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lunedì 27 marzo 2017

Santa Lucia, weekend primo e capitolo secondo

Ed eccomi, alla fine dell'intenso weekend, a proseguire la panoramica su alcune delle novità provate. Come già anticipato con un paio di foto, allo stand del Legnone ho provato - in bicchiere di vetro, nota di favore all'inappuntabilità del servizio - l'ultima nata, la tripel al cardamomo Divano Belga. Nel complesso mi ha dato l'impressione di una tripel in stile: la speziatura al cardamomo, molto leggera, si amalgama infatti con quella che è la "speziatura" naturale del lievito, aprendo ad un corpo ben pieno e caramellato come da manuale. Il tocco di originalità arriva piuttosto alla fine, quando il cardamomo torna a smorzare i sentori alcolici e zuccherini, contribuendo a un finale più "pulito" di quanto ci si aspetterebbe da una birra del genere. Sempre al Legnone mi è stata consigliata come "particolarmente in forma" la apa Franklin: luppolatura fruttata delicata, corpo molto scorrevole e finale notevolmente secco, a beneficio di bevibilità.

Altra piacevole sosta è stata quella dalla Brasseria della Fonte, accolta sempre con calore da Samuele e Letizia, dove ho assaggiato la porter. Samuele ha riferito di tostare da sé il malto: dai luppoli freschi per la Freshoops a questi malti, insomma, una conferma del fatto che al ragazzo piace mettere mano da sé anche alle materie prime. La tostatura si fa in effetti notare per essere piuttosto "verace", senza tuttavia pregiudicare la morbidezza dell'insieme anche grazie all'aggiunta di avena; e altra nota di particolarità è data dal Columbus in monoluppolo, che - già intuibile all'aroma, per quanto sovrastato dalla tostatura - sul finale dà una chiusura resinosa del tutto peculiare in una porter. Una reinterpretazione personale che, pur in quanto tale disconstandosi dallo stile, ha comunque il merito di non stravolgerlo e id arrivare ad un risultato finale armonioso. Nota curiosa sulla Brasseria della Fonte è che nel sito sono pubblicate tutte le ricette: qualcuno osserverà che Teo Musso con la sua serie Open è arrivato prima, fatto sta che ad oggi è - tra i birrifici di mia conoscenza, perlomeno - l'unico che pubblica tutte le ricette.

Altra tappa è stata quella da L'Inconsueto, che ha portato la nuova ale chiara alla canapa. I sentori erbacei della foglia sono infatti particolarmnete intensi sia all'aroma che in bocca, pur senza risultare eccessivi, anche grazie al finale secco e pulito. Altra novità di casa Inconsueto è la birra allo zafferano afghano, considerato tra i più pregiati al mondo - che personalmente avrei però gradito meno intensa come aromatizzazione.

Naturalmente il mio "giro" a Santa Lucia è stato molto più lungo, e ringrazio tutti gli altri birrifici presenti; il prossimo fine settimana sarà la volta dei birrifici triveneti, rimanete sintonizzati!

venerdì 18 marzo 2016

Una birra palindroma

Palindromo (agg., s.): Di parola, frase, verso o cifra che possono essere letti da sinistra a destra e anche viceversa (dizionario Sabatini-Coletti). Ebbene sì, sto parlando della Pat at a tap, la nuova oatmeal stout del birrificio Antica Contea - provate a leggere il nome da destra a sinistra. Non ho ancora avuto il modo di chiedere direttamente ai birrai come sia nata l'idea, ma ammetto di essere assai curiosa.

La Pat at a tap - con abile mossa promozionale, per cui tanto di cappello - è stata lanciata in contemporanea in diversi locali per la tradizionale festa irlandese di San Patrizio, il 17 marzo; personalmente ho avuto modo di provarla alla Brasserie, che offriva peraltro per l'occasione il menù irlandese - stufato alla stout, patate e torta alla porter, cucinati come sempre con maestria da Matilde e collaboratori. Già mi era arrivata qualche eco di chi l'aveva assaggiata in anteprima, o di chi si era recato in uno dei locali prima di me ed aveva prontamente provveduto a postare le sue impressioni sui social; e devo dire che mi ero fatta l'idea di una birra di quelle "toste", che colpisce. Per cui quando l'ho portata al naso, nonostante l'aroma di caffè più intenso e marcato di altre stout, seguita da un corpo che nel mio taccuino ho annotato come "scarico" (ebbene sì, ho preso la via della perdizione, quando devo fare recensioni bevo birra con il blocco per gli appunti a fianco) ammetto di essermi chiesta: come, tutto qui?

In realtà è bastato, come doveroso, aspettare che raggiungesse la giusta temperatura. Man mano che si scalda, infatti, anche la componente tostata , ingentilita dalla morbidezza dell'avena, inizia a farsi sentire; il corpo diventa via via più robusto, passando dal cereale arrostito alle fave di cacao (sì, le fave di cacao le ho assaggiate sia tostate che verdi e direttamente sul luogo di produzione, quindi fidatevi); e il breve finale acidulo dei malti scuri lascia poi spazio ad una nota alcolica, quasi di liquore al caffè, che "riempie" da ultimo il palato. La componente dolce che caratterizza alcune stout è qui poco presente, tanto che la persistenza vira piuttosto verso l'amaro da malto. Il tutto, comunque, senza voler fare i fuochi d'artificio: i ragazzi di Antica Contea hanno confermato di sapere e volere mantenere la giusta misura anche quando si tratta di sapori forti, coerentemente con la maggior parte della tradizione britannica a cui si ispirano - perché sì, esistono pure le imperial stout e i barley wine o certe ipa audaci, ma non si può dire che rappresentino la maggioranza della produzione d'oltremanica. Nel complesso, un altro colpo messo bene a segno da Antica Contea.

Per completezza di cronaca, va aggiunto che l'altra birra di ispirazione britannica disponibile per la serata era la pluripremiata (e da me plurirecensita) Hot night at the village di Foglie d'Erba: che, essendo leggermente più dolce della Pat at a tap e con un corpo più pieno (pur trattandosi di quella tradizionale, non la breakfast edition con l'aggiunta di vaniglia) ha fatto degnamente il paio con la porter cake al cioccolato. Due birre di spessore per due birrifici di spessore, a chiudere una piacevole serata.

martedì 19 gennaio 2016

Degustando in riva al Garda


Sulla via del ritorno da Trivero mi sono poi fermata ad Affi, in provincia di Verona, ad onorare un altro invito, quelo del Benaco 70: ho avuto così il piacere di visitare il loro punto vendita, arredato in maniera originale con tanto di sgabelli ricavati da tronchi realizzati dal padre di Erica, anima del birrificio insieme al marito Riccardo (nella foto: Enrico provato dai kilometri alla guida, e bisognoso di ristoro nonché di un cambio al volante).

Altra curiosità del luogo è la sala cotta a vista, dietro ad un vetro: sono evidentemente passati i tempi in cui, come Teo Musso ama raccontare, vedere come si fa la birra metteva in fuga gli avventori (anche se è pur sempre vero che dietro ad un vetro gli odori non si sentono). Anzi, a detta di Erica è una curiosità apprezzata, e stimola a volerne sapere di più sull'arte brassicola. Il punto vendita espone diverse confezioni regalo, prodotti realizzati con la birra in determinati periodi dell'anno (pare che i panettoni alla porter siano stati un particolare successo, e per Pasqua sono in elaborazione le colombe), e gadget come le felpe con il logo del birrificio.

Dato che le birre di Benaco 70 le avevo già provate tutte, Erica ci ha tirato fuori dal cappello una bottiglia risalente ad una cotta elaborata specificatamente per un cliente. Trattasi di una ricetta che ha come base quella della loro Porter, ma a cui - come da richiesta dell'acquirente - hanno aggiunto una dose generosa di malto torbato. Notevole sia la schiuma, ben densa e persistente, che l'aroma: della serie "scordatevi la porter", qui siamo molto più vicini ad una rauchbier pur essendo partiti da un'alta fermentazione - nonché, molto più genericamente, da un qualcosa di completamente diverso. A dominare è infatti il malto peated, che sovrasta gli altri profumi e aromi tipici delle porter. Rispetto ad una rauchbier il corpo rimane più robusto, esaltando ancora di più la componente dei malti; per chiudere poi con un torbato ben persistente, che "chiama" magari dello speck o altri affettati simili. Personalmente avrei fatto anche il bis perché amo il torbato, ma devo concedere che non è una birra semplice e che potrebbe risultare eccessiva per chi non è abituato a questi sapori.

Per quanto dopo un birra del genere sia difficile pensare a bere altro vista la persistenza, ci siamo comunque "concessi" una delle certezze del Benaco 70, la Honey Ale: la loro birra con miele di castagno, che - data la componente amarognola di questo tipo di miele e alla dosatura equilibrata - viene incontro anche ai gusti di chi tende a trovare questi tipi di birra eccessivamente dolci. Una chiusura in gloria - e in piccole dosi, dati i km che ancora mancavano a casa...- di un piacevole weekend.




giovedì 23 aprile 2015

I vecchi amici...e uno nuovo

Data la presenza del birrificio Acelum a Santa Lucia, non potevo non togliermi la curiosità di assaggiare la loro Bela Lugosi, una dark Ipa che si è aggiudicata il secondo gradino del podio per la categoria al concorso "Birra dell'anno" di Unionbirrai. Già l'aroma, dai toni erbacei particolarmente intensi ad acri - con anche una punta di caffè data dai malti - lasciano presagire che si tratti di qualcosa per palati forti; soprattutto per quanto riguarda l'amaro, grazie al connubio tra quello dato dai malti nel corpo ben pieno in cui dominano i sapori di caffè e di tostato, e quello del finale, data la luppolatura da amaro particolarmente decisa. Indubbiamente una birra che si fa ricordare per la sua intensità sotto tutti i profili, e che ho trovato discretamente dissetante a dispetto dei sapori forti e del grado alcolico importante. Ad incuriosirmi è stata anche la Sour Germana (ha-ha-ha....), una berliner weisse servita con sciroppo di lampone agguinto al momento. L'ho provata prima al naturale, e devo ammettere che, essendo particolarmente delicata per il suo genere, l'ho apprezzata di più così: l'acidità non è affatto invasiva nel corpo e si fa sentire di più, ma sempre con discrezione, nel finale, lasciando un sentore di "pulito" che non è affatto sgradevole. Insomma, se proprio siete dei neofiti delle berliner weisse, partite da questa, e poi si andrà in crescendo.

Altri amici che ho rivisto con piacere sono stati quelli del Benaco 70, di cui a Rimini avevo apprezzato soprattutto la Honey Ale (leggi qui): e anche questa volta hanno confermato di saper brassare bene con la loro Porter - a cui ha reso giustizia anche la spillatura a pompa -. In realtà la si direbbe quasi una stout, perché il corpo ben pieno con note intense di caffè e cioccolato ricorda la versione più forte - stout, appunto - delle porter; ma il grado alcolico è comunque contenuto (4,5) e la beva discretamente facile, per cui non andiamo a cercare il pelo nell'uovo sulle questioni di stile. Notevole anche il finale amaro, di buona persistenza.

Ho poi ritrovato il Bradipongo, che mi ha questa volta proposto la loro Saison: un'ambrata che è una vera girandola di spezie, con il coriandolo che spicca nell'aroma, e il pepe sia rosa che nero che dà un pizzicorino al palato nel finale, in contrappunto curioso con la camomilla che invece dona un tono delicato al corpo. Complessa ma equilibrata, e anche questa piacevolmente fresca.

Altra vecchia conoscenza è il birrificio di Quero, di cui ho provato la weisse scura Stein Ziegen: il corpo ben pieno di cereale, in cui il malto si fa sentire con toni discretamente dolci, la rende forse meno rinfrescante della sua parente classica - con cui ha comunque in comune l'arome di banana dato dal lievito; vi troveranno però soddisfazione gli amanti dei sapori più forti e non troppo dolci, dato che la luppolatura spicca molto meno che nelle weizen chiare.

Nuovo amico conosciuto a Santa Lucia è invece il birrificio di Fiemme. Veramente mi era stata magnificata la Nòsa, una ale ambrata brassata secondo un'antica ricetta utilizzata nella valle, che però non mi ha particolarmente colpita in quanto non ho trovato corrispondenza tra i toni particolarmente forti sia sul fronte dei malti tostati che su quello dell'amaro del luppolo che venivano descritti nella scheda; assai di più ho invece apprezzato la Lupinus, anche questa una ale ambrata, aromatizzata con una particolare varietà di lupino coltivata d Anterivo - detta "caffè di anterivo" - che dona un peculiare sapore di nocciola - ancor più che di caffè. Certo una particolarità, e i cultori della "purezza" apprezzeranno sicuramente di più la Nòsa: ma che vi devo dire, a me il caffè di Anterivo è proprio piaciuto...

giovedì 5 marzo 2015

Il ritorno di Foglie d'Erba

Ce n'è voluto del tempo dato che il nuovo birrificio è stato inaugurato a fine dicembre, ma finalmente - approfittando della serata organizzata alla Birreria Brasserie per la settimana della birra artigianale - sono riuscita a riassaggiare le birre del Foglie d'Erba "nuova versione": non nel senso che siano state drasticamente cambiate le ricette - almeno così ha assicurato il birraio Gino Perissutti, che ha presenziato alla serata - ma nel senso che sono appunto parte di questo "nuovo corso". Per l'occasione la Brasserie ha messo alla spina i pezzi classici del birrificio, ossia la Babèl, la Hot Night at The Village a la Hopfelia; e le prime due, peraltro - come testimonia la foto qui accanto -, sono fresche fresche di secondo premio nelle rispettive categorie al concorso Birra dell'Anno di Unionbirrai.

La punta di diamante - e non sono l'unica a sostenerlo - rimane la Babèl (insieme alla Freehweelin' Ipa, ma questa un'altra storia): una American Pale Ale dalla luppolatura generosa come poche, e dall'aroma che personalmente - in barba a tutte le descrizioni che ne magnificano i toni agrumati - trovo così intenso da virare all'erbaceo tanto è acre. Toni pungenti che si confermano anche al palato, lasciando poi una persistenza amara e secca in cui però ritorna anche l'agrume; facendo sì che anche chi - come me - non apprezza troppo che si esageri su questo fronte possa bersene due pinte senza colpo ferire - e senza nemmeno rendersene conto, soprattutto. Insomma, direi che dopo tanto tempo che non la bevevo ha confermato i buoni ricordi.

Mi ha invece sorpresa - e positivamente - la Hot Night at The Village, la porter di casa Foglie d'Erba: non ricordavo infatti i profumi di vaniglia così netti, che quasi sovrastano il tostato tipico di questo genere. Tostato che però ritorna in forze nel corpo decisamente robusto per una porter, che lascia un lungo finale di caffè particolarmente intenso. Quasi da bere a fine pasto al posto della "tazzulella", insomma: se non altro, invece che nervosi vi renderà piacevolmente rilassati...

mercoledì 25 febbraio 2015

Beer Attraction, parte prima: sulle rive del Lago di Garda

Naturalmente non potevo mancare al Beer Attraction, l'evento alla Fiera di Rimini dedicati ai piccoli - e meno piccoli, dato che ce n'era anche qualcuno di dimensioni ragguardevoli - birrifici indipendennti: e tenendo conto che gli espositori superavano il centinaio, ce n'era davvero per tutti i gusti, tanto che ho necessariamente dovutoo fare una selezione drastica di quelli da visitare e privilegiare i nomi che ancora non conoscevo - chiedendo scusa ai vecchi amici.

La prima nuova conoscenza che ho fatto è stata il birrificio Benaco 70 di Affi (Verona), dall'antico nome del Lago di Garda su cui affaccia: lì due anni fa Riccardo e Erica (che vedete nella foto di renato Vettorato) hanno "trasformato la loro passione in un progetto imprenditoriale", per dirla con le loro parole, e attualmente viaggiano al ritmo di ua trentina di cotte da 30 hl ogni anno. Il loro parco birre comprende una helles, una blanche, una porter, una kolsch, una strong bitter, una Ipa e una "honey ale " - altresì detta "belgian strong ale al miele" -, ed è stato queste ultime tre che ho avuto il piacere di assaggiare, mentre mi venivano illustrate con passione dall'enologa e dal tecnico informatico prestati all'arte del brassare.

La strong bitter in particolare mi era stata presentata da Riccardo come una delle loro punte di diamante per la sua particolarità, e il "pezzo" più rappresentativo di casa benaco 70; e in effetti devo riconoscere che il malto torrefatto - con note di caramello, di nocciola e di biscotto - risalta in maniera assai peculiare all'aroma, e nel corpo si bilancia molto bene con l'amaro non troppo pungente dei luppoli inglesi risultando più delicata ma al tempo stesso più piena e rotonda rispetto alle bitter canoniche. Una caratteristica che ho apprezzato, dato che a livello di gusti personali preferisco non eccedere con l'amaro.

E sempre nel solco della tradizione britannica rimane la Ipa, che, pur usando luppoli americani, il Benaco brassa senza dry hopping come nell'antica tradizione inglese: il risultato è una Ipa meno aromatica e più amara - dato che comunque i nostri sembrano non risparmiare sul luppolo -, su cui anche all'aroma risalta assai di più l'acre dell'erbaceo che il pungente dell'agrumato. Anche la persistenza ben lunga e decisa è nettamente amara, per cui farà la felicità dei palati forti - nota per gli intenditori: stiamo parlando di 60 Ibu; nonché di chi ritiene che, nel marasma attuale delle Ipa, sia necessario evitare certi eccessi aromatici e ritornare alle origini.

Da ultimo ho assaggiato la Honey Ale, verso la quale ammetto di essere stata un po' prevenuta: difficile fare una buona birra al miele senza risultare stucchevoli, e in effetti non me ne sono capitate sotto mano - o meglio, in bocca - moltissime che soddisfacessero questo requisito. In realtà è stata alla fine quella che più mi ha colpita tra le birre del Benaco: non solo l'aroma intenso di miele di castagno - e quindi già di per sé non troppo dolce - incuriosisce già ancor prima di assaggiarla, ma il corpo caldo e dolce - ottima la fusione tra il miele di castagno e il caramellato del malto - lascia subito spazio ad un finale secco e amaro, che lascia la bocca soprendentemente fresca e pulita per una birra di questo genere. Una delle poche birre al miele di cuisi potrebbe bere una pinta senza stufarsi insomma, e occhio ai sette gradi e mezzo di alcol.

Al di là del gusto personale, lo definirei un birrificio che mi ha soddisfatta per la cura dedicata alle proprie creazioni non solo in fase di produzione, ma anche di illustrazione: dalle spiegazioni di Riccardo ed Erica traspariva infatti una conoscenza approfondita dei loro prodotti, evidentemente causa ed effetto allo stesso tempo dell'attenzione che vi riservano.

mercoledì 5 marzo 2014

Una calda notte di carnevale

Come credo sia intuibile, una tipa come me preferisce di gran lunga festeggiare il carnevale con una buona birra piuttosto che con crostoli e frittelle (che comunque non disdegno: ma se proprio bisogna scegliere, non c'è paragone). E così ho riesumato il mio autentico vestito cinese in pura seta - o che almeno mi ha venduto come tale una vispissima dodicenne con gli occhi a mandorla al mercato di Porta Portese, facendo da interprete tra il romanesco e il mandarino per l'anziana nonna proprietaria della bancarella - e truccata di tutto punto sono andata con Enrico alla Brasserie, dove Matilde e Norberto avevano preparato una festa di carnevale con estrazione a premi per chi si fosse presentato in maschera.

Come di consueto, ho per prima cosa dato un'occhiata a che cosa c'era alla spina: la Brasserie tiene sempre a rotazione delle birre che diversamente sono disponibili soltanto in bottiglia, e qualsiasi esperto vi dirà che alla spina "è tutta un'altra cosa". Ammetto di non riuscire sempre a cogliere la differenza tra le due opzioni all'interno dello stesso tipo di birra, ma mi sono detta che stavolta ne doveva valere la pena dato che la birra in questione era la Hot Night at the Village (chiamata così in onore del Villaggio della Birra di Siena) di Foglie d'Erba: alias una signora porter che si è agguindicata la medaglia d'oro al Brussels Beer Challenge, nonché un posto d'onore nella mia personale classifica. Gino me ne aveva infatti procurata una bottiglia in occasione di Friuli Doc, che con Enrico avevo gustato a casa con estremo piacere; per cui a questo punto provarla alla spina era d'obbligo.

Rispetto alla bottiglia, in questo caso un di più che offre la spina è sicuramente la schiuma: densa e compatta, quasi cremosa - vabbè, non immaginatevi una Guinness che è tutt'altra cosa, però non c'è male - che offre un ottimo biglietto da visita insieme all'aroma ben tostato ancor prima di aver bevuto un solo sorso. Il corpo, nonostante la tostatura e la maltatura decisa, non è eccessivamente robusto: le note di liquirizia e di caffè, pur ben distinguibili, non sono particolarmente persistenti, così come i luppoli che danno il loro contributo alla rosa di profumi e smorzano il dolce del malto. Una birra che definirei quindi equilibrata nonostante tutto questo bendidio di aromi e gusti, e quindi assai più beverina rispetto ad altre dello stesso tipo - peraltro non è nemmeno molto alcolica, poco più di 5 gradi. Insomma, alla spina o in bottiglia, si conferma tra quelle che più gradisco.

Al di là della birra, una nota di merito va riservata agli stuzzichini che Matilde, Norberto e collaboratori avevano preparato con le loro mani ed elargivano con generosità (fin troppa, oserei dire, sono uscita che ero ben sazia) in occasione del carnevale: soprattutto a
i muffin salati con prosciutto e funghi, particolarmente ben riusciti, e alle fettine di polenta con uovo e formaggio (si, avete letto bene: le avevo prese per una frittata e detto così suona assai strano, però merita). Nota tecnica, all'estrazione a premi non ho vinto nulla. Vabbè, ho capito: da oggi quaresima...

giovedì 19 settembre 2013

Friulidoc, parte quinta: frico, Porter, e Frizzi-Comini-Tonazzi

Dato che ormai sono ben avviata verso la "furlanizzazione" completa, non mi rimaneva che l'ultimo, definitivo passaggio: il frico, il piatto tipico per eccellenza, recentemente salito agli onori della cronaca anche negli Stati Uniti con la vittoria a Masterchef del cuoco di Aviano Luca Manfè proprio con questa ricetta (già mi vedo la McDonald's sostitire gli hamburger con dischi di frico all'interno dei panini, lanciando il McFrico sul mercato a stelle e strisce). Secondo i cultori della materia, il frico è quello di Carpacco, paese celebre appunto per la Sagre dal Frico: e così, nella serata finale di Friulidoc, non potevo non cenare al tendone in questione.


Lì, oltre alle prelibatezze gastronomiche, ci si poteva godere anche lo spettacolo: dietro al banco, infatti, era ordinatamente disposta una serie di spadellatori che miscelava con sapienza patate, cipolle e Montasio. Girava poi con ammirevole abilità il tutto a mo' di frittata una volta che si era formata quella crosticina che, ad opinione degli esperti, consente di mantenere un "cuore" morbido e distingue un frico ben fatto da uno da dilettanti. Ovviamente non mancava la piastra per abbrustolire la polenta, senza la quale il frico perde gran parte della sua ragion d'essere.


Un po' timorosa per la digestione - non si può certo dire che sia un piatto leggero -, ho quindi affrontato il frico di Carpacco: in effetti la famosa crosticina era notevole, così come l'interno ben cremoso - ma ad una temperatura da altoforno, occhio alla lingua. Non me ne vogliano i puristi del frico, né gli amici di Carpacco, se dico che - a livello di puro gusto personale - ho preferito quello di Godia, in cui ovviamente spiccano di più le patate: ma si sa che di ricette del frico e di opinioni su quale sia la regola aurea delle porporzioni tra gli ingredienti ne esistono tante quante i friulani, e quindi credo - e spero - di non aver offeso nessuno. Ad ogni modo poi così male non era se al povero Enrico, fiducioso e speranzoso nel fatto che non sarei arrivata in fondo alla generosa porzione, è rimasto poco e niente.


Altro spettacolo a cui abbiamo assistito sotto il tendone è stata l'esibizione del trio Frizzi-Comini-Tonazzi, che ho finalmente avuto il piacere di sentire dal vivo dopo tanto tempo passato a sbellicarsi ascoltando le loro canzoni: una girandola di risate tra Idraulico e la celeberrima Viva il maiale, tanto che non riuscivo più a schiodare Enrico da lì. D'altronde, se sono sulla breccia da ormai quasi quarant'anni senza perdere un colpo, un motivo ci sarà, e vederli esibirsi con i loro strumenti è uno spettacolo nello spettacolo. Enrico, bontà sua, avrebbe voluto dedicarmi una canzone, Una storia triste; ma poi ha concluso con un "Meglio di no, va'". Effettivamente, avrei dovuto pormi qualche domanda di fronte al fatto che i nostri vicini di tavolo - tra cui un ex compagno di banco di Frizzi - continuavano a ridere davanti alle mie insistenze perché "Dai, mi piace, sarebbe una cosa davvero romantica!": e infatti ho poi scoperto che il ritornello di suddetta canzone dice "Perché non me la dai", versi assai imbarazzanti e poco romantici da farsi dedicare, nonché forieri di dubbi sulla felicità della nostra vita matrimoniale.

Per finire la serata in bellezza siamo passati di nuovo dallo stand di Foglie d'Erba; e lì per la prima volta abbiamo provato la Porter, una - appunto - porter dall'aroma e gusto di caffè così decisi che non sfigurerebbe affatto a fine pasto al posto del classico espresso. Che piaccia o meno, bisogna riconoscere che non ce n'è di uguali: e così una bottiglia è arrivata fin nel nostro frigorifero, a scopo di riserva energetica senza caffeina....