Visualizzazione post con etichetta Fiera Birra Pordenone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fiera Birra Pordenone. Mostra tutti i post

lunedì 11 novembre 2019

Nuove conoscenze e vecchi amici a Pordenone

Anche quest’anno ho partecipato alla fiera della birra artigianale di Pordenone, conducendo beer tour e degustazioni. Per quanto non sia una manifestazione improntata ai grossi numeri, devo dire che in questa edizione ho avuto la sorpresa di vedere un inedito interesse per gli eventi di approfondimento cultural-brassicolo – sia da parte del pubblico che dei birrai; il che è indubbiamente un buon segno, indice di un’evoluzione nell’approccio alla materia.

Sono naturalmente stati numerosi sia gli amici ritrovati che le nuove conoscenze. Per quanto riguarda i vecchi amici, nel primo weekend c’è stato Sothis – la cui Dunkelweizen Renenet, di cui avevo parlato qui, rimane a mio avviso la punta di diamante; poi Meraki – di cui ho provato per la prima volta la porter Ade – un esempio “verace” dello stile: aromi di tostato e caffè ben prominenti senza indugi sul cioccolato, corpo scorrevole e discretamente scarico prima del finale di un amaro acidulo e netto da tostatura ma non eccessivamente persistente. Unico neo, renderebbe meglio alla pompa, che scaricherebbe un po' la carbonatazione - a mio avviso piuttosto elevata per lo stile. Infine i Chianti Brew Fighters, che portavano come novità La Gioconda: definita come hoppy blonde ale, all'aroma fonde in maniera curiosa lo speziato del lievito belga con l'agrumato della luppolatura americana. Il risultato può per certi versi ricordare alcune blanche, con il loro connubio tra speziatura e buccia d'arancia. Corpo estremamente snello e fresco, senza particolari indugi sul cereale, e finale di un amaro citrico.

Nel secondo weekend ho ritrovato invece Darf: una piacevole conferma in quanto a rigore e pulizia “tedeschi” (sia nello spirito che negli stili di ispirazione) nel modo di lavorare, e in cui ho trovato però un’evoluzione in quanto a creatività. La Keller (nella foto), ad esempio, già era del tutto sui generis in quanto prevedeva l’utilizzo di luppolo cascade fresco; ora che sono entrati in gioco anche i luppoli cryo, esibisce una notevolissima rosa di aromi e sapori intensissimi che – per quanto equilibrati nell’insieme, da un tutti i frutti fino ai toni più floreali e resinosi – che la rendono un curioso ibrido tra la base tedesca e le mirabolanti luppolature americane. Una birra che vuole stupire, per quanto non arrivi a “stroppiare” in forza di questo equilibrio nell’intensità. Da segnalare anche la Doppelbock – che inganna notevolmente al palato apparendo piuttosto una Bock semplice, alquanto beverina nonostante la maltatura. Ho poi ritrovato Meni, di cui ho provato la nuova versione più leggera della Candeot alla zucca: disdegnatori delle birre alla zucca, ricredetevi, perché in questo caso la componente del frutto è assolutamente misurata e ben armonizzata nell’insieme. Per la prima volta ho poi provato la Weizenbock Centis: dopo un aroma in cui si coglie che la componente dei malti è leggermente più forte e dolce delle Weizen semplici, arriva una notevole ricchezza di cereale al palato, di pane fresco a morsi; prima di chiudere in maniera inaspettatamente breve e fresca, praticamente senza lasciare persistenze. Per chi ama le birre “importanti”, ma ha tanta sete.

In quanto a nuove conoscenze del primo weekend c’è stato Agro, agribirrificio di recente apertura in quel di Aviano. Dal mio punto di vista hanno iniziato con il piede giusto nella misura in cui hanno passato il mio personale test della Helles: semplice e pulita, ma appunto per questo ben riuscita. Da segnalare anche la oatmeal stout, improntata ai toni di tostato e caffè senza indugi ruffiani sul cioccolato, corpo rotondo e scorrevole e finale di un amaro acidulo da tostato. Unica critica va alla Saison, che esibisce una speziatura a mio avviso un po’ troppo sopra le righe.

Nel secondo weekend c’è invece stato il pugliese Birra del Console, aperto nel 2016 da Dario – appunto – Console; che, fedele alla sua filosofia per cui “e che è, siccome noi siamo italiani e quindi dobbiamo essere creativi, adesso qualsiasi brodaglia viene spacciata per la reinterpretazione di uno stile?????” produce quattro birre estremamente semplici, lineari e bevibili; riservandosi appunto di sperimentare in futuro, quando avrà maggior padronanza degli stili di base. In realtà proprio la più semplice di queste birre, una golden ale, un minimo di sperimentazione ce l’ha: utilizza infatti luppoli continentali, i cui aromi floreali ed erbacei peraltro ben si accostano al leggero fruttato (voluto) del lievito, rendendola un po’ “la cugina ad alta fermentazione” delle lager chiare continentali. Fresca, bevibile e caratterizzata al tempo stesso, per una bevuta spensierata ma non banale. In lista c’è poi una Blanche, volutamente “scarica” sia sotto il profilo della speziatura di arancia e coriandolo che sotto quello del corpo – un po’ troppo, a mio avviso – e che gioca su una particolare secchezza dovuta all’utilizzo di un secondo lievito particolarmente attenuante; e una strong bitter e una american ipa, entrambe in pieno stile. Nel complesso un birrificio che in questi primi tre anni di attività mi pare aver già sviluppato una sua linea di lavoro, e che con ulteriori consolidamenti dati dall’esperienza può mirare a svilupparla ulteriormente dando maggior personalità alla sua produzione senza perdere la semplicità e pulizia di base che ha dimostrato di saper dare.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrifici che hanno partecipato alle degustazioni e che mi hanno accolta ai loro stand.

martedì 13 novembre 2018

Due weekend a Pordenone

Come chi mi segue già sa, negli ultimi due fine settimana ho presenziato alla fiera della birra artigianale di Pordenone - ora nota come Pordenone Beer Show. Alò di là delle degustazioni e dei beer tour che ho condotto, è stata naturalmente l'occasione per conoscere nuovi birrifici e nuove birre, e fare alcune considerazioni su come il mondo brassicolo-fieristico sta andando.

Il primo fine settimana è stato per la maggior parte all'insegna del ritrovo dei vecchi amici, buona parte dei quali presentava nuove birre. Tra questi i Chianti Brew Fighters con la loro Ottava, una Kölsch che è appunto la loro ottava creazione. Aromi intensi di luppoli nobili, sullo sfondo del cereale; corpo snello di crosta di pane, prima di un finale che amalgama in maniera interessante la componente del malto con una chiusura in amaro secca e netta. L'ho quindi trovata essere un'interpretazione più "caratterizzata" delle Kölsch classiche, che comunque non stravolge lo stile e può incontrare i favori anche dei "puristi". Novità anche in casa Basei con La Sere, una amber ale. Se la temperatura troppo bassa non le aveva inizialmente reso giustizia, mettendo in evidenza un leggero aroma acido inappropriato, alla temperatura corretta rivela una luppolatura su toni terrosi e resinosi ben armonizzata con gli aromi di biscotto e caramello. I sapori di biscotto e pane tostato tornano anche in bocca, con una chiusura che comunque non indugia sul caramello ma "taglia" con un amaro secco e netto. Tra le nuove conoscenze è invece da registrare l'Officina della Birra, birrificio artigianale della "prima generazione" avendo aperto come brewpub a Bresso (Milano) nel 1999. Tra le tante produzioni - tutte incentrate sulla scuola tedesca - ho provato la Sandalmazi (battezzata dal nome dialettale della cittadina di Cogliate, dove ha attualmente sede la produzione), una strong lager sui generis che potremmo paragonare alle Bock con aggiunta di zenzero e miele di melata. Il primo si fa sentire soprattutto all'aroma, mentre il secondo avvolge il palato in una birra già di per sé calda e corposa; prima di un finale che rimane dolce, ma senza persistenze stucchevoli. Mi sono trovata a pensare che senz'altro potrebbe rientrare nella quantomai vasta categoria delle natalizie: che in effetti iniziavano già a comparire a Pordenone, come ho avuto modo di constatare anche nel secondo weekend.

Sono infatti state due le natalizie che ho provato, molto diverse tra loro. La prima è quella di Manto Bianco - birrificio che ha peraltro ampliato notevolmente la sua offerta, arrivando a coprire un gran numero di stili di tutte le tradizioni - incentrata sul miele di castagno e sull'anice: entrambi ben percepibili all'aroma (per quanto io personalmente abbia colto di più il miele) il primo la fa da padrone anche nel corpo, mentre il secondo ritorna per un leggero balsamico finale accostato alla persistenza lievemente amara del castagno - che pur non arriva a sovrastare la dolcezza dell'insieme. La seconda è invece quella del Jeb, che pur non lesinando sulla robustezza maltata del corpo come si conviene alle birre natalizie, non concede troppo alla dolcezza nonostante lo zucchero bruno candito e lo zucchero di canna; anzi, gioca sull'accostamento tra la scorza di limone e bergamotto e la luppolatura resinosa discretamente percepibile per dare un taglio più secco rispetto alla maggior parte delle birre di questa categoria. La definirei quindi un'interpretazione originale di questo stile che stile non è, che può venire incontro anche ai gusti di chi non ama le dolcezze troppo spinte.

Nuova conoscenza del weekend è invece stata A Mine of Beer, beerfirm di Bacu Abis (Cagliari) che si appoggia primariamente al birrificio Mediterraneo, e che dà alle sue birre i nomi dei pozzi minerari della zona. Per prima ho provato la Bakù, una blanche allo zenzero volutamente pensata - così si è ben capito dalla descrizione che me ne ha fatto il creatore della ricetta - come blanche sui generis: aroma nettamente agrumato dato l'utilizzo sia di arancia che di limone e di luppolo mandarina, corpo fresco e snello in cui il cereale non si rivela allo stesso modo che nella blanche canoniche - se non per un leggerissimo accenno di frumento-, e finale fresco sempre di agrume più lo speziato dello zenzero. Birra nel complesso gradevole e dissetante, e di cui si coglie la coerenza delle intenzioni nel costruire la ricetta; da consigliare però come alternativa originale a chi cerca una session beer all'americana piuttosto che una blanche. Ammetto di aver apprezzato di più la Pacific Ipa Roth, una girandola intensa ma ben equilibrata di aromi e sapori tra papaya, mango, ananas, pompelmo rosa e limone; e la porter all'avena Cast, dal corpo robusto ma vellutato come si conviene ad una oatmeal, e profumi e sapori tostati tra il caffè e il cioccolato che lasciano una persistenza amara netta ma delicata. Nel complesso definirei A Mine of Beer un beerfirm che non manca di entusiasmo né di fantasia ed inventiva per le ricette, con un augurio di poterli mettere a frutto al meglio man mano che l'esperienza porterà nuovi suggerimenti.

Da ultimo qualche riga sulla Fiera in quanto tale. Sicuramente si tratta di un evento "generalista" per sua natura, che riunisce birrifici artigianali propriamente detti, beerfirm e distributori - soprattutto per quanto riguarda i birrifici esteri: di conseguenza generalista è anche il pubblico. Tuttavia ho registrato un crescente interesse appunto tra questo pubblico generalista a saperne di più: non solo sono stati più frequentati dello scorso anno gli eventi come le degustazioni guidate, le lezioni sugli stili e i beer tour, ma anche un incontro che sulla carta sembrava poter coinvolgere solo gli addetti del settore - la tavola rotonda su birra e ristorazione di domenica 4, organizzata in collaborazione con WeFood - ha alla fine attirato l'attenzione di una platea più vasta del preventivato non solo in loco, ma anche tramite la diretta Facebook. Se da un lato quindi le fiere che mirano semplicemente a mettere insieme un po' di stand che spillano birra hanno fatto il loro tempo, forse è giunto il momento di mettere da parte la spocchia che - e da addetta del settore faccio un mea culpa in questo senso - a volte c'è nei confronti di chi ordina la bionda o la doppio malto ed avere il "coraggio di osare": credere che anche il pubblico generalista, se adeguatamente incuriosito e stimolato, può essere interessato ad andare oltre, proponendo laboratori tagliati su questa misura senza temere di "abbassare il livello". E anche se sappiamo che probabilmente nessuna di queste persone assaggerà mai un lambic, e se ne assaggerà uno magari strabuzzerà gli occhi e storcerà la bocca, non importa, spieghiamogli cos'è. Di trenta persone a cui lo spiegheremo, magari due si interesseranno, lo proveranno, forse decideranno che non è di loro gusto - e del resto non esiste alcun obbligo a bere lambic -, ma avranno imparato qualcosa. E soprattutto saranno motivati a volerne sapere ancora, e a non accontentarsi più di una birra qualsiasi.

lunedì 30 ottobre 2017

Un intenso weekend di fine ottobre

Dopo uno stop forzato, posso dire di aver recuperato in grande stile lo scorso weekend con ben due eventi - la Fiera della Birra Artigianale di Pordenone, e la visita guidata con showcooking al birrificio B2O nell'ambito della manifestazione WeFood.

Al di là delle degustazioni che ho condotto (e per le quali ringrazio i birrifici che hanno collaborato e il pubblico, che si è dimostrato particolarmente numeroso e interessato), la Fiera - pur nel breve tempo che ho potuto passarci - è stata comunque l'occasione per assaggiare un paio di novità: nella fattispecie la Crossing Ipa del birrificio Jeb - aromi fruttati vellutati, che altri birrai avrebbero forse definito più da apa (ma si sa, il confine è labile); corpo moderato sui toni dolci del cereale, quasi con una punta di miele, bilanciato da un amaro finale delicato così da mantenere l'equilibrio in una birra che si capisce voler essere dai toni sobri e ben bilanciata -; la London Fog de L'Inconsueto - una torbata dalla buona bevibilità per il genere -; e la Vergine dei Chanti Brew Fighters - una blanche in stile e dalla buona secchezza, a beneficio di bevibilità.

Per quanto riguarda invece la degustazione con showcooking che ho condotto al birrificio B2O, ho visto con piacere che si è subito creata una buona intesa con Alessandro, lo chef di Natural Street Food - che ha intrattenuto i partecipanti non solo con le sue doti culinarie, ma anche con la sua verve espositiva. Il percorso degustativo prevedeva di partire con due mini hamburger gourmet: il primo con pollo, funghi, rucola, pecorino e salsa al lime, il tutto con marinatura nella blanche Terra a cui era abbinato; e il secondo con manzo, crauti, gorgonzola fuso e cipolla caramellata e marinatura nella apa Edgard. Devo dire di aver apprezzato in particolare la "fusione" al palato tra i pollo, i funghi, la salsa al lime e la speziatura agrumata della Terra, che al boccone hanno fatto un tutt'uno lasciando una gradevole persistenza citrica; ma anche la Edgard, con la sua buona secchezza amara, ha fatto il suo lavoro nel chiudere in contrasto sapori forti come quelli del manzo, della cipolla e del gorgonzola.

Siamo poi passati al burrito con riso, fagioli neri, bocconcini di pollo e crauti, marinati nel lime e weizen Jam Session. Qui la cosa inizialmente mi aveva lasciata un po' più perplessa perché, data la complessità del burrito che accostava sapori anche molto diversi tra loro, pensare a che birra abbinarci poteva diventare difficile; ma la Jam Session si è in fondo rivelata una buona soluzione data la freschezza e il lieve amaro acidulo finale, che con il suo effetto di pulizia va a smorzare appunto questa complessità.

Da ultimo il risotto con zucca, salsiccia e pecorino sfumato con la Irish Red Ale Brussa. Particolarmente interessante qui come l'ingresso dolce - tra il caramello e il toffee - della birra accompagnasse il boccone di riso - anche quello sui toni dolci della zucca, mentre la salsiccia rimaneva a dare una nota di sapore ma quasi senza farsi notare -, per poi chiudere con la luppolatura leggera sul finale, quasi a voler mettere un punto fermo all'esperienza gustativa dopo aver sviluppato la frase. Forse l'abbinamento più degno di nota dei quattro sotto il profilo puramente tecnico.

Di nuovo un ringraziamento a tutti, e una doverosa nota di merito ad Alessandro per i piatti.

domenica 6 novembre 2016

Mastro Birraio a Pordenone, secondo weekend: le altre novità

Il mio secondo fine settimana in Fiera è iniziato con una visita dai ragazzi di Chianti Brew Fighters, birrificio - come dice il nome stesso - della zona del Chianti, aperto da quattro mesi. Quattro come le birre che hanno portato - insieme ad una ventata di simpatia, bisogna riconoscerlo - e che, nella loro volontà di "mettere la toscanità" anche nelle loro birre, hanno stampato una citazione dalla Divina Commedia su tutte le etichette: basti dire che la loro stout, e quindi "oscura", è stata battezzata Selva. Ho iniziato dalla Serpe, una California Common, stile non molto battuto dai microbirrifici - che ha la particolarità di utilizzare un lievito da bassa fermentazione a temperature elevate: profumo di mou in cui è ben percepibile anche il lievito - forse un po' troppo per i miei gusti in realtà, ma non a livelli esagerati - , corpo pieno sempre su questi toni, seguito da un finale più secco di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. E infatti la buona attenuazione per amor di bevibilità - oltre che la carbonatazione sobria - è uno dei capisaldi dei Chianti Brew Fighters: anche nel caso della Bestemmia, una belgian strong ale da otto gradi a cui se ne darebbero sì e no la metà, con profumi tra la crosta di pane, il fruttato e lo speziato da lievito come d'ordinanza, per un corpo in cui i toni dolci di caramello e frutta secca rimangono comunque moderati prima di un finale secco e pulito per lo stile. A colpirmi è stata però più di tutto la Selva, una stout che - mi avevano avvisato - "non è per niente dolce, abbiamo voluto farla così": nonostante il corpo non eccessivamente robusto, in un secondo momento arrivano in bocca intensissime note tostate tra il caffè, la liquirizia e i semi di cacao "puri", che già all'aroma si erano fatti sentire, ma solo verso la chiusura - e nella buona persistenza, nonché al retrolfatto - esprimono tutta la loro forza pur mantenendo l'equilibrio. Amanti del caffè rigorosamente senza zucchero e del cioccolato rigorosamente fondente nero, fatevi avanti. Scherzi a parte, i ragazzi del Chianti mi hanno dato l'impressione di essere sì ai primi passi ma di aver posto buone basi per una futura crescita, anche perché - eccezione forse per la California Common - hanno saputo lavorare su stili sì classici e consolidati, ma dando la loro interpretazione senza pasticciarla: dote non sempre scontata in chi ha appunto iniziato da poco. Nei loro progetti per il futuro, venendo da una terra di vino "a cui però vogliamo proporre anche la birra", manco a dirlo c'è una Grape Ale: che a questo punto attendo con fiducia.

Sono poi passata da Della Granda, per il quale non basterebbero tre post dato che il parco birre che mi ha tirato fuori il buon Luca era di quelli da far impallidire. Mi limito quindi a citarne un paio, nella fattispecie la Lips - una gose semplice e delicata (stile originario di Lipsia, da cui il nome), accessibile anche a chi si accosta a questo genere per la prima volta, e che si è aggiudicata il titolo di miglior gose italiana ai World Beer Awards - e la Alchemy, una Grape Ale con Moscato: man mano che si scalda emergono sempre più evidenti e intensi i profumi caldi e dolci del vino, ma al palato i sapori dati dal mosto fanno più da sfondo e accompagnamento al vigoroso corpo maltato che da protagonisti: insomma, rimane una birra, in un equilibrio tra le due componenti - malto e mosto - che personalmente ho apprezzato; così come è apprezzabile l'attenuazione relativamente buona per una birra di questo genere, tanto che i nove gradi non si sentono affatto. Luca ha anche preannunciato un'altra novità barricata, per cui non resta che attendere con ansia.

Sosta successiva è stata al Santjago dove ho provato la nuova Doré Royal, una red ale aromatizzata al coriandolo: personalmente ho trovato che, sia all'aroma che poi in particolare nel retrogusto e retrolfatto, la spezia fosse un po' troppo intensa tanto da arrivare a cozzare - mentre al palato, nella parte centrale della bevuta, tende più ad amalgamarsi con la dolcezza caramellata del malto; opinione che, naturalmente, potrebbe non essere condivisa dagli amanti del coriandolo. Da Barbanera ho invece trovato la Ora d'Ora, una apa dagli aromi delicati tra il fruttato e l'agrumato come da manuale, e dal corpo più scarico e finale più evanescente rispetto ad altre dello stile: caratteristica che mi è stata presentata come voluta, nell'intento di garantire maggior bevibilità - anche se personalmente avrei gradito magari un po' più di vigore, giocando su altri fattori per "pulire" la chiusura. Comunque fresca e dissetante, su questo non c'è dubbio.



Da ultimo - ma non per importanza - Rattabrew, dove mi sono lanciata in una curiosa degustazione all'incontrario: perché - complici le chiacchiere con Chiara, che ringrazio - tutto è iniziato volendo assaggiare la birra natalizia e quindi la più forte, ma poi le novità erano anche altre e quindi "come non approfittarne". La DeNadae, infatti, è ciò che in maniera un po' triviale si potrebbe definire "tanta roba": una base di dark ale con miele di acacia e millefiori, maturata in botti di whisky del 73. E all'aroma infatti escono in tutta la loro forza le note liquorose e di legno, con una lieve ossidazione di fondo; mentre in bocca arrivano i toni dolci di whisky e quasi di vaniglia, complice il miele, prima di un finale liquoroso e ben persistente. Per palati forti, ma che può dare grandi soddisfazioni agli amanti del genere. A seguire c'è stata la Imperatrice, una una Imperial Ipa equilibrata e secca, che sotto i profumi agrumati e resinosi cela un corpo beverino che maschera bene i suoi 8 gradi; e infine - eresia! - la nuova versione della Jesse White, una Belgian Wheat con pepe rosa macinato, in cui la spezia non risulta invasiva grazie all'armonizzazione con la scorza d'arancia e il coriandolo.

E qui mi fermo, almeno per ora: da Pordenone mi è infatti rimasta "in eredità" qualche bottiglia da provare...per cui rimanete sintonizzati!

sabato 5 novembre 2016

Mastro Birraio a Pordenone, secondo weekend: le prime novità

Data la grande mole di novità presenti - almeno per me - in questo secondo weekend di Mastro Birraio a Pordenone, già da ora inizio a fare il mio resoconto. La serata di ieri è infatti iniziata con una nuova conoscenza, la Brasseria della Fonte di Pienza, che ha aperto lo scorso giugno con birrificio, negozio e tap room. Samuele mi ha guidata in una panoramica sulle sue birre: alle fisse di linea più classica - una apa, una ale rossa, una porter e una scotch ale - si aggiungono altrettante stagionali. Quella disponibile ora è la Freshoops, una ipa brassata con i luppoli provenienti dal luppoleto della casa - 430 piante - e messi già nel mash, come mi ha spiegato Samuele, perché rilascino le loro resine a temperatura più bassa rispetto alla bollitura. Il risultato è una birra leggera, delicata e fresca, in cui la luppolatura "importante" ma morbida dai toni tra il resinoso e il fruttato viene supportata, man mano che la temperatura sale, dal cereale biscottato (nella ricetta c'è anche malto Vienna) nel corpo. Il finale è di un amaro secco e non invasivo, ma ben persistente, che lascia la bocca ben pulita. Un birrificio giovane, insomma, ma di buone promesse.

Altra nuova conoscenza è stato il birrificio Campi Flegrei, della zona di Napoli, aperto nel 2015. Un birrificio che tiene al legame col territorio sia perché usa malti italiani (provenienti da una coltivazione in provincia di Piacenza), sia perché nelle birre mette prodotti locali: come il miele di agrumi di un apicultore della zona nella ale rossa Rame 15, e i limoni del giardino del birraio nella apa Oro 15. Ho assaggiato appunto quest'ultima: a cui va riconosciuto il merito di amalgamare con eleganza l'agrumato dei luppoli a quello del limone, così che il secondo non sovrasta ma accompagna il primo.

Tra le nuove aperture di quest'anno c'è poi il Forgotten Beer di Salgareda, beerfirm che si appoggia a Sognandobirra: e che proprio con Sognandobirra ha elaborato alcune ricette in collaborazione. Raffaele me ne ha però presentata una di "totalmente" sua, la apa Coboldo: alla luppolatura all'americana d'ordinanza, delicata come si conviene ad una apa, fa da contrappunto una dolcezza abbastanza spiccata, quasi mielosa, nel corpo: forse un po' eccessiva, a mio modo di vedere, per quanto non sgradevole né stucchevole - rimane infatti una birra fresca e facile a bersi.

Da tempo aspettavo poi di assaggiare la nuova nata di casa Jeb, la apa Never Say Never: perché Chiara aveva detto che una apa non l'avrebbe mai fatta, ma mai dire mai. Si tratta di una apa in stile, "da manuale", semplice e pulita: però devo dire, come in effetti ho confidato anche a Chiara, che qui non riconosco - probabilmente perché si tratta di uno stile non del tutto nelle sue corde, e quindi ha preferito evitare di lanciarsi in magari improbabili personalizzazioni - la sua mano. Il che non va a sminuire la qualità della birra, anzi: meglio una birra fatta bene senza volerci mettere del proprio, che una personalizzata ma pasticciata perché ci si è mossi su un terreno con cui non si ha la giusta sintonia e confidenza. Una semplice constatazione dunque, che pongo come tale.

Ho poi ritrovato gli amici di Baracca Beer, che portavano due novità: la Pumpkin Ale con zucca violino, cannella, chiodi di garofano e noce moscata e la Glerale, una Iga con uva Glera. Nella prima la dolcezza della zucca risulta equilibrata anche perché bilanciata dalla speziatura importante, a cui si aggiungono i sentori pepati del lievito: amanti della cannella e della noce moscata fatevi avanti, perché qui c'è materiale per voi. Della Glerale è interessante sopratttto osservare l'evoluzione con la temperatura: se all'inizio è emerso soprattutto il profumo del lievito belga, man mano arrivano anche il fruttato dell'uva e le note di miele, sia all'olfatto che all'interno di un corpo ben robusto. Da segnalare anche i cioccolatini alla strong ale Extasy, opera della Bottega del Dolce - che già si è cimentata con successo in ricette analoghe con la Winternest di Luckybrews.

Si sapeva poi che in quanto ad ipa la fantasia si sbizzarrisce, ma la "High Temperature Ipa" mi mancava: lacuna che ho colmato con la TropikAle di Legnone, fatta fermentare a temperatura particolarmente elevata e infustata in isobarica, che si distingue - come il nome stesso fa intuire - per i profumi di frutta tropicale particolarmente intensi sottolineati (così mi ha spiegato Giulio) da questo particolare metodo di lavorazione - e complice anche il luppolo Mosaic in dry hopping. Pericolosamente beverina, dato che il corpo - pur carico il giusto, per sostenere una luppolatura così importante - tende ad apparire più esile di quello che è, e il finale agrumato pulisce bene la bocca.

Ho ritrovato infine gli amici di Calibro22, che mi hanno presentato la loro nuova West Coast Ipa One Shot e la Scottish Ale. La prima è una ipa in stile, senza particolari fronzoli, e dal corpo parecchio scarico nonostante i 6,5 gradi alcolici; la seconda è assai peculiare all'interno del genere posto che, come il biraio stesso ha riconosciuto in risposta alle mie osservazioni, ai classici toni caramellati e di whisky dello stile si accompagna un corpo scarico e un finale ben secco e attenuato: che sicuramente incoraggia a berla, ma risulta forse eccessivo per una Scottish Ale.

Ultima nota per un birrificio che certo non ha bisogno di presentazioni, il Birrificio Italiano: ho infatti particolarmente apprezzato la loro weizen scura VuDù, che ai caratteristici aromi di banana amalgama in maniera soprendentemente armoniosa quelli tostati e di toffee.

Stasera si ricomincia, rimanete sintonizzati...

lunedì 31 ottobre 2016

Mastro Birraio a Pordenone: il primo weekend

Anche quest'anno ho presenziato con grande piacere alla Fiera della Birra Artigianale di Pordenone, in corso tra lo scorso weekend e il prossimo; e ho così avuto modo di incontrare i primi venti birrifici. Per la verità erano tutti già a me noti a parte uno, il Lariano; ma non sono comunque mancate le novità - e mi soffermerò dunque su quelle, senza per questo nulla togliere agli altri.

La prima che ho provato è stata la nuova Limited Edition del Benaco 70, la Smoked Porter - una porter affumicata, come il nome stesso fa capire. Come già ho anticipato nel post sulla mia pagina Facebook, il primo aggettivo che mi è venuto in mente è "morbida": all'aroma l'affumicato è si percepibile ma si amalgama bene con le note tostate, e anche nel corpo - scarico ma non evanescente, come si addice allo stile - la nota di brace rimane elegante e delicata. La peculiarità che ho trovato è come questa "giochi" con i sapori del malto chocolate, che arrivano solo in seconda battuta: e se in sé e per sé sembrerebbero cozzare, il passaggio tra l'uno e l'altro è armonioso, dando anche qui quasi l'impressione di amalgamarsi. Del resto, quella di fare un'affumicata non troppo intensa era l'intento dichiarato di Riccardo; così come quello, direi riuscito, di tenere insieme nel migliore dei modi aromi e sapori molto diversi. Consigliabile a chi trova le porter spesso "blande", rifugiandosi magari nelle stout, perché queste peculiarità la rendono comunque più caratterizzata della media dello stile. In casa Benaco 70 c'è poi un'altra novità, questa volta però mangereccia: il panettone artigianale al cedro e pesca bagnati con la honey ale, la loro birra al miele - e complimenti vivissimi alla pasticceria Poggiana, perché è davvero ottimo. Riccardo aveva inizialmente proposto di bagnarlo ulteriormente con la Honey Ale, intingendolo; personalmente ho trovato però che l'abbinamento per affinità fosse eccessivo, per cui - per quanto detto così possa sembrare eresia - ho apprezzato di più quello per contrasto con la Strong Bitter (che rimane peraltro a mio parere una delle loro birre meglio riuscite).

La seconda novità è stata quella del Salgaro - beerfirm che si appoggia all'Acelum, e con progetti di partire con il proprio impianto quanto prima - che a Pordenone ha portato la blanche Notte Bianca. Se volete una blanche belga così come da manuale, con la speziatura sì presente ma non robusta, fresca e beverina nonostante la buona carica di cereale al palato e senza evidenti note di luppolo, questa è per voi: semplice e pulita, secca e attenuata al punto giusto per "pulire" la bocca. Devo dire che mi ha positivamente colpita, per cui non posso che esprimere fiducia per il momento in cui il Salgaro dovesse iniziare a camminare con le sue gambe.

Novità in toto era invece per me il Birrificio Lariano di Sirone (LC), presnete con il Drunken Duck come distributore: ho provato la la kolsch Michetta, con l'aggiunta del 10% di pane secco. Una luppolatura delicata e floreale, un corpo morbido e fresco e un finale pulito.

Sempre con piacere ho poi rivisto la Brasseria Alpina, che a Pordenone ha portato la sua ultima nata Uvernada: una birra invernale, ispirata alle birre natalizie belghe. Aromi di fragola e rosa canina, sapori di caramello e frutta secca, con una nota finale di amaro data dell'erba alpina tanaceto volgare: si conferma quindi la linea dell'utilizzo delle erbe delle valli in cui si trova il Birrificio, già esplorata in diverse loro birre - dalla Berla Nera alla Genepy -, a mo' di reinterpretazione locale dello storico gruit fiammingo (una miscela di erbe usata a scopo amaricante e di conservazione prima dell'introduzione del luppolo).

Novità anche in casa de L'Inconsueto: nella fattispecie la Piccadilly Bitter - luppolatura delicata, sui toni resinosi, e intenso amaro finale - e la birra natalizia, che personalmente ho trovato un po' fuori dai canoni dello stile dato il corpo relativamente poco robusto - anche il grado alcolico è più basso della media dello stile, 7 gradi - e gli intensi profumi di anice.

Spostandomi invece in quel di Croce di Malto ho provato la Rus, la nuova bitter con riso Ermes - sulla scia del felice risultato ottenuto con il riso Venere nel caso della Piedi Neri - : semplice, fresca e beverina, alla dolcezza del cereale nel corpo contrappone un finale di un amaro secco e pulito. 

Tra i presenti c'era anche Opperbacco, ma su suggerimento del buon Damiano ho assaggiato la birra "ospite" dello stand, la Fucking beer del birrificio spagnolo La Pirata: una lager chiara a cui è stato aggiunto caffè. Ammetto la mia perplessità dato l'insolito contrasto tra la base di cereale, la luppolatura acre e l'amaro esotico del caffè, che ho trovato un po' cozzare; resta comunque una birra senza difetti oggettivi, per quanto a livello di gusti personali l'abbinamento non mi sia apparso riuscitissimo.

Una parola poi per Diciottozerouno - sì, come la foto testimonia sono stata accolta dal consueto cabaret dietro al banco - che pur non avendo portato birre nuove ha comunque apportato degli aggiustamenti a quelle già in lista: in particolare è da segnalare la dark strong ale Granata, a cui il luppolo Nelson Sauvin dà la sua caratteristica nota di uva spina che si sposa in maniera peculiare con la robusta (e dolce) base maltata, e la saison Ocra, in cui alcuni "aggiustamenti" sul fronte del lievito hanno portato ad una speziatura ancora più intensa all'aroma. Un birrificio che pare avere una costante tensione a migliorare insomma, dato che ogni volta trovo qualche piccola ricalibratura, pur senza andare a stravolgere la ricetta originale.

Chiudo qui, anche se molto altro da dire ci sarebbe; a cominciare dal Birrificio di Cagliari con la sua affumicata Mutta Affumiada, che pur non essendo nuova ha colpita una volta di più per la sua morbidezza ed equilibrio. Un grazie poi anche a Sognandobirra, Zahre, Weiherer Bier, Birradamare, La Buttiga, e tutto il resto dell'allegra (e di qualità) compagnia. Non mi resta che attendere il prossimo weekend con altri venti birrifici: alcuni tra questi mi hanno già anticipato delle novità, per cui rimanete sintonizzati....

lunedì 9 novembre 2015

Fiera Birra pordenone, la seconda giornata del secondo weekend

La seconda giornata di Fiera nel secondo weekend è stata per me assai più impegnativa, se non altro perché Davide - che vedete nella foto insieme al suo compagno d'avventura - sembrava aver preso come missione quella di farmi ubriacare alla dieci del mattino, colto dall'entusiasmo per la bontà delle creazioni del Birrificio Della Granda (Davide, lo sai che sherzo, suvvia. In effetti non erano le dieci, era mezzogiorno). Su suo consiglio ho iniziato dalla Sirena, una white ipa che colpisce già all'olfatto per la rosa di profumi tra l'agrumato e il floreale dati dalla ricca luppolatura - cascade su tutti, ha precisato Davide. Il corpo, pur non troppo robusto, rende comunque giustizia al cereale con i toni tra il dolce e l'acidulo del frumento, per chiudere infine con un agrumato secco da pompelmo che, mi sono trovata ad ammettere, non ho mai sentito in nessun'altra birra.  Tanto di cappello dunque per come il Della Granda ha saputo mettere insieme senza fare pasticci il meglio di una ipa con il meglio di una birra di frumento; e manco a dirlo, pochi giorni dopo la Sirena si è aggiudicata il Cretificate of excellence al Brussels Beer Challenge.

Mi era però rimasta la curiosità come avevo scritto in questo post, di assaggiare la Celtic Erik di Cervogia, beerfirm che si appoggia al Della Granda. Nella foto vedete il bicchiere appunto accanto ad una pianta di erica, fiore che dà l'aromatizzazione a questa ale ambrata insieme alla mirra. Sia al naso che al palato l'erica si fa sentire in forza, tanto che ho scherzosamente affermato che annusare il bicchiere o la pianta era la stessa cosa (vabbè, quasi); il che, se da un lato va ad aggiungersi sul fronte del dolce alla presenza importante del malto - essendo peraltro una single malt -, viene parzialmente bilanciato dai torni più resinosi della mirra in chiusura. Nel complesso l'ho trovata una birra molto dolce e forse un po' sbilanciata sui toni floreali; certo piacerà molto a chi invece predilige questo genere di sapori. Davide mi ha fatta poi concludere con ben altro genere, la black ipa Balck Hop Sun: un tripudio di aromi e sapori tra il cioccolato e il caffè, con una presistenza amara ben netta e forte che contrasta e sposa allo stesso tempo i sapori precedenti risultando del tutto abbordabile e gradevole anche a chi il luppolo lo ama sì ma con cautela. Seconda nota di merito al Della Granda, dunque, quantomeno per ipa e affini - nonché per la mia personale opinione.

Ho poi nuovamente fatto visita agli amici del Birrificio di Quero, di cui ho provato la portabandiera della casa, la Pils: su cui non ho molto da dire non perché non sia buona, ma perché può essere considerata un classico esempio "da manuale" del genere, liscia, pulita e senza fronzoli. Constatazione che, come qualsiasi birraio vi confermerà, non ha assolutamente nulla di denigratorio: piuttosto il contrario, in quanto si tratta di uno stile tutt'altro che facile a farsi pur nella semplicità del risultato finale.

Altro tour de force degustativo è stato quello fatto allo stand di Birra del Borgo, che non ho potuto mancare dato che ha ottenuto il titolo di birrificio dell'anno da Unionbirrai. Ho iniziato con la Morning Rush, una ale tra il biondo e il ramato che il buon Matteo mi ha spiegato essere contraddistinta dall'hop deck, ossia l'aggiunta di luppolo in fiore - cascade coltivato a Modena, per l'esattezza - nel mosto. La luppolatura è in effetti particolarmente morbida e si amalgama con il malto, crando un gioco tra note quasi mielose e altre più tra il floreale e l'agrumato date dal cascade. Di seguito sono passata alla CastagnAle, una bock con il 20% di castagne affumicate, coriandolo e buccia d'arancia: manco a dirlo, l'aroma è una girandola di profumi, che pur facendo spiccare l'affumicato della castagna - anche al palato - non tradisce nemmeno note più speziate. Da ultimo la MyAntonia, che tanto mi avevano decantato: una imperial pils che, pur senza voler stupire, si distingue al'interno del genere per la luppolatura particolarmente generosa.

Non ho mancato nemmeno un saluto alla Compagnia del Fermento, che distribuisce la Weiherer Bier di Kundmuller, accolta come sempre con calore da Antonia: da segnalare, per gli interessati, il "parco birre biologiche" (passatemi il termine) brassate dalla casa, tra le quali mi permetto di segnalare la Urstoffla - una lager rossa dai toni quasi di mou all'aroma, per poi virare sulla frutta secca.


Da ultimo il Birrificio Estense di cui ho provato una novità (almeno per me), la Rue de l'Eglise: una lager bionda che però Samuele si è affrettato a definire "strong lager", essendo particolarmente corposa sul fronte dei malti e presentando una rosa di aromi più complessa rispetto ad altre lager - dal floreale all'erbaceo. Estremamente beverina nonostante gli otto gradi e i toni forti, complice il finale secco e un buon bilanciamento al'interno della complessità a cui accennavo.

Naturalmente questi sono solo alcuni dei birrifici presenti, e non me ne vogliano gli altri: si fa quel che si può, anche in termini di degustazioni...

giovedì 5 novembre 2015

Fiera birra Pordenone, la prima giornata del secondo weekend

Sì lo so, sono in ritardo: però, meglio tardi che mai, ecco il mio resoconto del secondo weekend della Fiera della birra artigianale di Pordenone. Anche in questo caso procederò in ordine rigorosamente casuale nel raccontarvi di alcuni di birrifici incontrati, in buona parte peraltro nuove conoscenze. Il primo con cui mi sono fermata a fare due chiacchiere è stato i signor Carpano, distributore di diversi marchi spagnoli, italiani e americani - cito Barcelona Beer Company, Cerveza La Pirata, oltre che la birra Maraffa di Cesena. Tra le tante ho provato la Caldera Ipa dell’americana Caldera Brewing Company: una ipa morbida e armoniosa, in cui i luppoli - che pur prediligono i toni dell’amaro erbaceo - non tradiscono il malto al palato, lasciando una persistenza resinosa e non invasiva.

In seconda battuta ho fatto la conoscenza di Terre d’Acquaviva, birrificio di Atri (Teramo), che aveva portato cinque birre - la blonde ale Lunatika, la pale ale Oropuro, la amber ale Aretusa, la weizenbock Granamaro e la White ipa Kalaveras. Per quanto quest’ultima mi fosse stata descritta  come la punta di diamante della casa, non ho potuto resistere alla curiosità della weizenbock - genere piuttosto raro a trovarsi. Il frumento, ben presente all'aroma, non sovrasta il floreale del luppolo saaz con cui si armonizza bene; mentre l’aggiunta di buccia d’arancio e il lievito conferiscono una certa speziatura all’aroma, per chiudere sull’agrumato. Una birra che mi ha colpita per la sua armonia e pulizia pur nella complessità, e che ha fatto si che, quando mio fratello più tardi ha chiesto una white ipa, non abbia potuto non chiedergliene un sorso. Risulta in effetti piuttosto peculiare all’interno del genere, dato l’uso dell’avena e di un lievito che conferisce una speziatura dal blanche; il che, unito al luppolo citra, dà come risultato finale una birra in cui toni agrumati, citrici e amari a momenti si alternano e a momenti si fondono. Detta così può sembrare un pasticcio, però risulta molto rinfrescante e beverina: ragion per cui farà magari storcere il naso ai puristi, ma - almeno a sentire il ragazzo al banco - è la birra di maggior successo.

Ho fatto un'incursione anche da Alta Fermentazione, distributore di birre belghe - tra cui Lupulus, Bastogne e Rulles, di cui già ho avuto modo di scrivere in passato -: io però mi sono data alla gueuze à l'ancienne di Tilquin, notevole per l'acidità delicata che si unisce ad un amaro discreto. In tutto e per tutto una gueuze abbordabile anche per i palati meno abituati alle fermentazioni spontanee.







Ho concluso la prima giornata da Le Baladin, calorosamente accolta da Elio e Giuseppe. Lì l’offerta era naturalmente assai varia, e mi sono diretta sulla Niña, una bitter spillata a pompa - il che ha indubbiamente reso giustizia alle note amare e di caramello insieme all’olfatto, al corpo esile grazie alla bassa carbonatazione e delicatamente maltato, fino alla chiusura resinosa con un’ultima punta di caramello. Non poteva poi esserci modo migliore per chiudere la mia visita allo stand - nonchè la giornata - che una Xyauyù, la celebre “birra da divano” - per i non adepti, un barley wine - di Teo Musso, che già avevo provato in versione fumèe. Quella classica evidenzia assai di più le note dolci e marsalate, di caramello e frutta secca, tutte particolarmente intense: senz'altro un must per i cultori del genere, qui interpretato in maniera personale dal noto birraio.
E qui chiudo dunque il resoconto della prima giornata: per conoscere il resto, rimanete sintonizzati...

lunedì 26 ottobre 2015

Fiera birra Pordenone, parte prima: i vecchi amici

Come molti di voi già sanno, questo fine settimana sono stata impegnata - eh sì, è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare - con la Fiera della birra artigianale di Pordenone. Una "prima" sotto un duplice punto di vista, perché è sia il debutto dell'edizione autunnale della fiera di Santa Lucia di Piave - evento ormai consolidato - che quello di una fiera di questo tipo in Friuli Venezia Giulia (dato che altri eventi simili hanno obiettivamente un taglio diverso). Tra i venti birrifici presenti ho trovato per la maggior parte vecchie conoscenze, ma di alcune ho avuto modo di provare qualcosa di nuovo; mi ispira iniziare da questi ultimi casi, per cui mettetevi comodi.

Seguendo - molto banalmente - l'ordine in cui ho trovato i vari stand, il primo è quello di Matilde e Norberto - titolari della Brasserie di Tricesimo che fanno anche da distributori di vari marchi per il Fvg, tra cui Toccalmatto, Ducato e Foglie d'Erba. Matilde mi ha messo tra le mani un bicchiere, sfidandomi ad indovinare che birra fosse. E, lo ammetto, ho sbagliato di brutto. Non diciamo a quale light ipa avessi pensato: fatto sta che si trattava della nuova versione della Hopfelia di Foglie d'Erba, con una luppolatura assai più delicata dall'amaro meno acre, in cui i toni resinosi che contraddistinguevano questa birra si armonizzano con altri più citrici. Un risultato finale che personalmente ho apprezzato, non amando gli amari troppo decisi, e che probabilmente "sposterà" un po' il pubblico di Foglie d'Erba - i patiti dell'amaro si getteranno a braccia aperte sulla Freewheelin', mentre la Hopfelia probabilmente guadagnerà consensi tra quelli come me.

Subito più avanti era posizionato L'Inconsueto, di cui il birraio Valentino mi ha presentato la novità, la ale chiara al limone. Al mio "Mica avrai fatto la radler???" ha risposto con un "Guarda che mi offendo!", perché in effetti radler non è: al di là della considerazione di base che rimane comunque birra perché l'aromatizzazione non è soverchiante, si nota bene come i limoni usati siano di qualità - di Sorrento, per la precisione - senza quel retrogusto dolciastro e stucchevole che lascia la limonata. Punto di forza de L'Inconsueto però, a detta di Valentino, è la Speciale: una "Ipa come dovrebbe essere, senza tutta quell'esagerazione di luppoli americani, che gli inglesi dell'epoca non avevano", ha sentenziato. In effetti è una birra per gli amanti dell'amaro, ma rimanendo comunque equilibrata prediligendo un erbaceo sobrio e non pungente sia nell'aroma leggero che nel resto della bevuta.

Veniamo quindi al Jeb, fresco di titolo di birrificio dell'anno a Marano Vicentino. Chiara ci ha tenuto a farmi assaggiare la "Cometa roasted", come l'ha definita, ossia l'ambrata ai tre cereali in versione affumicata. Su profumi dolci e maltati che la caratterizzano risalta bene l'affumicato, tanto da far quasi credere che si imponga poi anche in bocca; cosa che invece non è, perché al palato risulta un affumicato gentile, che non lascia poi una persistenza troppo aggressiva. Una birra complessa e forse non per tutti, ma che riesce ad armonizzare in maniera originale tutti i sapori di cereale, biscotto, miele e tostato che la caratterizzano.



Di Sognandobirra ho riprovato la brown ale Sisma (la foto col cannolo è una gentile concessione di Andrea), questa volta alla spina, perché "è tutta un'altra cosa di quella in bottiglia, assolutamente devi-devi-devi". Mi sono fidata, e in effetti è così: se la versione in bottiglia presenta un contrasto più marcato tra aroma e corpo caramellati e amaro resinoso in chiusura, quella alla spina amalgama meglio questi due poli, risultando al contempo sia meno dolce al palato che meno amara alla fine, nonché meno "traumatica" nel passaggio tra i due sapori. Più armoniosa, volendo usare un aggettivo solo, cosa che personalmente ho apprezzato.

Ho ritrovato anche l'apprezzao Mr Sez, a cui questa volta però mi sono trovata a "fare le pulci" per la sua wheat ale Santa: troppo poco pronunciato il cereale, a mio modo di vedere - il frumento è appena percepibile -, mentre la luppolatura fresca e floreale farebbe pensare più ad altri generi - mi ha ricordato la loro pale ale Furba. Una birra piacevolissima, ma che non inquadrerei del tutto nello stile. Pienamente in stile e con lode invece la imperial stout Penelope, un tripudio di caffè e cioccolata dall'inizio alla fine, con schiuma pannosa d'ordinanza ed un finale leggerissimamente acidulo da malto tostato che contribuisce notevolmente alla bevibilità. Ottima per il birramisù, come ha confermato anche la moglie del birraio Enrico.

Una parola anche per la Rudolph di Bad Attitude - una strong ale dal colore dorato, che armonizza i toni molto dolci del malto con lo speziato di ginepro, zenzero e cannella - e la blanche del San Gabriel, pienamente e piacevolmente in stile - pur essendomi apparsa più dolce al palato rispetto alla media delle blanche, complice forse l'aggiunta di farro e segale -, con il caratteristico speziato e floreale del lievito.

Da ultimo il Birrone, dove ho avuto la sorpresa di trovare nientepocodimeno che il grande boss Simone Dal Cortivo: è stato un piacere - nonché un momento decisamente istruttivo - degustare con lui la Heaven, una blanche caratterizzata dal coriandolo aggiunto a fine bollitura per dare una nota secca a contrastare il dolce del cereale e buccia di arancia amara. Una birra che ha ricevuto notevoli riconoscimenti a Rimini insieme alla sua "cugina" a bassa fermentazione, la Hell; e che conferma la filosofia di Simone secondo cui le birre si fanno equilibrate, senza voler strafare - come ha ribadito facendomi assaggiare anche la Rauch, un'ambrata dall'affumicato assai discreto.

Concludo nominando anche tutti gli amici che, pur non avendo avuto nulla di nuovo da presentarmi - detta così pare che siano degli scansafatiche, la realtà è che sono io ad essere godereccia e le ho già provate tutte - mi hanno accolta con calore: Zahre, Benaco 70, Valscura, Villa Chazil. Posso dire con piacere che mi sono sentita in famiglia, decisamente l'aspetto che apprezzo di più di queste giornate.