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domenica 27 ottobre 2019

La birra in fabbrica a Corno di Rosazzo

Anche quest'anno mi sono concessa un giro a "Fusti - La birra in fabbrica", piccolo festival birrario organizzato nella propria tap room dal Birrificio Campestre di Corno di Rosazzo. Piccolo, ma neanche tanto: come già mi sono trovata a considerare lo scorso anno, è comunque notevole come una realtà di dimensioni ridotte in un paesino sconosciuto (se non agli amanti del vino) riesca a fungere da catalizzatore per nove birrifici regionali, una ventina di birre - numeri in crescita rispetto all'edizione passata - ed un pubblico tutto sommato consistente per un comune di 3000 abitanti. Per carità, non è l'Happy Beerthday Foglie d'Erba di Forni di Sopra (birrificio che comunque ha partecipato, a riprova del fatto che è una manifestazione in cui crede); ma non è neanche possibile fare il paragone tra una realtà ormai più che consolidata come Foglie d'Erba e il Campestre, che ha meno della metà dei suoi anni e una produzione e distribuzione assai più contenute. Questo per dire, una volta di più, che quello del "piccolo festival tra birrifici amici" è un format che si adatta a questa realtà, e che Giulio Cristancig ha avuto la felice intuizione di portare nella sua tap room.

A parte ciò, in realtà non erano molte le birre per me nuove in listino; ma è stato comunque un piacere riprovarne alcune che già conoscevo in virtù di variazioni alla ricetta, o semplicemente per l'opportunità di degustarle direttamente con il birraio se in passato non l'avevo avuta. E' stato il caso ad esempio della Basei del birrificio omonimo, ispirata alle Koelsch, e che avevo provato l'anno scorso all'inaugurazione del birrificio: la ricetta attuale è più improntata sulla corposità e fragranza del cereale, vero pane liquido appena sfornato senza però indulgere nel miele, e meno sulla componente aromatica - anche fin troppo poco, a mio parere, dato che la luppolatura sia in amaro che in aroma è appena percettibile. Bisogna riconoscere però a Giuseppe Ciutto che ha saputo far lavorare bene il lievito, sia per l'assenza totale di aromi fermentativi inappropriati (che a volte nelle Koelsch mi è capitato di trovare) che per la secchezza e pulizia finale, che lascia la bocca fresca pur nella gran sobrietà della luppolatura a cui accennavo sopra.

Per la prima volta ho avuto occasione di bere con il birraio la Blanche Dreon di Meni: fondamentalmente in stile, pur puntando in maniera piuttosto decisa sulla speziatura sia in aroma che sul finale - grazie all'aggiunta di pepe bianco, che lascia una leggera persistenza piccante che sicuramente sarebbe interessante abbinare a qualche piatto. Penso ad esempio ad una tagliata di pollo.

Novità assoluta invece la Triple Threat, la Tripel appena sfornata da Antica Contea, e che prende il nome da una mossa del basket. Anche in questo caso, mi sono trovata a scherzare con il birraio Costantino su come Antica Contea a fare birre non britanniche ci provi, e magari anche con ottimi risultati in termini di piacevolezza della bevuta; però metterci almeno un elemento che ricordi una birra britannica, così come era stato per la Vienna che aveva un taglio amaro che mi ricordava piuttosto quello delle bitter, è più forte di loro. In questo caso infatti il tipico aroma speziato da lievito belga è appena percettibile, mentre nel corpo esce in forze un caramello biscottato che fa pensare ad una strong scotch ale; prima di chiudere su un finale relativamente secco per lo stile, a beneficio di bevibilità nonostante gli otto gradi alcolici - valore imprescindibile per Antica Contea. Vi piacerà se amate le birre corpose e maltate come appunto le belghe, ma nonostante ciò le trovate a volte ardue da bere.

Da ultimo sono ritornata sulla Non aprite quella Porter, la Porter al cardamomo e scorza d'arancia di Campestre. Cardamomo decisamente riconoscibile, sia in aroma che sul finale dove dà una nota balsamica, ma comunque ben amalgamato sia con il leggero agrumato dell'arancia che con a componente tostata; secca e beverina come una Porter dev'essere, pur nella sua originalità.

Concludo con un grazie a tutti i birrifici e birrai presenti - Campestre, Foglie d'Erba, Villa Chazil, The Lure, Meni, Galassia, Antica Contea, Garlatti Costa e Basei, in ordine assolutamente casuale - e in particolare al padrone di casa Giulio Cristancig.


martedì 12 febbraio 2019

Qualche pensiero sul Cucinare

Finita l'edizione 2019 del Cucinare, il salone dell'enogastronomia organizzato dalla Fiera di Pordenone, non posso non fare qualche considerazione su come sono andate le cose e sulle nuove birre degustate.

Innanzitutto è balzato all'occhio il notevole aumento nella partecipazione alle degustazioni: non solo sono andate tutte quante esaurite (con tanto di lista d'attesa), ma il pubblico si è dimostrato particolarmente interessato - sia chi già aveva una conoscenza pregressa, sia chi era nuovo al mondo birrario. E non è stata questione, come a volte malignamente si osserva, che è facile fare il tutto esaurito quando si tratta di mangiare e bere gratis: come ben sa chi organizza simili eventi, anche degustazioni decisamente allettanti e del tutto gratuite possono andare deserte se non viene creato il giusto interesse. Tanto è vero che anche la lezione sugli stili birrari della domenica - che sulla carta avrebbe dovuto attirare meno pubblico, non prevedendo abbinamenti gastronomici e avendo un approccio didattico - è stata tanto affollata quanto le altre, nonostante in contemporanea ci fosse anche un'altra degustazione a tema birrario: una prova che la curiosità e la domanda di saperne di più c'è, e che gli addetti ai lavori stanno anche imparando a stimolarla meglio. Io stessa, lo ammetto, ho rivisto la maniera di presentare queste degustazioni, rendendomi conto di come nel mondo della birra artigianale non si possa più (già da tempo, a onor del vero) giocare sull'effetto novità, ma ci sia piuttosto una richiesta di capirne di più "su tutti questi birrifici artigianali che ci sono adesso" e su come si degusta e si valuta una birra - prova le tante domande rivolte sia a me che ai birrai. Tanto più se il contesto non è quello di una fiera dedicata esclusivamente alla birra, ma all'enogastronomia in senso lato.

Detto ciò, devo ringraziare sia i birrai che chi ha fornito gli abbinamenti gastronomici - Roncadin per le pizze del sabato, e Adelia Di Fant per il cioccolato del lunedì. Mi permetto di riservare una particolare nota di merito all'abbinamento tra il cioccolato salato al rosamarino e la nuova Blanche del birrificio Il Maglio, particolarmente incentrata sull'arancia e sullo spaziato con l'aggiunta di pepe di Sichuan (assente invece il coriandolo): il rosmarino e il sale da un lato, infatti, facevano perfettamente il paio con la componente citrica e quella pepata dall'altro, valorizzandosi reciprocamente. Sempre apprezzatissimo anche il cioccolato al pimenton de la vera - un particolare tipo di paprika dolce -, che in precedenza avevo abbinato a barley wine o belgian strong ale: questa volta l'ho accostato alla natalizia xmaStrong di B2O, con le sue note fruttate dal figo moro di Caneva e quelle di legno. Tra le nuove birre provate, la 14th, "hoppy lager" di B2O. Dalla definizione, ammetto che mi sarei aspettata una lager chiara dalla luppolatura esuberante: invece rimane una lager pulita che al naso rende giustizia prima di tutto al cereale, nonostante le evidenti note tra il fruttato, l'erbaceo e lo speziato dell'ekuanot in monoluppolo. Leggera e scorrevole nel corpo, rimane molto secca anche grazie al riso - che non è però evidente al palato - chiudendo su un amaro netto ma non persistente in cui si coglie soprattutto la componente speziata.

Interessante anche la Urban Saison, nata all'Urban Farmhouse e presentata da Birra Galassia: base di Saison, con fermentazione secondaria in botti di rovere che hanno contenuto Chardonnay, maturata nove mesi. Una sour delicata che unisce all'aroma qualche tono speziato della base Saison alle note fruttato-acidule, che al palato risultano ancora più morbide di quanto ci si potrebbe aspettare. Nuove birre anche in quel de Il Maglio: oltre alla già citata Blanche, la Oatmeal Stout - fondamentalmente in stile, dalla tipica rotondità, più qualche nota dolce data dall'aggiunta di lattosio. Unico appunto, si sente che è ancora molto giovane: sicuramente tra qualche mese esprimerà al meglio le sue potenzialità. Ad avere espresso bene le sue potenzialità appunto grazie all'invecchiamento è stata la imperial stout di Meni, di cui già avevo parlato in questo post lo scorso maggio: il tempo ha fatto uscire in forze le note di liquirizia e finanche di legno, pur non avendo questa birra mai visto una botte.

Concludo, di nuovo, con un ringraziamento a tutti i partecipanti.

La foto in alto è di Ferdi Terrazzani per Fiera Pordenone

mercoledì 24 ottobre 2018

Qualche appunto da Fusti di Frontiera

Anche quest'anno ho approfittato per fare un giro al Birrificio Campestre in occasione di Fusti di Frontiera, manifestazione che Giulio organizza ogni autunno in compagnia di altri colleghi birrai artigianali friulani. Quest'anno peraltro l'occasione era di particolare interesse perché i nostri avevano messo in piedi ben una ventina di spine da nove birrifici diversi, con spazio sia per le classiche che per qualche novità.


Mi sono data per l'appunto alle birre che non avevo mai provato, o che non potevo dire di conoscere bene. Sono partita dalla Keller Pils di Meni, classica e in stile, aroma corposo di pane fresco e cereale, corpo pieno ma snello e fresco, chiusura di un amaro netto ma leggero. Sono quindi passata alla Nova Ekuanot, Golden Ale di Birra Galassia (evoluzione della Nova con luppolo Ekuanot con cui i birrai, a loro detta, hanno inteso dare "più identità" a questa birra): notevolissima la schiuma persistente e fine, che lascia proprio "la panna" in bocca, e da cui salgono aromi possenti di agrumi e frutta tropicale. Corpo snello e fresco, prima di una lunga persistenza di lime e pompelmo, a mo' di spremuta di agrumi. Per la felicità degli amanti delle birre agrumate - da notare che, a differenza di altre loro birre precedenti, questa è stata prodotta da Antica Contea e infustata in isobarico, il che ha sicuramente reso maggior giustizia alla luppolatura.


In terza battuta mi sono soffermata sulla Bla Bla, Double Blanche di Garlatti Costa. Qui devo ammettere che non ho riconosciuto la "mano" di Severino in questa Blanche piuttosto sui generis: poco pronunciato il tipico aroma speziato, che ritorna però nel corpo di media robustezza ancor più della classica nota di frumento. Finale pulito. Non che mi sia dispiaciuta, intendiamoci, però non ho riconosciuto il "tocco del birraio", per così dire. Sono poi ritornata sulla "Chi sono? Castoro!", la Ipa di Campestre: aroma avvolgente in cui si bilanciano bene il caramello e il fruttato dei luppoli, con il primo a fare da "ponte" verso un corpo robusto ma scorrevole tra il dolce e il tostato prima dell'amaro resinoso e deciso in chiusura. Una Ipa ben equilibrata e non banale, all'interno di una stile da tempo inflazionato.

Novità del Campestre è stata invece la "Non aprite quella Porter", una - appunto - Porter con cardamomo e buccia d'arancia. Aroma incentrato sul caffè, con una nota leggera di cardamomo; corpo esile in cui comunque si continua a cogliere il caffè, prima di un ritorno di arancia sul finale. Originale e ben costruita, per gli amanti delle birre da bere al caldo davanti a un caminetto. E sempre da bere davanti ad un caminetto è la Russian Imperial Stout di Borderline, passata 5 mesi in botti di rum. Ed è appunto il rum a dominare sia nell'aroma che nel corpo, con decisi toni liquorosi e di zucchero di canna, insieme al legno e alla liquirizia. Decisamente secca, dimostra forse la metà dei suoi 13 gradi, quindi occhio all'etilometro.

Chiudo con un grazie anche ai birrai non nominati qui per la piacevole serata, che mi sento di definire ben riuscita come evento. E qui diventa lecito chiedersi se il format del "ritrovo di birrifici" in casa di uno di questi diventerà - data la sua crescente diffusione - un format che, se non sostituirà del tutto, quantomeno si affiancherà a quello dei festival birrari creando un "doppio binario" rispondendo ad esigenze e logiche diverse: anche questo un segnale di ricerca di rinnovamento all'interno di un mondo della birra artigianale alla ricerca (giustamente) di nuove vie dopo lo "sgonfiamento" del boom.

sabato 29 settembre 2018

Un giro a Gusti di Frontiera

Come ogni anno non ho mancato il tour goriziano a Gusti di Frontiera, che, al di là delle presenze ormai consolidate, offre sempre qualche nuova conoscenza. La prima in ordine di tempo è stato l'aretino microbirrificio Bifrons, dove mi ha accolta il giovane mastro birraio Filippo, che ha raccolto dal padre il testimone della passione per l'homebrewing prima e per l'attività imprenditoriale poi. La produzione rimane molto limitata, un centinaio di ettolitri l'anno e distribuita perlopiù localmente tramite un vicino pub; quest'anno Bifrons è comunque arrivato anche a Gorizia, con sei birre alla spina a copertura di una rosa variegata di stili - helles, weizen, ipa, stout, English pale ale e Scotch ale. Su suggerimento di Filippo stesso ho provato la Scotch ale Kilt: aroma quasi vinoso con note acidule inizialmente, che hanno lasciato poi spazio al tostato con qualche nota torbata; corpo snello per lo stile, pur mantenendo i toni tra il caramellato e il biscottato; prima di un finale con una leggera punta di speziato e una persistenza dolce discretamente lunga, con tenui note alcoliche. Ho poi assaggiato anche la ipa, su richiesta di Filippo stesso che intende aggiustare la ricetta per equilibrare meglio il cereale del corpo col taglio amaro finale: senza dubbio ho apprezzato questo suo mettersi in gioco, cercare di affinare le ricette, e del resto si sente anche nelle sue birre che sta lavorando per "aggiustare" il tiro. Sarei decisamente curiosa di incontrarlo di nuovo l'anno prossimo, per vedere - anzi, assaggiare - dove ha portato questo lavoro di affinamento.

Seconda nuova conoscenza è stato Furlan Beer, beerfirm capitanata da Emanuele Tavano che lavora (e si appoggia per le cotte) al birrificio trevigiano Morgana. Come il nome stesso fa intuire, Emanuele è di friulano - di Sclaunicco per la precisione (se proprio siete curiosi, Google Maps sa dov'è. Io no, ammetto la mia crassa ignoranza, so solo che è da qualche parte a sud ovest di Udine) e produce con materie prime friulane - orzo da Villa Chazil o dalla rete Asprom, mentre coltiva da sé, nell'azienda agricola di famiglia che nei suoi progetti sarà in futuro sede di un suo birrificio, alcune varietà di luppolo. Al momento ha due birre a disposizione: una ale chiara aromatizzata alla camomilla e coriandolo e una rossa con il 30% di grani antichi anch'essi coltivati in Friuli, nella fattispecie diverse varietà di frumento, più avena in grani. Ammetto di aver trovato la prima quasi eccessiva sul fronte dell'aromatizzazione, che pur morbida finisce per sovrastare un corpo decisamente esile; assai più interessante la seconda, in cui Emanuele ha saputo unire in maniera equilibrata il biscotto all'aroma ed amaro delicato in chiusura delle Vienna - a cui si è ispirato, pur usando in malto Vienna in alta fermentazione - e le note di caramello e di grano al palato - con una rotondità data anche dall'avena.

Tornando invece ai birrifici già noti, al mio ultimo giro in casa The Lure mi era rimasta da provare la Simple Mint, una golden ale con menta e sambuco ispirata al noto cocktail Hugo. Al naso spicca soprattutto la menta, che al palato se la gioca comunque in buon equilibrio con la componente dolce del cereale e del sambuco; in un corpo estremamente esile e scorrevole, pur non evanescente. La menta ritorna poi sul finale, che rimane fresco e balsamico. Da bere senza troppi pensieri nelle giornate calde.

Da ultima, ma non per importanza, la mia sosta al Birrificio di Meni - acoclta come sempre con calore, nonché con un bicchiere, da Domenico e Giovanni - che mi hanno fatto provare la ale ambrata Runcis in versione barricata. Due mesi in botti di rovere "pulite", al naso note leggere di legno, insieme a quelle di caramello e frutti rossi. Corpo snello che non dimostra i suoi sette gradi, solo sul finale arriva un po' di calore, tuttavia molto fugace data la buona attenuazione. Persistono leggeri toni dolci, ma non stucchevoli. Una buona "entry level" per chi non avesse mai provato una barricata, nella misura in cui rimane delicata nel complesso.

Un grazie a tutti coloro che mi hanno accolta agli stand.


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mercoledì 21 febbraio 2018

Tre novità al Cucinare

Pur con notevole ritardo, eccomi a scrivere qualche riga sulla mia esperienza al Cucinare di quest'anno. Come di consueto ho avuto il piacere di guidare le degustazioni di birra artigianale: quest'anno con (in ordine rigorosamente casuale) Birra di Naon, Couture, Birra di Meni, B2O, Birra Follina, Sognandobirra, Birra Galassia, Il Maglio e Birrificio dei Perugini (nuova conoscenza per me). Ad accompagnarli, gli abbinamenti gastronomici di Trota Blu, Alessio Brusadin, Adelia Di Fant, Danieli - Il Forno delle Puglie, Trattatibene, Il Cacio com'era, Pasticceria artigianale di Lenardo e Salumificio Billy Mio - che ringrazio per la disponibilità.

Non andrò nel dettaglio di tutti e nove gli assaggi e abbinamenti, sia per non tediarvi che per non farvi venire inutilmente sete; mi permetto solo una nota, essendo un birrificio nuovo per me, sul curiosamente azzeccato abbinamento tra strudel di mele-porter (nella fattispecie lo strudel di Di Lenardo e la porter del Birrificio dei Perugini, più improntata sui toni del tostato "acre" che su quelli tendenti al cioccolato, che ha creato un interessante contrasto con il dolce e l'acidulo della mela a cui faceva da "ponte" l'uva passa). Mi soffermo piuttosto su tre novità trovate lì, di cui due presentate proprio per l'occasione.

La prima è il barley wine de Il Maglio, "Inverno 1936", risultato di una cotta "sui generis" fatta nel 2016 - con un'importante luppolatura, mi è stato riferito, così da arrivare a bilanciare poi la dolcezza finale - maturata 10 mesi in botti di Amarone Superiore. In effetti l'Amarone risalta bene sin dall'aroma, tanto da caratterizzarlo subito come barley wine decisamente "veneto"; al palato è pieno e caldo, anche qui con note generose di frutta matura e legno che si fanno ben sentire sopra a quelle del malto; per chiudere poi in maniera calda ma senza lunghe persistenze dolci (come del resto mi era stato anticipato), aiutando così anche a mascherare la nota alcolica data dai 13 gradi. Per chi cerca sapori forti ma con un equilibrio d'insieme, e non disdegna il vino oltre alla birra.

La seconda è la Apollo di Galassia, definita "American Kolsch": verrebbe da dire che, nel proliferare degli stili, forse non si sentiva il bisogno di crearne un'altro ancora, ma i ragazzi di Galassia hanno a più riprese dimostrato di saper essere sì creativi ma con giudizio - del resto non ho mai nascosto il mio apprezzamento per la loro "saison ipa" - e quindi glie lo si può perdonare. La dicitura "American" è dovuta ai toni agrumati all'aroma insoliti per una Kolsch, anche se in questo caso la nota caratteristica è data da un luppolo tedesco, il mandarina bavaria - usato peraltro fresco. E in effetti la luppolatura è insolitamente evidente per una Kolsch, pur rimanendo nei limiti dell'eleganza; al palato è fresca e snella, come si conviene allo stile, per chiudere poi su un amaro secco e netto in cui ritorna, in seconda battuta, il mandarina. Per chi apprezza sì la discrezione ed eleganza della tradizione tedesca, ma anche qualche nota di colore in più.

Da ultimo la bitter che Meni produce per il Barile di Maniago, battezzata Pals, e definita "la bitter del nonno del birraio". E in effetti, come definizione è azzeccata, nella misura in cui vuole essere la bitter più semplice e tradizionale a cui si possa pensare: aroma tra l'erbaceo e il terroso di luppoli inglesi con una lievissima nota di tostato, corpo sfuggente ma non inconsistente sempre sugli stessi toni, e chiusura di un amaro secco e deciso ma non invadente, ad invogliare al sorso successivo.

Non mi resta che concludere ringraziando di nuovo tutti, dallo staff del Cucinare, ai birrifici, agli altri espositori.


mercoledì 22 marzo 2017

Birra nera e ostriche, le mie impressioni

Ho avuto il piacere di condurre venerdì scorso al Plus di Portogruaro la degustazione "Birra nera e ostriche", promossa dal Birrificio B2O - con la presenza del birraio Gianluca Feruglio -  e dallo spazio di coworking di cui sopra, con la partecipazione del Benaco 70 e Birra di Meni. Per il resoconto della degustazione rimando al post pubblicato sul sito del B2O; qui mi limito a qualche considerazione che la degustazione mi ha suscitato.


Innanzitutto, ho trovato indovinata la scelta delle birre sotto il profilo "didattico": tre birre nere sì, ma diversissime l'una dall'altra - una schwarz "sui generis" la Pirinat di Meni, una stout la Renera di B2O, e una porter torbata la Smoked Porter di Benaco 70. Per chi quindi si fosse sempre e solo limitate alla classica stout di impronta Guinness, l'occasione era ottima per scoprire che varietà di stili e sottostili si celino sotto al comun denominatore del colore nero.

In secondo luogo, le ho trovate essere tre birre che esprimono bene la "personalità", se così la possiamo definire, di ciascun birrificio e ciascun birraio. Ricca e robusta ma con una pulizia e "austerità" di fondo la Pirinat, a conferma del fatto che Meni gioca sì anche con sapori forti, ma rifuggendo "fronzoli" eccessivi; morbida e raffinata la Renera, con i toni di caffè, cacao e liquirizia che si armonizzano nel finale liquoroso e secco al tempo stesso - "emanazione" di un birraio che mi ha a volte dato l'idea di uno stilista che cerca di vestire le birre alla sua elegante maniera, spingendosi magari anche sulla linea del fuori stile (penso ad esempio alla Jam Session). Sperimentale infine, ma senza allontanarsi dallo stile di riferimento, la Smoked Porter: in coerenza con un birrificio che ha chiamato le sue birre con i nomi degli stili, pur senza esimersi dal darvi il proprio tocco.

In quanto all'abbinamento, ammetto che quello tra Pirinat e ostrica gratinata - per quanto azzeccato nell'usare il pane come "trait d'union" tra l'ostrica e il tostato della birra - ha forse scontato un po' il sapore molto deciso della gratinatura; che è arrivato quasi a sovrastare quello di una birra pur robusta, e che venerdì ho trovato peraltro particolarmente "in forma". Classico il secondo tra ostrica al naturale e Renera, che ha esemplificato in una maniera "da manuale" il contrasto tra il sapore del mare e quello dei malti scuri; e "da manuale" anche l'ultimo, che ha accompagnato con i sapori torbati la nota affumicata della pancetta. Al di là di questo, c'è da dire che parliamo di tre birre che si prestano ad essere apprezzate appieno anche da sole: cosa che del resto c'è stata la possibilità di fare, non essendo la quantità di ostriche tale da "assorbire" l'intero bicchiere.

Un complimento lo riservo poi al cuoco Paolo Gianola, che ha fatto un lavoro di fino tra ostriche, risotto al nero di seppia e focaccia, e a tutto lo staff del Plus.

Per concludere, interessante come sempre lo scambio che si crea tra conduttore della degustazione, birraio e partecipanti in questi casi: un confronto che non si è limitato alle birre nere, ma a questioni molto più ampie che hanno toccato l'iintero settore della birra artigianale italiana. Una volta di più un'occasione per fare cultura, che sarà tanto più valida quanto più riusciremo a portare queste degustazioni al di fuori dei loro spazi usuali.

Un ringraziamento a Vudù Films per le immagini.

mercoledì 15 febbraio 2017

Quattro giorni a...cucinare

Beh, chi mi conosce sa che come titolo sarebbe poco credibile: mai e poi mai passerei quattro giorni ai fornelli, già è tanto se riesco a mettere insieme (anzi, "mettere vicino", come dicono qui in Friuli) il minimo sindacale per il pranzo e per la cena. Mi sto riferendo ai quattro giorni della fiera Cucinare a Pordenone - dall'11 al 14 febbraio -, dove anche quest'anno ho avuto il piacere di condurre le degustazioni per i birrifici presenti.

La degustazione del sabato è stata dedicata al Birrificio Italiano e a Birra Galassia, andando ad unire uno dei marchi "storici" della birra artigianale italiana ad uno di quelli più recenti. Ho avuto il piacere di assaggiare la Dunkelweiss Vudù, una weizen scura che ai "canonici" profumi del lievito - banana matura, crosta di pane - unisce quelli del malto scuro che vanno dal tostato dalla caramella  - meglio definito come "toffee"...ma personalmente preferisco il termine "caramella". A questa è seguita la Bibock, una bock che, pur non discostandosi troppo dallo stile, vede nel finale più secco, netto e delicatamente amaro il tocco personale di Agostino Arioli. Galassia ha portato due birre di cui già ho parlato a più riprese nel blog, la saison ipa Galassia e belgian stout Maan; entrambe si confermano come birre se non fuori stile quantomeno sui generis, che incontrano sempre il favore del pubblico. Di rilevanza anche gli abbinamenti, dal carpaccio di manzo cotto a bassa temperatura della macelleria Vincenzutto per la Bibock, alla focaccia di Marazzoli per la Vudu, al frant dell'azienda agricola Gortani per la Galassia, fino al cioccolato fondente di Pura Delizia per la Maan.

La domenica ha visto in scena Birra di Naon e Birra di Meni. Il primo ha portato la sua common lager Medunia, di cui già avevo parlato, e la nuova nata Blecs, che ho assaggiato per la prima volta: un'american red ale che mette insieme l'orzo torrefatto non maltato coltivato nelle valli bellunesi, il grano saraceno (di qui il nome "Blecs", in riferimento ai tipici maltagliati friulani a base di grano saraceno) e il cumino coltivato ad Andreis. Se l'aroma fa risaltare di più la componente tra il dolce e l'arrostito del malto, è assai notevole il finale in cui le note balsamiche del cumino vanno a sposarsi con la delicata luppolatura americana, per chiudere in maniera "pulita". Una birra che mi sento di poter definire un passo avanti nel percorso birrario di Paolo Costalonga, sia in termini di originalità della ricetta che di equlibrio del risultato finale. Qui meritano una nota gli abbinamenti, ossia il trancetto di trota affumicata e la polenta con ragù di trota e pomodorino confit preparati da Alberto di Trota Blu: delle piccole opere d'arte anche a vedersi, oltre che buoni e assai azzeccati nell'accostamento. Meni ha invece portato Siriviela e Grava, già note ai lettori di questo blog; e anche in questo caso non posso non citare l'ultimo abbinamento, ossia Grava con Frant alle noci e pere candite di Les Trois Chef Fvg, che ha davvero creato - grazie alla frutta secca e al sapore deciso del formaggio - un gioco di contrasti forte ed assai interessante con questa ipa molto decisa.

Lunedì è stata la volta di birra Praforte con la Alpina, versione più leggera e fresca della Bionda con note agrumate date dal Mandarina Bavaria in dry hopping, abbinata al formaggio a latte crudo della latteria di Aviano; e di B2O, con la blanche Terra - caratterizzata dal connubio tra coriandolo e scorza d'arancia, evidente all'olfatto ma che dona una sensazione di pulizia anche sul finale - e abbinata al crostino di trota affumicata di Trota Blu. Istruttivo poi l'accostamento tra la Nera di Praforte, che utilizza sì un lievito da alta fermentazione ma a temperature da bassa, e la stout Renera di B2O - entrambe accompagnate dalla cioccolata fondente di Adelia Di Fant -: meno aromatica e dai sapori più arrostiti e di caramella la prima, intensamente profumata di cacao, liquirizia e caffè la seconda. Se la prima risulta peraltro molto secca, anche la seconda è discretamente attenuata per il genere.

Da ultimo, due birrifici per me nuovi: Il Maglio di Galliera Veneta e Birra del Grillo di San Pietro di Cadore. Il primo è per ora un beerfirm - ma l'impianto è in arrivo, e i cinque soci non sono "novellini" avendo perfezionato anni di homebrewing con la scuola Dieffe - ed ha meno di un anno di vita; mentre il secondo è attivo già dal 2007 e prende il nome da Maurilio De Zolt, detto "Grillo", campione di sci di fondo e padre del titolare. Il Maglio ha portato la Summer Ale e la Saison, abbinate rispettivamente ad un crostino con il prosciutto cotto del prosciuttificio Branchi e alla ricotta di Friulmont: entrambe birre in stile, senza particolari fronzoli, e con la filosofia della semplicità di beva - una nota merita la luppolatura agrumata della Summer Ale, che ho trovato particolarmente delicata ed elegante. Birra del Grillo ha portato invece la pils Par Nei ("per noi" nel dialetto locale, intesa come birra conviviale) e l'ambrata belga Piai - abbinate rispettivamente ai crostini di mais del Molino De March e ai canederli della ditta Croera su letto di cavolo viola, abilmente preparati dallo chef - nonché titolare - presente. La prima è una birra che vuol essere appunto semplice e conviviale, la classica pils di impronta tedesca, "misurata" sotto il profilo del'aroma, della corposità del cereale e dell'amaro; la seconda è invece decisamente dolce, dall'aroma tra la frutta matura e il liquoroso, con i toni caramellati che la fanno da padroni sia al palato che al retrolfatto.

Sicuramente ci sarebbe molto altro da dire, ma per ovvie ragioni di leggibilità mi fermo qui. Concludo però, oltre che con un doveroso ringraziamento a tutto lo staff del Cucinare, ai birrai, ai ragazzi delle scuole alberghiere e ai sommelier che hanno fatto servizio, con una piacevole considerazione su come nelle quattro serate si sia sempre creata una buona intesa tra il pubblico, i birrai e me che conducevo: il che è certamente la maniera migliore per fare quella "cultura della birra artigianale" di cui tanto si parla, promuovendo non solo il prodotto che si sta bevendo ma il settore nel suo insieme.

lunedì 15 febbraio 2016

Novità in quel di Cavasso

Come già saprà chi segue questo blog, ho avuto il piacere di condurre le degustazioni della fiera "Cucinare" Pordenone; senz'altro una buona occasione non solo per conoscere nuovi birrifici - ai quali riserverò un post a parte per garantire maggiore dovizia di particolari - ma anche per riscoprire quelli già noti. Inizio, semplicemente per diritto d'anzianità - nel senso che è quello che conosco da più tempo - da La Birra di Meni, che nella persona del caro Giovanni mi ha presentato una birra nuova in senso assoluto e una nuova per me - non avendo mai avuto occasione di assaggiarla. 

Quella nuova "in toto" si inserisce a pieno titolo nell'eclettismo che ha di fatto sempre caratterizzato il lavoro di Meni, che spazia dalle alte alle basse fermentazioni, dalla tradizione tedesca a quella britannica con qualche incursione in quella belga, fino alle birre aromatizzate e alla frutta. Al panorama mancava forse qualcosa sul fronte del "genuinamente tedesco", lacuna colmata con la Keller Pils che Giovanni mi ha fatto provare. Mi sono trovata a commentare, quasi scherzosamente, "di questa birra non so nemmeno che dire": perché è la pils tedesca da manuale, limpida, con la sua luppolatura floreale discreta e la sua "punta di dms" (per i non adepti: dimetilsolfuro, simile all'odore del mais cotto) che - sempre da manuale - è caratteristico in questo tipo di birre, un corpo dalla maltatura leggermente dolce e non troppo robusta, un finale ben attenuato dall'amaro netto ed elegante. Vabbè, mi sono almeno sforzata di trovare aggettivi diversi da quelli della guida Bjcp perché al copia - incolla sono sempre stata contraria, però il senso spero sia chiaro: una birra semplice e pulita, che lungi dal perdere punti per una sorta di scarsa originalità, prova invece la maestria nel cimentarsi con quegli stili che, proprio perché semplici, sono i più difficili da realizzare senza sbavature.

In seconda battuta ho provato la birra alle castagne, la Pitruc. Ammetto di essere irrimediabilmente di parte quando si tratta di birra alle castagne, perché per me è stato amore al primo sorso con la Mortisa de Il Birrone - che, a mio parere, ha sempre costituito l'apice nell'equilibrio tra i profumi e sapori forti delle castagne arrostite e le altre componenti sensoriali -; ma anche la Pitruc si difende bene, e non solo per il posto sul podio ottenuto due volte a Birra dell'anno. L'aroma delle caldarroste è molto delicato, quasi vellutato, per lasciare poi posto al palato a dei toni che mi hanno ricordato quelli della farina di castagne. Una dolcezza moderata che poi - e qui sta forse l'aspetto più degno di nota della Pitruc - non indugia sino a diventare stucchevole o a lasciare la bocca "impastata" (perdonate l'espressione poco professionale, ma trovo sia il termine che meglio descrive la sensazione che lasciano in bocca le castagne) ma viene contrastata da una luppolatura decisa e pulita. Meno "estrema" della Mortisa, se proprio volessimo fare un paragone - sì, lo so, confrontare le birre non è elegante perché si va a giudicare in maniera comparativa il lavoro dei birrai, però a volte aiuta a capire (purché lo si faccia con l'intento di spiegare, non di giudicare) - , ma che proprio di questa maggior sobrietà fa la sua nota distintiva, andando incontro anche ai gusti di chi preferisce birre meno "sperimentali".

A risentirci per il seguito del Cucinare, con le altre novità!

martedì 10 novembre 2015

Tra pompelmo e pepe


Lo scorso fine settimana ho fatto un rapido passaggio al Good, manifestazione tra il culinario e l'enogastronomico che si tiene in fiera a Udine. Al di là di alcune curiosità degne di nota, come i dolci della tradizione goriziana dell'azienda De Stabile - su tutti i pasticcini di pasta di madorla con ripieno di gubana -, nonché i prodotti della fattoria sociale Ronco Albina - che impiega persone con difficoltà fisiche o sociali, ottenendo devo dire ottimi risultati in termini di marmellate, biscotti e affini - ho trovato anche alcuni birrifici. C'erano i già noti Sante Sabide, San Giorgio, Zahre e Tazebao; nonché Città Vecchia, che esibiva il bottiglione da due litri della sua birra natalizia San Nicolò in confezione regalo (edizione limitata, gli interessati si affrettino) - il che può a buon diritto essere inserito tra le curiosità scoperte al Good, direi.

Da ultimo ho trovato la Birra di Meni; ed ho quindi colto l'occasione per provare l'unica che mi mancava delle classiche, la blanche Dreon. Da sotto il cappello di schiuma spumoso, come d'ordinanza nelle birre di frumento, sale un profumo di agrume particolarmente spiccato che si amalgama a quello del coriandolo e del pepe: e proprio il pompelmo fresco e il pepe, mi ha infatti spiegato Giovanni, vengono aggiunti nel mosto, e si fanno sentire in piena forza. Al palato questi toni diventano più gentili, fugando i timori di chi potrebbe aspettarsi una semi-radler (sacrilegio!) o uno strano intruglio che finisce per far tossire; ma ritornano a gran voce in chiusura, conferendo da un lato una nota particolarmente fresca e dissetante con l'agrume, e dall'altro una sferzata secca e piccante discretamente persistente che farà la gioia di chi ama le speziature. Personalmente la trovo una birra che si apprezza meglio in abbinamento ad un piatto ancor più che da sola, accompagnandola per contrasto a cibi non speziati - altrimenti l'insieme risulterebbe eccessivo: la apprezzerei con una carne bianca, un filetto di pesce, o un risotto con i gamberi. Un'ulteriore conferma che Meni, pur senza far mancare una serie di birre "pulite" e semplici ben fatte, sa giocare abilmente anche con sapori abbastanza arditi e stupire senza strafare.

lunedì 28 settembre 2015

Tu vo' fa' l'artigianale

Sono "reduce" da due intense giornate a Gusti di Frontiera, delle quali renderò conto più calma - il tour siciliano del mio libro chiama, per cui mi devo dare a quello, ma state tranquilli: non mancherò di tediarvi a tempo debito con il racconto delle nuove birre e nuovi birrifici che ho conosciuto. Però non posso non fare un breve appunto, per così dire, preliminare.

Girando per le strade di Gorizia ho notato come un gran numero di stand, baracchini, camioncini - chiamateli un po' come vi pare - che vendevano roba da mangiare di ogni genere - dai semplici panini alle wienerschnitzel - sembravano sentire l'impellente bisogno di specificare nelle lavagnette e cartelli "birra artigianale". Non un nome del birrificio, né due parole su che genere di birra fosse: alla richiesta di ulteriori spiegazioni, di solito la risposta era "non ne so nulla, io sono solo qui a fare panini e spillare". Ora: supponiamo pure che i fusti arrivassero da un qualche birrificio che possa definirsi artiginanale, vuoi per numero di persone impiegate, vuoi per volumi di produzione; fatto sta che i birrifici artigianali propriamente detti preferivano piuttosto esporre a più chiare lettere il nome del birrificio e delle birre a disposizione, e solo in seconda battuta - e nemmeno tutti, peraltro: a titolo di esempio, Zahre esponeva semplicemente la dicitura "l'integrale di Sauris" - aggiungevano il termine "artigianale".

La differenza appare quindi evidente: mentre per gli uni il brand - così come oggi si usa chiamarlo, come se in italiano non esistesse la parola "marchio"....perdonatemi, sono una purista - è "birra artigianale", per gli altri è il nome del proprio birrificio e delle proprie birre; esemplari in questo senso sono i birrifici di più lunga tradizione o più solida reputazione, di cui basta appunto il nome - ho citato Zahre, ma potrei fare lo stesso discorso per Foglie d'Erba o Garlatti Costa o Meni, nonché per Antica Contea a Gorizia nello specifico - per dire tutto. Non parliamo poi di Le Baladin, che attorno al nome del birrificio ha costruito un intero mondo. Voi direte che è perché per legge non può comparire la dicitura "artigianale" sulle bottiglie, però di fatto per chi gode di questa reputazione si tratta quasi di un'informazione secondaria. Il problema sta nell'aggettivo "artigianale", che è diventato un brand - come appunto Musso non manca mai di ricordare? Nel caso di specie probabilmente sì, però allora non rimangono che due strade: o riassociare - più o meno forzosamente - il termine "artigianale" solo alla birra che esce da realtà di una certa dimensione e che lavorano in un certo modo, o comunicare in altra maniera il valore del prodotto. Ma sembrerebbe che i birrifici abbiano di fatto già scelto quale strada percorrere.

mercoledì 16 settembre 2015

Friulidoc, "i solitari": Zahre, Meni e Foglie d'Erba

No, non lo dico in senso negativo né ironico: semplicemente mi riferisco al fatto che questi tre birrifici avevano ciascuno un proprio stand, proseguendo la tradizione che li vede presenti da anni a Friulidoc. Su Zahre in realtà non ho novità ma conferme, ossia il successo del loro stand sempre gremito - e votato tra l'altro come uno dei migliori nel concorso lanciato da il Messaggero Veneto - e la costante qualità delle loro birre - anche la apa Ouber Zahre, ultima nata ancora bisognosa di qualche "aggiustamento" quando era stata presentata, può dire di avere ormai trovato il suo equilibrio e la sua identità -; e una nota particolare mi sento di riservarla alla più giovane rampolla della casata, Sarah (grazie a El Magico per la foto), che ancor più che in altre occasioni ha dimostrato di essere un'abile publican - o banconiera, o birraia, o chiamatela come vi pare -, interloquendo con gli avventori come una donna di consumata esperienza. Insomma, direi che Danila può stare tranquilla: nei prossimi anni avrà senz'altro un valido supporto, nonché qualcuno pronto a raccogliere un giorno il suo testimone.

Dicevamo poi di Meni, dove una novità c'è: la versione estiva della loro lager chiara Durgnes, più leggera nel corpo, tanto da far apparire anche la luppolatura più delicata, tra l'agrumato e il floreale. E se Giovanni ha commentato che "Io la mezza pinta di questa qui manco la servo", una ragione ci sarà: davvero, complice il grado alcolico basso e la chiusura fresca, scende che è un piacere.









Da ultimo Foglie d'Erba di cui ho provato la tripel Gentle Giant e la imperial stout Songs from the wood. Nella prima devo dire che quasi non ho riconosciuto il tocco di Gino, che di solito ama luppolature di ben altra caratura: qui però in ossequio allo stile ha fatto una birra in cui il luppolo rimane celato, per lasciare spazio alle note maltate di biscotto e caramello, pur senza indulgere nel dolce preferendo una chiusura secca. Tripel sì ma tutt'altro che stucchevole dunque, e di beva relativamente facile nonostante la complessità e gli 8 gradi alcolici.




La Songs from the wood sicuramente non delude le aspettative di chi ad una imperial stout chiede profumi e sapori molto intensi di liquirizia, caramello e cacao: perché ci sono tutti - autentico cacao compreso -, insieme alla vaniglia come nella breakfast edition della Hot night at the village. E se le stout sono nate come versione più forte delle porter (e le imperial stout come versione ancor più forte delle stout), la Songs from the wood può dirsi la "sorella più grande" della Hot night at the village: se quest'ultima vi è piaciuta, nella imperial stout troverete gli stessi aromi e sapori notevolmente amplificati. Grado alcolico compreso perché qui si toccano i 10: occhio alla patente, e prosit!

martedì 23 giugno 2015

Miele, alloro e ginepro

Tra le (tante) bottiglie riposte in cantina, in attesa di quella "occasione speciale" che molto spesso si rivela essere semplicemente una serata sul divano in cui ti viene lo sfizio di stapparla, c'era la Nardons di Meni: una ale ambrata al miele di castagno che si annunciava come una particolarità all'interno del genere, essendo aromatizzata con ginepro e alloro.

La schiuma densa e generosa non si è rivelata molto persistente, ma la cosa non ha comunque pregiudicato la conservazione degli aromi: i toni di un resinoso e quasi amaro del miele di castagno erano ben pronunciati, e si sposavano bene con quelli balsamici del ginepro. Anche nel corpo ben pieno è il miele a farla da padrone, bilanciando con eleganza grazie all'amarognolo del castagno i sapori caramellati del malto; e il finale rimane sorprendentemente secco per una birra di questo genere grazie all'alloro che arriva a dare il suo tocco in chiusura. Una birra complessa e "da meditazione", dato che le note liquorose al palato fanno sentire tutti i suoi 8 gradi alcolici e anche più; e che farà la felicità degli amanti del dolce, ma che allo stesso tempo rifuggono lo "stucchevole" e ricercano qualcosa di diverso dal "caramello puro e semplice" (come mi trovo a etichettare certe non meglio definite "rossadoppiomaltoinstilebelga"). Unica nota di perplessità, la carbonatazione che ho onestamente trovato eccessiva: non voglio però farne una critica diretta a Meni dato che suppongo possa aver influito la rifermentazione in bottiglia, nonché la conservazione della bottiglia stessa (mea culpa, in tal caso).

In tutto e per tutto, comunque, una birra piacevole: magari approfittando delle giornate un po' più fredde di questi giorni, per poi darsi ad altri generi durante l'estate...

giovedì 2 aprile 2015

E' arrivata #accisanera

Già da inizio anno se ne parla, e ora siamo venuti al dunque: homebrewers e birrifici artigianali hanno iniziato a stappare le prime bottiglie - o mettere alla spina i primi fusti, a seconda dei casi - di Accisa Nera, la birra ideata come forma di protesta contro l'aumento delle accise - chi non sapesse o non si ricordasse di che cosa sto parlando, clicchi qui. E il primo aprile - e non è uno scherzo - il Mastro Birraio di Trieste ha ospitato la prima "serata Accisa Nera" in regione, con due versioni della birra in questione: quella del birrificio Antica Contea di Gorizia - che per non smentirsi l'ha messa in cask - e quella del Grana 40 di Ipplis e birrificio di Meni in collaborazione.

La ricetta di base, elaborata da Emanuele Beltramini del Grana 40, non impedisce a ciascun birraio di mettere il suo tocco: e in effetti così è stato, dato che ne sono uscite due birre completamente diverse. Quella di Grana 40 & Meni è, come comprensibile, più fedele alla ricetta originale: una luppolatura all'americana - come da definizione di "hoppy amercan porter" - assai generosa che stupisce l'olfatto su una birra scura e fa presagire un corpo paragonabile a quello di una Apa; salvo poi far rimanere quasi perplessi una volta che in bocca rimane ben poco rispetto al previsto trattandosi di una birra volutamente "watery", come si usa dire - ossia: del tutto inconsistente sia sotto il profilo del corpo che del grado alcolico, facendo quattro gradi scarsi. Insomma, il messaggio è chiaro: se le tasse aumentano, i birrai saranno costretti a fare birre sempre meno "cariche" in quanto ad ingredienti per tagliare sui costi - e sul grado plato, su cui l'accisa è calcolata.

Tutt'altra birra è invece la versione proposta in cask dall'Antica Contea, che ha leggermente modificato la composizione dei malti della ricetta originale, puntando più sui malti scuri e diminuendo quelli base - quelli che danno il corpo, per intenderci. Ne è uscita un'Accisa Nera assai più fedele allo stile canonico delle porter, in cui i luppoli sono praticamente assenti all'olfatto e il corpo leggerissimo dà sentori di liquirizia uniti ad altri tra il metallico e l'acido - che il fondatore di Accademia delle Bire Paolo Erne mi ha spiegato essere dovuti ai malti in questione, se non siete d'accordo vedetevela con lui. Anche il fatto di essere stata messa in cask - nonché spillata dall'abile Daniele Stepancich, come si può vedere nella foto sotto - ha dato il suo tocco, consentendo di spillare una birra meno gasata e con il tipico "ossidatino" - come ho avuto scherzosamente a soprannominarlo una volta - che caratterizza le birre conservate così. Una birra ancor più "watery" della versione precedente - anche il grado alcolico è più basso, 3,5 - di cui due pinte possono scendere ad occhi chiusi: la classica "birra da facchino", da bere senza paura per dissetarsi e rinfrancarsi un po', perché "tanto fa poca sostanza".


Quale delle due versioni piaccia di più è naturalmente questione di gusti: chi preferisce il classico e il "pulito" - o più banalmente le porter - probabilmente apprezzerà di più l'Accisa Nera di Antica Contea; mentre gli adepti dei luppoli, delle sperimentazioni e degli aromi più forti preferiranno quella della premiata ditta Grana 40 + Meni. Certo una luppolatura così su una porter, per dirla terra terra, non c'entra nulla; ma del resto si tratta dichiaratamente di una fuori stile, per cui va da sé che i canoni non siano stati rispettati.

Un'ultima nota va per la terza versione di Accisa Nera che ho assaggiato, questa volta non di un birrificio ma di un homebrewer, Paolo Erne: anche qui con un tocco personale, dato che l'ha resa ancor più "ruffiana" - parole sue - aggiungendo un bacello di vaniglia, creando un aroma che a me ha ricordato la crema dei dolci. A quanto pare, fortunatamente, le tasse stimolano la fantasia degli italiani non solo quando si tratta di trovare la maniera di evaderle...

giovedì 12 febbraio 2015

Aspettando di....cucinare

Che in Friuli Venezia Giulia ci sia - letteralmente - fermento, non è una novità: si tratta infatti, secondo i dati diffusi da Unionbirrai, della Regione con più alta densità di birrifici per abitante (36 stabilimenti censiti su circa 1 milione e 400 mila residenti). Anche in quanto a manifestazioni fieristiche, pur non trattandosi di eventi dai numeri che potrebbero fare grosse città, la scelta di eventi di qualità non manca: ed è appunto in arrivo uno di questi, il Cucinare di Pordenone, dal 14 al 17 febbraio.

L'anno scorso avevo avuto occasione di trovare e ritrovare degli amici, come già avevo scritto: Bad Guy Brewery, Baracca Beer, Tazebao, Valscura e molti altri ancora. Anche quest'anno ho quindi programmato un giro in quel di Pordenone, dato che gli stand - oltre che il calendario di eventi, fitto come l'anno scorso di dimostrazioni culinarie e incontri con chef e affini - si preannuncia interessante anche nell'ottica di nuove conoscenze: non conosco ad esempio il Beer Concept di Udine, né la Birra di Naon; e sarà l'occasione per ritrovare "La Grezza" di Giorgio Petrussa, meglio nota come Birra Tazebao, e La birra di Meni. Naturalmente sarà interessante accostarle con i prodotti tipici della gastronomia locale e non, dato che la maggior parte degli espositori da tutto lo stivale porta ciò che le proprie terre offrono.

Che dire, se capitate da quelle parti ci si vede (nota tecnica che può essere di discreta utilità: sul sito www.cucinare.pn è possibile chiedere il coupon per entrare a prezzo ridotto); altrimenti....rimanete sintonizzati per il resonconto!

mercoledì 21 gennaio 2015

Una kriek che kriek non è

Perdonate se ho parafrasato il titolo di un post precedente - "Una stout che sout non è" -, ma bisogna ammettere che cascava proprio "a fagiolo". Ieri sera infatti, quando Enrico mi ha chiesto che birre ci fossero in cantina, nel fargli l'elenco mi sono trovata a dirgli "Ah, e c'è anche una kriek": salvo poi rendermi conto che, per quanto aromatizzata alle ciliegie - e "kriek" in fiammingo identifica appunto un particolare tipo di ciliegia tradizionalmente utilizzata per aromatizzare la birra -, proprio una kriek nel senso tradizionale del termine non era. Vabbè, a dire il vero di kriek non c'è solo la lambic, ma anche la ale scura fiamminga: questa però era appunto una cosa ancora diversa. Sto parlando della Marals di Meni, una ale chiara doppio malto dal colore ramato; che ho portato a casa da Cavasso nella simpatica bottiglia da 0,33, decorata come vedete nella foto.

Anche in questo caso bisogna dire che Meni riesce ad ingannare: in altri termini, se è una kriek che state cercando, avete sbagliato indirizzo. Non perché non sia buona, ma perché l'uso che viene fatto dell'aroma alla ciliegia è del tutto diverso: al di là di una leggera nota fruttata e una punta di acido e di lievito all'aroma, infatti, l'ho trovato quasi impercettibile nel corpo - che dà piuttosto sapori di frutta secca e un tono leggero di biscotto -, salvo ricomparire per un attimo al retrogusto prima di chiudersi in un amaro bilanciato e non invadente, che rende giustizia più alla corposità del malto che al luppolo. Personalmente l'ho apprezzata perché ho sempre ritenuto che le birre aromatizzate alla frutta finiscano troppo spesso per essere "snaturate" da una dolcezza eccessiva, cosa che non si può certo dire di una birra equilibrata come la Marals; e perché ha saputo comuqnue trovare una sua originalità, volendo dare un'interpretazione personale all'aromatizzazione alle ciliegie. Certo, ribadisco, non aspettatevi una kriek: ma se siete curiosi di provare una birra diversa, o se le birre alla frutta non vi piacciono ma a questa siete disposti a dare un'opportunità, potrebbe fare al caso vostro.

venerdì 19 dicembre 2014

Una visita a casa del Meni

Cogliendo il gentile invito del buon Giovanni, qualche giorno fa ho fatto visita al birrificio del "vecchio" Meni: alias Domenico Francescon, di cui - e delle cui birre - avevo già parlato in questo e questo post. E' stato quindi un piacere andare a vedere il luogo di produzione in quel di Cavasso Nuovo, piccolo paesino in provincia di Pordenone.

Il birrificio è ciò che si dice un'aziendina a conduzione familiare: intenti a brassare una cotta speciale per la Vecchia Osteria di Maniago c'erano infatti Domenico e il figlio Giovanni, mentre la moglie del capostipite era occupata ad inscatolare le bottiglie. Saranno pure in pochi, ma si danno da fare: lavorano infatti in doppia cotta, gestendo i tempi con estrema meticolosità dato che caldaie miracoli ancora non ne fanno. Annesso al birrificio c'è poi un piccolo spaccio che, per quel che abbiamo avuto modo di vedere nell'ora e poco più in cui siamo stati lì, è discretamente frequentato dai locali e non solo: tra i clienti abituali ci sono anche i militari statunitensi di stanza ad Aviano, in cerca - data la vasta gamma di birre proposte, tra cui diverse aromatizzate - di qualche "pezzo originale" che ricordi loro i gusti un po' più estremi in voga oltreoceano.

Avendo già provato la Siriviela, la Candeot e la Pirinat - come descritto nei post di cui sopra -, questa volta la scelta è caduta sulla Grava: una Ipa dal colore ramato e dalla schiuma densa, persistente e pannosa, in cui dominano all'aroma le note di resina del luppolo chinhook. Addentata - letteralmente, data la consistenza - la schiuma, mi è arrivata in bocca una sferzata di amaro: il corpo robusto lascia infatti ben poco spazio ai toni agrumati ed erbacei che di solito la fanno da padroni nel genere, prediligendo nettamente quelli amari - per quanto nel primo sorso abbia sentito una leggera punta di caramello, subito svanita. Anche la chiusura è altrettanto amara e secca, lasciando da principio la bocca pulita, per poi ritornare in piena forza con una persistenza discretamente lunga.

Per quanto l'abbia trovata sbilanciata verso l'amaro a livello di gusti personali, indubbiamente è una birra che ha del carattere; e che probabilmente fa la felicità di tutti coloro che si dicono perplessi davanti alla moda delle Ipa fin troppo spinte dal lato aromatico, in cerca di un facile stupore. Qui si cerca piuttosto di stupire con un amaro che non sia "un amaro qualsiasi" ma abbia una sua unicità, e che gli amanti del genere possono trovare interessante.

Ultima nota: il premio simpatia va all'unanimità - mia e di Enrico, naturalmente - alla cassettina in legno fatta dal Meni stesso, utilissima come confezione regalo per sei bottiglie e che non abbiamo potuto resistere dal portarci a casa. Il Natale quando arriva arriva...


lunedì 1 dicembre 2014

Da grande farò la degustatrice

Ebbene sì: incorniciato in bella vista, accanto al diploma di laurea, c'è ora l'attestato di partecipazione al corso di degustazione per sommelier della birra, che - come accennato in questo post - ho seguito lo scorso weekend all'Università di Udine sotto la guida del prof Buiatti. Un corso che riscuote, a quanto pare, notevoli consensi in tutta Italia: il partecipante più lontano arrivava direttamente da Reggio Calabria, con qualche presenza anche dall'Emilia Romagna e un buon gruppo di veneti (io sinceramente non saprei tra chi annoverarmi, ma vabbè).


Ad aprire il corso venerdì è stato appunto il prof Buiatti, con un "pippone di due ore" (parole sue, declino ogni responsabilità) sulle tecniche di produzione della birra, "perché non potete sapere cosa bevete se non sapete come si fa": ma devo dire che "pippone" non è stato, perché, per quanto impegnativo da seguire, mi ha aperto un mondo che non conoscevo soprattutto per quanto riguarda la conoscenza delle materie prime. Se non altro, la prossima volta che un birraio mi parlerà di Vienna e di Saaz non crederò che si stia riferendo alla capitale austriaca o a una nuova marca di automobile (per i non adepti, il primo è un tipo di malto e il secondo una varietà di luppolo). Altra scoperta curiosa, nella lezione sui principi di analisi sensoriale tenuta dal dott. Comuzzo, è stata quella di possedere il retrolfatto: una sorta di "senso trasversale" tra gusto e olfatto, dovuto alla risalita per le vie nasali di alcune molecole di ciò che abbiamo messo in bocca. Naturalmente la giornata non poteva che chiudersi in gloria con la prima degustazione, quella della Birra Cerevisia prodotta dall'Università.

Se avevo temuto che la prima lezione del sabato sui difetti della birra, tenuta da Paolo Passaghe, sarebbe consistita nel bere birre riuscite male costringendoci a masticare una quantità spropositata di mentine e affini per togliere il saporaccio, fortunatamente non è andata così: il buon Paolo aveva diligentemente preparato in laboratorio delle boccette da annusare, così da imparare ad individuare gli odori di sostanze prima a me pressoché sconosciute - e che sarà mai il diacetile? -, costringendomi peraltro a rispolverare lontani e ormai sopiti ricordi di chimica de liceo. A quel punto non rimaneva che iniziare a fare sul serio, con la panoramica e degustazione dei vari stili birrari nel mondo guidata dal mastro birraio Stefano Bertoli: un tour de force di 12 birre, dalle California Common Beer d'oltreoceano alle trappiste - con tanto di simpatica digressione sulla nomina del prof. Buiatti a Cavaliere d'Orval -, con diligente compilazione della scheda di degustazione per ciascuna di queste. Per quanto la compilazione risulti sempre più difficile man mano che si procede per ovvie ragioni, indubbiamente è uno stimolo a tenere desta l'attenzione e la consapevolezza di ciò che si sta bevendo; che non trovo peraltro abbia pregiudicato il piacere del bere in compagnia, dato che l'atmosfera era comunque quella di una discussione tra amici su cosa avevamo nel bicchiere.

Domenica la parola è tornata al prof. Buiatti, per la lezione sull'abbinamento tra birra e cibo. Se la bontà dei formaggi che ci sono passati davanti - un frant, uno stilton, un gouda e un lavarone - ha forse distratto un po' l'attenzione dagli abbinamenti proposti - una Cantillon, una Westmalle Tripel e una Grecale del birrificio Gjulia, da provare con ciascuno dei campioni per individuare gli abbinamenti più adatti -, nonché dello speck con la Rauchbier, ha forse dato un taglio un po' godereccio a scapito dell'attenzione, comunque si è rivelata una leizone del tutto istruttiva: almeno adesso ho capito perché si dice che alcune birre "sgrassano", o come la carbonatazione possa influire nella percezione dei sapori. Data la vicinanza al Natale, non poteva mancare un ottimo panettone artigianale con la Rudolph di Garlatti Costa; nonché, offerte dal buon Giovanni Francescon del Birrificio di Meni (nella foto) che partecipava al corso, le degustazione della lager scura Pirinat messa a confronto con una cotta sperimentale ottenuta dallo stesso mosto sottoposto però ad alta fermentazione. Forse uno dei momenti più isruttivi: il fatto di partire da una base identica permette di percepire molto bene i tratti distintivi delle lager e delle ale, oltre che di rendersi conto che, molto banalmente, basta un lievito diverso per fare "tutta un'altra birra".

A chiudere il tutto, la consegna degli attestati; con un complimento che trovo dovuto all'Universiytà di Udine, e in particolare al prof. Buiatti e a tutto il suo staff, per la qualità del corso tenuto e per l'impeccabile organizzazione.  Ed ora che sono una degustatrice diplomata, in alto i boccali (invece dei calici)...

martedì 23 settembre 2014

Una stout che stout non è

Al Festival di Fiume, quando ho notato che allo stand della Birra di Meni c'era nientemeno che Meni stesso, sono subito andata a fare conoscenza: e devo dire che è stata una chiacchierata davvero piacevole, considerando che mi ero parecchio incuriosita nel conoscere la sua storia di birraio - che ho raccontato in questo post. Mi ha peraltro raccontato che tuttora va raccogliere luppolo selvatico - "ce n'è tantissimo dalle nostre parti" -: per cui, stappando una bottiglia di Meni, se siete fortunati potrebbe capitarvene una con autentico luppolo autoctono.

Dato il mio buon proposito di provare qualche altra birra delle loro, questa volta mi sono diretta sulla Pirinat, una scura. Per quanto la schiuma fosse ben poco consistente, una volta portato il bicchiere al naso ho subito detto: "Ah, una stout?". Meni ha sorriso, affermando: "Pensa un po', abbiamo ingannato perfino gli irlandesi con questa". In effetti è una lager scura: ma a quanto pare non sono stata l'unica a cadere nell'errore, dato che all'olfatto prevale il tostato tipico delle stout - personalmente ho sentito soprattutto note di caffè. Mi sarei aspettata un corpo più robusto da una birra di questo genere, invece è piacevolmente delicato pur confermando le caratteristiche dell'aroma: magari da accompagnare a del cioccolato o ad un dolce al caffè, per valorizzare allo stesso tempo sia la birra - dato che, non avendo molta persistenza, potrebbe dare l'impressione di "morire in bocca" a chi è abituato a sapori più decisi - che l'abbinamento, visto che in virtù della delicatezza di cui parlavo non andrebbe a sovrapporvisi. In tutto e per tutto, insomma, una particolarità nel panorama delle lager scure, tanto da classificarsi prima come "Birra dell'anno" al concorso Unionbirrai 2010 per la categoria bassa fermentazione e terza all'International Beer Challenge lo stesso anno.

Un'ultima nota, più che altro per mettervi in guardia e preservare la patente: attenti perché farà pure sei gradi e mezzo, scende che è un piacere...