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martedì 7 luglio 2015

Il ritorno dei Sanniti

Come piacevole ricordo della Fiera della Birra Artiginaale di Santa Lucia di PIave, mi erano rimaste in cantina due bottiglie del Birrificio Pentra - di cui avevo già parlato in questo post: nella fattispecie la Castagn e la Patanai Piistiai, l'una alle castagne, l'altra con mosto di uva falanghina. Quest'ultima l'avevo già assaggiata e poi descritta nel post precedente, ma sia perché ne avevo un ottimo ricordo, sia perché all'epoca avevo una sensibilità diversa in campo birrario, ero assai curiosa di provarla di nuovo.

Già all'olfatto è ben percepibile l'aroma fruttato e acidulo del mosto, che esce dal cappello di schiuma sottile; un acidulo però che rimane assai discreto nel corpo, dove lascia più spazio ai toni maltati e liquorosi, senza tuttavia risultare alla fine di una dolcezza stucchevole. Complice sicuramente il ritorno in forze della nota acida in chiusura, a far sì che la persistenza sia "pulita" e non lasci la bocca impastata - anzi, invita piuttosto ad un altro sorso, in un connubio interessante tra birra e vino. Vino, sì: perché mi ha quasi fatto venire voglia di metterci insieme un cantuccino, come da tradizione con il vinsanto - non per dire che sia la stessa cosa, chiaramente, ma che accompagna gli stessi sapori.

Pochi giorni dopo ho invece stappato la Castagn, una ale dal colore ambrato come la precedente. Temo lo stato di conservazione non fosse ottimale - il che potrebbe essere anche colpa mia, per carità -, avendo colto un lieve odore di luce all'olfatto (per i non adepti: il cosiddetto "odore di puzzola", che non so quanti in realtà abbiano mai sentito, che si sviluppa appunto quando una birra subisce alterazioni causati dai raggi di luce - vi risparmio la spiegazione chimica su iso alfa acidi del luppolo & company). Fortunatamente era leggerissimo e non aveva pregiudicato il sapore, in cui si armonizzano i toni di castagna delicati con quelli di malto. Ammetto che appena stappata mi aveva lasciata piuttosto intrdetta la carbonatazione, a mio parere eccessiva; complice però il fatto che trattandosi di una bottiglia da 0,75 non l'ho finita in una volta sola (fa pur sempre quasi 7 gradi), ho fatto ciò che dicono non si dovrebbe fare mai, ossia tapparla e metterla in frigorifero. Mai eresia fu più felice: il giorno seguente una leggera ossidazione e la perdita di anidride carbonica l'avevano resa assai più interessante, con tanto di finale tra l'acidulo e il liquoroso che mi ha fatto pensare "però, questa qui, qualche mese in botte e vedi tu che spettacolo...". Accidenti, temo che tutti questi giri tra Arrogant Sour Festival, Notte Arrogante, eccetera eccetera mi abbiano rovinata....

mercoledì 23 aprile 2014

Mastro birraio, parte quarta: arrivano i Sanniti

Al Rhex di Rimini, parlando del Saint John's Beer in questo post, avevo commentato come non mi fosse mai capitato di conoscere birrifici del Sud Italia. Ebbene, a Santa Lucia ho fatto il bis con il Birra Pentra di Cusano Mutri (Benevento), nato nel 2012 dalla passione per la birra dei due amici Daniele Pascale e Pasquale Petrillo. E proprio Pasquale mi ha guidata alla scoperta non solo delle loro birre, ma anche dell'osco, l'antica lingua dei Sanniti pentri - una delle quattro tribù che componevano questo popolo -, e della loro cultura.


Eh già, perché i nomi delle loro birre - nonché del birrificio, "Pentra", dalla radice celtica "Pen" che significa "sommità" - vengono tutti quanti da questa storia ormai millenaria. Se nomi come "Alfu" (bianco) e "Rufu" (rosso) è facile indovinare, una volta tradotti, che stiamo ad indicare rispettivamente la blanche  e la bruna, più curiose sono la "Zurr", "caprone", che ha dato battesimo alla bock in quanto animale simbolo delle birre di questo genere, o la "Fluusai", dal nome della dea dei germogli venerata dai Sanniti, che ha invece finito per essere associata ad un'ambrata in stile American Amber Ale. Ma non manca nemmeno il dialetto sannita odierno, con la "Castagn'", prodotta con una miscela di malti e - indovinate un po'? - castagne, e al "Vern'Ale", una stagionale speziata brassata in inverno, appunto "Vern" in dialetto sannita.

La più curiosa però è, sia per il nome che per la birra in quanto tale, la "Patanai Piistiai", "La dea della vinificazione e dell'apertura delle spighe - ha spiegato Pasquale -: a quanto ne so, i Sanniti erano l'unico popolo ad avere una divinità del genere". Perfetta quindi come nume - e nome - tutelare per una birra chiara ad alta fermentazione con mosto d'uva falanghina - tipica della zona -, aggiunta in fase di fermentazione. Lo ammetto: per quanto quella di "incrociare" birra e vitigni sia una strada sempre più battuta, personalmente i risultati non mi hanno mai entusiasmata: sarà perché non sono un'appassionata enologa, sarà perché se voglio bere una birra mi lascia perplessa il fatto di ritorvarmi in bocca sentori di vino, quando Pasquale me ne ha offerto un assaggio ero a dir poco scettica. Questa volta, però, non sono rimasta delusa. Se il mosto è infatti parecchio evidente all'aroma, nel corpo riesce ad equilibrarsi bene con la miscela di malti, senza andare a sovrastarli. Certo rimane una birra molto dolce e liquorosa anche alla persistenza, per cui se siete dei cultori del luppolo magari non fa per voi; però, se siete tra quelli che normalmente non apprezzano le birre con l'aggiunta di mosto, questa volta vi consiglierei di fare una prova. In fondo, tutti meritano un'altra possibilità. Anche le birre...