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giovedì 18 settembre 2014

Un ritorno al cielo d'Irlanda

Per il suo consueto giro di degustazioni, la Brasserie ha proposto questa volta la Howling Gale Irish Pale Ale del birrificio irlandese 8 degrees: una riproposizione, in realtà, perché già lo scorso aprile Matilde e Norberto avevano organizzato una serata dedicata a questo birrificio di cui avevo parlato in questo post. Ma tant'era: di tempo ne era passato parecchio, e comunque avevo un bel ricordo della birra in questione - nonché delle abilità culinarie della casa -, per cui non ho disdegnato un secondo giro.

Questa volta, devo dire, ho avuto modo di apprezzarla di più e meglio. L'aroma è nettamente erbaceo, pur con qualche nota di agrume - ammetto però di non aver percepito il pompelmo che la sceda di degustazione proposta dal birrificio pubblicizza -, ben preservato da una schiuma assai densa. Il corpo è abbastanza leggero ma tutt'altro che evanescente, e la dolcezza quasi caramellata del malto è decisamente messa in secondo piano dalla predominanza dei luppoli, che danno un finale comunque non troppo amaro né troppo persistente. Personalmente l'ho trovata una birra interessante principalmente sul versante dei luppoli, come già avevo notato anche nel precedente post, che specie in quanto ad aroma danno del loro meglio.

Il piatto proposto in abbinamento prevedeva gnocchi alla romana gratinati, una sorta di burrito ripieno di carne, patate e formaggio - nota per il cuoco: Enrico vuole il bis, tris, e avanti ad libitum - e fagioli all'uccelletto. Tutte pietanze accomunate da una certa cremosità, che se da un lato li faceva ben legare insieme, dall'altro chiedeva una birra che "sgrassasse". La Gale, ad essere onesti, faceva comunque bene il lavoro - per quanto più spesso tale compito venga affidato a birre di altro genere -, e non si accompagnava male ai sapori in questione; ammetto però che se fossi stata io a scegliere avrei piuttosto preferito una birra più corposa, magari una red ale, o azzardando addirittura una birra d'abbazia. Opinione personale, per carità, che certo non intende mettere in dubbio l'esperienza ben più lunga della mia di Matilde e Norberto - che infatti festeggiano la settimana prossima i 18 anni della Brasserie, con una lunga serie di eventi che chi fosse interessato può trovare sul sito del locale: e che si vede dal fatto che, nel proporre le birre ai clienti - specie se affezionati - in base ai loro gusti Matilde non ne sbaglia mai una. O meglio, una sì l'ha sbagliata: quella famosa Tripel scambiata con una Brett, che però alla fine si è rivelata quella giusta...

giovedì 3 aprile 2014

Il cielo d'Irlanda

 Si beh, più che il cielo d'Irlanda sarebbe meglio dire il cibo (e il bere) d'Irlanda: sto naturalmente parlando della consueta degustazione del mercoledì alla Brasserie, che questa volta ha portato a Udine un po' di Cork con le birre dell'Eight Degrees Brewing e relativi abbinamenti. Ammetto che non ero proprio entusiasta, perché le birre irlandesi che apprezzo si contano sulle dita di una mano, pollice opponibile escluso; però partecipare a queste serate è comunque istruttivo perché si scopre sempre qualcosa di nuovo, per cui non mi sono tirata indietro (ci mancherebbe).

La prima birra che Matilde ci ha messo davanti è stata la Howling Gale Ale, dall'aroma ben agrumato e dalla convivenza piuttosto insolita tra un corpo discretamente dolce ed una luppolatura ben decisa (tre diversi luppoli, American Chinook, Amarillo e Centennial per la precisione) che mi ha ricordato quella delle Ipa, anche se Ipa non è. Per quanto abbia apprezzato da subito l'accostamento con il crostino alla crema di merluzzo, date le note di agrumi che ci andavano a pennello, ci ho messo decisamente di più ad apprezzare la birra in sé, che all'inizio mi ha lasciato - appunto - l'amaro in bocca, dato il contrasto marcato con quel "sottofondo" di dolce. In realtà poi, sorso dopo sorso, ho iniziato a lodarne le virtù, fino a concludere che era decisamente degna di nota. Mai come in questo caso, direi, la mia opinione su una birra è cambiata così tanto in corso d'opera.

In seconda battuta è arrivata la Sunburnt Irish Red, una rossa come dice il nome stesso. Abbastanza "classica" nel suo genere direi, dagli aromi dolci e corpo caramellato, pur bilanciato nel finale da una luppolatura non troppo pronunciata. Indovinato anche in questo caso l'abbinamento con il Dublin Coddle, un crostino di salsiccia, carote e patate, dato che carni rosse e birra di questo tipo si riciamano l'un l'altra; birra che però, per quanto apprezzata, non mi ha impressionata.

Dulcis in fundo, in tutti i sensi, ci siamo dati alla Knockmealdown Porter (un nome, un programma, si direbbe, dato che significa letteralmente "Porter abbatti pasto", quindi si presume ottima come digestivo) insieme alla Porter cake. Perdonatemi se mi soffermo prima su quest'ultimo, piccolo grande capolavoro di Matilde: una torta al cioccolato e porter con una crema di formaggio dolce, che oserei definire libidine pura. Generalmente gli abbinamenti per accostamento mi lasciano un po' perplessa, preferisco di gran lunga quelli per contrasto, meno "ripetitivi" anche se più difficili da fare; però questa volta devo ammettere che le note di caffè - che definirei la particolarità di questa porter, che per il resto, checché ne dica la descrizione che la vuole come un'evoluzione delle stout inglesi di epoca vittoriana, non mi è sembrata differenziarsi molto dalle altre del suo genere - erano il degno coronamento del cioccolato della torta, "sgrassando" peraltro ben bene.

Dovendo, ma proprio proprio dovendo, azzardare una valutazione finale, direi che la Gale Ale vince come birra in sé e per sé, e la porter con relativa torta come abbinamento. Ma, si sa, sono scelte difficili: per cui meglio non farle, ed assaggiare un po' di tutto...