Dato che ormai sono ben avviata verso la "furlanizzazione" completa, non mi rimaneva che l'ultimo, definitivo passaggio: il
frico, il piatto tipico per eccellenza, recentemente salito agli onori della cronaca anche negli Stati Uniti con la vittoria a
Masterchef del cuoco di Aviano Luca Manfè proprio con questa ricetta (già mi vedo la McDonald's sostitire gli hamburger con dischi di frico all'interno dei panini, lanciando il
McFrico sul mercato a stelle e strisce). Secondo i cultori della materia,
il frico è quello di Carpacco, paese celebre appunto per la
Sagre dal Frico: e così, nella serata finale di Friulidoc, non potevo non cenare al tendone in questione.
Lì, oltre alle prelibatezze gastronomiche, ci si poteva godere anche lo spettacolo: dietro al banco, infatti, era ordinatamente disposta una serie di spadellatori che miscelava con sapienza patate, cipolle e Montasio. Girava poi con ammirevole abilità il tutto a mo' di frittata una volta che si era formata quella crosticina che, ad opinione degli esperti, consente di mantenere un "cuore" morbido e distingue un frico ben fatto da uno da dilettanti. Ovviamente non mancava la piastra per abbrustolire la polenta, senza la quale il frico perde gran parte della sua ragion d'essere.
Un po' timorosa per la digestione - non si può certo dire che sia un piatto leggero -, ho quindi affrontato il frico di Carpacco: in effetti la famosa crosticina era notevole, così come l'interno ben cremoso - ma ad una temperatura da altoforno, occhio alla lingua. Non me ne vogliano i puristi del frico, né gli amici di Carpacco, se dico che - a livello di puro gusto personale - ho preferito quello di
Godia, in cui ovviamente spiccano di più le patate: ma si sa che di ricette del frico e di opinioni su quale sia la regola aurea delle porporzioni tra gli ingredienti ne esistono tante quante i friulani, e quindi credo - e spero - di non aver offeso nessuno. Ad ogni modo poi così male non era se al povero Enrico, fiducioso e speranzoso nel fatto che non sarei arrivata in fondo alla generosa porzione, è rimasto poco e niente.
Altro spettacolo a cui abbiamo assistito sotto il tendone è stata l'esibizione del trio
Frizzi-Comini-Tonazzi, che ho finalmente avuto il piacere di sentire dal vivo dopo tanto tempo passato a sbellicarsi ascoltando le loro canzoni: una girandola di risate tra
Idraulico e la celeberrima
Viva il maiale, tanto che non riuscivo più a schiodare Enrico da lì. D'altronde, se sono sulla breccia da ormai quasi quarant'anni senza perdere un colpo, un motivo ci sarà, e vederli esibirsi con i loro strumenti è uno spettacolo nello spettacolo. Enrico, bontà sua, avrebbe voluto dedicarmi una canzone,
Una storia triste; ma poi ha concluso con un "Meglio di no, va'". Effettivamente, avrei dovuto pormi qualche domanda di fronte al fatto che i nostri vicini di tavolo - tra cui un ex compagno di banco di Frizzi - continuavano a ridere davanti alle mie insistenze perché "Dai, mi piace, sarebbe una cosa davvero romantica!": e infatti ho poi scoperto che il ritornello di suddetta canzone dice "Perché non me la dai", versi assai imbarazzanti e poco romantici da farsi dedicare, nonché forieri di dubbi sulla felicità della nostra vita matrimoniale.
Per finire la serata in bellezza siamo passati di nuovo dallo stand di
Foglie d'Erba; e lì per la prima volta abbiamo provato la Porter, una - appunto - porter dall'aroma e gusto di caffè così decisi che non sfigurerebbe affatto a fine pasto al posto del classico espresso. Che piaccia o meno, bisogna riconoscere che non ce n'è di uguali: e così una bottiglia è arrivata fin nel nostro frigorifero, a scopo di riserva energetica senza caffeina....