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sabato 21 novembre 2020

Una birra dalla zona arancione

Anche in Friuli Venezia Giulia, come in altre zone d'Italia, stiamo vivendo una fase di serrata; quella che, come già segnalato dalla Confederazione Italiana Agricoltori, sta costando al settore birrario fino al 90% del fatturato - spingendo alla richiesta di inserimento dei birrifici tra i codici Ateco che hanno diritto a ristori, dato che nel primo non vi erano compresi. Ok, questa è la stima più pessimistica tra le diverse che ho trovato; comunque anche la più ottimistica parla di un -40%, non noccioline.

Tralasciamo sulla maniera in cui la zona arancione è "piovuta" sulla Regione - appena prima di un weekend in cui numerosi operatori si erano già organizzati per riuscire a lavorare in sicurezza e salvare almeno parte del fatturato, alla luce delle rassicurazioni ricevute soltanto il giorno prima - e che, al di là di ogni valutazione sulla necessità di queste misure, pone il problema della rottura del rapporto di fiducia tra cittadini (operatori economici soprattutto) e istituzioni; fatto sta che più o meno tutte le realtà del mondo birrario si sono, meritoriamente e con fantasia, attrezzate per affrontare al meglio il momento tra asporto, delivery, e iniziative che possano suscitare la curiosità di un pubblico anch'esso - ahimé - ormai stanco di vivere la propria passione per la birra solo nel chiuso di casa e davanti ad un computer.

Appena prima della serrata sono riuscita ad accordarmi con il birrificio Zahre per andare a procurarmi una bottiglia della loro ultima creatura, la Weiss (ovviamente quando si va a Sauris è sempre d'obbligo la levataccia all'alba, per poter approfittare di una camminata in questi luoghi spettacolari prima di darsi al duro lavoro). Accolta con il solito calore nonostante il distanziamento sociale (leggi: tre tavoli di distanza tra l'uno e l'altro nello spazio all'aperto fuori del birrificio) da Sandro e Slavica, mi sono quindi fatta raccontare un po' di questa birra.

Che in realtà, tecnicamente, non è una Weiss. La cosa è nata infatti (come spesso accade) casualmente, da un errore nell'etichettatura da parte del produttore di una confezione di lievito; facendo finire quello appunto da Weiss nel mash della loro Pilsen. Passato il primo momento di perplessità (e anche di ira funesta, oso immaginare, davanti alla concreta prospettiva che toccasse buttare via tutto), in casa Petris hanno comuqnue assaggiato e concluso che l'idea di mettere il lievito da Weiss nella ricetta della Pilsen non era poi così male - per quanto ai limiti dell'eresia; e così, con gli opportuni aggiustamenti, è nata questa sui generis.


Non si tratta appunto di una birra di frumento: e questo lo testimonia già l'esame visivo, data la limpidezza; e la schiuma, che tradisce appunto l'assenza di questo cereale nel risultare meno pannosa e più opaca. L'aroma evidenzia viceversa i profumi tipici del lievito da Weizen, tra la banana e il chiodo di garofano; senza che tuttavia risultino invasivi, per lasciare spazio alla base di malto d'orzo sui toni della crosta di pane fresco che rivela la base Pilsen. Al palato è appunto questa componente a risaltare di più, con una bevuta fresca e scorrevole; con poi un ritorno dei toni del lievito Weizen sul finale, che - specie al salire della temperatura - se la giocano con la luppolatura in amaro (che sarebbe viceversa sostanzialmente non percepibile in una Weiss).

Una creazione del tutto particolare, dunque, di cui mi verrebbe da dire: non bevetela se siete dei patiti delle Weiss "ortodosse". Però sicuramente può risultare di gradimento a chi cerca una birra appunto fuori dagli schemi, ma allo stesso tempo all'interno di quella semplicità ed equilibrio d'insieme e facilità di beva tipica della filosofia di Zahre.

Un grazie a Sandro, Slavica e tutto lo staff!

venerdì 3 gennaio 2020

Un bicchiere di...Vais

Ebbene sì, il titolo è un gioco di parole: da "Weiss" a "Vais", storpiando la grafia, stiamo infatti parlando della tipica birra di frumento di impronta tedesca. Nella fattispecie una Hefeweizen (ossia quella che contiene il lievito in sospensione) ideata dal biersommelier barlettano Michele Francesco Dipasquale. Michele si presenta peraltro come un personaggio decisamente versatile: autore dell'e-book "Chi ha inventato la birra", dei blog Quality Beer e weissbirra.it; biersommelier Doemens; fondatore dell'e-commerce Quality Beer e di birra Vais, di cui ha creato la ricetta - prodotta al momento presso lo stabilimento piemontese di BeerIn. Devo ammettere quindi a corollario che è stato curioso venire a conoscenza non soltanto di questa birra, ma anche delle altre iniziative imprenditoriali che ci stanno attorno.

Intento dichiarato di Michele era quello di fare una birra, e una Weiss nello specifico - stile di cui si è appassionato appunto in Germania - che si abbinasse a tutto pasto con la tipica cucina mediterranea; e che, parole sue, non "gonfiasse lo stomaco come un pallone". Una birra quindi che rientrasse sì nello stile, ma con qualche concessione alla reinterpretazione secondo la sua sensibilità.

E in effetti lo stile rimane pienamente riconoscibile: pur leggermente più scura delle Weizen classiche, e meno opalescente di quanto ci si potrebbe aspettare da una birra con il 70% di frumento e naturalmente non filtrata, i tipici aromi di chiodi di garofano, banana e vaniglia non lasciano dubbi; pur rimanendo su toni moderati, a vantaggio della componente del cereale e di una leggera nota citrica. Corpo non eccessivamente carbonato e snello e scorrevole, per quanto non esile, mette in evidenza in particolare una certa componente "grezza" del cereale (intesa non nel senso negativo di "sgraziata", ma nel senso di "verace"), anche qui però senza eccessi; prima di chiudere su un finale in cui emerge in particolare la componente acidula del frumento, insieme ad un taglio amaro forse più intenso che in altre Weizen - ma nel complesso non più evidente, in quanto bilanciato appunto con l'acidulo.

L'ho naturalmente provata a tavola, date le premesse; e la mia impressione è stata quella che la sua versatilità risieda appunto nell'evitare caratterizzazioni particolarmente marcate - né all'aroma, né al palato, né in chiusura - pur senza uscire dalle linee dello stile di riferimento. Una birra rispondente alle intenzioni di chi l'ha creata, e riuscita nell'essere elaborata di conseguenza.

martedì 4 febbraio 2014

Rhex, parte quinta: rotolando verso Sud

Per finire questa rassegna in maniera geograficamente coerente, arriviamo in quel di Faicchio, in provincia di Benevento, con la Saint John's Beer: come ho detto al mastro birraio - dagli inaspettati occhi azzurri, che in Campania non si vedono spesso - non mi era mai capitato di assaggiare birre brassate nel meridione. Per cui per me si trattava di una novità, per quanto il luogo in cui è fisicamente collocato il birrificio - se non per l'acqua utilizzata o per qualche particolare tradizione locale - non sia necessariamente significativo.

Il St. John's vanta un'esperienza discretamente lunga, essendo partito nel 1999 con i fratelli Gianni e mario Di Lunardo: anni in cui hanno avuto modo di affinare la tecnica e di applicarla a cinque tipi di birre - forse relativamente pochi, ma l'importante è fare bene il lavoro: non a caso, secondo molti, il segreto è appunto quello di concentrare gli sforzi.  Si va infatti dalla classica Weiss, alla Kolsh, alla Marzen; per finire con la Tripel e la Dark Ale, le due che hanno più delle altre suscitato la mia curiosità.


Come resistere infatti al fascino del triplo malto, specie se vengono pure a dirti che la birra in questione viene prodotta seguendo una ricetta segreta? Di una tonalità insolitamente dorata, colpisce sin dall'aroma che, per quanto non definirei "fruttato" come nella descrizione ripostata nella brochure, indubbiamente ho trovato caldo e avvolgente. Encomiabile anche l'equilibrio con la luppolatura, cosa non sempre scontata nelle triplo malto, che la rende molto beverina nonostante i sette gradi e mezzo. Insomma, che 'sta ricetta segreta se la tengano ben stretta. Particolare anche la Dark Ale, per le note di cioccolato che ho trovato più accentuate che in altre birre dello stesso genere, e il corpo ben robusto grazie alla notevole tostatura.

La chicca però è stata l'anteprima che è arrivata da una botticella lì accanto: l'aceto alla birra, ancora non entrato in produzione, ma di cui Enrico è riuscito a "strappare" un assaggio. Un'idea che onestamente non avevo mai sentito prima, e che chissà a che scenari potrebbe portare. Com'era? Beh, chiedetelo ad Enrico...