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lunedì 27 giugno 2016

Dalla Corsica a Pordenone

Dopo una pausa dovuta a diversi impegni personali, mi risulta quasi difficile aggiornare sui vari viaggi fatti e birre degustate; comincio quindi in ordine cronologico, con la trasferta a Imperia per presentare il mio libro al Festival della Cultura Mediterranea. Uscita a cena la sera, ho avuto il piacere di essere accompagnata dagli organizzatori in un ristorante che teneva anche una carta delle birre - "Il melograno", per la cronaca -; e la mia scelta per accompagnare il pesce è caduta su una birra corsa, la Colomba della Brasseria Pietra. Trattasi - almeno così raccontano i diretti interessati - del primo birrificio ad avere aperto nell'isola, nel 1996; e prende il nome dal paese del fondatore, Pietraserena. Il repertorio del Pietra predilige le basse fermentazioni; tanto che lo è anche la Colomba, pur definita come "blanche" in quanto birra di frumento - ed è la prima volta, personalmente, che mi capita di bere una bira di frumento a bassa fermentazione. Ad incuriosirmi è stato soprattutto il fatto che fosse aromatizzata con le erbe della macchia mediterranea - corbezzolo, mirto e ginepro; che non risultano però invadenti al naso, in cui emergono di più le note di mele di castagno e soprattutto le componenti più "grezze" del cereale - e in questo credo la bassa fermentazione faccia il suo, sviluppando meno esteri rispetto ai lieviti usati per weizen e blanche. Anche in bocca la componente speziata risulta molto tenue, per lasciare piuttosto spazio ad un cereale quasi acidulo e rinfrescante al tempo stesso; solo sul finale ritornano più marcate le erbe aromatiche, con una chiusura che amalgama le componenti balsamiche, agrumate e una leggerissima nota di miele. Nel complesso fresca e dissetante - complice anche la carbonatazione, e decisamente originale nell'interpretare quella che è la vasta gamma delle birre di frumento - in altri temini: se volete una blanche tradizionalmente intesa, questa non fa per voi; se preferite qualcosa di più sperimentale e meno "ruffiano" rispetto a certe speziature che sembrano nate per stupire, fateci un pensierino.

Sulla via del ritono, come già raccontato, mi sono fermata a Reggio Emilia al'Arrogant Sour Festival; e da lì ho portato a casa come souvenir una Vedova Nera (no, non un ragno, io e l'aracnofobia siamo un tutt'uno) di Black Barrels. Come il nome lascia intuire, è una birra scura - una ale nello specifico -, maturata in botti di quercia e aromatizzata con amaro San Simone. La componente acida è ben marcata, ma la complessità e varietà degli aromi e dei sapori vanno a smorzarla notevolmente, facendola apparire meno pungente: dalla liquirizia, alla frutta secca e a quella sotto spirito, al tostato, alle erbe balsamiche, la rosa è assai vasta. Non la definirei forse "di ottima bevibilità" come da descrizione, però, per essere una birra di tale complessità, sa farsi bere senza risultare eccessiva già al secondo sorso, il che è un indubbio punto a favore.

Da ultimo, una nota per la blonde ale al mais cinquantino di Birra di Naon nella nuova ricetta: rispetto alla versione precedente colpisce in primo luogo l'aroma, con una luppolatura floreale abbastanza intensa, e la componente dolce del mais viceversa meno notevole e meglio amalgamata sia all'olfatto che al palato. Ho trovato differenze significative anche sul finale, decisamente più secco e senza persistenze dolci, risultando quindi più fresca e dissetante. Personalmente l'ho trovata più equilibrata rispetto alla versione precedente, e l'ho quindi trovata un passo avanti nell'evoluzione di questa birra. Con il caldo che è finalmente arrivato, poi, una birra dissetante da bere fresca fa sempre piacere...



lunedì 6 giugno 2016

Toccata e fuga al Chiostro della Ghiara


Eh già, giusto per non sbagliare avevo intanto fatto gli auguri per la buona riuscita dell'Arrogant Sour Festival di reggio Emilia a tutti gli amici partecipanti; poi però, in maniera del tutto inaspettata - e grazie ai miei compagni di viaggio Wendy e Alessandro, che ringrazio - sono riuscita a fare una toccata e fuga nella prima serata di sabato. Giusto un paio d'ore, ma comunque piacevolissime, e occasione per qualche nuova interessante scoperta.

Accolti con il consueto calore da un vulcanico Paolo Erne (foto di Luca Galuzzi), che ha introdotto i miei amici alla Rinnegata di Antica Contea - chi non la conoscesse clicchi qui -, siamo passati alla Suzie B sempre di Antica Contea, blend di una birra alle susine secche e una con susine fresche. L'ho trovata una buona "entry level" per chi si avvicina al mondo delle birre acide, in quanto sia all'aroma che nel corpo risulta morbida e delicata; con la componente acida che si amalgama bene a quella maltata, e soprattutto con il salire della temperatura lascia in chiusura toni fruttati gradevoli e persistenti, insieme a sentori di miele. Sempre rimanendo in zona Friuli ho poi provato la Sour Brown Ale di Borderline, affinata 8 mesi in barile di rosso friulano e rimasta 14 mesi in fusto. Al naso risalta soprattutto la componente del legno, che apre la strada alle reminescenze di - appunto - vino rosso che "riempiono" poi il palato, pur senza risultare invasivi.

Cambiando zona sono passata alla Nut-The Irish Jinn di Black Barrels, una apa affinata per 3 mesi in botti lavate col vino e aromatizzata al whiskey. Ed è quest'ultimo a farla da padrone, con la componente tra il caramellato e il torbato del malto che domina nettamente su quella acida prima di tutto al naso, ma anche nel resto della bevuta. L'incontro più curioso è stato quello con il mastro birraio dell'irlandese The White Hag - grazie a Marco D'Agostini -, e con la sua Irish Heather Sour Ale: un po' in inglese e un po' in italiano, ci ha raccontato la storia di questa antica ricetta dell'isola, che prevede l'uso di un gruit (miscela di erbe al posto del luppolo, come si faceva prima dell'introduzione di questa pianta nell'arte brassicola) e l'affinamento in botti di vino rosso francese. Sono infatti i toni dolci dell'erica - come dice il nome stesso - a dominare, insieme però a delle note erbacee e balsamiche che - non sorprendentemente - non avevo mai trovato in nessun'altra birra.

Da ultimo una parola per la Beersel Morning 2013, blend di una saison del Birrificio del Ducato e di un lambic dell'apprezzatissimo - consiglio questa lettura - Oud Beersel. Da sotto la notevole schiuma sale un aroma in cui è ben percepibile la "componente saison", con la speziatura del lievito e la buona presenza del cereale; il lambic si fa sentire soprattutto in un secondo momento, in un corpo che rimane fresco e beverino nonostante non sia esile. Tutte birre senz'altro interessanti; nella speranza di riuscire a dedicarvi più di un paio d'ore l'anno prossimo....

martedì 13 ottobre 2015

Da "Arte, cultura e luppolo" a "Nonsolobirra": più piccolo, ma non meno bello

Se c'era chi aveva temuto che, con la scomparsa - a livello ufficiale - del testato festival "Arte, cultura e luppolo" di Marano Vicentino si chiudesse un mondo, i timori sono stati sfatati: quest'anno infatti, sotto il nuovo nome di "Nonsolobirra festival della birra artigianale" - e in indovinato abbinamento con la Mostra del riuso creativo -, ha visto un incremento delle presenze del 40% nella sola serata di venerdì. Il fatto che si sia optato per un formato più ridotto, con 8 birrifici invece del 12 tradizionalmente presenti, non pare aver pesato; tanto più che si trattava di fatto di sette birrifici - Mastino, Jeb, Benaco 70, Il Birrone, Trami, Ofelia e Estense - più Diexe Distribuzioni, che ha portato birre di Montegioco, Zahre, Black Barrels e Fiemme. La previdente richiesta dell'organizzatore, Stefano Gasparini, di provvedere ad almeno sei vie per ciascun birrificio così da coprire più o meno tutti gli stili e tutti i gusti, ha fatto il resto; senza dimenticare il corso di homebrewing tenuto da Mobi la domenica come ciliegina sulla torta.

Si trattava di birrifici che già ho avuto modo di conoscere (e, avendo a disposizione la sola giornata di domenica, non me ne vorranno quelli da cui non sono passata); però è stata l'occasione per provare alcune novità, iniziando dalla nuova versione della Bitter del Benaco 70. In questa ricetta l'introduzione del dry hopping con luppolo styrian fa il suo dovere, presentando una rosa erbacea e resinosa di aromi assai più intensa che in precedenza; anche in bocca risulta più piena e calda - con una rotondità data dai fiocchi d'orzo non maltati -, senza però tradire, come da stile, un finale che ritorna sull'amaro terroso. Forse non per i puristi delle bitter inglesi, ma indubbiamente più vicina ai gusti medi del pubblico di casa nostra, costituendo un buon compromesso - sempre che di compromesso si voglia parlare - tra la tradizione e l'adattamento alle richieste del mercato.

Mi sono poi data, questa volta in casa Diexe, a due barricate, la Chellerina di Black Barrels (una "quattro mani" a onor del vero, insieme a La Piazza, San Paolo e Birrificio Torino) e l'ormai celeberrima Mummia di Montegioco. La prima è una vienna lager dal colore ramato maturata in botti di rovere; e in effetti all'acido agrumato si uniscono dei sentori di legno ben percepibili sia all'olfatto che in bocca, creando un originale contrasto tra i tre poli dell'amaro legnoso, dell'acido della fermentazione spontanea e del dolce del malto che - per quanto sovrastato - è presente. La Mummia è invece il risultato dell'assemblaggio di tre barrique - la blonde ale Runa, la Rat Weizen e la Tibir al mosto Timorasso. L'aggettivo che più calza è probabilmente "elegante", perché l'acido che la caratterizza in tutti i passaggi è tanto delicato da non ammazzare - perdonate il termine - gli altri aromi e sapori. Del resto, se lo facesse sarebbe un peccato, perché si va dalle note floreali, a quelle agrumate, fino a quelle di legno e di miele: un mix raro e peculiare, a cui questa birra riesce a rendere giustizia.

Sempre da Diexe ho poi provato una prelibatezza questa volta di pasticceria, il panettone alla rossa Larix del birrificio di Fiemme con gocce di cioccolato al posto dell'uvetta, che Roberto ha affidato alla pasticceria Pierobon. Esimendomi dalla valutazione tecnica del dolce sulla quale non ho competenze, potendo affermare al più che era proprio buono - e che non ho percepito però al sapore alcunché che mi ricordasse la birra rossa -, spendo invece qualche parola per l'abbinamento. Riccardo del Benaco 70 ha gentilmente fornito della Honey Ale, la loro birra al miele, che però, per quanto non fuori luogo, non ho trovato del tutto calzante perché l'insieme risultava tropop dolce; assai più indovinata invece la loro Porter, con le peculiari note di caffè e cioccolata e il corpo non troppo robusto che consente di godere meglio il panettone, tanto che ammetto di aver commesso - e non solo io - l'eresia di inzuppare la fetta di dolce. Anche una Lupinus di Fiemme - chi non la conosce clicchi qui - potrebbe costituire un esperimento interessante.

Altri amici ritrovati sono stati i fratelli Trami, che mi hanno presentato la loro ultima nata, la helles Lander. Amanti dell'amaro astersi, dato che ai sentori quasi aciduli di cereale all'olfatto fa seguito il dolce floreale e quasi mieloso del malto. Anche in chiusura il luppolo è del tutto assente, mentre ritorna piuttosto l'acidulo del cereale; si tratta però di una dolcezza tutt'altro che persistente e non stucchevole, per cui nel complesso risulta una birra equilibrata che personalmente ho apprezzato. Qualche osservazione l'ho invece fatta, condividendola con il birraio, sulla ipa Bleis: qui la luppolatura è di un fruttato tropicale, per passare poi a toni tendenti al caramello e al miele con una punta di mandorla al palato, e chiudere su un amaro resinoso. Una linea diversa da quella delle ipa canoniche, tanto da far apparire il risultato finale quasi contraddittorio; ma che ho visto prendere da più di un birrificio, in risposta ad un ritorno della richiesta di birre più dolci dopo l'ondata "modaiola" dell'amaro. Certo il Trami ha il merito di farlo riuscendo ad ottenere una birra piacevole da bersi - non trattandosi, anche qui come per la helles, di un dolce stucchevole - e priva di difetti se non l'opinabile aderenza allo stile; ma questo ripropone la questione dell'equilibrio tra richiesta del mercato e aderenza ai canoni e alla sensibilità del birraio, necessario ma non facile da raggiungere. Oltretutto, c'è da chiedersi se così facendo si riesca a soddisfare sia gli amanti dei toni amari che di quelli più dolci, o viceversa a scontentarli entrambi perché né l'uno né l'altro trovano fino in fondo ciò che cercano: una domanda che non vuole essere posta solo al Trami e alla sua Bleis - che in fin dei conti ho gradito -, ma agli addetti ai lavori in senso lato.

L'ultima nota la riservo al birrificio vincitore della votazione popolare via web di questo festival, il Jeb, con la sua mastra birraia Chiara Baù: una bella soddisfazione per una delle prime rappresentanti delle quote rosa in questo settore, e di cui più volte ho avuto modo di apprezzare le creazioni. Questa volta ho provato la Summer Ale, un'alta fermentazione dal colore giallo paglierino che sia all'aroma che in chiusura è un'esplosione di fiori - in questo senso mi ha ricordato la Dama Bianca di Antica Contea, pur essendo due birre assai diverse - data dai luppoli americani centennial, columbus e chinhook. Il corpo abbastanza scarico in cui predomina un cereale discreto la rende perfetta per lo scopo espresso dal suo nome, ossia dissetarsi nelle calde giornate estive: una birra semplice e senza pretese di stupire, ma pulita e ben riuscita, con la quale rinnovo i complimenti a Chiara per il riconoscimento datole dal pubblico del festival.