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martedì 9 aprile 2019

Santa Lucia, secondo weekend

Anche in questo caso ho dato qualche anticipazione su Facebook, ma riporto comunque qui qualche nota su alcune delle birre degustate nel secondo weekend a Santa Lucia - dedicato ai birrifici triveneti.

Ho iniziato con la Carlo, brassata da Birra di Fiemme per i dieci anni di Diexe distribuzione, e così battezzata in onore del figlio del titolare. Sulla carta è una ipa britannica, in realtà si tratta di una ipa piuttosto sui generis, data la predominanza - elegante, a onor del vero - dei luppoli tedeschi. Profumi erbacei che ben si amalgamano alla componente maltata, corpo discretamente robusto e biscottato, e finale di un amaro tagliente per quanto non invasivo, che al salire della temperatura rivela anche toni di nocciola lasciati dalla maltatura. Facilissima a bersi, nasconde bene i suoi 6 gradi.

Ho poi finalmente avuto il piacere di conoscere Evoqe Brewing, di cui da tempo sentivo parlare, in particolare per la loro linea sour - incentrata in particolare sulle sour alla frutta. Ho provato la #1, pemiata peraltro da Unionbirrai: una Berliner Weisse con frutto della passione, limone e bergamotto, intensi sia in aroma che al palato - tanto da coprire in buona parte l'acidità tipica dello stile -, ma ben amalgamati tra loro e con l'insieme. Una birra armonica, per chi ama i sapori fruttati ancor più che le sour. Mi ha dato l'idea di un birrificio che, almeno sul fronte sour, ama stupire; e se per alcuni la cosa potrà sembrare un po' sopra le righe, bisogna anche riconoscere che - almeno per ciò che ho provato io - aromi e sapori erano sì intensi, ma in un'armonia d'insieme che non dà l'idea di aver "stroppiato".

Discorso analogo si potrebbe fare per la Terremoto, recente creazione de La Busa dei Briganti presentata al Ballo delle Debuttanti: una ipa con doppio dry hopping cryo, ossia con luppolina estratta a freddo. Un nome, un programma, perché sia all'aroma che in bocca i toni agrumati e di frutta tropicale - ekuanot, mosaic e citra - sono davvero molto intensi, per quanto mi sia trovata a definirli "invasivi ma non invadenti" - intendendo nel primo caso l'intensità, e nel secondo il risultare sgradevoli in virtù di questa forza. Idem come sopra: se chi non ama le luppolature esuberanti sicuramente la giudicherà eccessiva (ma verosimilmente nemmeno la prenderà), gli amanti del genere la troveranno viceversa ben costruita e gradevole a bersi.

Andando su tutt'altro genere, ho provato la Palace, imperial stout di Sognandobirra nata come birra natalizia. Abbastanza possente - come da stile - incentrata sui toni di liquirizia, presente in tutta la bevuta insieme alle note di caffè; e che rimane ben persistente in chiusura insieme a note calde e avvolgenti. Beverina e secca nonostante il corpo robusto, rivela solo in seconda battuta qualche lieve nota alcolica in coda alla persistenza; quindi occhio ai nove gradi alcolici....

Piacevole nuova conoscenza è stata poi il Meraki, birrificio artigianale di recentissima apertura in quel di Susegana e nato da un gruppo di amici usciti dall'Accademia Dieffe - e qui la storia si ripete, confermando la Dieffe come una delle maggiori "fucine" di birrai a Nordest. Mi è parso abbiano iniziato con il piede giusto, almeno per quanto riguarda la loro Iga (forse non lo stile più adatto per giudicare le capacità tecniche di un birraio, ma nemmeno quello meno utile di tutti a tale scopo): trattasi della Merlo, una Iga al Merlot su base Belgian Ale. Molto delicata, con la componente fruttata del vino ben integrata con lo stile di base, che rimane ben riconoscibile, e riuscendo nell'intento di darvi una nota di peculiarità.

Da ultimo una nota sulla Albisca, lager chiara aromatizzata all'albicocca, pesca e biancospino, di La Ru. Detta così sembrerebbe un'eresia, in realtà bisogna riconoscere che il birraio è riuscito nell'intento di armonizzare la componente maltata tipica della birra di base con le note acidule della frutta.

Anche in questo caso mi fermo qui, alla prosisma settimana per aggiornamenti e considerazioni...

mercoledì 18 aprile 2018

Santa Lucia, capitolo secondo

Anche il secondo weekend della Fiera della Birra artigianale di Santa Lucia di Piave, dedicato ai birrifici triveneti, mi ha portato nuove conoscenze sia in termini di birrifici che in termini di birre. Il primo è stato Manto Bianco di Quarto d'Altino, nato pochi mesi fa da un gruppo di amici usciti dall'Accademia Dieffe. Ampia la gamma degli stili coperti, nonostante la giovane età; tra questi i birrai mi hanno consigliato la blanche Biancospino e la american ipa Filigrana. La prima, caratterizzata da pepe di Sichuan, bergamotto e arancia dolce, esibisce un potente aroma che ricorda appunto il biancospino; e che si ripropone in forze anche al palato, imponendosi su quelli che sono i toni di cereale classici delle blanche. Personalmente ho trovato questa caraterizzazione finanche eccessiva, almeno per il mio palato; c'è da dire che, se l'intenzione era appunto quella di ricreare l'aroma del biancospino pur non utilizzando i fiori, la cosa è perfettamente riuscita. Dai profili aromatici robusti anche la Filigrana, tra agrumi, frutta gialla e fiori d'arancio; a preludere ad un corpo che, pur nella robustezza del malto caramellato, è un'esplosione di frutta. A chiudere, un amaro citrico e netto ma sobrio. Anche questa dunque una birra vivace, ma che ho trovato ben equilibrata nel complesso.

Altra nuova giovane realtà - un anno di attività - è  La Villana, birrificio con annesso ristorante e pizzeria di Grantorto (Padova). Una decina anche qui gli stili coperti, secondo la filosofia espressa dal birraio Marco di sperimentare, ma senza stravolgere gli stili: per questo ho ritenuto indicativo provare la Kolsch, seconda birra creata in ordine di tempo, sia perché è uno stile relativamente poco diffuso tra i microbirrifici, sia perché richiede grande precisione e pulizia - specie se si vuole sperimentare. Schiuma notevole, alta, candida e ben pannosa, aromi floreali molto delicati - perle e saphir -, corpo esile e scorrevole e taglio amaro finale netto e pulito. Oserei definirla più in stile di altre Kolsch che ho bevuto in Italia, ben pulita e fresca come da canoni.

Tra le nuove birre dei vecchi amici c'è la Floky di Sognandobirra, birra di frumento con luppoli neozelandesi e centrifuga di pere del pero Missio - presidio Slow Food della Lessinia. Il fruttato dei luppoli neozelandesi si amalgama bene ai toni di pera all'aroma, prima di un corpo robusto che rende giustizia al cereale pur rimanendo scorrevole, e un finale in cui ritorna la pera. Ben costruita nella misura in cui rimane una birra e non un succo di frutta, risultando fresca e gradevole da bere.

Novità anche in casa Plotegher, la birra d'abbazia Nevik e la lager con luppolo Cascade coltivato a Folgaria, la Asgard. La prima è una birra in stile, eccezion fatta per il corpo inusualmente leggero e scorrevole nonostante gli otto gradi alcolici - ammetto a questo proposito che personalmente avrei preferito un corpo più robusto, per quanto la cosa fosse voluta, così da non dare la sensazione di squilibrio rispetto a ciò che ci si aspetterebbe dall'aroma. Un'esplosione di aromi floreali invece la Asgard, ben sorretti da un corpo ricco di cereale, tanto da richiamare quasi sentori di frumento in seconda battuta.

Accelerando un po' la panoramica, cito la Elan di Forgotten Beer - una "hop kolsch" con luppolo Comet, che reinterpreta totalmente lo stile -, la Blanche di Villa Chazil - questa sì perfettamente in stile - e la pale ale Furba di Mr Sez in versione wet hop, dai profumi freschi ed erbacei del luppolo particolarmente marcati.

Stiamo ora in attesa dell'ultimo weekend con i birrifici esteri...

sabato 1 aprile 2017

Santa Lucia: weekend secondo, capitolo primo

E ieri sono tornata in pista per il secondo fine settimana della Fiera della Birra Artigianale di santa Lucia di Piave, dedicato ai birrifici triveneti. Ho iniziato da un birrificio a me ancora sconosciuto per quanto abbia aperto lo scorso anno, il Lzo-Lorenzetto di Conegliano. Agribirrificio per la precisione - per quanto il titolare, Jacopo, affermi di non voler calcare la mano su questa definizione - che produce da sé l'orzo che fa poi maltare in Germania e il coriandolo - il luppolo è nei progetti del prossimo futuro, per ora si appoggia  a Villa Chazil. Tra la red ale Baal, la bianca Candice, la golden ale Cima, la california (un)common Riot Ale e la golden ale con luppolo fresco Wet Hop ho provato quest'ultima: trattasi di una monoluppolo Cascade - costata ore di duro lavoro, ha riferito Jacopo, dato che il luppolo fresco deve essere lavorato entro poche ore - in cui l'agrumato tipico del cascade risulta ancora più fresco e quasi erbaceo, senza però lasciare persistenze vegetali ma chiudendo anzi in maniera pulita e di un amaro non aggressivo.

E' stato poi un piacere ritrovare il Couture, di cui ho provato la Helles biologica e la Pils interamente prodotta con materie prime proprie. Un tedesco "purista" la troverebbe probabilmente un po' "sbilanciata" verso il luppolo (Perle per la precisione), con i suoi aromi floreali; rimane comunque una birra piacevole e discretamente aromatica per il genere, con un cirpo sì sile e scorrevole ma non evanescente, che chiude poi su un amaro delicato che richiama i toni dell'aroma. Sono poi passata alla Pils, con Saaz e Northern Brewer di loro produzione. Anche questa decisamente aromatica per lo stile, è l'ultima nata di casa Couture; a mio parere - condiviso peraltro anche dal birraio - c'è un attimo da aggiustare l'equilibrio tra la componente maltata e quella luppolata (del resto si sa che le pils sono terreno delicato), ma ho fiducia nell'operato di Andrea.
Interessante è stata anche la sosta al Salgaro, beerfirm che si sta avviando ad avere un impianto proprio - e che ha pure rinnovato lo stand, con sgabelli e tavoli di legno, rendendolo decisamente accogliente. Salgaro ha portato in anteprima la nuova Brown Ale, la Siora Bruna: una birra che, pur scontando al momento il fatto di essere ancora giovane, esibisce una componente tra il tostato e il caramellato ben bilanciata - con il tostato che emerge man mano che si scalda - e chiude sull'amaro erbaceo del Fuggle.

Anche Mr Sez ha portato una novità, una Vienna con mandarina bavaria in monoluppolo: come Vienna è piuttosto fuori stile, ma credo potrà fare la felicità degli amanti di certe apa, dalla luppolatura agrumata sì ma morbida e non eccessiva, e dal corpo dai sentori biscottati ma comunque snello. Novità anche in casa Sognandobirra, con la ale ambrata della nuova linea F999 - una linea "semplice", intesa come complementare a quella classica e più ricercata - dalla luppolatura estremamente lieve e dal corpo che nonostante la tostatura ben presente risulta snello e beverino.

Simpatica conoscenza è stato poi il birrificio Plotegher, da Besenello (TN). Se passate di lì, fatevi raccontare la curiosa storia di come, seguendo le tracce dei cimbri che hanno popolato le valli trentine, la famiglia Plotegher sia arrivata fino in Danimarca; dove non solo ha imparato a fare la birra, ma si è anche imbattuta in un'antica ricetta che - almeno così si racconta - è stata tramandata attraverso le generazioni dai tempi appunto dei vichinghi. Ricetta che peraltro i Plotegher intendono riprodurre fedelmente, ricreando addirittura alcuni aspetti che in sé e per sé sarebbero oggi considerati difetti - grazie anche ad un impianto realizzato da loro. È così nata la Valkirija, definita come "viking keller"; a cui si sono aggiunte la Ol - "birra" in danese -, una lager chiara semplice e beverina; e la Corcolocia, una "Viking porter" che prende il nome da un gallinaceo che abita le valli trentine (il corcolocio) e che presenta la peculiarità dell'aggiunta di resina di larice da Guardia di Folgaria. Ieri ho scelto di provare quest'ultima: schiuma fine e persistentissima, aromi e sapori intensamente tostati e di cioccolato, che si uniscono al balsamico della resina man mano che la temperatura sale. Inutile dire che mi è rimasta la curiosità di assaggiare che cosa sia una "Viking Keller", provvederò a togliermi lo sfizio...

venerdì 19 agosto 2016

Definizione di birra artigianale: la voce dei birrai

Quando il 6 luglio scorso era stata diffusa la notizia dell'approvazione in Senato della definizione legale di birra (e birrificio) artigianale, avevo diramato una mail a tutti i birrai di mia conoscenza per ricevere un parere in merito. Nell'immediato erano stati in pochi a rispondere, per cui ho atteso di avere più materiale prima di scrivere qualcosa; ed ora che, a onor del vero, ne ho in quantità tale da doverlo riassumere, direi che il momento fatidico è giunto.

Le prime impressioni a caldo sono tutte state abbastanza in linea: da chi, come Gabriele del birrificio Valscura (nella foto), assicura che di sicuro non cambierà le etichette solo per il gusto di scrivere "birra artigianale"; a chi, come Alessandro Giuman de Il Birrificio Del Doge, afferma che "definire la birra artigianale non poterà cambiamenti al nostro lavoro", nessuno si aspetta miracoli. Al massimo ci si augura che - per dirla sempre con Alessandro, ma è naturalmente un punto citato da tutti - questa norma non funga da "apriporta" per l'accisa differenziata.

Altri poi, come Patrice di Sognandobirra, si soffermano sui parametri - non pastorizzazione, non filtrazione e quantitativo limitato - usati per definire i birrifici e la birra artigianali: "Ognuna di queste caratteristiche perché deve identificare l'artigianalità? - si chiede - E se un'azienda industriale ne producesse una piccola quantità con le medesime caratteristiche? Per me si parte dando troppa importanza al termine artigianale: la birra va descritta andando al sodo elencando i pregi e spiegando ai consumatori le caratteristiche, e questi decideranno se ciò che bevono è buono o no. La birra o è buona o non lo è, che sia un piccolo o un grande produttore a farla. Se Sognandobirra un domani crescerà e produrrà un quantitativo che va oltre i limiti imposti mantenendo le stesse caratteristiche di ora, la birra perderà di valore? Il problema sta nella nostra italianità: è più importante mettere paletti che dare il peso alla protagonista, la birra. Ora mi tirero' dietro gli insulti di molti cultori o colleghi che tengono a questo termine. Usatelo pure ora che potete, io continuo a lavorare come ho sempre fatto".

Su una linea di pensiero simile si pone anche Ivan Borsato: "Certamente è importante identificare il prodotto artigiano sull'etichetta, e pretendere che i grandi produttori non usino a sproposito il termine - afferma -; ma questa legge saprà tirare fuori gli strumenti giusti per identificare il prodotto di qualità? Perché se birra artigianale non è un sinonimo di birra di qualità, allora cosa l'abbiamo identificata a fare? Chi ha scritto questa legge si è dimenticato di
un concetto basilare: fare la birra a mano. Un artigiano è tale se lavora con le proprie mani, se il prodotto che ne esce contiene estro e creatività per i quali siamo internazionalmente riconosciuti. Ci sono imposizioni con la microfiltrazione che sono tecnicamente labili: cos'è la microfiltrazione? Filtrare una birra per stabilizzare il suo shelf life? Allora è fondamentale per i produttori che si vogliano affacciare all'export, specie per lidi lontani. Poi resto impressionato dalle grandezze di riferimento per identificare i birrifici artigianali: 200.000 hl l'anno, quando la media dei birrifici artigianali italiani è 750 hl anni (fonte Assobirra). Ritengo la legge un'ottima base, anche perché fissa il requisito dell'indipendenza dei birrifici, ma dovremo fare un passo in più verso la qualità oggettiva, l'artigianato, l'export". Dubbi simili in quanto alla definizione di microfiltrazione e alla necessità di stabilizzare il prodotto per la spedizione li ha espressi anche Lorenzo Serroni di The Lure, che si augura che - con tutte le incertezze ancora esistenti sulla norma - non si sia "chiuso un buco, ma aperto un burrone".

Altra questione scottante è infine quella dei beerfirm, che la legge parrebbe escludere dalla definizione di birrifico artigianale in quanto non possiedono impianti propri: e su questo fronte l'unica voce che ho ricevuto è quella di Paolo Costalonga, di Birra di Naon. "Ai beerfirm credo vada riconosciuto il merito culturale di contribuire al fenomeno della birra artigianale italiana di questi ultimi anni - afferma -. Dal punto di vista economico-produttivo poi, credo che il merito maggiore sia quello di aiutare ad ammortizzare gli impianti dei piccoli birrifici artigianali e ad aumentare il loro potere contrattuale (per esempio l'acquisto di fusti, bottiglie, etichette, scatoloni). Cose che aiutano non poco. Detto ciò, al di là della definizione legislativa, la mia domanda è se sia più artigianale una birra fatta in uno stabilimento non di proprietà che produce meno di 1000 ettolitri anno, utilizzando materie prime a filiera corta, oppure una birra fatta in uno stabilimento di proprietà che produce 199.000 ettolitri anno utilizzando materie prime comperate esclusivamente all'estero e processi che escludano quasi completamente l'intervento umano. In ogni caso credo che i consumatori, anche se non vedranno nell'etichetta la scritta “birra artigianale”, riusciranno a percepire l'artigianalità del prodotto. La definizione normativa è stata creata, è vero, per riconoscere finalmente il lavoro di molti, ma potrebbe porre le basi di una nuova discrimminazione nei confronti del lavoro di molti altri".

Da ultimo, l'opinione di un veterano del settore come Tullio Zangrando, che nella sua lunga esperienza ha avuto modo di conoscere in prima persona realtà sia artigianali che industriali: "Che cosa c‘entra la definizione legale dei criteri che distinguono le birre artigianali da quelle industriali con la semplificazione, la razionalizzazione, e la competitività nel settore agroalimentare che sono l‘oggetto del DDL S 1328-B del 6 luglio? - si chiede - Non lo so. E neppure posso immaginare importanti cambiamenti o miglioramenti per i consumatori. Come unico (peraltro apprezzabile) vantaggio vedo che nei birrifici non potranno più presentarsi funzionari statali a sequestrare le etichette con l‘incriminata scritta "artigianale". Nell‘Allegato allo Statuto di Unionbirrai, come lo leggo in internet, al punto a) è già menzionato il divieto di pastorizzare, ed al punto c) sono vietati i conservanti ed i coadiuvanti utili alla stabilizzazione del prodotto (dimenticati nel DDL!). Il DDL aggiunge il divieto di utilizzare la microfiltrazione (ma senza definirla con la necessaria precisione tecnica...forse per lasciar spazio a contenziosi idonei ad intasare ancor più i tribunali?). Nebulose (o meglio: probabilmente aggirabili dai furbastri) sembrano (e non solo a me) le indicazioni riguardanti la "assoluta indipendenza" dei birrai artigianali". Il timore che, fatta la legge, si trovi non "l'inganno", ma anche più d'uno, pare insomma concreto tra i birrai.

venerdì 29 luglio 2016

Una birra in Zardin Grant

E' un po' il Prato della Valle de noantri, Piazza Primo Maggio a Udine - Zardin Grant per gli indigeni: caratteristica forma ovale, prato, vialetti di ciottoli, e anche se manca il canale attorno c'è comunque la fontana al centro. Quest'anno è stata spostata lì la festa della birra artigianale che gli anni scorsi si è tenuta in piazza Venerio - cosa che personalmente non mi è dispiaciuta; e ho trovato sia vecchi amici che nuove conoscenze.

Sono passata per prima cosa dagli amici di Diciottozerouno, che mi avevano preannunciato qualche novità. Innanzitutto hanno fatto alcune lievi modifiche alle birre già all'attivo, in particolare alla pils Caraibi, che ho trovato più delicata sul fronte della maltatura e viceversa più decisa sia sul fronte dell'aroma - Saaz e Mittelfruh - che dell'amaro - Magnum: una pils che, pur non uscendo dai canoni dello stile, sa comunque farsi riconoscere per i profumi intensi ma eleganti tra il floreale, lo speziato e un leggero fruttato, e per l'amaro pulito. Nuova nata è invece l'american wheat Tsunami, dagli aromi agrumati e dal corpo leggerissimo, tanto che solo in seconda battuta arrivano al palato le note del frumento, prima di chiudere su un amaro leggero e poco persistente. Da bere in quantità, come lo stile vuole.



Pensata per l'estate è anche l'ultima creazione di Sognandobirra, la F999 (dal codice del Comune di Oderzo, dove il birrificio ha sede): una sui generis con malto pilsner a caramel, lievito da Kolsch, e luppolatura con Hallertau Blanc - che mi è stato descritto come simile al Nelson Sauvin, caratterizzato da profumi fruttati che ricordano il sauvignon blanc (da cui prende il nome). L'aroma fruttato in effetti si nota, ma si amalgama con una presenza decisa e quasi "grezza" del cereale; che non rimane però "piena" in bocca, a favore di un corpo esile che facilita la bevuta ed una chiusura tendente all'acidulo che contribuisce a "pulire" la bocca. Di tutt'altro genere la Matha, una versione più dolce della Brown ale Sisma: profumi intensi di miele che risaltano maggiormente al salire della temperatura, ma comunque bilanciati sia in aroma dai toni fruttati del luppolo Challenger, sia soprattutto in chiusura dall'amaro elegante del Magnum - che va a contrastare un corpo assai dolce che, se persistente, risulterebbe stucchevole.

Nuova conoscenza è stato invece il birrificio Alba di Guarene (Cuneo), aperto dal 2014, che conta otto birre all'attivo (tutte alte fermentazioni). Alessandro e Alberto si definiscono appassionati degli stili belgi, ma anche delle luppolature del Nuovo Mondo, e cercano quindi di unire queste due passioni. Con loro ho assaggiato per prima la Nivola, una blanche in stile ma assai più delicata della media, sia sotto il profilo dell'intensità degli aromi che della consistenza del corpo; per poi passare alla Aura, una golden ale che unisce luppoli europei ed americani dai toni fruttati, ma in cui all'aroma ho colto più di tutto intensi profumi di miele millefiori (che non figura tra gli ingredienti peraltro, per cui lo attribuisco al malto). Anche qui il corpo è più esile di quanto ci si aspetterebbe, rimanendo comunque sui toni dolci di miele e pane; e chiude su un amaro appena percepibile e poco persistente, mentre rimane al contrario una leggera persistenza mielosa. Il miele ce l'ha invece davvero quella che definiscono la più caratteristica delle loro birre, la tripel Double Bee, con miele di acacia e castagno; che in effetti donano all'aroma toni balsamici, che la componente dolce non arriva a sovrastare. Più piena rispetto alle altre al palato - mi sono trovata a definirla "dal sapore variegato", data la presenza anche di avena e frumento - ha un corpo comunque poco robusto per i suoi otto gradi. Ha senz'altro il merito di giocare bene con i profumi e sapori caratteristici dei due mieli per non farla risultare stucchevole, e personalmente trovo che beneficerebbe da un corpo un po' più robusto, così da "sostenerli" meglio e far risultare l'insieme più equilibrato.

Che altro dire, oltre che un grazie ai birrifici in questione? Chi volesse assaggiare queste birre o quelle di altri birrifici - sono presenti anche Belgrano, Zahre, e Dibirra che dsitribuisce birre americane - ha tempo fino a domenica....

lunedì 26 ottobre 2015

Fiera birra Pordenone, parte prima: i vecchi amici

Come molti di voi già sanno, questo fine settimana sono stata impegnata - eh sì, è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare - con la Fiera della birra artigianale di Pordenone. Una "prima" sotto un duplice punto di vista, perché è sia il debutto dell'edizione autunnale della fiera di Santa Lucia di Piave - evento ormai consolidato - che quello di una fiera di questo tipo in Friuli Venezia Giulia (dato che altri eventi simili hanno obiettivamente un taglio diverso). Tra i venti birrifici presenti ho trovato per la maggior parte vecchie conoscenze, ma di alcune ho avuto modo di provare qualcosa di nuovo; mi ispira iniziare da questi ultimi casi, per cui mettetevi comodi.

Seguendo - molto banalmente - l'ordine in cui ho trovato i vari stand, il primo è quello di Matilde e Norberto - titolari della Brasserie di Tricesimo che fanno anche da distributori di vari marchi per il Fvg, tra cui Toccalmatto, Ducato e Foglie d'Erba. Matilde mi ha messo tra le mani un bicchiere, sfidandomi ad indovinare che birra fosse. E, lo ammetto, ho sbagliato di brutto. Non diciamo a quale light ipa avessi pensato: fatto sta che si trattava della nuova versione della Hopfelia di Foglie d'Erba, con una luppolatura assai più delicata dall'amaro meno acre, in cui i toni resinosi che contraddistinguevano questa birra si armonizzano con altri più citrici. Un risultato finale che personalmente ho apprezzato, non amando gli amari troppo decisi, e che probabilmente "sposterà" un po' il pubblico di Foglie d'Erba - i patiti dell'amaro si getteranno a braccia aperte sulla Freewheelin', mentre la Hopfelia probabilmente guadagnerà consensi tra quelli come me.

Subito più avanti era posizionato L'Inconsueto, di cui il birraio Valentino mi ha presentato la novità, la ale chiara al limone. Al mio "Mica avrai fatto la radler???" ha risposto con un "Guarda che mi offendo!", perché in effetti radler non è: al di là della considerazione di base che rimane comunque birra perché l'aromatizzazione non è soverchiante, si nota bene come i limoni usati siano di qualità - di Sorrento, per la precisione - senza quel retrogusto dolciastro e stucchevole che lascia la limonata. Punto di forza de L'Inconsueto però, a detta di Valentino, è la Speciale: una "Ipa come dovrebbe essere, senza tutta quell'esagerazione di luppoli americani, che gli inglesi dell'epoca non avevano", ha sentenziato. In effetti è una birra per gli amanti dell'amaro, ma rimanendo comunque equilibrata prediligendo un erbaceo sobrio e non pungente sia nell'aroma leggero che nel resto della bevuta.

Veniamo quindi al Jeb, fresco di titolo di birrificio dell'anno a Marano Vicentino. Chiara ci ha tenuto a farmi assaggiare la "Cometa roasted", come l'ha definita, ossia l'ambrata ai tre cereali in versione affumicata. Su profumi dolci e maltati che la caratterizzano risalta bene l'affumicato, tanto da far quasi credere che si imponga poi anche in bocca; cosa che invece non è, perché al palato risulta un affumicato gentile, che non lascia poi una persistenza troppo aggressiva. Una birra complessa e forse non per tutti, ma che riesce ad armonizzare in maniera originale tutti i sapori di cereale, biscotto, miele e tostato che la caratterizzano.



Di Sognandobirra ho riprovato la brown ale Sisma (la foto col cannolo è una gentile concessione di Andrea), questa volta alla spina, perché "è tutta un'altra cosa di quella in bottiglia, assolutamente devi-devi-devi". Mi sono fidata, e in effetti è così: se la versione in bottiglia presenta un contrasto più marcato tra aroma e corpo caramellati e amaro resinoso in chiusura, quella alla spina amalgama meglio questi due poli, risultando al contempo sia meno dolce al palato che meno amara alla fine, nonché meno "traumatica" nel passaggio tra i due sapori. Più armoniosa, volendo usare un aggettivo solo, cosa che personalmente ho apprezzato.

Ho ritrovato anche l'apprezzao Mr Sez, a cui questa volta però mi sono trovata a "fare le pulci" per la sua wheat ale Santa: troppo poco pronunciato il cereale, a mio modo di vedere - il frumento è appena percepibile -, mentre la luppolatura fresca e floreale farebbe pensare più ad altri generi - mi ha ricordato la loro pale ale Furba. Una birra piacevolissima, ma che non inquadrerei del tutto nello stile. Pienamente in stile e con lode invece la imperial stout Penelope, un tripudio di caffè e cioccolata dall'inizio alla fine, con schiuma pannosa d'ordinanza ed un finale leggerissimamente acidulo da malto tostato che contribuisce notevolmente alla bevibilità. Ottima per il birramisù, come ha confermato anche la moglie del birraio Enrico.

Una parola anche per la Rudolph di Bad Attitude - una strong ale dal colore dorato, che armonizza i toni molto dolci del malto con lo speziato di ginepro, zenzero e cannella - e la blanche del San Gabriel, pienamente e piacevolmente in stile - pur essendomi apparsa più dolce al palato rispetto alla media delle blanche, complice forse l'aggiunta di farro e segale -, con il caratteristico speziato e floreale del lievito.

Da ultimo il Birrone, dove ho avuto la sorpresa di trovare nientepocodimeno che il grande boss Simone Dal Cortivo: è stato un piacere - nonché un momento decisamente istruttivo - degustare con lui la Heaven, una blanche caratterizzata dal coriandolo aggiunto a fine bollitura per dare una nota secca a contrastare il dolce del cereale e buccia di arancia amara. Una birra che ha ricevuto notevoli riconoscimenti a Rimini insieme alla sua "cugina" a bassa fermentazione, la Hell; e che conferma la filosofia di Simone secondo cui le birre si fanno equilibrate, senza voler strafare - come ha ribadito facendomi assaggiare anche la Rauch, un'ambrata dall'affumicato assai discreto.

Concludo nominando anche tutti gli amici che, pur non avendo avuto nulla di nuovo da presentarmi - detta così pare che siano degli scansafatiche, la realtà è che sono io ad essere godereccia e le ho già provate tutte - mi hanno accolta con calore: Zahre, Benaco 70, Valscura, Villa Chazil. Posso dire con piacere che mi sono sentita in famiglia, decisamente l'aspetto che apprezzo di più di queste giornate.

venerdì 31 luglio 2015

La vita è sogno...e la birra pure

Dato che in questi giorni piazza Venerio qui a Udine si è riempita di stand birrari e gastronomici per una non meglio specificata - e ben poco pubblicizzata, devo dire - "festa della birra artigianale", ne ho approfittato per farmi un giro. Ammetto che, dopo la delusione di "Spirito di birra" dello scorso anno, ero un po' prevenuta; ma essendomi giunta voce che per quanto i birrifici presenti fossero pochi meritava conoscerli, sono balzata in sella al mio fedele destriero (leggi: citybike presa in sconto al Città Fiera) e mi sono avviata verso il centro - mobilità sostenibile, nessun problema di parcheggio, e soprattutto nessun problema di etilometro.


Il primo birrificio con cui ho fatto conoscenza, grazie ad una piacevole chiacchierata con il birraio Andrea - pur tra tutte le difficoltà del caso, dato il volume assordante della musica - è il Sognandobirra di Oderzo: una realtà nata da tre amici homebrewer, che hanno progettato da sé un impianto "su misura" e se lo sono fatti fare. La produzione è iniziata lo scorso novembre, ma i riconoscimenti sono già arrivati: la loro blonde ale Sayamé si è infatti classificata seconda al concorso Cerevisia 2015 nella categoria alta fermentazione Nord Italia. Nel descrivermi le birre - cinque: la già citata Sayamé, la "italian pale ale" 364, la blanche Madame Blanche, la brown ale Sisma e la ale ambrata Hoppitergium - Andrea mi ha confessato la predilezione dei tre birrai per l'amaro: tanto che anche la 364, che vuole - come il nome suggerisce - essere una reinterpretazione delle ipa, punta più sui luppoli da amaro che su quelli da aroma, seguendo l'antica tradizione inglese invece che quella americana più recente. Sempre presente, ha precisato, anche l'attenzione agli abbinamenti gastronomici: tanto che ciascuna scheda descrittiva riporta anche i suggerimenti relativi.

A questo punto bisognava decidere cosa assaggiare, nella coscienza che tutte e cinque no grazie, non le reggo. Ammetto che ad incuriosirmi di più erano la Sisma, con ben cinque luppoli a bilanciare il corpo dolce, e la Hoppitergium, con luppoli neozelandesi e americani in abbondante dry hopping (eh, lo so, la foga dei luppoli ha preso anche me, non solo la Poretti); Andrea ha però suggerito l'abbinata in sequenza Sayamé - Hoppitergium, e mi sono fidata. In effetti la Sayamé è un'ottima apertura: se l'aggettivo "delicato" può suonare come quanto di più scontato e generico si possa usare per descrivere una birra, è nondimeno il più calzante che ho saputo trovare. L'aroma tra il floreale e lo speziato è molto morbido, e anche al palato mostra un corpo meno robusto rispetto ad altre blonde ale - il che la rende particolarmente beverina. Anche l'amaro in chiusura non è assolutamente aggressivo, lasciando la sensazione di una bevuta decisamente semplice, piacevole e dissetante. In tutto e per tutto una birra "lienare" e pulita, fatta andare incontro a tutti i gusti e tutti gli abbinamenti, ma con il merito di non scadere nella banalità a cui a volte questo pur lodevole intento porta; una birra che inserirei peraltro in quella linea di pensiero, che incontra ormai sempre più adepti tra i birrai, secondo cui - dopo anni di sperimentazioni audaci - è tempo di tornare a fare le cose semplici, ma farle bene.

Sono quindi passata alla Hoppitergium - curioso il gioco di parole tra "hop", luppolo, e Opitergium, nome latino di Oderzo -: per quanto il bicchiere di plastica non aiutasse nel percepire gli aromi, la luppolatura del tutto peculiare emerge con forza, dando sentori in particolare di uva e frutta matura; e anche i sapori dolci del malto al palato, che pur sarebbero robusti, lasciano subito il posto ad una girandola di diverse tonalità di amaro  - da quello più erbaceo, a quello più terroso, a quello più citrico che ricorderebbe quasi di più i luppoli da aroma - per gli amanti delle luppolature forti. Il tutto comunque senza strafare, perché la persistenza, pur lunga, non è così intensa da risultare sgradevole, ma lascia anzi una discreta sensazione di pulito. Insomma, un birrificio giovane, ma con tutte le carte in regola per crescere bene; e se sono in tanti gli homebrewers che hanno dimostrato che avviare un birrificio non è un sogno, non posso che augurare a Patrice, Andrea e Alessandra di dimostrare che non lo è nemmeno fare strada.