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lunedì 26 gennaio 2015

Una kriek...che è una kriek

Parlando appunto di kriek, qualche giorno fa mi è capitato di assaggiarne una fatta secondo il metodo tradizionale belga: l'occasione era la mia terza visita in casa Sancolodi per una cena di famiglia, provvidenzialmente capitata pochi giorni dopo l'imbottigliamento della kriek che stava nelle botti del buon Roberto da quasi un anno. Anche questa volta il cuoco si è fatto onore: pizzoccheri con code di gambero e carciofi alla "Luna bianca" (la loro blanche), e trancio di pesce spada in crosta di nocciole alla stout "Guilty" e porcini accompagnato da un tortino di erbe e patate spadellate. Il tutto accompagnato naturalmente dalle loro birre che già ho descritto in questo e questo post - nella fattispecie la lager chiara "La vita è bella" con il primo, e la stout Guilty con il secondo - più una piacevole sopresa in fase di aperitivo, ossia un'altra lager chiara di nuova sperimentazione di cui i fratelli Sancolodi hanno "rivisto" i lieviti: lieviti che in effetti risaltano molto bene all'olfatto insieme ad una rosa ben corposa - perdonate la rima - di profumi di cereale, che lasciano poi in bocca un sapore pieno di crosta di pane che mi ha per certi versi ricordato alcune pils ceche. Decisamente una birra con una sua personalità assai più che "La vita è bella", che personalmente - almeno in questa cotta, con una ricetta leggermente diversa da quella provata nella mia prima visita - non ho mai trovato avere note altrettanto particolari. Quest'ultima rimane comunque la birra più versatile tra quelle della casa nell'accompagnare i piatti, per cui sotto questo profilo certo non la sconsiglio.

Ma dicevamo quindi della kriek, in merito alla quale Roberto mi aveva creato una certa curiosità. Una kriek di pura scuola belga, con l'aggiunta delle cilegie non denocciolate (nella foto) ad una base di lambic, e l'invecchiamento in botti di rovere; con tanto di piccolo inconveniente di una botte "rotolata" a causa del cedimento di un piedino e risollevata da Roberto con in cric della sua macchina, il che me l'ha fatta scherzosamente ribattezzare "la kriek col cric". Cric o non cric, il buon risultato c'è stato, e la guida di Roberto nel degustarla mi ha consentito anche di apprezzarlo appieno (le birre acide, diciamocelo, sono birre "difficili", che rischiano di essere derubricate a "puro aceto" da chi non abbia un minimo di conoscenza della materia): se all'aroma risalta quasi unicamente l'acidità, in bocca questa si accompagna in maniera equilibrata al dolce della ciliegia, per poi chiudere con la nota amara dei noccioli che arriva soltanto in un secondo momento. Anche quest'ultima peraltro crea un buon connubio con l'acido, lasciando la bocca pulita - e ben sgrassata, nel caso l'abbiate accompagnata ad un formaggio o a qualche pietanza ben corposa. Anche questa dunque una piacevole sorpresa, in quanto - almeno da noi in Italia - non capita spesso di trovare kriek così "pulite" e ben riuscite. Certo vi devono piacere le birre acide - perché non è nonostante tutto una kriek "ruffiana", che possa carpire esaltando il dolce del frutto anche chi non le ama: però merita un assaggio se non altro "per conoscenza", in quanto, come dicevo, si tratta indubbiamente di una rarità nel nostro panorama.

mercoledì 21 gennaio 2015

Una kriek che kriek non è

Perdonate se ho parafrasato il titolo di un post precedente - "Una stout che sout non è" -, ma bisogna ammettere che cascava proprio "a fagiolo". Ieri sera infatti, quando Enrico mi ha chiesto che birre ci fossero in cantina, nel fargli l'elenco mi sono trovata a dirgli "Ah, e c'è anche una kriek": salvo poi rendermi conto che, per quanto aromatizzata alle ciliegie - e "kriek" in fiammingo identifica appunto un particolare tipo di ciliegia tradizionalmente utilizzata per aromatizzare la birra -, proprio una kriek nel senso tradizionale del termine non era. Vabbè, a dire il vero di kriek non c'è solo la lambic, ma anche la ale scura fiamminga: questa però era appunto una cosa ancora diversa. Sto parlando della Marals di Meni, una ale chiara doppio malto dal colore ramato; che ho portato a casa da Cavasso nella simpatica bottiglia da 0,33, decorata come vedete nella foto.

Anche in questo caso bisogna dire che Meni riesce ad ingannare: in altri termini, se è una kriek che state cercando, avete sbagliato indirizzo. Non perché non sia buona, ma perché l'uso che viene fatto dell'aroma alla ciliegia è del tutto diverso: al di là di una leggera nota fruttata e una punta di acido e di lievito all'aroma, infatti, l'ho trovato quasi impercettibile nel corpo - che dà piuttosto sapori di frutta secca e un tono leggero di biscotto -, salvo ricomparire per un attimo al retrogusto prima di chiudersi in un amaro bilanciato e non invadente, che rende giustizia più alla corposità del malto che al luppolo. Personalmente l'ho apprezzata perché ho sempre ritenuto che le birre aromatizzate alla frutta finiscano troppo spesso per essere "snaturate" da una dolcezza eccessiva, cosa che non si può certo dire di una birra equilibrata come la Marals; e perché ha saputo comuqnue trovare una sua originalità, volendo dare un'interpretazione personale all'aromatizzazione alle ciliegie. Certo, ribadisco, non aspettatevi una kriek: ma se siete curiosi di provare una birra diversa, o se le birre alla frutta non vi piacciono ma a questa siete disposti a dare un'opportunità, potrebbe fare al caso vostro.