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domenica 3 settembre 2023

Il decennale di Acido Acida

 

Dopo la pausa maternità che mi sono presa lo scorso anno, sono ritornata ad Acido Acida, il festival ferrarese delle birre britanniche. Un’edizione peraltro significativa, la decima: con oltre 200 birre a listino (di cui diverse esclusive per il festival e debutti al di là dei confini nazionali) tra Inghilterra e ospiti italiani, una cinquantina di birrifici, per un panorama di produzioni selezionate tra le creazioni di punta di ciascuno dei partecipanti - con un occhio di riguardo per fermentazioni spontanee e barricate. Naturalmente, valore aggiunto è il fatto di poter incontrare i birrai o i loro collaboratori: cosa che mi ha fatta dirigere prevalentemente sui birrifici che potevano appunto contare su un loro rappresentante, dato che l’unico modo per fare una chiacchiera con loro davanti ad una loro birra sarebbe appunto recarsi in Inghilterra.


Ho iniziato da quella che è stata la principale novità di quest’anno, Balance Brewing&Blending, giovane (ha aperto nel 2021) nonché unico birrificio di Manchester ad occuparsi esclusivamente di affinamento, appoggiandosi ad altre aziende locali per brassare. Ho quindi fatto una chiacchierata con James e Will, i fondatori, davanti alla loro Saison de Maison Blend #3: un blend di tre diverse botti (tutto rovere di ex vino rosso) risalenti al periodo tra dicembre 2021 e marzo 2022, classificato come farmhouse ale. Al naso è proprio la componente del legno a risaltare un maniera particolarmente vivace, lasciando comunque percepire bene i profumi fruttati e una leggera nota funky sullo sfondo. Il corpo esile e fresco, che vira sull’agrumato e finanche sulla frutta tropicale (in virtù della luppolatura generosa), non lascia assolutamente presagire i 6 gradi alcolici; chiudendo infine su un’acidità da frutta, molto gentile e non troppo persistente, e un amaro erbaceo che tende ad indugiare più a lungo. Del tutto abbordabile anche per chi è alla prima esperienza con il mondo sour, nella misura in cui questo è molto bel bilanciato con la frutta.



La seconda chiacchierata è stata con quella che era la novità dello scorso anno, Pastore: un birrificio che tratta esclusivamente fermentazioni spontanee gestito da padre e figlio, Chris e Ben rispettivamente, nel Cambridgeshire, e il cui nome italiano rende omaggio alle origini della nonna. Il loro repertorio spazia da sour più “gentili”, come Waterbeach Weisse Passion Fruit & Guava (una Berliner Weisse che, al palato di chi è più avvezzo a questi stili, può apparire come ai limiti del succo di frutta), ad altre nettamente più complesse come La Pera (una Golden Wild Ale maturata per un anno in botte di sherry con fecce di pera); sempre tuttavia con la filosofia di non essere troppo estremi. Da segnalare la volontà di evitare gli eccessi anche nel caso delle pastry, a quanto mi dicono molto in voga in Inghilterra: ad esempio la loro Zuppa Inglese (una pastry sour a base avena con vaniglia e frutti rossi) può far temere il contrario se ci si ferma al deciso aroma di vaniglia, ma al palato presenta poi un encomiabile equilibrio che non va a sfociare nel dolce – detto in altri termini, sour è e sour rimane, giocando sui contrasti tra dolce e acido.


Spostandomi nella zona Yorkshire ho incontrato prima Jordan e Jack del birrificio Tartarus, nato nel 2020 con una gamma di birre di tipo Imperial ed europee, e che poi si è dato a sperimentazioni di ogni genere su tutti i fronti – compreso quello del nero di seppia per le birre scure, come riferitomi da Jack. Da segnalare in particolare la loro Valkyrie, una Black Ipa con lievito kweik: interessante lo sposalizio tra i profumi dei luppoli australiani e neozelandesi e un particolare ceppo di kweik che ha appunto reminescenze fruttate che ci fanno il paio, coronando i potenti aromi e sapori tostati e un lungo e deciso taglio amaro finale. Alle spine accanto ho trovato Andreas di Rooster’s, birrificio fondato negli anni Novanta e passato di mano nel 2011 con il pensionamento del fondatore (peraltro il primo in Uk a creare una gamma con luppoli americani): evento che ha segnato una virata anche nella produzione, che fino ad allora era stata solo in cask. Per quanto la birra della casa sia la Apa Yankee, ritengo più meritevole di segnalazione la Eeverything’s just swell, una Pils con luppoli della West Coast: provare per credere alla maniera in cui aromi fruttato-resinosi passano la mano al riconoscibilissimo corpo da Pils e all’amaro erbaceo finale, in un insieme che – per quanto possa piacere o meno, per carità – presenta un peculiare equilibrio della costruzione complessiva. Da ultimo Laurie di North, forse uno dei più noti tra i nomi presenti: è stata lei a tentarmi ad un assaggio di una Wit, la X Tool Lemon Chamomile. Personalmente avrei liquidato una wit con limone e camomilla come l’ennesima sperimentazione un po’ sopra le righe, invece devo ammettere che l’aromatizzazione è ben calibrata e non lascia indesiderate persistenze da tisana serale (perché se volevo una tisana prendevo una tisana, non una birra) in bocca.


Spostandoci dall’Inghilterra, nota di merito ad Antica Contea sia per la nuova Kidnapped (una West Coast Pale Ale che presenta una rosa di tutto rispetto di aromi e sapori erbacei e resinosi, di una bevibilità notevole) che soprattutto per la Special K 2018, Iga con Ribolla di Radikon con quattro anni di botte sulle spalle: un tripudio di vaniglia, whisky, torbato ed altre reminescenze legnose, che esaltano la componente dolce-fruttata del vitigno.


Un grazie a tutti i birrai e loro collaboratori con cui ho parlato e allo staff del festival, in particolare l’ideatore Davide Franchini.

lunedì 7 settembre 2020

Acido Acida, edizione autunnale


Domenica 6 settembre sono stata al festival Acido Acida, eccezionalmente spostato a settembre dall'usuale data di aprile a causa dell'emergenza Covid. Al netto del fatto che, come chi mi segue sa, faccio da addetta stampa al festival e quindi potrei essere accusata di conflitto di interesse sotto questo profilo, una considerazione credo si imponga: per quanto il lockdown e le conseguenze difficoltà poste al movimento (sia di uomini che di merci) da e per l'Inghilterra abbia avuto inevitabili ripercussioni, con un calo tangibile delle birre e dei birrai presenti, non è stato soltanto uno slogan o una vaga promessa quella secondo cui la qualità non ne avrebbe risentito. Prova ne è il fatto che, la domenica, ho dovuto depennare una buona metà delle birre che avrei voluto assaggiare perché, molto banalmente, erano già finite (in particolare la sezione delle birre affinate in botte, sostanzialmente saccheggiata). Ok, la quantità disponibile era minore rispetto agli altri anni, ma lo era anche l'afflusso di pubblico a causa delle limitazioni poste dalle normative anti Covid, per cui non basta il calo della disponibilità a spiegare la cosa: chi c'era, evidentemente, ha apprezzato.

Altra considerazione va fatta sul pubblico: la necessità di prenotazione per entrare ha sostanzialmente tagliato l'avventore "occasionale", spostando l'utenza - come confermatomi anche dall'organizzatore, Davide Franchini - sul pubblico "appassionato". Il che, a detta di più o meno tutti gli operatori a cui ho parlato, non è stato un male, e non necessariamente ha fatto rimpiangere le maggiori potenzialità di incasso dovute a un pubblico più ampio.

Venendo alle birre: gran predominanza di sour e fruit sour, a scapito dei "classiconi" inglesi (comunque presenti, anche se meno in forze rispetto allo scorso anno, quando avevano viceversa fatto la parte del leone). Se sia meglio o peggio è questione di gusti, ma è anche vero che si trattava per la maggior parte di sour pensate per risultare attrattive anche al pubblico generico: vuoi per la frutta tropicale, vuoi per il cacao, vuoi per affinature in botti con vini "di richiamo", le sour davvero solo per i patiti non erano molte. Il che ha ovviamente un senso per un festival non rivolto solo ad una nicchia ristretta.

In realtà ho iniziato con una birra che sarebbe andata piuttosto tra le ultime, ossia la Vingraf 2016 di Antica Contea (uno dei birrifici italiani ospiti): ultimo fusto quasi alla fine, prendere o lasciare (e quindi prendere). Trattasi di una Iga con mosto di Sauvignon dell'azienda agricola Casa delle Rose di Ruttars, maturata in tonneau di rovere. In un primo momento a fare da padrona è la fruttatura, una girandola di aromi che arriva a toccare persino qualche nota di frutta tropicale; poi, al salire della temperatura, emerge anche la componente del legno, che rimane comunque ben bilanciata nel gioco con la fruttatura, prima di un finale secco e di un acidulo fresco. Si conferma, nelle varie annate (avevo già provato la 2014 e la 2015), una birra ben riuscita.

Venendo alle fruit sour, sono partita con quelle del canadese Collective Arts Brewing; che a mio avviso si distingue, almeno per quelle che ho provato, per una netta tendenza a far prevalere la frutta. Cito ad esempio la Pina Colada, con lattosio, cocco e ananas; e la Blueberry with Cocoa Nibs, con mirtilli e cacao. Senz'altro gradevoli da bere e dall'acidità ben smorzata dalla frutta, forse eresia per coloro che usano inveire contro le birre che assomigliano un po' troppo a succhi di frutta. Più equilibrata la "Si sente che è diversa", Apa con mango aggiunto in fermentazione del goriziano The Lure (altro ospite italiano), in cui la frutta si armonizza in maniera equilibrata con la luppolatura e con l'acidità stessa, che ha un suo ruolo nel mantenere il gioco d'insieme.

Meno scontata sotto questo profilo la Fake Bake di Overworks, che sulla carta sembrava - a dispetto del nome - uuna vera e propria torta frangipane, a cui afferma di essere ispirata: una pastry stout con marmellata di ciliege e mandorle, maturata in botti di rye whisky. Incredibile a dirsi, ma è e rimane una birra, in cui la base di stout gioca a rincorrersi con la frutta e la mandorla. Finale pulito grazie all'acidità elegante, senza persistenze stucchevoli, e più secca di quel che ci si potrebbe aspettare.

Chiudo dedicando qualche riga al dialogo che ho avuto il piacere di condurre con Hellsandro, artista goriziano che disegna le etichette delle lattine di The Lure. Un dialogo che ha messo in evidenza, se mai ce ne fosse stato bisogno, come la questione del design delle lattine e della lattina "come opera d'arte" stia diventando anche in Italia una faccenda serissima; e come si stia esplorando, sia da parte dei birrai che degli artisti, il legame tra arte e birra. Nel caso di specie, poi, è curioso notare come non ci sia solo una questione di identificazione tra disegno e birra, ma la volontà di raccontare una vera e propria storia, una sorta di fumetto, legato in qualche modo alla birra in questione. Una via già esplorata da altri, ma che qui ha raggiunto forme di compiutezza che non mi era capitato di vedere prima.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai, e all'organizzatore Davide Franchini.

venerdì 19 giugno 2020

Cinque (anzi sei) birrifici per cinque birre

La sera del 18 giugno, con l'occasione dell'apertura del giardino estivo (purtroppo rovinata dal maltempo) la birreria Brasserie di Tricesimo ha messo alla spina cinque nuove birre di altrettanti birrifici artigianali della regione (più uno in realtà, come vedremo poi) - alcune in realtà già presentate nei giorni precedenti, altre delle anteprime propriamente dette.

La prima che ho degustato è la Let's kill the noia, una American Lager di Garlatti Costa. Una birra che rispetta pienamente ciò che risulta essere sulla carta: colore dorato e leggermente velata, schiuma candida e a grana sottile, aromi tra l'agrumato e il floreale molto delicati, corpo fresco e snello senza particolari persistenze di cereale, finale con un taglio amaro secco ma misurato e non persistente. Semplice e estiva, la classica birra da bere a litri che, pur senza cadere nella banalità, può andare incontro ai gusti di tutti.
In seconda battuta la So good was singing a beer, la nuova saison al basilico del birrificio Campestre (che sa anche sempre sorprendere con i nomi, devo dire....). Ammetto che ero scettica, perché altre birre al basilico assaggiate in passato non mi avevano convinta: nella maggioranza dei (pochi) casi avevo trovato l'aromatizzazione troppo spinta e slegata dal resto. In questo caso invece non solo il birraio ha optato per la sobrietà, ma ha trovato il modo di legare bene l'erbaceo balsamico e amarognolo del basilico con l'amaro del luppolo in chiusura, che diventano un tutt'uno. Interessante anche la scelta dello stile saison che, per quanto la tipica speziatura rimanga nelle retrovie a favor di basilico, fa comunque da cornice all'aromatizzazione creando una serie di rimandi olfattivi e gustativi.

Terza la Tuff Gong, collaborazione tra Foglie d'Erba e Birra Perugia, definita come “Resistance Rye India Pale Beer” - una sui generis insomma, trattandosi di una lager alla segale con luppolatura americana. Al naso si fa subito sentire quello che i birrai stessi definiscono "massiccio dry hopping di mosaic" - e a onor del vero, ancora prima di sentire questa dichiarazione, avevo sentito in questa girandola tropicale la mano di Luana Meola: un suo marchio di fabbrica rispetto a Gino Perissutti, più incline agli aromi resinosi e citrici -, corpo biscottato ma scorrevole in cui si colgono le note peculiari della segale locale, e finale persistente di un amaro citrico-resinoso. Pulita e fresca, molto caratterizzata.

In anteprima assoluta debuttava poi la double Ipa Magic Bus, l'ultima nata del birrificio Bondai - che come sempre lega i nomi delle sue birre alla citazione di un film, in questo caso Into the wild. Luppolatura tutto sommato sobria per il genere - non nel senso che non sia intensa, ma nel senso che non cerca fuochi d'artificio: un resinoso netto e deciso, senza fronzoli - a fare il paio con un corpo dal tostato robusto con qualche calda nota caramellata al salire dellla temperatura, e un amaro finale notevole e persistente, sempre su toni tra il resinoso e l'agrumato. Equilibrata e semplice pur nei toni decisi, per gli amanti delle Ipa vecchio stile.

Da ultima la Tripel Barrel, una "chicca" nella misura in cui si tratta di una produzione limitata di Antica Contea - la loro Triple Threat di cui avevo già parlato in questo post, passata dodici giorni in barrique di Bordeaux. Un vero tripudio di aromi e sapori, che varia al variare della temperatura - mi sono annotata nell'ordine petali di rosa, uvetta, frutta sotto spirito, ibisco, tè nero, miele di castagno e dattero, ma credo che ciascuno potrebbe sentirci cose diverse -; con sullo sfondo una birra dalla spiccata dolcezza, mitigata da un'acidità appena percettibile e dai toni di legno (senza astringenza, o almeno io non l'ho colta). Finale lungo e dolce, ma senza persistenze alcoliche pastose. Curioso come basti una barricatura così breve per ottenere effetti tanto intensi.
Concludo con una nota di merito che ritengo la Brasserie si sia guadagnata, organizzando una serata di significativo spessore - erano presenti anche i birrai - nonostante il momento difficile, le pur necessarie norme di sicurezza, e il nubifragio della serata (che non ha comunque scoraggiato gli avventori, a conferma che l'interesse c'era); e con un grazie a Matilde e al suo staff, nonché ai birrai.

domenica 27 ottobre 2019

La birra in fabbrica a Corno di Rosazzo

Anche quest'anno mi sono concessa un giro a "Fusti - La birra in fabbrica", piccolo festival birrario organizzato nella propria tap room dal Birrificio Campestre di Corno di Rosazzo. Piccolo, ma neanche tanto: come già mi sono trovata a considerare lo scorso anno, è comunque notevole come una realtà di dimensioni ridotte in un paesino sconosciuto (se non agli amanti del vino) riesca a fungere da catalizzatore per nove birrifici regionali, una ventina di birre - numeri in crescita rispetto all'edizione passata - ed un pubblico tutto sommato consistente per un comune di 3000 abitanti. Per carità, non è l'Happy Beerthday Foglie d'Erba di Forni di Sopra (birrificio che comunque ha partecipato, a riprova del fatto che è una manifestazione in cui crede); ma non è neanche possibile fare il paragone tra una realtà ormai più che consolidata come Foglie d'Erba e il Campestre, che ha meno della metà dei suoi anni e una produzione e distribuzione assai più contenute. Questo per dire, una volta di più, che quello del "piccolo festival tra birrifici amici" è un format che si adatta a questa realtà, e che Giulio Cristancig ha avuto la felice intuizione di portare nella sua tap room.

A parte ciò, in realtà non erano molte le birre per me nuove in listino; ma è stato comunque un piacere riprovarne alcune che già conoscevo in virtù di variazioni alla ricetta, o semplicemente per l'opportunità di degustarle direttamente con il birraio se in passato non l'avevo avuta. E' stato il caso ad esempio della Basei del birrificio omonimo, ispirata alle Koelsch, e che avevo provato l'anno scorso all'inaugurazione del birrificio: la ricetta attuale è più improntata sulla corposità e fragranza del cereale, vero pane liquido appena sfornato senza però indulgere nel miele, e meno sulla componente aromatica - anche fin troppo poco, a mio parere, dato che la luppolatura sia in amaro che in aroma è appena percettibile. Bisogna riconoscere però a Giuseppe Ciutto che ha saputo far lavorare bene il lievito, sia per l'assenza totale di aromi fermentativi inappropriati (che a volte nelle Koelsch mi è capitato di trovare) che per la secchezza e pulizia finale, che lascia la bocca fresca pur nella gran sobrietà della luppolatura a cui accennavo sopra.

Per la prima volta ho avuto occasione di bere con il birraio la Blanche Dreon di Meni: fondamentalmente in stile, pur puntando in maniera piuttosto decisa sulla speziatura sia in aroma che sul finale - grazie all'aggiunta di pepe bianco, che lascia una leggera persistenza piccante che sicuramente sarebbe interessante abbinare a qualche piatto. Penso ad esempio ad una tagliata di pollo.

Novità assoluta invece la Triple Threat, la Tripel appena sfornata da Antica Contea, e che prende il nome da una mossa del basket. Anche in questo caso, mi sono trovata a scherzare con il birraio Costantino su come Antica Contea a fare birre non britanniche ci provi, e magari anche con ottimi risultati in termini di piacevolezza della bevuta; però metterci almeno un elemento che ricordi una birra britannica, così come era stato per la Vienna che aveva un taglio amaro che mi ricordava piuttosto quello delle bitter, è più forte di loro. In questo caso infatti il tipico aroma speziato da lievito belga è appena percettibile, mentre nel corpo esce in forze un caramello biscottato che fa pensare ad una strong scotch ale; prima di chiudere su un finale relativamente secco per lo stile, a beneficio di bevibilità nonostante gli otto gradi alcolici - valore imprescindibile per Antica Contea. Vi piacerà se amate le birre corpose e maltate come appunto le belghe, ma nonostante ciò le trovate a volte ardue da bere.

Da ultimo sono ritornata sulla Non aprite quella Porter, la Porter al cardamomo e scorza d'arancia di Campestre. Cardamomo decisamente riconoscibile, sia in aroma che sul finale dove dà una nota balsamica, ma comunque ben amalgamato sia con il leggero agrumato dell'arancia che con a componente tostata; secca e beverina come una Porter dev'essere, pur nella sua originalità.

Concludo con un grazie a tutti i birrifici e birrai presenti - Campestre, Foglie d'Erba, Villa Chazil, The Lure, Meni, Galassia, Antica Contea, Garlatti Costa e Basei, in ordine assolutamente casuale - e in particolare al padrone di casa Giulio Cristancig.


giovedì 3 maggio 2018

In quel di Acido Acida

Anche quest'anno mi sono con piacere concessa un giro a Ferrara, per la manifestazione Acido Acida - dedicata alle produzioni "estreme" della Gran Bretagna, acide ma non solo, con in più qualche ospite da altri Paesi d'Europa e dall'Italia. E proprio dagli ospiti italiani ho iniziato il mio giro. Ero infatti curiosa di fare un giro da BioNoc', dopo il successo che li ha visti occupare - insieme a Nicola Coppe - tutti e tre i posti sul podio nella categoria al Barcelona Beer Festival. In realtà non mi sono data alle birre premiate in quella sede ma, su consiglio del birraio, ad altre specialità: nella fattispecie alla Pojerina - una Iga con mosto d'uva Solaris, fermentata un anno in barrique con lieviti da vino Pojer e Sandri - e alla Ardiva - una farmhouse con erbe essiccate di campo d'alta montagna. La prima, pur facendo pronosticare dall'aroma - molto ricco in quanto alla componente del mosto d'uva - un corpo altrettanto "pungente", al palato risulta invece vellutata, con note dolci fruttate; soltanto alla fine arriva un acido gentile a chiudere, peraltro non molto persistente. Delicata, adatta anche a chi si accosta per la prima volta al genere. La seconda è di tutt'altro stampo: alla base di saison non solo sono state aggiunte le erbe, che al naso ricordano proprio un prato alpino, ma anche i batteri lattici in compagnia dei quali si è fatta quattro mesi in barrique. Entrambe le componenti - erbacea e lattica - sono quindi ben presenti sia all'aroma che al palato, forti ma reciprocamente equilibrate, nonché discretamente persistenti a fine bevuta. Per i palati più forti, e amanti della sperimentazione.

D'obbligo era poi anche una sosta da Antica Contea, di cui mi erano state preannunciate alcune chicche; in particolare la "Super K", una Iga con mosto di ribolla gialla della cantina Radikon del 2015. Già dalla descrizione c'era di che costruire fantasie su questa birra: 50% di frumento e 50% d'orzo in quanto a cereale, 13% di ribolla, un anno di maturazione in acciaio e uno in rovere. Al naso il profumo della ribolla la fa da padrone, e anche in bocca il dolce dell'uva si impone sulla componente del cereale; ma è una birra che non concede nulla alle vezzosità zuccherine, perché sul finale di una secchezza notevole subentra un amaro tanninico che chiude la bevuta. Molto beverina nonstante superi i dieci gradi alcolici, per cui occhio perché potreste ritrovarvi ad avene bevuta una pinta senza nemmeno esservene accorti. Il birraio Andrea mi ha riferito che c'è la versione 2017 in arrivo; e al mio "La aspetto con ansia" ha giustamente risposto che no, con ansia meglio di no, perché servirà almeno un altro anno e mezzo ancora. Però vabbè, non abbiamo fretta, si sa che le temps ne respecte pas ce qui se fait sans lui - citando il noto adagio di Cantillon.

Cambiando totalmente genere, cito poi tra le birre provate la Yannaroddy di Kinnegar - una porter al cocco, assaggiata anche per rendere giustizia alla sezione delle "birre dessert" introdotta quest'anno: una birra tutto sommato discreta, secca e beverina, è e rimane una porter e non una batida, semplicemente viene aggiunto un leggero tocco di originalità che può far piacere a chi cerca qualcosa di diverso. Esperienza del tutto insolita poi quella con gli svedesi di Narka Kulturbryggeri: ho infatti provato una Braggot - birra medievale speziata, in cui però personalmente ho trovato risaltare molto di più la componente del miele, riusltando estremamente dolce al palato per evidenziare leggermente le spezie soltanto in chiusura - e un sahti - storica produzione di origine finlandese che per la prima volta mi capitava di provare, dalle intense note affumicate.

Non che le altre birre assaggiate non fossero comunque degne di nota, mi sono limitata qui a quelle che più mi sono sembrate rilevanti; nel complesso una manifestazione interessante, che è riuscita negli anni a creare una selezione di birrifici e di birre di tutto rispetto.


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martedì 25 aprile 2017

Al chiostro di San Paolo

Metti un chiostro, metti l'Emilia Romagna, metti le birre acide: no, non è l'Arrogant Sour Festival di Reggio Emilia ma Acido Acida di Ferrara. Ho aperto volutamente in maniera provocatoria semplicemente per sgombrare subito il campo dal "convitato di pietra" più pesante, ossia appunto l'Arrogant. Che, si dirà, è più anziano - l'uno è alla quinta edizione, l'altro alla terza -; e che pur non essendo stato ospitato dal Chiostro della Ghiara sin dagli inizi, anche in questo caso è arrivato prima, dato che Acido Acida si è spostato al Chiostro di San Paolo solo quest'anno. Tutto vero; però è altrettanto vero che, come ha spiegato l'ideatore Davide Franchini del pub Il Molo (nella foto), lo spirito che ha portato alla nascita di questo festival è stato diverso (dare spazio alle produzioni "estreme" inglesi); e che lo spostamento in zona più centrale è avvenuto di concerto con l'amministrazione comunale in un'ottica di sinergia con i flussi turistici, non per spirito d'imitazione. Insomma, forti somiglianze sì, ma anche volontà di differenziarsi, ha assicurato Davide, nella volontà di proseguire il suo percorso.

E di fatto, per quanto il format sia lo stesso dal punto di vista logistico e nonostante le innegabili analogie, la sensazione è stata quella di trovarsi di fronte non ad una scopiazzatura a qualcosa di diverso. In primo luogo, molto banalmente, per le dimensioni: qui stiamo parlando di una trentina di vie dedicate ai birrifici britannici più due birrifici italiani ospiti (BioNoc' e Antica Contea) e una ventina appannaggio di altri marchi ospiti; e un flusso di pubblico meno consistente, conferendo al tutto una dimensione più raccolta. In secondo luogo, il focus specifico: produzioni "estreme" da oltremanica e non necessariamente acide, al di là del nome scelto per la manifestazione, che difficilmente arrivano nei nostri lidi. Infine, la scelta di dare spazio a due ospiti italiani ritenuti di spessore: ed è su questi che mi sono personalmente focalizzata, relazionandomi principalmente con i birrifici di casa nostra.

Di Antica Contea ho provato due birre che mi mancavano, la Gose#7 e la Casa Rossa. La prima è per l'appunto una Gose con due anni di maturazione, su cui sono stati effettuati 7 travasi (di qui il nome) in piccole botti da 20 litri in ginepro. Già all'olfatto è assai intensa la nota balsamica del ginepro, che ben si sposa con quella salata; mentre la componente lattica rimane molto discreta, anche appunto in virtù dei notevoli aromi e sapori di ginepro. Una birra fresca e piacevole, non invasiva né eccessivamente persistente nonostante l'aromatizzazione, apprezzabile anche da chi non è avvezzo a questi stili. Di tutt'altra pasta invece la Casa Rossa, una flemish red ale invecchiata tre anni in botti di rovere. Ammetto di avere purtroppo un rapporto difficile con le flemish, dovuto essenzialmente ai sentori acetici, che fatico ad apprezzare; ma in questo caso ho trovato interessante come agli aromi tipici dello stile - tra il legno e il vinoso - si accostino, con la variazione di temperatura, note di frutti rossi sempre più complesse. Per intenditori ed amanti del genere, ai quali può riservare grandi soddisfazioni. 

Nuova scoperta è invece stata il trentino BioNoc' , birrificio certificato Green Way, che utilizza interamente luppoli trentini di 12 varietà nati dal progetto BioLupo. E qui la cosa è stata impegnativa, perché Fabio mi ha condotta in una degustazione di tutte e cinque le birre disponibili in quel momento. Siamo partiti con la Staion, una saison (come dice il nome stesso, "stagione" in dialetto locale) dalla schiuma pannosa, densa e persistente. All'aroma appare piuttosto grezza, lasciando trasparire - ancor più che l'aromatizzazione con buccia d'arancia e coriandolo - la componente più "verace" del cereale; in bocca si rivela però inaspettatamente setosa, senza spigolosità, con una buona carbonatazione che sostiene la freschezza. Abbiamo poi proseguito con la "Le mie Gose", una Gose aromatizzata alle ciliegie, che armonizza in maniera delicata la componente lattica, salata e fruttata - una sorta di incrocio tra una Gose, una berliner weisse e una kriek - per un finale salato discretamente persistente (sale rosa dell'Himalaya, per l'esattezza). 

È stata poi la volta della Albicoppe (una delle birre nate, come il nome stesso dice, dal progetto "Asso di Coppe" portato avanti dal tecnologo alimentare Nicola Coppe), una fermentazione spontanea con il 35% di frutta. La definirei una birra dall'anima belga, con una brettatura ben percepibile ma non pungente, mentre le albicocche restano delicate e morbide in bocca prima di un finale in cui l'acidità fruttata la fa da padrona. Una birra che mi ha colpita molto positivamente, ancor più dell'iperblasonata "Impompera" - una framboise con lamponi locali che si è aggiudicata il primo posto a Birra dell'anno - in cui la frutta, pur contando per "solo" il 25%, risulta assai più intensa dando un'impressione decisamente più zuccherina - ma comunque  equilibrata. Un'impressione che ad ogni modo svanisce presto, dato che chiude senza sconti in maniera simile alla Albicoppe. Una fama e un premio senz'altro meritati, ma mi sono trovata a chiedermi se, nel caso in cui al concorso fosse stata presentata anche la Albicoppe, non sarebbe stata scalzata dalla concorrenza in casa: l'armonizzazione tra futta e corpo della birra raggiunta in quel caso è infatti, a mio parere, ancor più degna di nota. Da ultimo la Lipa Porca, una ipa invecchiata 22 mesi in barrique in rovere di Refosco, in cui la componente acida di tono vinoso e quella del legno non arrivano a sovrastare del tutto il potente corpo maltato. Un primo approccio con BioNoc' quindi del tutto positivo, prova - se mai ce ne fosse bisogno - di come la collaborazione tra un birrificio e un "professionista dei lieviti" possa portare frutti ragguardevoli. 

Naturalmente ci sarebbe molto altro da dire sulla parte dei birrifici britannici, di fatto il focus della manifestazione: dalla rauch con chipotle "Fire" di Weird Beard Brewery (curioso il colore chiaro, a differenza di altre affumicate), alla Citrus Tart con limone e lime di Fierce Brewery, all'eccentrica "Breakfast of champignons" (con lieviti selvaggi, funghi disidratati, pepe nero, timo e sale marino) di Wild Beer; ma mi fermo qui per amor di sintesi. Senz'altro si coglie un notevole sforzo organizzativo dietro all'evento, soprattutto contando che la squadra che lo porta avanti non è numerosa, e di questo va dato atto. Definirei quindi Acido Acida una manifestazione "di genere" che può fare la felicità di chi ama i birrifici inglesi, le produzioni fuori dagli schemi (acide o meno che siano) e ama gustarle in contesti non troppo affollati, in tutta tranquillità.

mercoledì 1 febbraio 2017

Birre artigianali per tutte le stagioni: qualche riflessione

Ho avuto il piacere di condurre nella serata del 31 gennaio la degustazione "Birre artigianali per tutte le stagioni", organizzata dall'Associazione Birrai Artigiani Fvg e Confartigianato Udine. Non mi soffermo sulle quattro birre degustate - Pale Ale di Borderline, Dama Bianca di Antica Contea, Straripa di Villa Chazil e Orzobruno di Garlatti Costa - di cui ho già parlato a più riprese nel blog (per chi si fosse perso qualcosa, è sufficiente cliccare sui nomi delle birre in questione), quanto su alcuni spunti di riflessione che la serata di ieri mi ha stimolato.


Innanzitutto, la partecipazione: i posti sono andati rapidamente esauriti. E fin qui, direte voi, finché le occasioni sono goderecce e la partecipazione è gratuita potrebbe non essere una grande notizia; ma è comunque significativa se si pensa che i numeri, pur in una serata invernale e di pioggia, sono stati comparabili a quelli registrati in un'occasione simile in una bella serata di inizio settembre. Insomma, per far uscire di casa la gente non basta offrire la birra - come sa bene chi organizza eventi -, bisogna stimolare l'interesse genuino del proprio gruppo di riferimento. E anche a questo proposito ho osservato una cosa che mi ha fatto piacere: una parte significativa degli intervenuti si accostava per la prima volta o quasi alla birra artigianale, e quindi questa poteva dirsi per me e per i birrai presenti - Severino di Garlatti Costa (mi si perdoni il gioco di parole) e Costantino di Antica Contea - l'occasione per fare quella tanto decantata "cultura della birra artigianale" nei confronti del "consumatore medio". Che magari - come hanno dimostrato le numerose e articolate domande rivolteci - di curiosità nei confronti del prodotto ne ha tante, ma non sempre ha a disposizione una fonte attendibile e pertinente per soddisfarle: e sentire persone che sono ai primi approcci con la birra artigianale chiedere quale sia la differenza tra la pale ale e la ipa, i dettagli del processo di lavorazione, i costi che vi stanno dietro, la differenza che la qualità delle materie prime può fare sul prodotto finito, e numerosissime altre questioni, è una bella soddisfazione.

Un altro aspetto che mi ha dato da riflettere è stato il fatto che, tra le impressioni raccolte a fine degustazione, non ci sono state soltanto parole di apprezzamento per le birre - con tanto di assicurazioni, da parte di chi non le aveva mai provate, che in futuro vorrà berne ancora -, ma anche per l'attività culturale e di promozione svolta da Confartigianato e l'Associazione Birrai Artigiani. E questo mi fa pensare che, in un contesto in cui si fa un gran parlare di "unirsi per fare la forza", il messaggio che si passa al pubblico sotto questo profilo possa essere più forte e pregnante di quanto non si creda.

Si ringrazia Sandro Shultz di Itinerari del Gusto per le fotografie.

mercoledì 28 dicembre 2016

Che anno è

Ebbene sì, anch'io sono caduta nel vizio: fine anno è tempo di bilanci, e guardando al mio blog ho sentito anch'io l'istinto a fare il punto su un anno che, almeno sotto il profilo birrario, per me si è rivelato assai più ricco dei precedenti. Per ogni mese ho individuato una birra e un birrificio che ritengo significativi - permettendomi in alcuni casi anche qualche citazione in più, se necessario. Chiedo scusa se, per ovvi motivi, non nominerò tutti: l'intenzione non è assolutamente quella di sminuire, ma le ragioni di spazio mi impongono una scelta. Vi invito quindi a seguirmi in questo mio diario del 2016.

Gennaio è stato il mese della mia trasferta al birrificio Jeb: una due giorni alla scoperta non solo della birra ma anche della gastronomia locale - per la quale ringrazio Chiara Baù - e coronata da una fugace ma piacevole sosta sul Lago di Garda a salutare gli amici del Benaco 70. Come birra del mese ne scelgo però una che non fa parte di questi viaggi, la Orodorzo di Garlatti Costa.

Febbraio è stato il mese segnato dalla conduzione delle quattro degustazioni al Cucinare in Fiera a Pordenone. Diventa difficile, tra i tanti birrifici presenti, nominare una sola birra: scelgo la Qirat, la stout alla carruba del Birrificio Tarì, che mi ha colpita per la sua originalità e "pulizia tecnica" al tempo stesso. Non posso poi non citare il Beer Attraction, all'interno del quale nomino birrificio del mese tra le nuove conoscenze il Birrificio del Doge.

Marzo ha visto tra i nuovi amici Sebastian Sauer di Freigeist Bierkultur ai Mastri d'Arme di Trieste; come birra del mese identifico però la Pat at a Tap di Antica Contea, la loro nuova oatmeal stout presentata in occasione della festa di San Patrizio.

Aprile mi ha vista presa dalla Fiera della Birra Artigianale di Santa Lucia di Piave. Anche qui scegliere diventa arduo: dopo numerosi ripensamenti ho quindi deciso di nominare birra del mese la Mutta Affumiada del Birrificio di Cagliari, una rauch alle bacche di mirto. Mi permetto però in questo caso di nominare anche il birrificio del mese, ossia il Diciottozerouno, consciuto in quella occasione: e che si era distinto in tale sede per come aveva saputo presentarsi e valorizzare la qualità complessiva dell'offerta.

Di Maggio ricordo la visita al Cooper's di Usago, piacevole sia sotto il profilo gastronomico che sotto quello birrario; e nomino di conseguenza birra del mese la loro bionda, una Helles sui generis che si pone come marchio di fabbrica del brewpub.

Giugno è stato il mese dell'Arrogant Sour Festival, e capirete come nominare una birra del mese diventi impossibile: giocoforza, ma proprio giocoforza, sceglierei la Irish Heather Sour Ale del birrificio irlandese The White Hag, ma è un proforma. Aggiungo però il birrificio del mese, il Maniago, giovane promessa a cui non posso che augurare un futuro ricco di soddisfazioni.

Luglio è stato segnato dalla conoscenza del Birrificio di Pejo; e come birra del mese mi trovo a scegliere la loro dark ale Aquila, originalissima ricetta ispirata ai vini rossi. Anche qui però devo nominare il birrificio del mese, The Lure, che si aggiudica la menzione per la qualità complessiva delle birre.

Agosto mi ha vista sconfinare fino in Svezia per la piacevolissima visita al birrificio Nils Oscar, occasione per conoscere non solo l'azienda ma anche il territorio (e anche qui continuo a ringraziare Kjell); e come birra del mese scelgo - non senza difficoltà - la Rokporter, per la maniera in cui sa unire due stili diversi (rauch e porter) senza creare pasticci ma pervenendo anzi ad un risultato originale.

Settembre è il mese di Friulidoc, che mi ha vista condurre la degustazione di apertura per Confartigianato; ma è stato in generale un mese intensissimo, con Gusti di Frontiera, il BeVe, e l'apertura di Urban Farmhouse. Come birra del mese devo però identificare la Thomas Hardy's Ale, al cui ri-debutto ho assistito a Milano: e non perché sia stata quella che più ho apprezzato (e non voglio con questo far torto a chi l'ha rilanciata, ma semplicemente esprimere una mia opinione), ma perché senz'altro è stata quella che più si è imposta all'attenzione. Nomino però il birrificio del mese in quanto a presentazione e qualità complessiva dell'offerta il Couture, conosciuto al BeVe.

Anche Ottobre è stato ricchissimo di eventi, con Nonsolobirra, la Fiera della Birra Artigianale di Pordenone, e degustazioni al Palagurmé. Fare delle scelte diventa quindi anche qui difficile. Come birra del mese, dopo numerose ed attente valutazioni, nomino la Sour all'Amarone del Mastino; e come birrificio del mese, se la palma di qualità complessiva rimane appannaggio del Il Birrone a Nonsolobirra, non posso comunque non riservare una mezione a una delle nuove conoscenze, il San Giovanni, per la maniera lodevole in cui ha saputo presentarsi e valorizzare al meglio la produzione al Palagurmé.

A Novembre è proseguito Mastro Birraio, e diversi locali hanno organizzato eventi e degustazioni. Come birra del mese, dato che rivedendo i post l'ho nominata coome "una di quelle da assaggiare una volta nella vita", nomino la Maan di Galassia; mentre come birrificio del mese cito la Brasseria della Fonte, conosciuta a Pordenone, altra ottima giovane promessa che mi auguro faccia strada.

Infine, a Dicembre, la birra del mese non può che essere una natalizia ossia la xmaStrong di B2O (che ho finalmente avuto il piacere di visitare); ma non posso non citare la visita al Birrificio San Gabriel e all'Osteria della Birra, nonché la partecipazione con il titolare Gabriele Tonon e altri collaboratori alla trasmissione tv La Zanzega.

Come dicevo, sono molti gli eventi, i birrifici, le birre e le persone che ho dovuto tralasciare e che avrebbero meritato una menzione e un ringraziamento: dallo staff di Post Editori con cui ho lavorato alla Guida a Tavola delle Venezie per la sezione birrifici, a quello del Palagurmé e The Good Beer Society - con cui si apre un 2017 ricco di progetti, su tutti il corso di degustazione Beer Lover -, a locali come La Brasserie, il Monsieur D e lo Yardie che si sono impegnati con passione nella promozione della birra artigianale. Il pensiero va poi a tanti altri birrifici che non si sono imposti all'attenzione di queste righe solo perché lo stesso mese c'erano stati altri eventi o birre che per qualche motivo sono stati per me più significativi, o perché hanno lavorato "sottotraccia" ma non per questo meno bene dei birrifici citati - penso ad esempio a Zahre, al Campestre, al Legnone, a Sognandobirra, al Borderline o al Grana 40.

Per il 2017 ci sono tante idee che frullano per la testa e tanti progetti in campo: prenderanno forma man mano...per ora mi limito ad augurarvi buon anno!



sabato 26 novembre 2016

Anche i birrifici vanno in Erasmus

Ieri sera ho presenziato a "Fusti di frontiera", simpatica - perdonate l'aggettivo generico, ma mi sembra nondimeno il più calzante - manifestazione organizzata dal Birrificio Campestre. Quest'anno, con la seconda edizione, il sodalizio tra Campestre e Antica Contea si è allargato a Borderline; e forse il segreto del fatto che anche quest'anno sia stata una manifestazione riuscita - almeno a giudicare dal numero di persone presenti già a inizio serata - è il fatto che, come ha affermato Giulio (il birraio del Campestre, per chi non lo conoscesse) "Ci troviamo qui, portiamo i fusti, e ci divertiamo noi per primi". Il tutto naturalmente senza perdere d'occhio la bontà della materia prima, cosa su cui i tre birrifici in questione si sono a mio avviso sempre ben difesi: il Campestre portava Aurora, Rurale, Dove Canta la Rana e Scur di Lune; il Borderline Ultra Hoppy Golden Ale, American Session Brown Ale e Red Ale; e Antica Contea portava Contessina, Dama Bianca e Superbia.

Era proprio quest'ultima - una best bitter - che mi mancava, e così ho provveduto. Trattasi di una di quelle bitter "intrinsicamente britanniche" che ai ragazzi di Antica Contea tanto piacciono: schiuma ben densa e persistente a grana sottile, luppolatura sobria in aroma - nella fattispecie il luppolo inglese Progress, simile all'East Kent Golding, dall'aroma molto delicato tra il floreale, l'erbaceo e finanche speziato - , e dal corpo che pur esile a garanzia di bevibilità lascia in bocca un intenso nocciolato, prima di un finale di un'amarezza sobria ma netta, secca e pulita. La classica bitter appunto, da bere in quantità - del resto ha poco più di quattro gradi alcolici - e a cui sicuramente verrebbe resa molta più giustizia spillata da cask o a pompa, per rendere meno accentuata la carbonatazione; ma anche alla spina non perde comunque la sua ragion d'essere, nonché il suo "marchio di fabbrica" di Antica Contea in quanto ad amore per le isole britanniche, semplicità e pulizia.

E qui vengo al motivo del titolo, perché tra un sorso e l'altro mi sono fatta raccontare da Costantino (uno dei birrai di Antica Contea, per chi non lo conoscesse) il loro viaggio alla Driftwood Spars Brewery in Cornovaglia, per una cotta della loro Pat at a Tap insieme al birraio Pete. Un viaggio molto istruttivo, a sentire Costantino, "perché ci siamo resi conto di quanti problemi forse inutili ci poniamo noi qui in Italia nel fare la birra": dagli impianti ai metodi, lì è tutto molto più "spontaneo", forse in virtù di una lunga tradizione che ha portato a privilegiare la pratica sulla teoria. Gli amici della Driftwood hanno ora in programma di ricambiare la visita, per cui l'auspicio è quello che si crei un fruttuoso scambio tra Gorizia e la Cornovaglia. Un genere di "Erasmus" da incentivare a livello più ampio soprattutto se può aiutare ad affrontare una delle debolezze spesso citate dei nostri birrifici, ossia la scarsa competitività sul mercato internazionale: penso ad esempio ad accordi per la produzione e distribuzione in loco delle reciproche birre, oltre naturalmente a birre in collaborazione. Un reciproco arricchimento non solo economico ma anche culturale.

martedì 15 novembre 2016

Sono finiti i tempi del mercante in fiera?

In pressoché tutti gli ultimi eventi a cui ho partecipato - intendendo per "ultimi" quelli degli ultimi sei mesi - ho notato un "filo rosso" costante nelle mie chiacchiere con i birrai. Molti mi hanno infatti riferito di aver visto - con poche, lodevoli eccezioni - un notevole calo di affluenza per quanto riguarda fiere, feste ed eventi; che, sempre pressoché all'unanimità, sono diventati troppi, arrivando a "stancare" gli acquirenti. Anche il binomio birra/cibo, per quanto offra risultati migliori, non pare più garantire il successo. Il tutto a fronte di una produzione che però aumenta o quantomeno non cala, tanto che diversi birrifici stanno investendo per crescere: se la matematica non è un'opinione, quindi, l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma viene venduta attraverso altri canali. La maniera con cui la si propone al pubblico è quindi da rivedere perché ha fatto il suo tempo? Anche questa è un'opinione diffusa, ma queste strade alternative non paiono ancora ben chiare: le proposte davvero "diverse" sono poche, né si è ben capito quali possano essere (se non in casi specifici e molto "mirati", di cui è classico esempio l'Arrogant Sour Festival - nella foto - o altri eventi dalla fisionomia e destinatari ben delineati). Dopo l'ennesima osservazione di questo tipo, ho quindi deciso che era giunto il momento di fare un'indagine al largo tra i birrai: tutti concordano su questo ragionamento? Il proliferare di feste e di nuovi birrifici pone come strada obbligata quella della vendita diretta a livello locale, dove è più facile ricavarsi il proprio "zoccolo duro", o all'altro estremo di varcare i confini per andare oltre un mercato italiano inflazionato? A conferma del fatto che il tema è molto sentito non solo sono stati in molti a rispondermi, ma tutti l'hanno fatto in maniera molto articolata; per cui chiedo scusa se dovrò riassumere i riscontri ricevuti.

Da un lato, il fatto che la birra artigianale sia, come molti avevano auspicato, uscita dalla nicchia di appassionati e diffusa su scala più ampia, secondo alcuni ha paradossalmente tolto parte del senso a queste manifestazioni. "Se adesso molti ristoranti e bar hanno una loro carta delle birre di tutto rispetto, perché devo pagare per entrare ad una manifestazione delle birre artigianali? - si chiede Carlo Antonio Venier, di Villa Chazil (in questa simpatica foto che ho ritrovato in archivio....fidatevi sulla parola che è lui, anche se la faccia non si vede) -. Personalmente vedo uno sviluppo futuro di un mercato molto legato al territorio con pochissime manifestazioni specifiche per chi vuole provare birre che è difficile trovare altrimenti".

Anche Alessandro Giuman (sulla sinistra), del Birrificio del Doge, traccia un quadro simile: "In quanto a feste e fiere siamo al picco storico - sostiene -, probabilmente ci sarà un taglio degli eventi nei prossimi anni. Da parte di noi birrifici ci sarà un minor interesse di partecipazione, continueranno con interesse i beer firm e i piccoli birrifici per farsi conoscere. Ma siamo sicuri ci sia guadagno? Chi ti acquista con regolarità è il locale, il pubblican, è lui che ti propone e ti da costanza. Per il 2017 la mia scelta l’ho presa: solo eventi di qualità, di importanza o che ho già frequentato e che ritengo validi. Una decina in un anno, mentre quest’anno gli inviti sono stati più di 50. E poi abbiamo come obiettivo sviluppare l'export, avendo già coperto tutto il territorio nazionale".

Più "moderati", ma sostanzialmente sula stessa linea, i ragazzi del Birrificio Conense, che parlano sia di eventi ben riusciti che di altri in cui si è battuto la fiacca: "La partecipazione ad un evento ha un rischio intrinseco che bisogna accettare - ammettono - così come bisogna saper ragionare sullo stand e su come ci si presenta per avree un buon riscontro. Non crediamo sia solo un problema di promozione, o di accostare alla birra il cibo e l'intrattenimento che pure va benissimo: se la gente manca perché non c'è più interesse per il format, è molto meglio per noi partecipare ad una sagra o ad una manifestazione locale dove c'è sicuramente gente e magari a vendere birra sei l'unico o hai poca concorrenza. Non sapremmo cosa si potrebbe "cambiare". Certamente la birra artigianale ora è più capillare e gli eventi sono di più, ne consegue che è più difficile smuovere molte persone. Per l'export, invece, troviamo sia difficile essere competitivi".

"Condividiamo appieno: l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma la maniera con cui la si propone al pubblico è da rivedere perché sembra aver fatto il suo tempo - mi scrivono da St. John's Bier - Ormai il mercato è saturo di fiere, feste ed eventi, e per noi è impossibile fare quantomeno una cernita e decidere a quali eventualmente aderire... perchè spesso questi eventi si trasformano in sagrette da "tarallucci e vino", pardon... birra! Sicuramente bisognerebbe puntare su 2 o 3 eventi l'anno ben strutturati e con proposte diverse da solito stand adibito alla vendita, altrimenti davvero ci si riduce alla vendita diretta a livello locale o alla ricerca di un mercato estero. I birrifici sono tanti, moltissime le beer firm, ma anche il pubblico è ormai vasto il problema rimane davvero come farsi conoscere e riconoscere".

Una linea simile a quella espressa da Andrea Marchi (qui sulla sinistrainsieme al socio Costantino e al publican del Mastro Birraio di Trieste, Daniele Stepancich) di Antica Contea: "Abbiamo deciso di fare alcuni eventi importanti, poi tutte cose piccole - scrive -, sia per poter far fronte alla produzione, sia perché tante fiere chiedono quote di partecipazione importanti. Quindi abbiamo deciso di fare eventi generalisti che permettono di "prendere" una clientela non esperta. L'anno prossimo con l'aumento della produzione aumenteremo anche gli eventi, ma scegliendo con attenzione e privilegiando quelli su invito".

Da Federica e Felice del Birrificio Cittavecchia, che arrivano dal settore vinicolo, giunge una visione che si allarga proprio a questo: "Quello che si sta prospettando per la birra è esattamente ciò che è accaduto col vino. La disaffezione del pubblico verso gli eventi non è mancato interesse, ma appunto frutto del proliferare degli eventi che diluisce le persone interessate in una miriade di occasioni, tanto da far perdere di valore anche quelle manifestazioni che meriterebbero più di altre. In molti eventi nati per promuovere il vino si stanno creando degli spazi dove proporre la birra artigianale: questo la dice lunga su un presunto calo di interesse o disaffezione. Ma effettivamente ci vuole novità, ogni evento dovrebbe caratterizzarsi in modo diverso dall’altro e periodicamente aggiornarsi nella proposta. Consideriamo anche il fattore copia-incolla: un’agenzia crea un evento, un birrificio inventa un modo di proporsi, e subito dopo ne nascono dei cloni. Col rischio di vanificare anche il progetto originale". La via, secondo loro, "resta quella del ritorno alle origini, ovvero concentrarsi sulla qualità e catturare il cliente per la costanza del prodotto o della proposta di valore (reale e percepito). Gli eventi si dovranno caratterizzare anche per i nomi, non solo per i numeri. E non solo quelli che conviene avere perché sono dei nomi importanti, ma anche quelli che è bello avere perché hanno una qualità sopra la media. Forse un evento ben fatto è quello che cerca tra i piccoli, a livello locale, aiutando le piccole realtà ad emergere, garantendo fiches di ingresso a misura di piccola impresa e selezionando chi aderisce". Da ultimo, le ampie prospettive: "A livello locale ognuno certo può lavorare, ma nel mondo della globalizzazione è impensabile restare ancorati al proprio orticello. Puoi essere molto presente localmente e fare il possibile affinché la fama locale abbia eco altrove, ma laddove il mercato è piccolo anche solo un concorrente in più ti farebbe le scarpe. Quindi è importante sviluppare quella capacità commerciale di tipo imprenditoriale che porta l’azienda a confrontarsi con mercati più ampi, essere presenti in posti ed eventi diversi, non necessariamente legati al tuo settore o creare occasioni per fidelizzare nuovi clienti".

Insomma, le idee consolidate paiono essere: poche manifestazioni ma di qualità, che sappiano innovarsi e rinnovarsi per quanto non sia ancora ben chiaro il come; e soprattutto che consentano di coordinarsi con altre vie di promozione, come la presenza nei locali e l'export.

Ringrazio tutti i birrai che mi hanno dato la loro opinione, comprese le impressioni datemi a voce da Erica e Riccardo del Benaco 70 - tra quelli, peraltro, che si stanno affacciando all'export e che proprio in quanto a fiere sono sbarcati nei Paesi Bassi - e da Davide Perrinella, collaboratore del Birrificio Della Granda - sostenitore del fatto che il problema non è economico, perché chi entra ad un evento è anche disposto a spendere, ma far entrare la gente all'evento: e qui ci ricolleghiamo alla questione precedente dell'interesse che va calando.

lunedì 26 settembre 2016

Un'incursione a Gusti di Frontiera

L'ho chiamata "incursione" perché purtroppo quest'anno, a causa di altri impegni concomitanti, non ho potuto passare molto tempo alla nota manifestazione goriziana dove torno ogni anno con molto piacere; ma devo dire che le poche ore trascorse lì sono state piacevoli e fruttuose, per cui il bilancio non può che essere positivo.

La prima sosta birraria che ho fatto è stata da The Lure, dove Lorenzo mi ha invitata a provare il curioso abbinamento tra la sua birra di frumento Pink (un "ibrido" tra weizen e blanche, come ho spiegato nel post di presentazione del birrificio) e il kurtőskalács, tipico dolce ungherese che in quel di Gorizia spopola ogni anno con lunghe code agli stand che lo vendono (una pasta cotta su un supporto cilindrico che ruota sulle braci, e variamente ricoperta con cacao, zucchero, cannella, a seconda dei gusti). Il kurtőskalács in questione era al cacao, e in realtà - concordando con la fidanzata di Lorenzo: tra donne ci si intende, evidentemente - avrei suggerito piuttosto l'abbinamento con la apa Seattle, che nel suo equilibrio tra le note maltate e l'amaro avrebbe prima accompagnato e poi contrastato il dolce; ma Lorenzo ha insistito per la Pink, per cui così è stato. Devo dire che inizialmente la componente speziata piuttosto importante del lievito usato per questa birra andava a cozzare con il sapore tra il caramellato e il cioccolato del kurtőskalács, e sotto questo profilo la Seattle sarebbe stata più indovinata; la sopresa però è arrivata dopo, al retro-retro-retro (e ancora retro) gusto, quando queste componenti si sono amalgamate in bocca generando un connubio che - e qui invece devo dare ragione a Lorenzo - merita di essere provato. Un'interessante scoperta, insomma, per la quale ringrazio Lorenzo.


La seconda tappa è stata una nuova conoscenza, il birrificio Fortebraccio di Montone (Perugia). Nato quattro anni fa dall'iniziativa di due imprenditori homebrewer per hobby, che hanno ampliato il business trasformando in impresa questa loro passione, vanta una gamma abbastanza ampia di referenze - tutte alte fermentazioni eccetto una lager chiara al tartufo - con un occhio di riguardo per il prodotti del territorio - come la castagna per la ale ambrata, il già citato tartufo, e il vino Sagrantino di Montefalco docg usato per il barley wine/Iga Birrantino. Ed è appunto quest'ultimo che, nella mia chiacchierata con il birraio Andrea, ho assaggiato. Le note del vino - un rosso dolce - sono ben presenti all'olfatto, che unisce sentori quasi liquorosi a quelli tanninici; al palato però rimane un barley wine "in stile", senza particolare presenza del vino, che ritorna però sul finale. La presenza del Sagrantino è comunque sempre molto delicata, coerentemente con quella che Andrea mi ha spiegato essere la maniera di lavorare del birrificio - ok le aromatizzazioni e le sperimentazioni, ma senza strafare - per cui si tratta sì di un barley wine peculiare, ma non di un barley wine improbabile; anzi, sicuramente può risultare interessante per chi ama quel genere di vino. Unica nota, il fatto di essere stato servito alla spina probabilmente non ha reso del tutto giustizia al Birrantino, data la carbonatazione un po' sopra le righe per un barley wine che ne è risultata.

E rimanendo in tema Iga, del birrificio Antica Contea ho provato - dopo la oatmeal stout Pat at a Tap leggermente ossidata (su suggerimento di Costantino), che nonostante l'acidità all'olfatto mi avesse lasciata perplessa si è poi rivelata interessante - la Vingraf 2015, una strong scotch ale brassata nell'utunno dell'anno scorso miscelata a metà fermentazione con mosto di Sauvignon dell'azienda agricola Casa delle Rose e invecchiata in tonneaux usato in precedenza per vini bianchi. All'olfatto il sauvignon è ben presente, con aromi fruttati, preludendo al dolce maltato della scotch ale di base. Sul finale le due comnponenti tornano ad amalgamarsi, con in più una nota tra l'alcolico e l'acidulo - che contribusce alla pulizia, pur rimanendo una birra in cui prevale la componente dolce, direi quasi "zuccherina". La quantità è limitata, per cui sicuramente per gli appassionati si tratta di una "chicca" da provare; e per quanto non sia una grande amante del vino, e di conseguenza le Iga non rientrino generalmente nel mio personale catalogo delle birre preferite, devo dire che l'ho trovata una birra che rimane armoniosa nel suo insieme pur giocando con sapori e aromi forti.

Chiudo con un ringraziamento anche agli altri birrai dell'Associazione Birrai Artigiani Fvg, che, pur non menzionati in questo post, mi hanno come sempre accolta con calore; per il resto, questo è un periodo ricco di eventi, per cui rimanete sintonizzati...

giovedì 22 settembre 2016

Antica...anzi "nuova" Contea

Ieri sono finalmente stata, dopo qualche tempo dall'apertura, a visitare la nuova sede del birrificio Antica Contea a Gorizia. Così come l'inizio della nuova avventura è avvenuto "in sordina", senza inaugurazioni ufficiali né cerimonie di taglio del nastro con brindisi annesso, così i rinnovati spazi del birrificio rimangono piuttosto defilati: se volete arrivarci il consiglio è quello di munirvi di navigatore, e scandagliare attentamente i civici della via per beccare il portone giusto. Per ora, dicono però i birrai, va bene così: un passo alla volta, partiamo lentamente, e poi si vedrà.


In effetti, la prima cosa che colpisce è che si tratta sì di un singolo passo avanti, ma che ha le potenzialità per generarne molti altri. All'ingresso ad accogliere i visitatori è una piccola tap room in stile inglese, in cui fanno bella mostra di sé - oltre alle sei spine - descrizioni dettagliati delle birre a disposizione sulle pareti - così da fare cultura, oltre che offire semplicemente da bere. "Presto arriverà anche la moquette" - assicura Andrea, uno dei birrai "così saremo davvero britannici in tutto e per tutto". Lo spazio è per il momento modesto, ma basta varcare la porta posta dietro il banco per capire che se c'è una cosa che non manca sono i metri quadrati: al di là di quelle pareti si apre infatti un'altra stanza e un capannone molto vasto che, nelle intenzioni dei birrai, può in futuro aprirsi all'ampliamento dello spazio degustazione - soprattutto nella stagione fredda, quando non sarà più possibile tenere i tavolini all'aperto che al momento sono i più gettonati.


Cuore del capannone è però, naturalmente, il nuovo impianto: che, con i suoi 10 ettolitri, cotituisce un notevole salto dal precedente di appena 250 litri. Anche il parco fermentatori è stato rinforzato, con una capacità totale di 80 hl; e, dati gli ampi spazi disponibili, in futuro potrebbero aggiungersene altri. L'intenzione è quella, con una crescita ben pianificata, di arrivare nel giro di un paio d'anni a produrre 1000 hl annui - grosso modo il quadruplo della produzione attuale, forti anche del fatto di avere due collaboratori in aggiunta ai birrai Andrea e Costantino: un obiettivo ambizioso, in cui però i nostri sembrano aver calcolato con giudizio i passi da fare - compresi quelli per guardare anche all'estero, e a proposito dei quali promettono che ci saranno presto notizie. Del resto, se l'ordine delle cose è l'ordine delle idee, le premesse sono buone: accanto alla sala cottura troneggia appesa al muro una grande lavagna, in cui sono segnate per ciascuna cotta data, ora esatta di ciascuna azione intrapresa - se vi interessa, la prima cotta di Dama Bianca è iniziata alla 5.45: qui non si dorme, né sugli allori né sui letti - e tutti gli altri dettagli rilevanti. C'è da tener conto infine che dal primo gennaio Antica Contea diventerà ufficialmente birrificio agricolo: già sono stati avviati gli accordi per la coltivazione nelle campagne della zona e per la maltazione al Cobi.


La visita non poteva che concludersi con una birra, nella fattispecie la summer ale Pseudo Snowy, una monomalto Vienna e monoluppolo Palisade, con una luppolatura più delicata su toni tra il floreale e il fruttato. Se la volta scorsa avevo notato delle note di cereale che mi avevano ricordato il frumento, questa volta direi di no; confermo comunque che tiene insieme una struttura "leggera" ma non esile - il cereale è comunque presente, per quanto la dolcezza del Vienna non sia evidente - ad un'ottima bevibilità, con un finale fresco, secco e pulito senza lunghe persistenze.

Che altro dire? I migliori auguri per il futuro agli amici di Antica Contea...