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lunedì 13 settembre 2021

Un giro ad Acido Acida

Con un certo ritardo dovuto ad alcune incombenze familiari (e chi ha figli mi capirà), arrivo a fare un resoconto del festival Acido Acida, a cui ho partecipato a Ferrara lo scorso fine settimana.

Rispondo ad un primo interrogativo, che sicuramente sorgerà in chi leggerà questo post: no, non è che Acido Acida non sia più un "British Beer Festival". Lo è, la maggior parte delle birre presenti erano britanniche. Quella di dirigermi su quelle italiane è stata semplicemente una scelta mia, nella misura in cui avevo uno specifico interesse a degustare quelle. Va peraltro ammesso che le difficoltà di produzione in patria (qualcuno ricorderà che nelle edizioni passate avevo dato voce ai birrai inglesi che lamentavano difficoltà nel reperimento delle materie prime in seguito alla Brexit, figuriamoci in una pandemia), di esportazione (visto che i puri e semplici problemi doganali hanno limitato la quantità di birre effettivamente disponibili), e di spostamento di persone hanno pesato appunto sulla componente inglese del festival; ma hanno anche dato un'accelerazione a ciò che Acido Acida per la sua componente italiana già stava diventando, ossia un piccolo laboratorio di sperimentazioni di indubbio interesse realizzate da alcuni nostri microbirrifici. L'auspicio quindi non può che essere quello che la pandemia lasci in eredità questo significativo progresso, potendo poi al tempo stesso superare le difficoltà di approvvigionamento sul fronte del Regno Unito; dando quindi una risposta anche a quella sorta di "crisi di identità" che i problemi da oltremanica hanno posto al festival, e ai quali gli organizzatori hanno comunque reagito in maniera propositiva.

Alla fine di questa lunga digressione, veniamo alle birre. In realtà ho iniziato da un birrificio francese, il Gallia, così da riuscire a "raccogliere le briciole" (o meglio, le gocce) di quello che era stato il tap takeover della sera prima. Si tratta di un birrificio parigino che afferma di produrre delle "vières", da vin+bière: ossia delle creazioni che uniscano vino e birra. Chi credesse però di trovarsi davanti a qualcosa di quantomeno simile alle Iga "di casa nostra", prenderebbe una cantonata: il risultato finale è infatti qualcosa di profondamente diverso, sia per le uve utilizzate (francesi, ovviamente) che per la filosofia produttiva di cui sopra che sta alla base. Ho iniziato con la "Sylvaner Stallone", brassata con aggiunta di 4 quintali d’uva Sylvaner d'Alsace, lasciata macerare per 28 giorni: e il fatto di aver aggiunto direttamente l'uva (e non il mosto) ha senz'altro un effetto peculiare, dato che sia al naso che in bocca - almeno al primo sorso, a birra più fredda - è questa a risaltare su tutto. Man mano che si scalda i toni fruttati si armonizzano meglio con il cereale e diventano più morbidi; però appunto, non arriva mai a diventare una "bière" (come è il caso delle Iga), rimanendo una "vière". Discorso simile, ma su toni molto più forti e finanche sgraziati nella loro forza, per la "Extrawurst" - con aggiunta di mosto d’uva Gewurztraminer dell’Alsazia, lasciato macerare per 30 giorni: qui è il mosto il protagonista, lungo tutta la bevuta, fino ad un finale di una certa astringenza. Insomma: due "vières" che ammetto essere lontane dai miei gusti personali, ma che di fatto hanno rispettato quella che è la loro identità dichiarata e testimoniato la personalità del birraio.

Venendo alla parte italiana, ho avuto il piacere di fare conoscenza con Antonio De Feo e Liberato Manna di Cask-Irpinia Barrel: una realtà nata da poco - sostanzialmente durante il lockdown del 2020 - ma che già ha avuto modo di farsi apprezzare tra gli estimatori. Trattasi nello specifico non di un birrificio, dato che i due non possiedono un impianto, ma di una cantina di affinamento: e peraltro parecchio originale, dato che si tratta di un locale scavato nella roccia ai primi del '900 ben 5 metri sotto terra e 22 dentro la montagna, con umidità costantemente oltre il 90% e temperatura tra i 12 e i 15 gradi. Ancor più che affinare la birra, insomma, la sfida è riuscire a portare dentro le botti. Qui invecchiano le birre prodotte, appunto, in collaborazione con altri birrifici - perlopiù locali, per ovvie ragioni, ma non solo; affrontando tra l'altro il farraginoso sistema fiscal-burocratico italiano che rende sostanzialmente impossibile trasportare mosto o birra che non siano già confezionati. Le botti utilizzate sono per la pressoché totalità di rovere, non rigenerate, che abbiano già fatto due cicli di quattro anni per la maturazione del vino Aglianico.

Ho iniziato la degustazione dalla Hoppy Sour Ale, realizzata in collaborazione con Birra Carrù, affinata per 8 mesi con aggiunta di bucce di limone di Tramonti. Già l'aroma fa cogliere la complessità del progetto di base; e riesce nell'intento di armonizzare i 5 luppoli utilizzati, l'agrume, la componente di acidità data dai lactobacilli e il brett. Al palato risalta invece di più il limone, che fa guadagnare in bevibilità, prima di una chiusura nuovamente sui toni lattici e brettati non particolarmente persistente. Delicata nel complesso, abbordabile anche a chi è ai primi approcci con le sour; così come la seconda che ho assaggiato, una sour ale con ibisco su base weiss con lactobacilli e un mese di botte, in cui il fiore ingentilisce notevolmente l'acidità creando un gioco morbido ed equilibrato tra queste due componenti.

A salire ho trovato una "Unconventional Gose", su base a bassa fermentazione con coriandolo pugliese e sale rosa. Può essere considerata la classica birra che si ama o si odia, nella misura in cui i puristi dello stile faticherebbero ad accettare gli aromi - appunto - di coriandolo, e i toni mielati quasi da Helles dati dal cereale (tenuto conto anche della bassa fermentazione); mentre può risultare molto gradevole a chi apprezza il suo strizzare l'occhio alle Blanche in quanto a speziatura, mantenendo l'acidità lattica a livelli contenuti e una notevole freschezza. Più "per intenditori" invece la Belgian Brett, Belgian Strong Ale brettata con un anno di barrique alle spalle - in cui c'era prima stato vino passato in anfora. Qui la brettatura è predominante al naso, pur non soverchiando del tutto il caramello e il biscotto speculoos (non si può dire di essere stati in Belgio senza averne provato uno...) che invece la fanno da padrone in bocca, prima di un nuovo ritorno del Brett dalla lunga persistenza. Per amanti del genere, in quanto mantiene sì un'armonia complessiva ma giocandola su toni medio-alti.

Sempre tra gli italiani ho ritrovato Monpier de Gherdeina, di cui ho provato una Berliner Weisse con more e lamponi - con la frutta ben amalgamata alla componente acida così da ingentilirla, pur senza alcuna concessione al dolce - e una Wild Gose maturata 8 mesi in botte di ex spumante dopo la fermentazione con lievito madre in vasca aperta e con aggiunta di sale. Acidità notevole al naso, su toni "selvaggi", che si smorza però in bocca dove vira verso quella più gentile che ricorda il vino; prima di lasciare, alla fine, una traccia del sale aggiunto. Per amanti del genere, in quanto non mira, come la precedente, ad un'armonia complessiva, ma piuttosto ad un gioco di note forti che trovino un loro "incastro" lungo la bevuta.
 
Dopo tanto tempo ho ritrovato anche i Blond Brothers, che hanno avuto nel frattempo modo di farsi conoscere per le loro produzioni sour. Nella fattispecie ho provato la Sglera, Iga brettata fermentata 6 mesi in barrique di ex Amarone e maturata altri 6 mesi in acciaio con aggiunta di uva Glera e Gocce d'Oro. Ben coglibile la nota dolce della frutta, che ora fa da contrappunto e ora si armonizza (a seconda della temperatura) ai toni aciduli del vino e a quelli "selvatici" del Brett, lungo tutta la bevuta.

Da segnalare anche l'incursione in terra canadese in compagnia di Simone Nicoletto con le birre di Collective Arts Brewing, in particolare la Jam up the mash - una DDH sour con Victoria Secret, Mosaic e Citra. All'aroma non la si direbbe nemmeno una sour, tanto i luppoli sono esuberanti (tra la frutta tropicale, l'agrumato e il resinoso); ma l'acidità si rivela poi in maniera sorprendentemente dissetante in bocca, prima di amalgamarsi con l'amaricatura citrica e resinosa in chiusura.

E qui chiudo anche io con un grazie a tutti i birrai o loro collaboratori che mi hanno presentato le birre, nonché all'organizzatore Davide Franchini; a cui non posso che fare anche un in bocca al lupo per l'edizione 2022, già programmata dall'1 al 4 settembre.

lunedì 15 aprile 2019

Santa Lucia, terzo weekend

Nel terzo weekend, tradizionalmente dedicato ai birrifici stranieri, quest'anno a Santa Lucia si sono di fatto alternati birrifici nazionali e internazionali; di cui, tra i primi, alcuni già presenti anche negli scorsi fine settimana. E' il caso ad esempio dei Chianti Brew Fighters, che hanno portato in anteprima la loro nuova double ipa - battezzata "Cioni Mario", in omaggio questa volta, invece che a Dante, al Roberto Benigni di "Berlinguer ti voglio bene" (e chissà se sarà l'inizio di una serie di omaggi ad altri toscani illustri, verrebbe da chiedersi). Per quanto fosse estremamente giovane ed appena infustata, la Cioni Mario si è presentata bene: otto gradi e non sentirli, aromi tropicali e agrumati intensi ma non invadenti - non direi che abbiano voluto strafare, insomma -, corpo snello e ben bilanciato prima di un finale di un amaro citrico moderatamente persistente e secco.

Per quanto sia poi tutt'altro che amante delle birre al peperoncino, mi sono fatta convincere dal vulcanico Matteo Plotegher del birrificio omonimo a provare la Picanta, una lager chiara al peperoncino coltivato da un'azienda agricola locale - la Peperoncino Trentino. Leggeri aromi vegetali al naso ed un corpo leggermente maltato e scorrevole, prima di un finale piccante notevole ma comunque equilibrato per quanto non abbia un corpo robusto a contrastarlo - caratteristica che si intuisce comunque essere voluta. Sempre di Plotegher ho poi provato la nuova versione della porter Corcolocia, di cui sono stati rivisti i malti: toni di cioccolato più intensi di quanto me li ricordassi, a beneficio di una maggiore dolcezza dell'insieme, senza togliere la peculiare nota balsamica delle bacche di ginepro.

Spostandoci invece all'estero ho provato la double ipa di Kees, magnificata come una delle più notevoli creazioni del birrificio olandese. In effetti ammetto che l'ho trovata essere forse la double ipa più "succosa" e morbida, quasi cremosa, che mi sia mai capitato di provare; tra aromi e sapori di frutta tropicale, frutta gialla e agrume, affatto amara sul finale se non per un tocco citrico, estremamente beverina nonostante gli otto gradi. Volutamente "ruffiana", direi - senza con questo voler dare un giudizio morale al termine.

Tornando in Italia ho fatto una conoscenza interessante, i Blond Brothers di San Donà di Piave - così battezzati perché i fondatori sono biondi. Aperto da meno di un anno, conta anch'esso un birraio Dieffe tra i soci; nonché una decina di birre in repertorio - tra cui anche alcuni stili meno battuti, come la Koelsch -, tutte improntate a semplicità, pulizia e facilità di beva. Ormai sazia di double ipa - e qui ci potrebbe stare un pensiero su questo stile che pare essere di ritorno dopo la pausa "post sbronza da luppoli" - ho preferito provare una session ipa in monoluppolo Nelson Sauvin, la Pop Hop. Fresca e beverina, i tipici toni delicatamente fruttati nell'aroma si ritrovano ben calibrati poi in bocca, molto elegante anche sul finale nonostante il double dry hopping. Devo dire che mi ha positivamente colpita per l'equilibrio complessivo, che per me - assai "sensibile al luppolo" - non è poca cosa.

Sempre rimanendo in Italia veniamo alla "Into the mild", una (appunto) Mild - stile inglese poco battuto in Italia, incentrato su toni di malto e zucchero caramellato, corpo scarico per quanto non evanescente a beneficio della facilità di beva, e finale secco per quanto la luppolatura in amaro non arrivi ad obliterare i toni dolci. Di fatto una mild in stile: dalle nocciole caramellate e tostate, al caramello vero e proprio, al biscotto, al toffee, la rosa di aromi c'è tutta; e persiste anche nel corpo scorrevole, prima di un finale in cui il taglio di un delicato amaro erbaceo per invogliare al sorso successivo è comunque presente, per quanto non predominante. Ben costruita, pulita e gradevole a bersi.

Da ultimo segnalo la Caberbi, iga al Cabernet di La Ru: aromi del vitigno ben robusti all'aroma, si rivelano poi più delicati nel corpo caramellato robusto ma scorrevole, per tornare con una nota vinosa nel finale. Appare più forte dei suoi 6 gradi in virtù del leggero tono alcolico sul finale, ma senza che questo risulti sgradevole né fuori luogo trattandosi di una iga.

Chiudo quindi qui con la mia carrellata sull'ottava edizione di Santa Lucia. Sicuramente, come già ho fatto in altri post, ci sarebbe molto da dire su quello che è il ruolo attualmente giocato dalle fiere, su quali continuino - nonostante le difficoltà attraversate in questi ultimi tempi dagli eventi del settore - a rappresentare comunque, anche al di là dei numeri in crescita o in calo, un appuntamento significativo per i birrai e per il pubblico; non allungo però un post già prolisso, e riservo queste considerazioni a future uscite...