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giovedì 3 ottobre 2019

Eventi estivi e pensieri in libertà

Per quanto nel mio blog ci sia stato un "buco" tra fine luglio e fine settembre, ho comunque preso parte ad alcuni eventi e degustazioni; per diletto, più che per questioni professionali. Tra questi segnalo in particolare la Festa del Luppolo a Villa Chazil, l'8 settembre, con un'interessante mattinata dedicata ad interventi di esperti nella coltivazione e utilizzo di questa pianta (il coltivatore amatoriale Gianluca Bertozzi, l'agronomo Antonio Noacco, e lo staff di Mr Malt) e degustazione finale con Le Donne della Birra; e le degustazioni dell'Associazione Artigiani Birrai Fvg a Friulidoc, quest'anno per la prima volta nella prestigiosa cornice di piazza San Giacomo - risultato notevole, a riprova della reputazione ormai raggiunta dalla birra artigianale in Regione e dai birrai di conseguenza.

Mi è però dispiaciuto constatare che, in alcune occasioni, per amor di "arrivare al grande pubblico" si sia semplificato così tanto il messaggio da cadere in mancanze significative. Benissimo, per rendere il tutto più appetibile, affidare la conduzione dell'evento a showmen o showwomen di provato spessore (per quanto non ne sappiano nulla di birra): ma se poi uno di questi se ne esce con un "A me piace la birra non filtrata, che è quella di frumento", abbiamo un problema. E poco conta avere il birraio a fianco se a questi non viene data la parola, né lui ha verve necessaria ad inserirsi e replicare. Così come, se il birraio non sa rispondere nel dettaglio a domande tutt'altro che banali su storia e cultura della birra - e non ne faccio colpa ai birrai, nessuno può sapere tutto di tutto -, è bene che accanto a lui a condurre ci sia qualcuno adeguatamente formato per farlo. E sì, sto tirando l'acqua al mio mulino: però credo sia un dato di fatto che, così come il biersommelier non sarebbe la persona giusta per discettare di contenuto di alfa acidi di un certo tipo di luppolo, allo stesso modo un birraio che risponde di "credere" che la birra sia nata in Mesopotamia non è la persona giusta per discettare di storia. O, se glissa quando viene chiesto dal pubblico quale sia il bicchiere più adatto per degustare la birra in questione, forse è utile che espanda la sua formazione al di là di ciò che concerne il processo produttivo. O ancora, ho visto birre servite in maniera tale da pregiudicarne le caratteristiche. Cose capitate, naturalmente, non tutte nella stessa occasione; ma che mi hanno dato da pensare. Preciso che non faccio nomi perché, nell'ambito degli stessi eventi, c'erano anche birrai o conduttori che invece hanno lavorato benissimo, e che troverei ingiusto esporre.


La cosa mi ha lasciata perplessa tanto più perché ho sentito fare domande molto più "serie" e pertinenti che in passato da parte del pubblico. Indice che si sta creando una certa conoscenza nei confronti della birra; e che c'è gente che questa conoscenza ha voglia di espanderla. In questo senso è cruciale che, per rispondere a questa evoluzione della platea e stimolarla ulteriormente, le iniziative di comunicazione e diffusione mettano insieme più professionalità complementari: per rimanere nell'ambito di un esempio già citato, la Festa del Luppolo a Villa Chazil (nella foto sopra) ha riunito birraio, agronomo, amatore, rivenditore e consulente e biersommelier, andando a illustrare il tema e a rispondere - ciascuno per il suo ambito di competenza - a tutte le domande del pubblico. Non basta più dire "chiamo il birraio, spiegherà lui la sua birra", o "chiamo il degustatore, descriverà lui che cosa c'è nel bicchiere": la curiosità del pubblico è sempre più a tutto tondo. Una cosa è semplificare il messaggio perché sia comprensibile da tutti - cosa difficilissima da fare, e per la quale serve professionalità -, altra cosa è svilirlo.

Uso spesso citare due massime che mi porto dietro dalla scuola di giornalismo, dettemi da due docenti. La prima è "Non dovete scrivere come parlate, ma parlare come scrivete". La semplificazione del messaggio non passa attraverso il colloquialismo, ma attraverso una cura profonda del proprio modo di esprimersi. La seconda è "Una fonte non deve essere solo attendibile, ma anche pertinente". Ossia non deve solo dire la verità, ma anche avere le competenze per dirla; perché altrimenti il messaggio potrebbe essere vero di per sé ma incompleto, impreciso o fuorviante. Credo siano due massime da tenere a mente anche nel fare cultura birraria.

venerdì 12 maggio 2017

Quant'è bella l'autarchia

Il dibattito sui canali di approvvigionamento delle materie prime per i piccoli birrifici - luppolo in particolare - e su come la grande industria ossa influenzarli non è certo nuovo: chi bazzica nel settore ha certo sentito più volte i birrai parlare della necessità di procacciarsi i luppoli per tempo (almeno alcune varietà), di come il buono o cattivo raccolto - così come l'aumentare del numero di microbirrifici - influenzi prezzi e forniture, e via dicendo.

Il tema è ritornato di attualità recentemente, sollevato in più occasioni da associazioni come Unionbirrai e siti come Cronache di Birra, e da diversi articoli provenienti dal mondo anglosassone. L'ultimo in ordine di tempo è quello pubblicato lo scorso 10 maggio da Draft, senz'altro una buona lettura da fare in integrale cliccando qui: detta per sommissimi capi (e mi perdonerà l'autore se semplifico fin troppo), si fa riferiemento a come AB-InBev - che controlla dal punto di vista societario i luppoleti sudafricani SAB Hop Farms - abbia deciso quest'anno di non vendere ai distributori il proprio surplus produttivo, motivando la cosa con la scarsità dell'annata. Il che significa che i birrifici indipendenti non avranno accesso per il 2017 a queste varietà di luppolo, con conseguenti difficoltà. Certo il danno è relativamente circoscritto, in quanto il luppolo sudafricano rappresenta una quota minoritaria del mercato (meno dell'1%, secondo la multinazionale); ma la cosa ha una forte valenza simbolica, perché pare concretizzarsi ciò che da tempo si paventava: la nuova strategia di "big beer", complementare all'acquisizione di marchi artigianali, sarà quella di assumere il controllo delle forniture di materie prime e "prendere per fame" i concorrenti.

Certo immaginare un futuro in cui Ab Inbev e analoghi si impadroniscano passo dopo passo di tutti i luppoleti e tutte le malterie rimane (almeno per ora, di grazia) relegato al rango di fantaeconomia; però la questione è reale, perché gli assalti all'arma bianca per procurarsi i pochi lotti di luppolo disponibili (almeno per alcune varietà) potrebbero non essere altrettanto "fanta" (no, non la bibita).

Leggendo questo ed altri articoli non ho potuto non sorridere pensando all'enfasi che da tempo si pone sugli agribirrifici, sulla produzione in proprio di materie prime, e sul percorso verso una sempre maggiore autosufficenza: cito su tutti il caso del birrificio BioNoc' con i progetti BioLupo e Birre della Terra di cui ho parlato nel precedente post, ma non è certo l'unico. Dai luppoleti sperimentali, all'impegno per poter acquisire a livello nazionale quote per la coltivazione così da farli uscire da questo rango, alle piccole malterie sperimentali che già sono nate e che sono in progetto, il filone è in pieno movimento. Certo arrivare davvero alla completa "autarchia" non è semplice, però c'è chi ci sta provando.

Chi si sarà mosso per tempo per fare da sé potrà quindi godere di un vantaggio competitivo in vista di una possibile stretta sulle forniture da parte delle multinazionali, ed imporsi di conseguenza su chi non l'avrà fatto? E' presto per dirlo, ma la domanda è aperta.

venerdì 5 maggio 2017

Una trasferta in Primiero


Dopo aver fatto conoscenza di persona con Fabio del birrificio BioNoc' e con le birre del progetto Asso di Coppe - in quel di Acido Acida a Ferrara, come avevo scritto qui - volentieri ho accolto l'invito a visitare la sede del birrificio a Mezzano, nella ridente valle trentina del Primiero (perché si sa, tra il Trentino e l'Alto Adige tutto è ridente. Almeno dal punto di vista dei veneti). Sono stata così accolta da lui e dal socio Nicola, e per prima cosa mi hanno raccontato dei numerosi progetti che il birrificio ha portato avanti negli ultimi anni.

Già nel precedente post avevo accennato al progetto Bio Lupo per la coltivazione dei luppoli in loco; e che oggi conta 5 luppoleti in diverse valli della provincia, le cui 1500 piante - coltivate da agricoltori locali - forniscono ad ogni raccolto 650 kg di luppolo di 12 varietà - il che consente, eccetto per la ipa e la apa, di coprire interamente il fabbisogno del birrificio. "Tutto è iniziato da un agricoltore che ci ha raccontato di aver provato a piantare il luppolo - ha raccontato Fabio - chiedendoci se fossimo interessati. Da lì la cosa si è sviluppata, e abbiamo un po' imparato facendo: ad esempio ci siamo resi conto che sopra i 500 metri di quota non c'è bisogno di trattamenti chimici, perché la maggior parte dei patogeni sopra quelle quote non prospera. Così abbiamo potuto ottenere la certificazione bio per il 30% del nostro luppolo, quello appunto cresciuto in montagna". Parte del luppolo è anche utilizzato fresco per la produzione delle birre harvest - le stagionali brassate appunto nel periodo della raccolta, generalmente a settembre - ciascuna con la sua peculiarità in base a quale luppolo viene utilizzato e a dove è stato coltivato: "Partiamo sempre da una base kolsch, ma di fatto escono delle birre completamente diverse tra loro e non sempre inquadrabili come kolsch - ha proseguito Fabio - tanto che l'idea è stata quella di identificarle in etichetta non tanto in base allo stile, quanto al tipo e provenienza del luppolo".

Il prossimo progetto significativo del BioNoc riguarda il cereale, con coltivazioni di orzo, farro, segale e grano saraceno tra la provincia di Vicenza e il trentino - anche questi coltivati senza trattamenti chimici - appoggiandosi poi ad una piccola malteria sperimentale. La cosa è già avviata, tanto che sono state presentate due birre di questa linea denominata "della terra" - Fil di Farro e Segale - mentre la blanche Nana Bianca è in fermentazione; ed è nata anche una birra interamente con materie prime locali, la Primiero, in collaborazione con Slow Food - in produzione limitata, 30 hl l'anno. In vista c'è poi anche la produzione di distillati di birra, barley wine e affini. In generale, insomma, ho percepito un grande entusiasmo e una grande fiducia nei tanti progetti lanciati; tra cui appunto Asso di Coppe, che ho potuto conoscere meglio andando di persona a vedere la bottaia, a pochi km da lì.

Trattasi di un vecchio negozio in disuso che ora ospita una cinquantina di botti e una vasca appena arrivata: per gli amanti del genere è un po' come entrare a Gardaland (tanto che c'è anche l'intenzione di fare in futuro visite guidate). Ad accogliermi è stato appunto Nicola Coppe, in quel momento intento a lavare alcune botti, e che mi ha raccontato un po' come ha avviato il tutto. "Per ora diciamo che si tratta di una fermentazione semi-spontanea - ha spiegato - in quanto l'ambiente non è ancora saturo di tutti i microrganismi necessari; per cui ricorro ad un piccolo inoculo per avviare il processo. Però sono certo che presto ci arriveremo - ha affermato, di fronte ad un tino che ribolliva e non lasciava dubbi rispetto a che cosa stesse accadendo lì dentro. Le botti presenti andavano dai lambic in maturazione - il progetto è di arrivare a delle geuze a tempo debito -, birre alla frutta di svariati generi, ales barricate provenienti dal birrificio - tra cui la Lipa Porca di cui avevo già parlato - e finanche sahti, tradizionale birra di origine finlandese. Una piccola Cantillon del Primiero cresce? Forse, ma Nicola rifugge i paragoni né vuole essere messo a confronto con nessuno, preferendo proseguire le sue personali linee di sperimentazione - che del resto hanno già fruttato il primo posto sul podio nella categoria a Beer Attraction.


Tornati in birrificio siamo poi passati all'assaggio, e lì la curiosità è che siamo partiti dall'acqua: Fabio ha infatti tenuto a farmela assaggiare (un'acqua a 12 gradi francesi, classificabile pertanto come dolce), in quanto elemento essenziale nella produzione. Siamo partiti da una delle birre storiche del birrificio, la Alta Vienna, che a dispetto del nome non è una Vienna lager bensì una birra ambrata ad alta fermentazione con lievito belga (esiterei a definirla belgian ale perché, diciamocelo, è tutta un'altra cosa) contraddistinta dal malto vienna. E infatti sono ben percepibili all'olfatto i caratteritici toni tra il caramellato, il biscotto e il tostato del vienna, pur uniti al lieve fruttato del lievito; ma in bocca risulta assai più scorrevole nonostante la pienezza rispetto alle birre belghe, così come il finale, in cui personalmente ho colto anche una punta di amaro, appare più secco. La definirei quindi quasi un "ponte" tra Belgio e Germania, unendo due sensibilità birrarie diverse - anche dal punto di vista del grado alcolico, 5,8: un'onesta media tra i due mondi.

Siamo poi passati alla scottish ale Nociva, dagli aromi intensi di tostato, caramello, liquirizia, cioccolato - del resto il colore bruno fa pendant con queste caratteritstiche -, con finanche una punta balsamica; corpo ben pieno ma anche in questo caso scorrevole che ripropone gli stessi sapori, fino a chiudere su una liquirizia netta e ben persistente. Da notare anche il grado alcolico relativamente basso, 4,6, che però potrebbe apparire più alto data la corposità della birra.

Da ultimo la Rauca, una rauch dalla schiuma copiosa e dal colore dorato scuro - quasi una particolarità tra le rauch - che usa una parte di malto affumicato su legno di faggio. Devo dire che mi ha particolarmente colpita per l'equilibrio e l'eleganza: aroma delicato, in bocca risulta morbida e quasi cremosa, lasciando spazio anche a qualche nota dolce maltata, per chiudere con un affumicato discreto ma ben persistente. Al contrario di altre rauch, peraltro, non lascia la sensazione di "arsura" al palato, risultando quindi più fresca e dissetante rispetot ad altre dello stesso stile.

E qui chiudo perché mi sono dilungata sin troppo nel raccontare un pomeriggio senz'altro ricco oltre che piacevole; sia per la visita al birrificio, che per il tour in una zona paesaggisticamente notevole.

martedì 19 maggio 2015

La prima cotta non si scorda mai...bis

Ok, tecnicamente non è stata la mia prima cotta - che avevo descritto in questo post - ; ma la volta scorsa il titolo era tanto piaciuto ai partecipanti al corso tecnico gestionale per imprenditori della birra dell'Università di Udine, e così l'ho voluto riproporre. Corso che, peraltro, continua a riscuotere successo essendo l'unico di questo genere organizzato direttamente da un ateneo: basti dire che i partecipanti più lontani arrivavano da Alberobello, in Puglia, e che stanno accarezzando l'idea di aprire un piccolo birrificio accanto al frantoio di famiglia - dato che la molitura delle olive è, per forza di cose, un lavoro stagionale. Insomma, dagli homebrewer del Tarvisiano ai molitori del Tavoliere, il panorama era assai variegato. (nella foto: il significativo cappellino che ho trovato accanto ai fermentatori. Anche docenti e ricercatori, a quanto pare, sono dei burloni)

Culmine del corso è la "cotta didattica" che si tiene nella giornata di sabato presso l'impianto sperimentale dell'azienda agraria dell'ateneo: occasione per me non solo di rivedere il già visto in quanto a "procedure standard" per fare la birra, ma soprattutto per vederlo con occhi diversi, dato che un anno dopo nascono sicuramente domande nuove e si è in grado di apprezzare aspetti che magari la prima volta non si erano notati.

Questa volta peraltro, mentre attendavamo che passassero le due ore necessarie per l'ammostamento, il prof. Buiatti ci ha accompagnati in una piacevole visita ai terreni dell'azienda agraria e in particolare ai filari di luppolo recentemente piantati: varietà americane in particolare, dato che in questo clima e su questo terreno crescono meglio i luppoli americani rispetto a quelli tedeschi. Insomma, scordatevi le pils, il saaz non rende al meglio. Interessante poi farsi spiegare come viene coltivato il luppolo e soprattutto come vengono raccolti i coni: un lavoro certosino (e costoso) da fare pazientemente a mano su piante alte anche sei metri - a meno di non meccanizzarlo, cosa però fattibile e conveniente solo su grandi estensioni. "Forse è per questo - ha osservato Buiatti - che in Italia la coltivazione non ha mai preso piede". A differenza ad esempio della Germania, dove esistono appunto luppoleti sufficientemente grandi da giustificare la coltivazione meccanizzata. Anche sull'altro fronte principale delle materie prime, ossia quello dell'orzo e della relativa maltazione, ho fatto una scoperta interessante: Buiatti ci ha infatti riferito che l'Università ha in progetto di avviare un micromaltificio, tale da soddisfare le necessità dell'ateneo - e, chissà, magari anche di qualche altro piccolo produttore locale.

Non sto a descrivervi nuovamente tutte le varie fasi della cotta, dato che abbiamo ripercorso quelle già illustrate nel post precedente; anche questa volta peraltro utilizzando il fondamentale approccio scientifico secondo cui a gettare il luppolo deve essere una donna, e con la finale ossigenazione del mosto con metodo altamente meccanizzato - ossia usando una pagaia di legno forata, sapientemente maneggiata da prof Buiatti. Insomma, c'è stato anche di che divertirsi.

Colgo l'occasione per un'ultima considerazione, stimolata tra l'alto dall'affermazione di Musso secondo cui "in Italia manca la formazione" e dai relativi commenti comparsi sui social dopo il mio post. Certo per imparare a fare la birra non bastano tre giorni, né tre mesi; ma il corso dell'Università di Udine ha quantomeno il merito di avvicinare, complice la durata contenuta e il costo tutto sommato accessibile, i potenziali futuri mastri birrai a questo mondo dal punto di vista non solo della birrificazione in sé e per sé, ma anche della gestione tecnica ed economica del birrificio - aspetto da non trascurare se non si vuol chiudere bottega nel giro di pochi mesi. Se poi questi aspiranti mastri birrai vorranno divernire tali, magari decideranno di investire in (più costosi e più lunghi) corsi organizzati da altri enti, o cercheranno di affiancare un birraio di più lunga esperienza per completare la loro formazione: ma sia che avviino un'attività, sia che decidano che la loro strada è un'altra, comuqnue un primo passo l'hanno fatto.

Ancora una volta ringrazio l'Università di Udine - e in particolare il prof. Stefano Buiatti, il mastro birraio Stefano Bertoli e il dott. Paolo Passaghe - per l'ospitalità, e i corsisti per la piacevole compagnia!

martedì 7 aprile 2015

Un viaggio sui colli senesi

Si sa che una delle doti dei cronisti è la velocità; e devo ammettere che stavolta su questo fronte ho lasciato a desiderare, dato quella di cui sto per parlare è una conoscenza che risale a Fa' la cosa giusta - la fiera del consumo critico, chi non sapesse di che cosa si tratta clicchi qui - gli scorsi 13, 14 e 15 marzo. Poco male comunque in questo caso, dato che il birrificio in questione è (fortunatamente) ancora in attività; e la bella stagione in arrivo potrebbe costiture un ottimo incentivo alla visita.

Trattasi infatti di un birrificio agricolo, La Stecciaia, adagiato sulle crete senesi a Rapolano Terme e nato da poco all'interno dell'azienda agricola Podere del Pereto: questo è stato la base perché l'agricoltore e mastro birraio Claudio D'Agnolo (nella foto) mettesse a frutto la sua lunga esperienza di homebrewer partendo dai cereali coltivati in azienda secondo il metodo biologico da quasi vent'anni, così che La Stecciaia può vantarsi di essere il primo birrificio agricolo ad ottenere la certificazione biologica in Toscana. Il nome stesso, del resto, vuol essere segno del legame con la terra: le "stecce", in quel di Siena, stanno ad indicare i resti della paglia piantati nel terreno dopo il taglio dei cereali.

Mastro Claudio ha - almeno per ora - tre birre all'attivo, ma tutte quante con la loro caratteristica peculiare che le lega al podere in cui nascono. Alla Farzotta, una ale dal colore quasi ramato e dagli aromi intensi di banana e pera, viene aggiunto il farro dicocco coltivato al Pereto: il risultato è una birra che in bocca è un tripudio di cereale, con sentori che vanno dalla crosta di pane al miele; e che riserva una sopresa nel finale, in cui il luppolo arriva in maniera inaspettata a bilanciare la dolcezza del corpo pur senza soverchiarla.

Ancor più peculiare è la Senatrice, una saison di ispirazione belga, con l'aggiunta di una particolare varietà di grano duro - la "Senatore Cappelli", da cui prende il nome: all'olfatto mi ha ricordato quasi una blanche, con la schiuma abbondante a racchiudere i profumi di chiodi di garofano, fiori e agrumi; in bocca e nel finale risulta però nettamente più secca e con toni speziati che Claudio ha spiegato essere dati dal lievito, per chiudere con quelli erbacei dei luppoli.

Da ultima ho provato la Mandarina B., ispirata alle Golden Ale, con l'aggiunta di avena e il tocco del dry hopping con la varietà di luppolo Mandarina Bavaria: luppolo che le dà non solo il nome ma anche le intense note agrumate che questo suggerisce, e che oltre ad essere ben presenti all'aroma ritornano soprattutto nel finale; lasciando un amaro acre ma assai dissentante, dopo i brevi tocchi di malto del corpo.

Nel bilancio finale, direi che non posso non spezzare una lancia a favore de La Stecciaia: non solo perché le birre sono di qualità - complice, oso credere, quella delle materie prime -, ma anche perché il mastro birraio è riuscito a dare il suo tocco di unicità partendo da queste ultime senza strafare. Un equilibrio che, come già più volte mi sono trovata a dire, non tutti riescono a raggiungere e mantenere.

venerdì 19 dicembre 2014

Una visita a casa del Meni

Cogliendo il gentile invito del buon Giovanni, qualche giorno fa ho fatto visita al birrificio del "vecchio" Meni: alias Domenico Francescon, di cui - e delle cui birre - avevo già parlato in questo e questo post. E' stato quindi un piacere andare a vedere il luogo di produzione in quel di Cavasso Nuovo, piccolo paesino in provincia di Pordenone.

Il birrificio è ciò che si dice un'aziendina a conduzione familiare: intenti a brassare una cotta speciale per la Vecchia Osteria di Maniago c'erano infatti Domenico e il figlio Giovanni, mentre la moglie del capostipite era occupata ad inscatolare le bottiglie. Saranno pure in pochi, ma si danno da fare: lavorano infatti in doppia cotta, gestendo i tempi con estrema meticolosità dato che caldaie miracoli ancora non ne fanno. Annesso al birrificio c'è poi un piccolo spaccio che, per quel che abbiamo avuto modo di vedere nell'ora e poco più in cui siamo stati lì, è discretamente frequentato dai locali e non solo: tra i clienti abituali ci sono anche i militari statunitensi di stanza ad Aviano, in cerca - data la vasta gamma di birre proposte, tra cui diverse aromatizzate - di qualche "pezzo originale" che ricordi loro i gusti un po' più estremi in voga oltreoceano.

Avendo già provato la Siriviela, la Candeot e la Pirinat - come descritto nei post di cui sopra -, questa volta la scelta è caduta sulla Grava: una Ipa dal colore ramato e dalla schiuma densa, persistente e pannosa, in cui dominano all'aroma le note di resina del luppolo chinhook. Addentata - letteralmente, data la consistenza - la schiuma, mi è arrivata in bocca una sferzata di amaro: il corpo robusto lascia infatti ben poco spazio ai toni agrumati ed erbacei che di solito la fanno da padroni nel genere, prediligendo nettamente quelli amari - per quanto nel primo sorso abbia sentito una leggera punta di caramello, subito svanita. Anche la chiusura è altrettanto amara e secca, lasciando da principio la bocca pulita, per poi ritornare in piena forza con una persistenza discretamente lunga.

Per quanto l'abbia trovata sbilanciata verso l'amaro a livello di gusti personali, indubbiamente è una birra che ha del carattere; e che probabilmente fa la felicità di tutti coloro che si dicono perplessi davanti alla moda delle Ipa fin troppo spinte dal lato aromatico, in cerca di un facile stupore. Qui si cerca piuttosto di stupire con un amaro che non sia "un amaro qualsiasi" ma abbia una sua unicità, e che gli amanti del genere possono trovare interessante.

Ultima nota: il premio simpatia va all'unanimità - mia e di Enrico, naturalmente - alla cassettina in legno fatta dal Meni stesso, utilissima come confezione regalo per sei bottiglie e che non abbiamo potuto resistere dal portarci a casa. Il Natale quando arriva arriva...


giovedì 6 novembre 2014

Il re dei luppoli

In uno dei miei giri alla Brasserie, approfittando del fatto che si trattava della birra a rotazione in quel momento alla spina, ho colmato una delle mie lacune in quanto al birrificio Toccalmatto: ho infatti assaggiato la Re Hop, una American Pale Ale che definirei scherzosamente una American-German Pale Ale, data la sua peculiarità di unire un luppolo americano come il cascade a due tedeschi come il perle e il tradition. Insomma, un connubio tra vecchio e nuovo continente.

Il nome "Re Hop" (hop sta per luppolo, per i non anglofoni) è indubbiamente indovinato: basti dire che l'amica al tavolo con me, quando sono arrivati i bicchieri, ha messo da parte la sua blanche per annusare la mia Re Hop perché le era arrivata una zaffata di profumo così forte da incuriosirla. In effetti l'aroma intenso è il punto di forza di questa birra, tra il floreale e l'agrumato - ammetto di non aver percepito lo speziato, per quanto la descrizione lo magnificasse. Complice la schiuma abbastanza sottile e non molto persistente, mi sono gettata abbastanza presto sul primo abbondante sorso: ristoratore per la sete, devo ammettere, perché è parecchio beverina dato il corpo non troppo intenso - per quanto nettamente amaro - e la chiusura secca e aromatica, che fa da controparte a quanto "annusato" prima.

L'abbinamento con il petto di pollo alla griglia non era stato propriamente meditato, ma non è stato un errore: tanto più che la carne era leggermente speziata, per cui una luppolatura di questo genere faceva da buon accompagnamento. In conclusione la definirei una birra di qualità che mantiene la semplicità nella sua originalità - cosa non semplice da ottenere: detta in altri termini, di quelle che rifuggono dal "famolo strano" a volte di difficile beva e che ti verseresti con piacere bicchiere dopo bicchiere...

lunedì 16 giugno 2014

Una birra...abrasiva

Anche quest'anno, come lo scorso giugno, la Brasserie di Tricesimo ha organizzato la manifestazione "Birra artigianale in festa": peccato per la pioggia, ma nemmeno quella ha scoraggiato gli appassionati. Tanto più che, oltre agli amici di vecchia data Garlatti Costa e Foglie d'Erba - sui quali non mi dilungherò non perché non meritino, ma perché delle loro delizie ho già avuto modo di dissertare ampiamente - c'erano due novità: il birrificio Antica Contea di Gorizia, e il Borderline di Buttrio.


Quest'ultimo ospitava allo stand anche il Grana 40, sempre del Manzanese, che imbottiglia però a Bernareggio (MB). Il nome deriva dall'impiego originario del birraio Emanuele, che lavora in una ditta che produce prodotti abrasivi per la lavorazione di legno e metallo; e di qui anche l'aggettivo che ha dato alla sua birra, "abrasiva".

Le birre disponibili alla spina erano due, la Orange Ipa di Borderline e la Mar Giallo di Grana 40. La prima è una buona Ipa che, pur facendo onore a dei birrai ancora giovani, non mi ha colpita forse perché rimane un "classico del genere", senza note che la contraddistinguano in maniera particolare; di più mi ha colpita invece la Mar Giallo, per quanto meno vicina ai miei gusti personali. Non era particolarmente "aggressiva" come la definizione di Emanuele avrebbe potuto far supporre; del tutto peculiare sì però, perché questa single hop blonde ale ha come unico luppolo una specie a me assolutamente sconosciuta, il sorachi (nella foto). A me come a molti, almeno a sentire Emanuele: "E' un luppolo giapponese usato pochissimo - ha spiegato -, ma quando mi è capitato di provarlo per caso, in unione con altri tre luppoli, ho sentito che questo proprio spaccava. E così sono arrivato alla single hop".

Nel berla, non fatevi ingannare dall'iniziale scarsa consistenza del corpo: subito subentrerà una certa dolcezza fruttata, che vira poi al cocco - particolarità di questo luppolo - per chiudere in maniera secca, lasciando un amaro discreto. Forse non la mia birra preferita, ma ho dovuto ammettere di non aver mai bevuto nulla di simile, per la gioia di Emanuele: "Proprio questo è il mio intento - ha affermato soddisfatto - fare qualcosa che nessun altro fa. Questa è la qualità, perché di fare la loro "ipa ignorante" - suppongo intendesse "una birra del tutto ordinaria", ma non ho osato interromperlo - sono capaci tutti".

Una rivelazione che potrebbe ritorcermisi contro, ma che va fatta in onore del birraio in questione, è che si tratta di una persona molto generosa: preso dall'entusiasmo per la sua opera a suon di assaggi ci ha fatto bere più di quanto avremmo voluto, nonostante le nostre insistenze. Così che abbiamo dovuto fare una "sosta tecnica patatine" prima di passare alla conoscenza successiva, l'Antica Contea...

martedì 27 maggio 2014

La prima cotta non si scorda mai

No, non sto parlando di amori adolescenziali; ma del terzo giorno del corso tecnico gestionale per imprenditori della birra dell'Università di Udine, unica in italia ad organizzare simili iniziative. Mente pensante del tutto è il prof. Buiatti, per iniziativa del quale sin dal 2002 l'ateneo ha affiancato al corso di tecnologia della birra - anche questo una peculiarità - un impianto sperimentale: ed è lì che esce la Cerevisia, la birra dell'Università, e che sabato 24 maggio i partecipanti al corso hanno provato a fare la loro prima cotta. Che, per definizione, di solito non riesce bene: ma questa volta era sotto l'assistenza di Buiatti, del mastro birraio Stefano Bertoli e del tecnologo alimentare Paolo Passaghe, per cui a fine giugno ho fiducia di assaggiare una birra degna di questo nome.

Se Teo Musso aveva insistito sul fatto che "la birra è un prodotto della terra", oggi abbiamo avuto modo di rendercene conto: il primo passo è stato infatti quello di macinare l'orzo maltato - "Non troppo sottile, mi raccomando, sennò poi vi esce un pastone". Orzo che siamo poi andati a versare nel tino di ammostamento, armandoci di santa pazienza per aspettare che gli enzimi facessro il loro lavoro di degradazione dell'amido. Già perché ho dovuto imparare a destreggiarmi tra alfa e beta amilasi, destrine e maltosio, zuccheri fermentescibili e non: insomma, una gran confusione, almeno per me che di chimica ho solo un pallidissimo ricordo risalente ai tempi del liceo.

Trascorsa l'ora e mezza necessaria, abbiamo fatto passare il mosto nel tino di bollitura. Mosto che il prof Buiatti ci ha invitati ad assaggiare, "per rendervi conto di quanto sia dolce e di come gli enzimi abbiano prodotto maltosio, che è uno zucchero". Il fatto che chi già aveva avuto occasione di assaggiarlo in passato declinasse gentilmente l'offerta avrebbe dovuto farmi sorgere qualche dubbio: e infatti, mi spiace dirlo, ma era proprio disgustoso, e anche l'odore non era esattamente gradevole.Vabbè, se la birra va bevuta dopo la fermentazione e la maturazione, un motivo ci sarà.

Mentre il mosto raggiungeva il punto di ebollizione, il professore ha chiesto "un volontario che si rimboccasse letteralmente le maniche": il lavoro da fare era quello di svuotare il primo tank dal macinato, che per quanto si riesca in buona parte a far uscire dalla botola, rimane in altrettanto buona parte sul fondo. Il ragazzo in questione sembrava pure divertirsi nell'immergere le mani fino al gomito in quel pastone: d'altronde, c'è un po' di bambino in tutti noi. Intanto era ormai giunta l'ora di fare la prima delle due gettate di luppolo, all'inizio dei 60 minuti di bollitura. "E deve essere assolutamente una donna - si è raccomandato il buon Paolo Passaghe -: altrimenti la birra non viene bene. Lo giuro, non è superstizione". Così, dato che di donne - manco a farlo apposta - eravamo solo in due, la prima gettata l'ho fatta io, mentre ad Alessandra è toccata la seconda 5 minuti prima della fine della bollitura. La ragione è che il luppolo della seconda gettata rimane molto più presente poi all'aroma e al gusto finale, per cui conferisce alla birra le note caratteristiche del tipo specifico di luppolo - o luppoli - che si vuole utilizzare.

A quel punto non rimava che, passatemi l'espressione, "mettere tutto in fermento": trasferito il mosto nel fermentatore, Paolo ha gettato la mistura di lievito - questo sì dall'odore davvero insopportabile - e sigillare il tutto. Il lavoro della giornata, a quel punto, era finito. "Neanche per idea - ci ha bloccati il professor Buiatti - adesso c'è da pulire tutto". Pompe dell'acqua, scope e ramazze alla mano, siamo così stati di corvé ancora per un po'. Di solito mentre faccio lavori manuali rifletto: ma stavolta c'era ben poco su cui riflettere. Perché se c'è una cosa che ho capito, è che è impossibile trovare non dico una formula matematica, ma quantomeno una relazione logica tra i vari passaggi del fare la birra. Credevo che il grado alcolico dipendesse dalla quantità di zuccheri fermentescibli? Si, no, beh, dipende che lievito usi. Credevo che l'amaro dipendesse dalla quantità e dal tipo di luppolo? Si, no, beh, dipende quando lo metti e da che macinato sei partita. Per calcolare la quantità di luppolo da gettare abbiamo usato una formula matematica, è sempre quella? Si, no, beh, dipende, devi provare che cosa ne esce. Insomma, c'è da uscirne pazzi, e come ha sottolineato Buiatti, "Anche se andate a prendervi gli stessi malti e gli stessi  luppoli della Pilsner Urquell, e usate esattamente gli stessi lieviti e lo stesso procedimento, non vi uscirà mai la Pilsner Urquell. Perché ogni cotta è a sé". Proprio come quelle amorose...

Un sincero grazie al prof. Buiatti e a tutto lo staff dell'Università per avermi ospitata, nonché ai corsisti per la piacevole compagnia!

venerdì 9 maggio 2014

Anche Maria Teresa beveva la Ipa

Almeno qui in Friuli, il nome di Maria Teresa d'Austria ancor prima che Vienna evoca Trieste: la celebre imperatrice ha infatti lasciato la sua impronta nella città, non solo nell'architettura - a lei si deve l'ospedale maggiore - ma anche, diciamo così, sotto il profilo birrario. E' lì infatti che nel 1766 tal signor Lenz ha aperto la prima fabbrica di birra della città, diventata poi lo storico birrificio Theresianer, in omaggio alla monarca. Potete così immaginare quale è stata la mia sopresa nello scoprire che in realtà lo stabilimento ora è nelle mie terre d'origine, e precisamente a Nervesa della Battaglia (Treviso).


Scoperta che ho fatto qualche sera fa al Caffè Al Portello - di cui avevo già scritto in questo post -, quando ho deciso di lasciar fare al buon Luca nel scegliere la birra per quella sera. Preannunciandomi che "questa è speciale", mi ha messo davanti una Ipa della Theresianer: ed ho così scoperto, leggendo l'etichetta, che il noto marchio si è spostato più ad ovest. Poco male, mi sono detta, l'importante è che la birra sia buona.

In effetti, di una cosa devo dare atto a Luca: speciale è speciale, in quanto l'ho trovata diversa da altre Ipa. Sin dall'aroma si nota che la luppolatura è parecchio più intensa della media, con qualche leggera nota di spezie e di agrumi. Anche il gusto non delude le anticipazioni: il corpo è ben robusto e amaro, ma senza lasciare poi - scusate la ripetizione - l'amaro in bocca, perché pur essendo ben persistente tende a smorzarsi lasciando un sentore di "pulito".

Chiaramente a questo punto si apriva la questione dell'abbinamento, anche se le birre dal gusto così intenso a volte stanno quasi meglio da sole - della serie, non roviniamoci il gusto. Sicuramente qualcosa di salato - non a caso Luca ci aveva messo davanti delle noccioline -: più di tutto, abbiamo concluso, potrebbe andarci insieme un formaggio ben stagionato, per quanto la scehda di degustaizone suggerisse anche salumi piccanti e pesce. Ottima, comunque, anche da sola, non c'è che dire.

Un'ultima nota per la scheda di degustazione allegata alla bottiglia: la curiosità è che comprende anche una descrizione in 5 passaggi successivi, con tanto di fotografie, di come riempire il bicchiere nel modo giusto - partire inclinandolo a 30° per poi riportarlo lentamente in verticale finché si riempie per 3/4, aspettare che si compatti la schiuma e poi finire l'opera - in modo da valorizzare al meglio questa Ipa. Della serie, se sbagliate qualcosa e la birra vi delude, non potevate dire che non ve l'avevamo detto.

lunedì 31 marzo 2014

Cucinare, parte quarta: la teoria del Kaos

Come già anticipato, tra i vari stand c'era quello di Valscura: probabilmente uno dei birrifici che conosco meglio, per quanto la lista delle loro produzioni sia lunga e non possa ancora vantarmi di averla provata tutta. Dietro alle spine come di consueto c'era Gabriele, che senza nemmeno dire nulla mi ha messo davanti un mezzo bicchiere di Valscura (chi non la conoscesse, legga qui). "Assaggiala adesso - mi ha intimato perentorio - . Mi hanno fatto togliere tutti quei malti e quelle spezie che danno il sentore di cioccolata, è rimasto solo quello di caffè. Mah, a me piaceva di più prima".

In effetti, uno dei capisaldi della scuola di pensiero di Gabriele è la sperimentazione: per quanto ammetta che parte della bravura di un mastro birraio artigianale stia nella capacità di saper riprodurre esattamente la stessa birra, appunto perché le variabili sono moltissime e difficili da controllare, dall'altro diffida dal considerarsi "arrivati" quando si ha messo a punto una ricetta e dal ripeterla sempre identica - cosa che, a volte, è una battaglia persa.


E a questo proposito l'occhio mi è caduto su una bottiglia che non avevo mai visto, la Kaos Ale. "Nasce proprio per questo - mi ha spiegato -, come birra aperta alla sperimentazione, sempre in lavorazione. Insomma, un grande caos, che in fin dei conti è ciò che muove il mondo". In realtà, la cosa non nasce solo da un'idea balzana di Gabriele: "Diversi birrifici a fine anno brassano con le rimanenze di magazzino - mi ha raccontato -, e ho preso spunto da questo: luppoli che nessuno mai sceglie, o lieviti che di solito vengono usati in maniera diversa". Ogni cotta, quindi, è una cosa a sé: "Si osa, ci si permette anche l'errore. Direi che nasce dal caos mentale nostro". L'unica cosa a rimanere uguale è il grado plato. A dire il vero, nel parlare della Kaos Ale sarebbe meglio usare il futuro: le bottiglie in bella mostra sullo stand a Pordenone erano infatti un'anteprima, non ancora bevibile perché bisogna aspettare il tempo di maturazione necessario. Però se non altro la cosa incuriosisce, per quanto sia ancora presto per esprimersi sui risultati.


Nel frattempo, dunque, meglio darsi a cose concrete: così, data la Pasqua che si avvicina, ho portato a casa una bottiglia di Passionale, la birra pasquale, che ho poi stappato la sera successiva. Se siete amanti dei luppoli e delle birre beverine dimenticatela, ma se vi dilettate nel malto e nei sapori caldi, al contrario, non la dimenticherete: un'ambrata doppio malto a tripla fermentazione, dagli aromi vinosi e da bere a piccoli sorsi, data la complessità del corpo - che ricorda il moscato, unito alle note di malto ben decise  - e la gradazione alcolica - otto gradi. Poco persistente, lascia in bocca un sentore dolce notevole, quasi a far credere che il luppolo non ci sia proprio. Impegnativa, ma che dà soddisfazione alla fine dello sforzo (capirai che fatica). Insomma, ho spuntato un'altra birra da provare nella lista di Valscura; ma, se adesso parte la produzione della Kaos Ale, in fondo non si arriverà mai...

giovedì 19 dicembre 2013

Non chiamatelo retrogusto

C'è da dire che Udine, per gli amanti della birra, è una città che offre parecchio: non solo perché l'università è stata una delle prime in Italia a brassare ed avviare corsi in merito alla facoltà di agraria, o perché è sede del Bire, uno dei più antichi brewpub friulani; ma anche perché le associazioni di categoria si impegnano su questo fronte, per promuovere i numerosi birrifici artigianali locali. Così la Confartigianato ha organizzato due degustazioni guidate, condotte da Walter Filiputti insieme ad alcuni mastri birrai. Chiaramente l'occasione era ghiotta e non ho potuto mancarla, per quanto si trattasse di due birrifici che già conoscevo bene: il Villa Chazil, di cui avevo parlato in questo post, e il Valscura, sul quale è suprfluo aggiungere qualcosa (ma chi non lo conoscesse, clicchi qui).

La serata si è aperta con una dotta e interessante dissertazione di Antonio, il proprietario di Villa Chazil: un'occasione per scoprire tante cose che non conoscevo sulla produzione della birra, tanto più nel caso di un agribirrificio che fa da sé sia l'orzo che il luppolo. Ad esempio, non avevo idea del fatto che i maltifici italiani non garantiscano la tracciabilità del prodotto: ossia, voi consegnate l'orzo perché venga maltato (come vedete nella foto), ma poi non potete sapere se il malto che vi viene restituito è davvero il vostro, perché viene sostanzialmente messo tutto insieme per lavorarlo abbattendo i costi. Il che, chiaramente, non ha alcun senso nel caso di un agribirrificio, il cui punto di forza è appunto quello di produrre la birra esclusivamente con le proprie coltivazioni: così Villa Chazil porta il suo orzo a maltare in Austria - come Zahre -, data la vicinanza al confine. Oppure ho scoperto che il luppolo va messo "a crudo", alla fine, perché conservi gli aromi: se viene cotto, infatti, perde tutto quel bouquet di profumi che caratterizzano le birre ben luppolate. Insomma, una scoperta dopo l'altra.

Detto ciò, si è passati alla degustazione. Avevo sinora assaggiato solo una delle loro birre, la lager, che se devo essere sincera non mi aveva entusiasmata: non perché non l'abbia gradita, semplicemente perché non ci avevo visto quel tocco di originalità che in genere tanto apprezzo nelle produzioni artigianali. Alla degustazione c'era però oltre a quella anche la Pale Ale, e in questo caso devo dire che Villa Chazil ha fatto centro: senz'altro molto più corposa, dall'aroma fruttato e da un bel color rame, che una volta in bocca fa sentire in pieno la rosa di sapori del luppolo di cui sopra lasciando un amaro che, se all'inizio mi è parso quasi troppo forte, si è poi smorzato nel retrogusto.

E qui ho avuto la pessima idea di domandare al mastro birraio che guidava la degustazione come si faccia a "controllare" il retrogusto. Non l'avessi mai fatto: dopo avermi gentilmente spiegato che è una questione di luppoli, di quali tipi vengono usati, come vengono dosati e quando vengono aggiunti, mi ha infatti puntualizzato che "non si chiama retrogusto, si chiama persistenza: se parliamo di retrogusto vuol dire che non è una birra di qualità, perché questo sta a indicare che ha lasciato in bocca una sorta di saporaccio". Insomma, come sempre bisogna imparare ad usare bene le parole: e mi sono quasi vergognata di tutte le volte in cui in questo blog ho parlato di retrogusto, per quanto sia un termine comunemente usato, senza sapere di aver inconsciamente denigrato le birre che avevo bevuto.

La seconda parte della degustazione era appunto dedicata alle birre Valscura, nella fattispecie la Blanche de Sarone e la Nadal, la birra di Natale. E qui il buon Gabriele dovrà assumersi la responsabilità di avermi ripresa perché "Non devi solo scrivere le cose che ti sono piaciute nelle birre, devi anche dire quelle che non vanno": perché se la Blanche mi ha lasciata - letteralmente - a bocca aperta per la particolarità sia dell'aroma che del gusto, date le note di frutta che giudicherei uniche, la Nadal devo ammettere che mi ha un po' delusa. Intendiamoci, non che sia male: le spezie e gli aromi caldi tipici delle birre di questo genere si fanno sentire, ma ho trovato il gusto troppo liquoroso, quasi dolciastro. Gusti personali, per carità; e a onor di Valscura c'è da dire che è la prima volta che una loro birra mi lascia non del tutto soddisfatta - e dire che ne ho provate parecchie. Insomma, che dire? Toccherà farsi la bocca buona assaggiandone un'altra...

lunedì 4 novembre 2013

Al Good di Udine, parte prima: ma che sarà mai un agribirrificio

Rieccomi qui, dopo la trasferta nepalese. Giusto per togliervi la curiosità, se volete bere birra locale in quel di Kathmandu, il mio personale consiglio - con tutto il rispetto per i nepalesi - è di lasciar perdere: la scelta va dalla Everest alla Gorkha, due pils molto simili tra loro, che pur non essendo da buttar via non offrono nulla di più di ciò che si potrebbe trovare in un qualsiasi supermercato. Ottime per dissetarsi magari, ma non per chi cerca un sapore particolare.

Al rientro in Italia mi sono così diretta con migliori speranze al Good di Udine, salone delle specialità enogastronomiche friulane e non solo. Ovviamente non mi sono certo dilettata solo con la birra: è stata l'occasione per scoprire che di prosciutto San Daniele esistono quasi una decina di tipologie, grazie alla guida del buon Max Plett del prosciuttificio Dok dall'Ava; o di provare i veri confetti di Sulmona dell'azienda Giallo Zafferano - spettacolari quelli alla mandorla, caramello e rum; e la lista potrebbe continuare a lungo.

In quanto a birrifici, oltre a ritrovare più o meno tutti i vecchi amici - tra cui Valscura, di cui ho provato la Nadal: notevoli le note di frutta esotica sia all'olfatto che al palato, ma forse un po' impegnativa da bere perché gli otto gradi si sentono tutti - ho fatto anche alcune nuove conoscenze. Ad attirare la mia attenzione, per pura curiosità, è stato per primo l'agribirrificio Villa Chazil di Lestizza: ohibò, mi sono detta, che sarà mai un agribirrificio?

Sono così andata a farmelo spiegare dal bravo ragazzo al banco, che ancor prima di rispondere alla mia domanda mi ha messo in mano un bicchiere. In sostanza, come intuibile dal nome stesso, si tratta di un'azienda che - come per gli agriturismi - coltiva in proprio le materie prime: in questo caso, il malto e il luppolo. E qui è sorto il dubbio: ok per l'orzo, ma in quanto al luppolo avevo sempre saputo che farlo crescere in queste zone è una battaglia persa: come la mettiamo? "Con i luppoli tedeschi sì - ha specificato il ragazzotto - ma con quelli americani si può fare". A onor del vero, in effetti, il luppolo a km zero ancora non c'è: il birrificio è attivo da due mesi, per cui bisognerà attendere l'anno prossimo - quando le piante saranno cresciute - per vedere se davvero l'esperimento funziona; per ora c'è il malto - che mi è anche stato fatto assaggiare, prima volta che mi capitava -, e le previsioni sono quelle di produrre circa 1500 ettolitri l'anno di birra a filiera corta.

Per ora Villa Chazil produce un solo tipo di birra, quella - appunto - che mi era stata messa in mano: una lager con malto Pils - quello sì già prodotto in azienda - e luppolo Cascade. Se devo essere sincera, per quanto l'abbia trovata piacevolmente dissetante, non mi ha particolarmente colpita; certo si sente comunque il tocco dell'artigianalità, in quanto non ha nulla a che vedere con quelle da supermercato di cui sopra. Per cui, che dire? Aspetto di assaggiare quella con luppolo locale il prossimo anno, che promette di essere, al di là dei gusti personali, senz'altro unica in quanto a materie prime.

mercoledì 2 ottobre 2013

Luppolo e tabacco, parte seconda

Alcuni di voi ricorderanno forse il mio post Luppolo e tabacco, pubblicato lo scorso luglio; e il buon fummelier - non sto a rispiegarvi cos'è, leggetevi il post precedente, è per questo che esistono i link...- Marco Prato, del Club del Toscano, è tornato in brasserie per una replica della riuscitissima degustazione "Birra e sigari" di cui sopra. Questa volta, peraltro, sono arrivata preparata: sapevo tutto sul fumo lento, sul tabacco puro e su quello aromatizzato, sugli abbinamenti per similitudine e quelli per contrasto. Insomma, avevo studiato.

Questa volta quindi per prima cosa sono andata a farmi dire che sigari aveva portato, dato che sarei stata in grado di capire di che cosa stava parlando: in quanto al tabacco puro c'era l'Antico - il più amaro -, l'Extra vecchio e il Modigliani - il più leggero; mentre tra gli aromatizzati c'era quello al caffè, alla vaniglia, al cioccolato fondente, alla grappa e all'anice. Fossero state caramelle, non ci avrei pensato due volte. Ovviamente il tutto era accompagnato dai già apprezzatissimi crostini al formaggio spalmabile e sigaro grattugiato, una vera chicca.

La scoperta della serata è stata però la ruota organolettica, che Marco mi ha gentilmente illustrato e regalato: due dischi concentrici fissati con un fermacampione, che riportano sull'uno i tipi di sigaro, e sull'altro gli abbinamenti possibili. Facendoli ruotare, si ottengono le combinazioni suggerite: l'Antico, ad esempio, va accompagnato al vino rosso e ai distillati; quello alla vaniglia sta bene col liquore e con il caffè; e l'extra vecchio con i vini e i distillati.


In quanto ad accompagnare la birra, la ruota non la dà mai come "abbinamento ottimale"; la annovera però tra gli "abbinamenti da provare" con il Garibaldi - leggermente dolce -, l'Extra vecchio, il Classico, il Modigliani, quello all'anice e al caffè. Personalmente, insieme a certe stout, non avrei escluso nemmeno quello al cioccolato fondente; ma gli esperti sono loro, quindi non metto bocca - letteralmente.

In quanto a birre però l'auctoritas è Matilde, così siamo andati a chiedere a lei che cosa avrebbe abbinato ad un sigaro: e la sua scelta è caduta con decisione sulla Smoked Porter - la brassano diversi birrifici, ma la Brasserie tiene quella del Birrificio del Ducato - che ha sentori, appunto, di braci e di fumo. "A te però, tesoro, darei una Pannepot" ha concluso, cambiando le carte in tavola dato che comunque non avrei fumato. Dato che Matilde conosce i miei gusti, mi sono fidata: e in effetti mi sono brillati gli occhi quando mi sono vista mettere davanti un gioiellino di Belgian Strong Ale, direttamente dalle Fiandre. Nella descrizione era incluso praticamente qualsiasi tipo di aroma, dalle spezie, al caffè, al caramello: ce n'era abbastanza per cercare di non pensare al fatto che fa 10 gradi e berla lo stesso. In effetti, la girandola sia di aromi che di sapori che sprigiona è così varia da disorientare: se all'olfatto prevale il tostato del caffè, al gusto si fanno sentire più pienamente le spezie, mentre il retrogusto inizialmente liquoroso poi vira sul dolce del malto. Insomma, una birra unica ma assai impegnativa, da bere a piccoli sorsi e senza sete - perché è tutt'altro che dissetante, avendo un gusto così corposo.

In tutto questo mi spiace solo per il buon Marco, che nonostante il suo impegno e la sua verve - che fa sì che riesca a coinvolgere in queste serate anche i più convinti avversari del fumo - non è riuscito a farmi provare nemmeno un sigaro: però, lo giuro, io ci ho messo la massima buona volontà per capire gli abbinamenti...




venerdì 20 settembre 2013

Che sorpresa il malto d'avena

Era ormai da qualche tempo che la Matilde e Norberto non organizzavano una cena completa con degustazione; e hanno finalmente ripreso le buone abitudini mercoledì scorso, quando hanno coinvolto il buon Severino per una serata dedicata alle birre Garlatti Costa. La curiosità era parecchia, perché non solo si trattava di specialità che non avevo mai provato, ma una di queste era una novità per la stessa Matilde: insomma, proprio le ultime creazioni del birrificio, per cui le premesse erano più che buone.


La serata è iniziata con un aperitivo davanti ad una Kriek, e due chiacchiere con Severino: come già ho avuto modo di scrivere altre volte, infatti, a bere c'è più gusto se sai quello che stai bevendo. Ne ho così approfittato per farmi istruire sulle due birre che saremmo andati a degustare: discorso interrotto con i soliti modi spicci da Matilde, perché "Vi ho messo la pasta in tavola e poi si fredda". Ok mamma, arrivo.

In effetti sarebbe stato un peccato sciupare quelle prelibatezze, perché sia Matilde e Norberto che Severino avevano fatto del loro meglio. Come primo piatto ci sono stati serviti gnocchetti sardi al cartoccio con melanzane e zafferano - tra le ansie di Matilde, che non li aveva mai cucinati prima: tranquilla, Enrico ha spazzolato anche i miei lasciandomi quasi a bocca asciutta - abbinati alla Lunatica: una birra chiara, beverina e leggera - appena quattro gradi - dall'aspetto piuttosto torbido e dal gusto del tutto inusuale. Arcano che però ci era già stato svelato da Severino: il segreto è il malto d'avena, usato peraltro in percentuale più elevata rispetto al consueto, "per evitare che una birra così leggera risulti annacquata". Esperimento riuscito perché, pur conservando comunque un gusto molto delicato, ha quella nota di particolarità che la valorizza. Senza contare che scende che è un piacere: attenti a non berla quando avete tanta, ma tanta sete, altrimenti è facile scolarsene più del dovuto. Interessante anche la punta di amaro nel retrogusto, appena accennata ma notevole.

Sia cuochi che mastro birraio hanno però dato del loro meglio nella seconda parte della cena. Abbinata ai gustosissimi spiedini di polpette di manzo - abbiamo meditato un raid in cucina per vedere se ne erano rimasti - e ad un delicatissimo tortino di patate e carote di cui ho chiesto immediatamente la ricetta, c'era la Dolce vita: anche qui una chiara, beverina e leggera - cinque gradi - e poco luppolata, "per chi non ama l'amaro e vuole una birra da bere facilmente con tutto". Il "poco luppolato" in effetti ha incontrato i miei gusti, dato che l'ho preferita alla Lunatica: complice anche l'aroma più intenso e il gusto più corposo, nonché il retrogusto che, per i miei standard, aveva appunto la giusta dose di luppolo. Entrambe le birre, comunque, hanno dato del loro meglio ad una temperatura leggermente superiore rispetto a quella a cui erano state servite: tanto meglio, abbiamo provato gusti diversi. In fondo, il bello della birra è anche questo.