e degustazione delle birre mi sono naturalmente fatta guidare da Mirco. Siamo partiti con la Ioi, una Golden Ale senza glutine, che Mirco mi ha spiegato voler essere quanto più vicina possibile all'idea di una birra giovane e ancora "grezza" (tanto è vero che l'idea è stata anche quella di battezzarla "cruda", non perché le altre siano viceversa pastorizzate, ma perché questa appunto vuol essere "verace"). Devo dire che in realtà, più che una Golden Ale, mi ha quasi più ricordato una Helles: l'aroma è infatti molto pulito, senza esteri, con elegante luppolatura floreale. Il corpo è estremamente scarico, pur senza risultare "vuoto" grazie alle note di crosta di pane comunque presenti, e una chiusura di un amaro leggero e poco persistente. Insomma, anche se la Helles di Gjulia è un'altra, a mia opinione può andare incontro ai gusti dello stesso pubblico (oltre che di chi ha problemi di celiachia, naturalmente).

Siamo poi passati a quella che viene definita "Ambrata", invero una sui generis che, se mi avessero fatto fare una degustazione alla cieca, non avrei saputo definire. Si tratta infatti di una lager, come da tradizione tedesca, che prevede però - al di là del pils di base, fatto con l'orzo di Alturis - un mix di malti e di luppoli inglesi. Il risultato è qualcosa di appunto indefinibile, in cui la luppolatura erbacea fa da sfondo ad una rosa di sapori di cereale che va dalla crosta di pane ben cotta, al biscotto, al caramello, al pane tostato, prima di chiudere su un amaro anche qui non invasivo e poco persistente.

Non mi soffermo sulla Weizen, aderente allo stile e senza particolari osservazioni da fare; e passo direttamente alla Ipa, sulla quale nutrivo qualche curiosità dato che Mirco mi aveva anticipato di non essere un patito delle luppolature strabilianti. In effetti l'aroma, pur esibendo con chiarezza profumi di macedonia di frutta tropicale (con tanto di spruzzata di lime sopra, giusto per non scordare gli agrumi), non risulta tale da stupire; sorprende piuttosto come questi aromi diventino poi sapori con decisamente maggior forza, soprattutto nella seconda parte della bevuta, in cui vanno sostanzialmente ad accompagnare la luppolatura in amaro. Un gioco interessante, per chi cerca qualcosa di diverso dalle "solite Ipa" pur volendo rimanere nei ranghi dello stile.

Da ultimo il distillato, ricavato dal barley wine della casa, affinato in barrique di rovere 24 mesi: toni che ricordano decisamente il rum, e un tasso alcolico da suggerire di non indulgere troppo (40 gradi).

Un grazie a Mirco e allo staff per la calorosa accoglienza, nonché a Stefan Grauvogl di Arte Bier, referente in Italia per i corsi Doemens e docente dei corsi stessi, presente quella sera.

venerdì 22 settembre 2017

Gusti di Frontiera 2017: dal riso alla frutta

Nonostante quest'anno non abbia potuto darmi a maratone birrarie, non ho comunque disdegnato un giro alla manifestazione goriziana Gusti di Frontiera: un tour che mi fa sempre piacere, nonché occasione per conoscere gente nuova e rivedere vecchi amici. E in effetti già all'ingresso di Corso Italia ho fatto una nuova conoscenza, l'azienda agricola Palcoda di Fanna (PN), che all'attività principale di allevamento di capre e pecore - da cui ricava una notevole varietà di formaggi - affianca la coltivazione dell'orzo, appoggiandosi poi all'agribirrificio Santjago di Vittorio Veneto come beerfirm. Una scelta, hanno spiegato, dovuta anche alla volontà di appoggiarsi ad un'altra azienda agricola (qual è in effetti Santjago), così da trovarsi in maggiore sintonia in quanto a filosofia di lavoro. Due per ora le birre prodotte su ricetta Palcoda, ed entrambe rivelano una certa passione per le aromatizzazioni di impronta belga: una blonde ale all'arancia amara, e una amber ale al coriandolo.

La seconda nuova conoscenza l'ho fatta a poca distanza da lì, il mantovano birrificio Luppolajo; non era presente tramite il birraio, ma il ragazzo allo stand ha comunque fatto un buon lavoro nell'illustrarmele. Su suo consiglio mi sono concessa un assaggio della Gem Session, una session ipa al riso. Luppolatura delicata su toni floreali con sottofondo di agrume, quasi bergamotto; snella e fresca nel corpo, con finale secco e pulito, di un amaro senza compromessi ma elegante e non troppo persistente. Dissetante, gradevole per le giornate calde, ben costruita nella sua semplicità.

Chi invece ha fatto un lavoro di costruzione un po' più elaborato con la sua nuova creatura è Lorenzo Serroni di The Lure, che mi ha presentato ("Ma senza insistenze eh, capisco...."....e capirai Lure', già le pinte intere invece degli assaggini me le sogno di notte da quattro mesi, questa è istigazione a delinquere) la sua nuova Black or Fruit. Trattasi di una "black juices ipa", ossia una base di black ipa di 6 gradi alcolici a cui è stata aggiunta poco più che la stessa percentuale di succo di vari frutti tropicali (ananas in primo luogo); per la quale Lorenzo ha studiato un mix di luppoli sloveni dagli aromi fruttati tale da accompagnare il succo. In effetti all'aroma i luppoli e la frutta propriamente detta - dai toni di ananas, a quelli di frutto della passione, di uva spina e affini - si armonizzano in maniera tale da risultare quasi indistinguibili. Devo dire peraltro che la frutta, pur percepibile, rimane più sullo sfondo di quanto mi sarei aspettata, accompagnando aromi e sapori senza però risaltare: anche nel corpo, snello nonostante la complessità dell'insieme e il grado alcolico, protagonisti rimangono i malti tra il tostato e il caramellato, mentre la frutta va a dare solo una "nota di colore"; salvo lasciare il posto sul finale ad un amaro citrico che, pur non troppo robusto, è comunque deciso e ben persistente. Nota di merito poi per la schiuma, densa, saporita e ben perisstente, da addentare. Dato che mi sono trovata più volte ad osservare che Lorenzo, rimanendo fedele alla sua prima passione, fa birra come si fa musica - magari si possono anche sperimentare note audaci e dissonanti, ma alla fine si rispettano le regole base dell'armonia e nove volte su dieci si risolve sulla tonica - potrei dire un po' lo stesso anche questa volta: la birra rimane una birra, non una spremuta di ananas, e la frutta fa solo da accompagnamento alla linea melodica principale. Dato l'equilibrio nella complessità si nota che c'è stato un certo lavoro volto ad ottenerlo - e anche qui non posso che ripensare al musicista, che studia fino allo sfinimento lo stesso pezzo finché non esce "pulito". Insomma, da questo punto di vista, l'artigiano (birraio o quel che sia) e il musicista si assomigliano.

Naturalmente sono molti altri gli stand di birra artigianale presenti a Gusti di Frontiera, a cominciare dalla Birroteca dell'Associazione artigiani birrai Fvg in Via Rastello con 16 birre a listino; più altri quali Meni, Foglie d'Erba, Antica Contea, Campestre, Zahre, Campagnolo, Il Birrone, Grana 40, Casa Veccia ed altri ancora. Insomma, come prevedibile, non c'è il rischio di patire la sete...


venerdì 28 novembre 2014

Un felice "matrimonio" per la New Morning e la Mater

Da qualche tempo non partecipavo alle serate degustazione della Brasserie; ma data la stagione - e il meteo irrimediabilmente ostile -, che invoglia a qualcosa di "caldo" e autunnale, l'ultima porposta di menù elaborata da Matilde e Norberto mi incuriosiva: lasagne alla zucca abbinate alla New Morning, una saison del Birrificio del Ducato, e pollo alle castagne e luppolo con patate al forno accompagnate dalla Mater, strong ale ambrata del Birrificio Un Terzo. Entrambi due nomi di tutto rispetto, per cui mi sono ripromessa di non perdere l'occasione.

Ancor prima delle lasagne ci è arrivato il bicchiere di New Morning, da cui saliva un notevole aroma di spezie e fiori - molto ben equilibrati dato che non ho sentito prevalere nessuno sugli altri, pur avendo colto il coriandolo e lo zenzero - ma soprattutto di pane fragrante: o almeno è stata questa la mia impressione, confermata anche al palato, a cui la New Morning appare in un primo momento discretamente dolce per poi virare verso un amaro delicato e una chiusura secca e dissetante. Il dolce della zucca - chapeau alle lasagne di Matilde, per inciso - vi si abbinava in maniera soprendente, creando un amalgama perfetto con la speziatura della birra e contrastando al punto giusto l'amaro finale, mentre per analogia vi si accompagnavano le note di pane - dopotutto, il pane alla zucca è un classico che non perde mai colpi.

Soddisfatta della prima portata, sono passata alla seconda di ben altro genere: la Mater è infatti una birra piuttosto impegnativa, come già fanno presagire da sotto il denso cappello di schiuma pannosa gli aromi di resina e quasi di liquore. Nel corpo assai robusto - in cui gli otto gradi si sentono tutti - il malto domina in maniera molto netta arrivando al caramellato, con qualche sentore caldo e pungente che mi ha ricordato il whisky in chiusura; quasi del tutto impercettibile il luppolo, per cui rimane una persistenza calda e dolce. Una birra così ha bisogno di un abbinamento "forte": e se la carne di pollo tendenzialmente non lo è, la salsa di malto e castagne lo rendeva tale, in uno sposalizio per analogia che quasi faceva venir voglia di bagnare la carne con la birra - no, intingere il cosciotto come fosse un cornetto no, non esageriamo. Anche questo un accostamento del tutto indovinato, e apprezzabile soprattutto dai palati forti.

Tirate le somme, la definirei una delle degustazioni meglio riuscite della Brasserie: non tanto e non solo per i piatti ben cucinati e per le birre di ottima qualità, ma soprattutto per gli abbinamenti che hanno saputo valorizzare al meglio gli uni e le altre. Una nota di merito va quindi ai mastri birrai, alla cuoca (Norberto, Matilde mi ha detto che ha cucinato lei, quindi se non è vero vedetevela voi) e a chi ha pensato gli abbinamenti: una conferma che il lavoro di squadra tra birrifici e ristorazione è una strada promettente.

lunedì 4 agosto 2014

Una birra...."randagia"

Dato che iniziavo a sentire la mancanza di una qualche birra nuova - non è che non abbia bevuto nulla per tutto questo tempo, cosa credete, è che erano tutte birre già conosciute...- ho optato per una puntatina in Brasserie, tanto più che da tempo non mi facevo vedere da quelle parti; e così come di consueto ne ho approfittato per provare la birra a rotazione, in questo caso la Stray Dog di Toccalmatto, una session ale inglese.

Dalla descrizione prometteva bene, tenuto conto che avevo una gran sete: veniva infatti definita "un'ambrata molto beverina", con "note di agrumi". Anche il grado alcolico basso (4,2) la qualificava come birra indicata in caso di gran caldo, per cui ho preso in mano il bicchiere fiduciosa.

In effetti è una birra insolitamente fresca all'interno del panorama delle ambrate, con note non solo di agrumi ma anche di frutta tropicale ben marcate sia al corpo che all'olfatto, al quale risaltano molto bene anche i luppoli. Nonostante non risulti particolarmente amara all'inizio, il finale ben secco prepara la bocca a una persistenza quella sì tutt'altro che dolce, in cui mi è sembrato di percepire anche una punta di acido: il che, pur non essendo particolarmente nelle mie corde a livello di gusti personali, riconosco che è una degna chiusura a quanto descritto sopra. Per quanto la mia preferita di Toccalmatto rimanga la Grand Cru - seguita a ruota dalla Zona Cesarini -, direi che anche in questo caso il birrificio di Fidenza ha fatto un buon lavoro.

Occhio però a non esagerare: essendo così beverina e poco alcolica va giù che è un piacere, specie se di fronte a te hai una birraia che ti rabbocca il bicchiere perché "prima ti ho dato troppa schiuma, aspetta che ti aggiungo un po' di birra sennò non bevi niente". Quando si dice la generosità...

mercoledì 23 aprile 2014

Mastro birraio, parte quarta: arrivano i Sanniti

Al Rhex di Rimini, parlando del Saint John's Beer in questo post, avevo commentato come non mi fosse mai capitato di conoscere birrifici del Sud Italia. Ebbene, a Santa Lucia ho fatto il bis con il Birra Pentra di Cusano Mutri (Benevento), nato nel 2012 dalla passione per la birra dei due amici Daniele Pascale e Pasquale Petrillo. E proprio Pasquale mi ha guidata alla scoperta non solo delle loro birre, ma anche dell'osco, l'antica lingua dei Sanniti pentri - una delle quattro tribù che componevano questo popolo -, e della loro cultura.


Eh già, perché i nomi delle loro birre - nonché del birrificio, "Pentra", dalla radice celtica "Pen" che significa "sommità" - vengono tutti quanti da questa storia ormai millenaria. Se nomi come "Alfu" (bianco) e "Rufu" (rosso) è facile indovinare, una volta tradotti, che stiamo ad indicare rispettivamente la blanche  e la bruna, più curiose sono la "Zurr", "caprone", che ha dato battesimo alla bock in quanto animale simbolo delle birre di questo genere, o la "Fluusai", dal nome della dea dei germogli venerata dai Sanniti, che ha invece finito per essere associata ad un'ambrata in stile American Amber Ale. Ma non manca nemmeno il dialetto sannita odierno, con la "Castagn'", prodotta con una miscela di malti e - indovinate un po'? - castagne, e al "Vern'Ale", una stagionale speziata brassata in inverno, appunto "Vern" in dialetto sannita.

La più curiosa però è, sia per il nome che per la birra in quanto tale, la "Patanai Piistiai", "La dea della vinificazione e dell'apertura delle spighe - ha spiegato Pasquale -: a quanto ne so, i Sanniti erano l'unico popolo ad avere una divinità del genere". Perfetta quindi come nume - e nome - tutelare per una birra chiara ad alta fermentazione con mosto d'uva falanghina - tipica della zona -, aggiunta in fase di fermentazione. Lo ammetto: per quanto quella di "incrociare" birra e vitigni sia una strada sempre più battuta, personalmente i risultati non mi hanno mai entusiasmata: sarà perché non sono un'appassionata enologa, sarà perché se voglio bere una birra mi lascia perplessa il fatto di ritorvarmi in bocca sentori di vino, quando Pasquale me ne ha offerto un assaggio ero a dir poco scettica. Questa volta, però, non sono rimasta delusa. Se il mosto è infatti parecchio evidente all'aroma, nel corpo riesce ad equilibrarsi bene con la miscela di malti, senza andare a sovrastarli. Certo rimane una birra molto dolce e liquorosa anche alla persistenza, per cui se siete dei cultori del luppolo magari non fa per voi; però, se siete tra quelli che normalmente non apprezzano le birre con l'aggiunta di mosto, questa volta vi consiglierei di fare una prova. In fondo, tutti meritano un'altra possibilità. Anche le birre...

giovedì 27 marzo 2014

Cucinare, parte terza: un altro sorso di Tazebao

Il secondo volto noto che ho ritrovato è stato è stato quello del buon Giorgio Petrussa, del birrificio Tazebao di Trieste: una conoscenza fatta a Friulidoc, e della cui birra ambrata avevo già avuto modo di magnificare le virtù in questo post. Specie insieme al Pan di Sorc - altro stand che ho peraltro ritrovato a Pordenone -, che sebbene fosse un abbinamento casuale perché in quel momento non avevo altro, con la sua speziatura è risultato non essere del tutto fuori luogo.

Con l'occasione ho scoperto che suddetta ambrata ha pure un nome, ossia Mittelbeer - il che non stupisce in una città come Trieste, considerata la porta della Mitteleuropa; ma anche che il Tazebao brassa diverse altre birre, nella fattispecie la Tazebier (una chiara ad alta fermentazione), la Tazeweizen (e questo lo capite da voi), la Taz'zero (un'analcolica: sacrilegio!) e la Smoked Bier (una rossa ad alta fermentazione).


Ad incuriosirmi è stata appunto quest'ultima, che non avevo mai provato, tanto più che le rosse sono in genere le birre più nelle mie corde. Come si può intuire dal nome stesso, e come mi ha confermato Giorgio, si tratta di una birra affumicata: sostanzialmente lo stesso metodo lavorazione usato per l'affumicata di Sauris che avevo spiegato in questo post, e che prevede l'uso di malto affumicato (nella foto qui sotto).

In effetti al gusto l'affumicato risalta bene, dando a questa birra una corposità che magari può risultare "impegnativa" data la notevole maltatura; all'olfatto però, prima di sorseggiare, avevo percepito un nettissimo aroma di banana. E questo che c'entra, ho chiesto a Giorgio? Non nel senso che lo trovassi sgradevole, semplicemente non me lo sarei aspettato. "Beh sai - ha spiegato - a volte, nel mescolare i vari ingredienti, saltano fuori profumi un po' a sorpresa". Già.

Non saprei dire quale ho apprezzato di più tra le due: indubbiamente entrambe hanno la loro particolarità. Certo è roba forte a livello di gusto, per cui devono piacervi le birre corpose e ben maltate; ma se è questo che cercate, indubbiamente vale la pena provare...

domenica 6 ottobre 2013

Gusti di frontiera, parte terza: il gusto della rosa

Dicevamo, per l'appunto, della Rosa di Gorizia: non un fiore, come avevo inizalmente pensato, ma una varietà di radicchio - affermava con orgoglio il dépliant informativo sul banco dello stand - la cui coltivazione è stata documentata per la prima volta nel 1873 dal barone austriaco Carl Von Czoernig, ma che affonda le sue tradizioni in tempi ben più remoti. Chiaro che, essendo originaria della provincia di Treviso, quando si è parlato di radicchio mi si sono campanilisticamente rizzate le orecchie: vorrai mica che quello coltivato a Gorizia sia più buono del nostro?

Mi sono così avvicinata per fare due parole con la ragazza dello stand dell'azienda Rosa di Gorizia della Biolab, che commercializza prodotti vegani pubblicizzati anch'essi allo stand (e che, ironia della sorte, ha sede in Via dei vegetariani 2 a Gorizia). La giovane mi ha assicurato, come facilmente desumibile, che al di là del più o meno buono questo radicchio è semplicemente diverso: non solo nell'aspetto - assomiglia appunto ad una rosa -, ma anche nel gusto, essendo meno amaro. Come tutti gli ortaggi di questo mondo, si tratta di un prodotto stagionale (per quanto spesso ce ne dimentichiamo, essendo abituati a trovare le zucchine al supermercato anche a gennaio): per questo non ha potuto farmene assaggiare di fresco - disponibile tra novembre e metà marzo - ma soltanto di conservato nell'olio extra vergine e tritato in crema da spalmare sui crostini.

Personalmente non l'ho trovato molto meno amaro di quello di Treviso - anche se, a onor del vero, è il prodotto fresco a fare fede più che quello conservato -; però ammetto che non ho potuto fare a meno di pensare che un sapore così richiamava una buona birra, magari una pils per accompagnare il finale amaro, oppure, perché no, un'ambrata per contrastarlo - se la San Gabriel per fare la birra al radicchio usa come base l'ambarata, un motivo ci sarà.

Non sapevo che sarei stata presto accontentata: poco più avanti sono incappata, come a FriuliDoc, nello stand del birrificio Tazebao, dove in buon Giorgio, ancor prima che potessi proferire verbo, mi ha messo tra le mani un bicchiere della loro ambrata. Anche in questo caso, fusto e condizioni climatiche diverse hanno fatto la differenza: l'ho trovata - guarda te la coincidenza - decisamente più amara della volta precedente, per quanto rimanesse ancora riconoscibile. Insomma, abbinamento perfetto.

Rifatto il carico energetico, potevo proseguire: nel resto della piazza, che stava per fortuna cominciando ad animarsi, era aperta qualche bancarella di prodotti sloveni...