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lunedì 19 settembre 2016

Da Fiume Veneto a Forte Marghera

Anche quest'anno, per quanto mi sia dovuta limitare ad una toccata e fuga, ho fatto la mia visita d'ordinanza al Festival della Birra Artigianale di Fiume Veneto. Il primo weekend ha ospitato birrifici e beerfirm che già avevo avuto modo di conoscere ed apprezzare - Birra Galassia, Zahre, Big Hop con birra anche di Opperbacco e Bibibir, Kundmuller con Weiherer Bier, e La Birroteca con una lunga lista di birre disponibili. Unico "sconosciuto", il beerfirm (si appoggia a Sante Sabide) Birra Taiedo, dell'azienda agricola La Maddalena - di cui ho provato una blonde ale in cui però ho trovato alcuni difetti riconosciuti anche dal titolare: l'augurio fiducioso, dato che sono ancora agli inizi, non può quindi che essere quello di "aggiustare il tiro" in futuro. Da segnalare la sosta da Weiherer Bier dove, oltre alla Rauch che mi ha positivamente colpita per la sua morbidezza, ho provato la nuova Hell Zwickerla: prufumi intensi di crosta di pane dati dal lievito ben presente in sospensione, e particolarmente piena e ricca al palato con note di cereale e miele, senza però sacrificare la giusta secchezza sul finale di un amaro tenue.

Il giorno successivo sono invece stata alla prima edizione del BeVé - Beer in Venice - definita come "Biennale della Birra ad alto tasso di creatività" - a Mestre, nella suggestiva cornice di Forte Marghera. Già mi erano noti Camerini, Birrificio del Doge, Sognandobirra, Praforte, BiRen, Casa Veccia e B2O; nuovi mi erano invece Mesh (beerfirm che si appoggia a Bav), Corti Veneziane, Beer In, Matthias Mueller, Couture e Morgana. Insomma, ce n'era per passarci una giornata intera, cosa che del resto ho fatto - contando anche la partecipazione ad uno dei laboratori di degustazione, quello sulle birre ad alta fermentazione condotto la Luca Grandi. Del Mesh - che sta per Mauro, Enrico e Stefano Homebrewers - ho provato in prima battuta l'American Wheat White Noise, birra di frumento con polpa di frutto della passione. Per quanto il frutto sia ben presente al naso, non arriva comunque a sovrastare del tutto gli aromi del lievito e del frumento che salgono da sotto ad una schiuma ben persistente; un equilibrio fresco che si mantiene anche al palato, per chiuedere con un ritorno finale acidulo dato dal frutto della passione - personalmente l'avrei gradito meno marcato, ma non è comunque tale da risultare eccessivo. In seconda battuta la scotch ale No Kilt, meno dolce e leggermente più attenuata rispetto alla media dello stile, e dalla mordiba torbatura sia al naso che al palato, per un finale in cui il caramello lascia il posto ad una secchezza lievemente amara (la ricetta prevede East Kent Golding in dry hop); e infine la Peste Nera, una black Ipa che si contraddistingue per i sapori di liquirizia, di cui attendo la versione che sta maturando in botti di rum. Si sente nelle loro birre che i ragazzi sono ancora in fase "sperimentale" (hanno avviato l'attività da poco più di un anno), essendo meno "pulite" rispetto a quelle di birrifici di più lungo corso; ma direi che le premesse sono molto buone, e confido che il tocco di originalità che mettono nelle loro birre troverà un sempre maggiore affinamento.

Di più lunga esperienza è invece il Beer In di Trivero (Biella), nato nel 2011, e noto per la medaglia d'oro per la sua rauch Rata Vuloira ("il pipistrello": tutte le birre hanno nomi di animali in dialetto locale) a Birra dell'Anno 2016. L'ultima novità è la "Trilogia delle Ipa", ossia la stesso mosto di base ma con tre lupolature diverse - luppoli dal'Oceania, dall'Europa e dall'America; io ho provato però durante la degustazione la dark strong belgian ale Babi (il rospo), color tonaca di frate, in cui all'aroma spicca il miele d'erica che viene aggiunto - insieme alla frutta secca e alla prugna, insieme a qualche nota tostata. Un connubio complesso che si protrae anche nel corpo caldo, rotondo e ben pieno, fino ad un finale in cui la buona carbonatazione esalta le note alcoliche - per quanto non così forti da essere invadenti, almeno non per una belgian strong ale.


Di Corti Veneziane - aperto da dicembre 2015 - ho assaggiato per prima la pils Kanaja - del resto è lo stile considerato "metro di misura"...-, nata in collaborazione con il gruppo musicale Rumatera in occasione di un concerto di raccolta fondi per le vittime della tromba d'aria nella riviera del Brenta. Delicato l'aroma tra il floreale e lo speziato dei luppoli tedeschi, e particolarmente ricco il corpo dall'intenso sapore di cereale - sulla scuola delle pils ceche: tanto che conclude infatti con un amaro altrettanto ricco ma non molto secco, creando un curioso contrasto che ho apprezzato. Assai fiduciosa ho quindi assaggiato durante la degustazione la Redentor, definita come "doppio malto di stile tedesco" (alla mia richiesta di ulteriori precisazioni sullo stile mi è stato risposto che non c'è uno stile particolare a cui il birraio si è ispirato); qui personalmente ho trovato invece un po' troppo marcati gli aromi di caramello che si protraggono poi lungo tutta la bevuta, lasciando una persistenza decisamente dolce in cui tornano note di miele.

Più complesso si fa il discorso per l'agribirrificio Couture (nome scelto per richiamare l'artigianalità del lavoro) aperto da quest'anno: il birraio Andrea mi ha infatti condotta in un lungo e interessante viaggio attraverso le numerose tipologie di birra prodotte (no, non mi ha ubriacata: e gli appunti ordinati che ho preso dalla prima all'ultima birra lo provano). Siamo partiti dalle birre di frumento - una weizen pulita e in stile, dal corpo particolarmente pieno; e una blanche in cui è ben evidente l'aroma di coriandolo e l'agrumato del bergamotto -, fresche e ben attenuate, per poi passare alle pale ale "gemelle" denominate "Mr & Ms Icon" - la prima che in effetti richiama il maschile, con gli aromi più acri di agrume e frutta tropicale, e un amaro cirtrico e sferzante alla fine che contrasta improvvisamnete il corpo in cui ho colto una punta di miele di castagno; e la seconda il femminile, con un bouquet fruttato più delicato in cui personalemnte ho sentito spiccare l'uva spina e la papaya, a cui segue un corpo snello e un delicato finale agrumato. Da ultimo la Vienna, in cui più che i toni di biscotto da manuale ho colto quelli di miele e frutta secca; ad Andrea peraltro non devono piacere le birre tropo dolci, perché anche in questo caso l'attenuazione è più marcata ella media dello stile e l'amaro erbaceo finale non lascia alcuna persistenza di malto. Nonostante la giovane età del birrifico, le ho trovate tutte birre molto pulite anche là dove si è voluto osare; attendo quindi con ansia la loro Iga con mosto d'uva glera, al momento non ancora disponibile.

Di Matthias Mueller, consulente tecnico e mastro birraio che fa la spola tra la Germania e l'Italia - nonché altre parti del mondo, là dove il lavoro lo porta - ho provato la Bassana, birra di frumento con malto di farro e asparago: devo dire che non ho colto l'asparago se non molto sullo sfondo - la signora che me l'ha presentata sostiene tuttavia che viene valorizzato nell'abbinamento con piatti agli asparagi, cosa che purtroppo non ho potuto verificare...- mentre è ben presente la componente del cereale e del lievito. Di Morgana infine ho assaggiato la Ginevra, una blonde ale "ibrida" che prevede l'utilizzo di luppoli e malti tedeschi e lievito belga. Al naso spiccano soprattutto i luppoli tedeschi, con gli esteri del lievito che rimangono più sullo sfondo; mentre il corpo più pieno richiama invece la tradizione belga, con qualche tono di miele, fino ad un finale lievemente amaro che non oblitera completamente i toni dolci.

Ultima nota per la presentazione del libro "Fatti di birra" di Michela Cimatoribus, Marco Giannasso e Andrea Legittimo, a cui non ho potuto partecipare causa treno in partenza: è stato comunque una piacevole lettura durante il viaggio, di cui ringrazio gli autori.

lunedì 21 settembre 2015

In missione, ma non per conto di Dio

"Abbiamo una missione: redimervi. Bere birra industriale è peccato mortale". No, non è il motto di una nuova setta, ma quello del Piccolo Birrificio Ateo, beer firm di Longare (Vicenza) che ho conosciuto questo fine settimana al Festival della birra artigianale di Fiume Veneto. Mi ha incuriosita in quanto new entry - nonché per la simpatica serie di magliette con frasi sul tono di quella citata prima che decoravano lo stand -, dato che i due ragazzi hanno trasformato in impresa la loro passione solo lo scorso marzo; e dato che, per loro stessa ammissione più o meno scherzosa, l'altra loro grande passione è youporn, hanno dato alle tre birre attualmente in produzione il nome di tre canali del noto sito.

Ho iniziato dalla Milf, una helles - anzi, "protohelles bavarese", come da etichetta - dagli aromi di luppolo molto leggeri, quasi impercettibili, ben custoditi da un buon cappello di schiuma fine. Nel corpo predomina il cereale, con note di crosta di pane, ma sempre molto delicate; per chiudere con un amaro altrettanto delicato e non molto persistente. In sostanza, una birra pulita, gradevole e soprattutto versatile, che si presta - non presentando alcun sapore o aroma invadente - ad essere abbinata ad un gran numero di piatti - tanto è vero che la lista suggerita dalla brochure è molto lunga, e va dai primi piatti di verdure a quelli al curry.

In seconda battuta ho provato la Pov, una ipa che si distingue perché predilige agli aromi acri tipici della luppolatura di questo stile quelli più tendenti alla frutta esotica, che si confermano anche al palato insieme ad un leggerissimo tocco di malto, per virare poi sull'amaro molto persistente in chiusura - sempre una ipa è, dopotutto. Direi che l'ho apprezzata - al di là del gusto personale - soprattutto perché sa trovare la sua originalità a costo di apparire "eterodossa" (e infatti uno dei ragazzi, Michele, ha affermato di aver scelto il nome "Ateo" per il birrificio proprio in virtù del loro "non avere dogmi" nel brassare) in un panorama come quello delle ipa che oggi è piuttosto inflazionato, e in cui si trova un po' di tutto a scapito delle birre davvero eccellenti che rischiano di sparire nella massa.

Veramente alla spina avevano solo queste due, ma Michele ha stappato una bottigia di Cougar, la loro bock. Qui a predominare è la dolcezza del malto con le sue note di caramello e biscotto, che accompagnano la bevuta dall'aroma fino alla chiusura discretamente persistente; con un leggerissimo contrappunto amaro, comunque, che evita di renderla stucchevole.

Nel complesso le tre birre in questione hanno fatto una buona impressione non solo a me, ma anche ad altri birrai presenti che si erano riuniti per un bicchiere insieme: staremo a vedere, e del resto non posso che augurarmelo, se siamo di fronte allo sbocciare di una buona promessa nel folto gruppo dei tanti nuovi microbirrifici.

giovedì 25 settembre 2014

Una rossa "tranquilla tranquilla"

Sempre al Festival di Fiume, dopo essere stata da Meni sono passata a salutare il fratelli Campagnolo - altra vecchia conoscenza che ho ritrovato con piacere. I quali nella loro generosità mi hanno gentilmente offerto una birra, offerta che ho in prima battuta declinato: no, grazie, devo guidare, da Meni ne ho già bevuta una e sono pure a stomaco vuoto. Ma dai, ha ribattuto Michele, almeno un assaggio di Bora Ciara, la nostra weizen; e qui è prontamente subentrato Angelo, con un "No, la weizen no, non ti ricordi che non le piace?". Devo dire che sono rimasta piacevolmente stupita: a stento me lo ricordavo io che la Bora Ciara non mi aveva entusiasmata, e vedere che se lo ricordava lui è stata una sopresa nonché una dimostrazione di attenzione verso operatori del settore, clienti e quanti altri si relazionano con i fratelli Campagnolo che ho molto apprezzato. Un atteggiamento dimostrato anche da Michele: semplicemente, a quanto pare, Angelo ha la memoria più lunga.

Questa attenzione, nel caso di Michele, a Fiume ha preso la forma del punto d'onore di non farmi andare via senza aver nemmeno assaggiato nulla: e così ha controproposto la Bora scura, "una rossa tranquilla tranquilla" che non avevo mai provato. "Dimmi tu quanta", ha gentilmente premesso prima di spinare: meno male, mi sono detta, sennò se domani mattina non ritroverò la patente nel portafogli non sarà perché me l'hanno rubata.

Mi chiedevo che cosa Michele intendesse con "tranquilla", dato che la gradazione acolica non è tra le più basse - 6 gradi; personalmente ho interpretato questa "tranquillità" col fatto di essere una birra che definirei "semplice", pur nella particolarità della farmentazione mista - la prima bassa nei tini, la seconda alta in bottiglia. Sia all'aroma che al corpo non presenta infatti note o sapori particolarmente intensi, armonizzando in maniera equilibrata i malti - monaco e pils - con i luppoli tedeschi: personalmente ho percepito dei tratti erbacei e tostati insieme all'ofatto e del leggero caramello nel corpo, ma appunto nulla che si imponga sul resto. Ne risulta quindi un birra di facile beva, anche grazie al finale abbastanza secco: e qui è partita un'interessante conversazione - tra il serio e il faceto, a dire il vero - sul tema "Quale birra berresti quando", concludendo che una birra come la Bora Scura, piacevole e senza troppi impegni, ci sta proprio bene una sera a cena, anche perché non andrebbe a sovrastare il sapore di eventuali abbinamenti.

E a proposito di scure, c'è ancora una bottiglia di Refolo - la nuova scura a bassa fermentazione di Campagnolo - che mi attende in cantina: se siete curiosi, come dicono gli inglesi, stay tuned...

martedì 23 settembre 2014

Una stout che stout non è

Al Festival di Fiume, quando ho notato che allo stand della Birra di Meni c'era nientemeno che Meni stesso, sono subito andata a fare conoscenza: e devo dire che è stata una chiacchierata davvero piacevole, considerando che mi ero parecchio incuriosita nel conoscere la sua storia di birraio - che ho raccontato in questo post. Mi ha peraltro raccontato che tuttora va raccogliere luppolo selvatico - "ce n'è tantissimo dalle nostre parti" -: per cui, stappando una bottiglia di Meni, se siete fortunati potrebbe capitarvene una con autentico luppolo autoctono.

Dato il mio buon proposito di provare qualche altra birra delle loro, questa volta mi sono diretta sulla Pirinat, una scura. Per quanto la schiuma fosse ben poco consistente, una volta portato il bicchiere al naso ho subito detto: "Ah, una stout?". Meni ha sorriso, affermando: "Pensa un po', abbiamo ingannato perfino gli irlandesi con questa". In effetti è una lager scura: ma a quanto pare non sono stata l'unica a cadere nell'errore, dato che all'olfatto prevale il tostato tipico delle stout - personalmente ho sentito soprattutto note di caffè. Mi sarei aspettata un corpo più robusto da una birra di questo genere, invece è piacevolmente delicato pur confermando le caratteristiche dell'aroma: magari da accompagnare a del cioccolato o ad un dolce al caffè, per valorizzare allo stesso tempo sia la birra - dato che, non avendo molta persistenza, potrebbe dare l'impressione di "morire in bocca" a chi è abituato a sapori più decisi - che l'abbinamento, visto che in virtù della delicatezza di cui parlavo non andrebbe a sovrapporvisi. In tutto e per tutto, insomma, una particolarità nel panorama delle lager scure, tanto da classificarsi prima come "Birra dell'anno" al concorso Unionbirrai 2010 per la categoria bassa fermentazione e terza all'International Beer Challenge lo stesso anno.

Un'ultima nota, più che altro per mettervi in guardia e preservare la patente: attenti perché farà pure sei gradi e mezzo, scende che è un piacere...

lunedì 22 settembre 2014

Festival di Fiume: una "sagra" con potenzialità?

Non avendo potuto presenziare più a lungo a causa di impegni di lavoro, ho comunque accolto volentieri l'invito degli organizzatori a fare un giro - per quanto rapido - al Festival della birra artigianale di Fiume Veneto. L'anno scorso - come potete vedere nei numerosi post in archivio a settembre 2013 - la prima edizione mi era sembrata un inizio promettente, per cui la curosità di vedere anche la seconda c'era: tanto più che è cresciuto il numero dei birrifici presenti - 16, 8 per ciascun weekend -, e si è cercato (come del resto lo scorso anno) di andare al di là della semplice bevuta in compagnia organizzando eventi come la presentazione del libro "I birrifici storici di Pordenone", o un convegno sulla coltivazione del luppolo in regione.

Se mi duole constatare la scarsa professionalità del Birrificio Trevigiano e del Corti Venete, che di fronte alla mia richiesta di darmi qualche informazione in più sulle loro birre non hanno fatto altro che mettermi in mano un volantino e dirmi "trova tutto sul sito", per il resto devo riconoscere agli organizzatori l'encomiabile buona volontà. Mossa indovinata è stata innanzitutto quella di spostare le conferenze in una sala a parte - dove al momento del mio arrivo il buon Max Petris stava raccontando la storia dei "falegnami diventati birrai" a Sauris -, così da non essere disturbati da chi è occupato a festeggiare; sala peraltro degnamente decorata "a tema", con una piccola mostra di bicchieri. Non ero purtroppo presente alla presentazione del libro, ma ne ho ricevuto un'eco positiva sia dal presidente dell'Accademia delle Birre Paolo Erne - che è intervenuto - che dagli altri birrai.

Il che mi porta a dire che le potenzialità per andare oltre la semplice "sagra" - convenientemente ospitata nell'ampio tendone della Pro Loco - ci sono tutte, andando incontro anche a chi desidera qualcosa di più della semplice bevuta: appoggiandosi magari a qualcuno che abbia conoscenze e competenze più approfondite, la sala potrebbe infatti ospitare a dovere ben più di due o tre incontri di un certo spessore per ciascun weekend. Peraltro sono gli organizzatori stessi i primi a volersi muovere in questo senso: parlando con loro, mi hanno riferito di aver pensato a degustazioni guidate, ma sarebbero replicabili diversi laboratori di abbinamento birra-cibo come quelli fatti lo scorso anno, oppure incontri in cui accostarsi a particolari tipi di birra generalmente poco presenti nei circuiti distributivi. Senza contare che i temi per conferenze sarebbero innumerevoli. Un modo per equilibrare la parte "culturale" con quella "festaiola", che non ha nulla di male in sé, ma che al momento soverchia la sua controparte.

Per il resto, è stato un ritrovare i vecchi amici: Meni, Zahre, Baracca Beer e Campagnolo - occasione peraltro di provare la Pirinat di Meni e la Bora Scura di Campagnolo, di cui parlerò più in dettaglio in altra sede; nonché la pasticceria "Crema & Cioccolata", alla quale riservo una nota di merito per gli ottimi biscotti al malto.

Che dire? Se capitate di lì il prossimo weekend non disdegnate un giro; personalmente poi, non posso che rivolgere un incoraggiamento agli organizzatori per mettere ancor meglio a frutto le potenzialità sia logistiche che di voglia di fare - la più importante, direi - per crescere in qualità il prossimo anno.

martedì 1 ottobre 2013

Festival di Fiume, ottava tappa: arriva la bora

Come dicevamo, si trattava ormai di superare l'ultimo scoglio: in questo caso il birrificio Campagnolo di Muggia, in provincia di Trieste. Come nel caso del Baracca Beer un microbirrificio gestito da due fratelli, Angelo e Michele Campagnolo, che ci hanno accolti al banco; con un po' più di esperienza però, in questo caso, dato che i due brassano dal 2007.


I fratelli Campagnolo, a dire il vero, erano un po' meno loquaci degli altri birrai presenti; così abbiamo deciso di lasciar parlare le loro birre che, a testimoniare il legame con la terra d'origine, prendono tutte il nome dal celebre vento che soffia su Trieste. C'è la Bora Ciara, una weizen ad altra fermentazione; la Bora Scura, una rossa Monaco; e il Borin, una pils che dopo una prima lievitazione a bassa fermentazione nei tini passa in bottiglia per una seconda lievitazione ad alta fermentazione. A queste si aggiungono altre birre speciali a seconda della stagione, e dato il periodo sarà da tener d'occhio il Capriccio di Bacco, una chiara doppio malto con aggiunta di mosto d'uva in uscita proprio in questi giorni.

Ho avuto modo di provare la Bora Ciara, che mi sembrava la più interessante in base alla descrizione che me ne avevano fatto i birrai: non filtrata e non pastorizzata - come tutte le Campagnolo -, rifermentata in bottiglia, e prodotta con acqua di Trieste non trattata. Devo ammettere che forse non ho fatto la scelta giusta, o forse non sono in grado di apprezzare a pieno le weizen; fatto sta che, per quanto sia comunque una signora weizen che non ha nulla a che vedere con quelle comprate al supermercato o bevute in un qualsiasi bar - soprattutto in termini di aroma -, non mi ha "colpita", nel senso che non vi ho trovato quell'unicità che invece ho sentito nella maggior parte delle birre di quella sera. Per carità, magari in futuro avrò occasione di assaggiarne una delle altre e rimarrò strabiliata, anche perché i numeri per fare buona birra i Campagnolo ce li hanno tutti; spero solo non me ne vogliano se dico che la Bora Ciara non mi ha lasciata a bocca aperta, per quanto indubbiamente soddisfatta.

Bene, il nostro lungo pellegrinaggio a Fiume giunge qui al termine: ci si rivede su questi schermi, per il resoconto di un altro evento di tutto spessore...

lunedì 30 settembre 2013

Festival di Fiume, settima tappa: Bradipongo reloaded

Giunti ormai quasi alla fine del pellegrinaggio, abbiamo ritrovato un'altra vecchia conoscenza: il Bradipongo di Colle Umberto (Treviso), di cui avevo già avuto occasione di provare le birre durante la degustazione in Brasserie descritta in questo post. Così siamo tornati, per così dire, a salutare: tanto più che quella sera non avevamo avuto modo di parlare direttamente con Andrea, Anna e Alessio, alias i tre tecnologi alimentari che - cito il loro sito - "hanno deciso di collaborare con qualche miliardo di cellule di lievito". Ad accoglierci è stata Anna, che per fortuna, quando le ho detto chi ero, non se n'è uscita con un "Ah, sei tu quella disgraziata che non ha capito assolutamente nulla delle nostre birre e ha scritto delle cavolate pazzesche": a volte, diciamocelo, è un mio timore. Ma in questo caso il mio post poi così male non doveva essere, dato che ci ha invitati a tornare - più tardi, grazie, in quel momento non era il caso...- a bere qualcosa.


Anche in quanto a birre, quindi, era un ritrovare delle vecchie amiche: i nostri avevano infatti portato i grandi classici della casa, tra cui la Mafalda - una belgian ale rossa che, al di là dell'omonimia col mio idolo dei fumetti, è pienamente nelle mie corde per quanto il retrogusto caramellato lasci un po' assetati -, e la BradIpa, una India Pale Ale che la volta scorsa avevo eletto a vera punta di diamante della scuderia Bradipongo - nonché delle Ipa in generale, insieme alla Freewheelin' di cui ho già parlato e alla Punk Ipa del Brewdog.

Ed è infatti su questa che, una volta smaltiti i bicchieri precedenti, è caduta la mia scelta: l'aroma di frutta e il retrogusto deciso di pompelmo sono notevoli, e la rendono molto dissetante nonostante il moderato tenore alcolico (6 gradi). Anche la luppolatura piuttosto forte, che in genere tendo a non apprezzare molto, nel caso della BradIpa è peculiarità imprescindibile. Sostanzialmente, diciamo che ho puntato sull'usato sicuro.

Ormai non mancava che l'ultima fatica, ossia lo stand del birrificio Campagnolo: accidenti, è proprio dura lavorare...

domenica 29 settembre 2013

Festival di Fiume, sesta tappa: Zahre e filosofia

Lo stand successivo che abbiamo visitato non ci era certo nuovo: Zahre, la birra di Sauris, quella che conosciamo da più tempo le presenti. Insomma, un nome, una certezza: tanto che - queste sì - le abbiamo provate tutte (nel tempo, cosa credete?), dalla Chiara Pilsen, alla Rossa Vienna, alla Canapa, all'Affumicata. C'è da dire, peraltro, che la nostra passione per Sauris non è certo legata solo alla birra o allo speck: viaggio dopo viaggio, questo paesino sperduto è diventato quasi un "luogo dell'anima", per cui andare lì vuol dire ristorarsi ottimamente non solo dal punto di vista culinario, ma anche da quello - passatemi il termine - spirituale.


Sarà un caso, ma proprio di questo sono finita a parlare con il buon Massimo, il cotitolare e responsabile della produzione: un saurano "vero", nato e cresciuto lì, che dopo aver fatto - come tanti in montagna - l'esperienza di cercare miglior fortuna altrove è tornato in fondo a questa valle impervia. "Quando nasci e cresci in un posto del genere - ha raccontato mentre stava dietro la spina - sei obbligato a porti delle domande: il silenzio, la quiete, gli amici che se ne vanno...ti trovi a chiederti che senso abbia vivere lì". E Massimo, probabilmente, l'ha trovato: "Dopo un periodo di lontananza, mi sono reso conto che ero circondato da tanta bellezza. E così sono tornato. Non tutti quelli che arrivano lassù capiscono Sauris...serve un rapporto spirituale col luogo". Ecco, mi sono detta, ha usato la stessa parola. E chi l'avrebbe mai detto che la birra stimola a filosofare, dato che da lì il discorso poi è proseguito.

Già, perché mica eravamo a mani vuote: entrambi avevamo nel bicchiere - solo un assaggio, lo giuro...questa è una foto di qualche tempo fa, come testimonia l'abbigliamento invernale... - di Canapa, che avevo scelto sull'Affumicata - la mia preferita, come ho già avuto modo di scrivere - giusto per cambiare. Devo ammettere che questa volta l'ho apprezzata meglio: ho sentito in pieno la particolarità dell'aroma dei fiori di canapa - questo sì "floreale" - e il gusto delicato, anche in questo caso del tutto particolare dato l'uso - appunto - della canapa. Molto dissetante, peraltro, complice anche il grado alcolico basso (5 gradi).

Che dire? Me ne sono andata non solo piacevolmente dissetata, ma soprattutto con la sensazione di aver appena fatto una bella conversazione con un amico, pur avendo conosciuto Massimo non più di un quarto d'ora prima...


sabato 28 settembre 2013

Festival di Fiume, quinta tappa: alla corte degli Estensi

Sempre per rimanere in Veneto, ma cambiando provincia, il passo successivo è stato il Birrificio Estense di - come dice il nome stesso - Este, in provincia di Padova. Un'attività, ci ha raccontato il buon birraio Nicola, che affonda le sue radici ancora nella passione del bisnonno Guido per malto e luppolo, e che è ricomparsa nell'albero genealogico con lui una decina d'anni fa quando ha iniziato i suoi primi esperimenti a livello - diciamo così - domestico.

L'Estense produce soltanto birre crude, ed è proprio a questo dettaglio che Nicola tiene particolarmente: "La pastorizzazione e la filtrazione uccidono gli aromi" è la sua massima, ripetuta più volte come un mantra durante la lunga e piacevole chiacchierata che ci siamo fatti. Effettivamente c'è di che dargli ragione, perché non solo nel caso dell'Estense, ma anche di altri birrifici che sono della stessa opinione, aromi e sapori ne guadagnano.


Il parco birre del buon Nicola è discretamente numeroso per un birrificio di queste dimensioni, essendo a quota sette: la pils Don Pablo, la bionda Calle de San Miguel, la weizen Weisse, la dunkel in stile tedesco Munich B.E., la rossa doppio malto Red Ale B.E., la rossa in stile belga De Bloem, e la birra di Natale Saint Nicolaus. Ovviamente quest'ultima è disponibile solo in stagione, ma con Nicola non ci siamo comunque fatti mancare una dotta dissertazione sulla bontà delle birre natalizie, dalla Bouche de Noel alla Mère Noel: insomma, non c'è che da aspettare poco più che un paio di mesi.

Per quanto la Munich si sia classificata terza al concorso nazionale di Unionbirrai di quest'anno, tendenzialmente le tedesche non sono nelle mie corde (e non sto parlando delle compatriote della Merkel): per cui, esclusa per ragioni di grado - ben 7 - quella che sicuramente avrebbe incontrato al meglio i miei gusti, la De Bloem, al posto successivo nella lista c'era la Red Ale, dato che nemmeno lo stile inglese mi dispiace.

In effetti sono d'accordo con i "fiori di luppolo particolarmente profumati" di cui parla la descrizione: l'aroma è decisamente intenso rispetto alle altre birre di questo tipo, anche se non lo definirei "floreale" dato che nella mia mente inesperta la concezione di "fiore" non comprende quella di luppolo. Insomma: sa di luppolo e punto, ritengo sia sufficientemente chiaro. In quanto al gusto non lo definirei "unico", nel senso che di fatto non è dissimile da quello di altre "sorelle" di questa birra; ma semplicemente "buono", nel senso che affina al meglio quello che è appunto il gusto classico di molte anglosassoni: in termini informatici, potremmo dire che ne fa l'upgrade. C'è da dire poi che per essere una rossa è estremamente beverina, e gli oltre cinque gradi scendono senza nemmeno sentirli, complice la luppolatura forte. Anche in questo caso, quindi, occhio all'etilometro.

Anche l'Estense vende in primo luogo presso il suo spaccio di Montagnana, in provincia di Padova, dove ha sede anche il laboratorio; inoltre distribuisce in alcuni locali in Veneto ed Emilia Romagna. Chissà, se capiteremo da quelle parti, indubbiamente varrà la pena fare un giro...

venerdì 27 settembre 2013

Festival di Fiume, quarta tappa: Maledetto Barone Rosso!

Gli appassionati dei Peanuts avranno sicuramente capito la citazione; e non ha potuto che venirmi in mente il bracchetto Snoopy nei panni dell'asso della prima guerra mondiale nel fare conoscenza con la terza novità della serata, il Baracca Beer di Nervesa (Treviso). Il birrificio prende infatti il nome dal celebre aviatore Francesco Baracca, che proprio a Nervesa venne abbattuto dopo le sue epiche imprese che gli valsero la medaglia d'oro al valor militare; e fu peraltro lui a creare il "logo" del cavallino rampante, dipinto sul suo velivolo, e poi "riciclato" da tal Enzo Ferrari. Sempre detto che non si butta via nulla, soprattutto le idee.

Il Baracca è probabilmente il più giovane e meno conosciuto tra i birrifici presenti, dato che non ha ancora soffiato sulla prima candelina e distribuisce per ora - oltre che via internet e nella loro sede - in quattro locali del circondario; ma con uno slogan che è tutto un programma - "Arte in fermento" - e tanta buona volontà non fa certo rimpiangere i brassatori di più lunga esperienza. Secondo il vecchio adagio del "piano e bene", quindi, sono per ora tre le offerte della casa: la prima nata Luce - una pils -, la rossa doppio malto Extasy, e la blanche Desideria. O meglio, pensavamo fossero tre: perché dopo la mia prudenziale scelta dei cinque gradi scarsi della blanche, dato che ormai il tasso alcolemico iniziava a salire, vedendo l'occhio sveglio di Enrico il buon birraio ha ammiccato con un "A te, invece, tiro fuori qualcosa di speciale".

E così ci è arrivata tra le mani l'Imperial Stout, "proprio appena fatta, non ho nemmeno ancora le etichette pronte". Sostanzialmente una doppia Guiness, sia in quanto a grado che in quanto a malti: "E' difficile, a livello artigianale, ottenere una buona stout rimanendo a basse gradazioni - ha spiegato infatti il birraio - così questo è il risultato". Beh, non c'è che dire, la Guinness in confronto è acqua; non solo perché questa fa quasi 9 gradi, ma soprattutto perché il gusto è nettamente più intenso data la "carica" di malto. Insomma, esperimento egragiamente riuscito.


Detto così, sembra che me la sia bevuta io; e in effetti, dopo aver assaggiato un sorso da Enrico, quasi mi piangeva il cuore al pensiero di dovermi limitare ad una blanche. Ma ho dovuto poi ammettere che la Desideria non è affatto una blanche come le altre: i sentori floreali e agrumati sono notevoli, e fanno sì che questa birra non si perda al gusto come capita con altre dello stesso genere. Un amaro leggero al retrogusto completa il sorso, lasciando la bocca fresca. Nota di merito dunque anche a questa, che nel panorama delle blanche si distingue nettamente.

Meno male che al banco erano disponibili anche dei salatini per tamponare l'alcol, altrimenti, come ha avuto a dire la mia dolce metà, "Non puoi continuare a dire cose sensate senza mettere niente sotto i denti": tanto più che eravamo solo a metà del giro....

giovedì 26 settembre 2013

Festival di fiume, terza tappa: alla scoperta del farro

Anche il terzo stand che abbiamo visitato non era tra le nostre vecchie conoscenze: si trattava infatti del birrificio Acelum, di Castelcucco - Treviso, ci avviciniamo alle mie terre d'origine...Da notare che Acelum è il nome latino di Asolo, poco distante dal paese in questione: insomma, oltre che saper fare la birra, questi sanno anche la storia. Accanto al banco faceva bella mostra di sé un'Ape Piaggio, decorata con fiori di luppolo, su cui erano posizionate le spine: indubbiamente un'idea originale, così come, del resto le birre che escono dai loro fermentatori.

Alle spalle dell'Acelum, quattro anni di esperienza: forse non molti, ma più di quelli di diversi dei birrifici presenti. Il tutto è nato da un'azienda che produce impianti per microbirrifici, la Bccinox, che ha poi deciso - diciamo così - di collaudarli: il titolare che ci ha accolti, infatti, ha messo in chiaro da subito di non essere lui ad occuparsi materialmente di malti, luppoli e cotte, compito affidato a birrai qualificati allo scopo. Spulciando nel loro sito, poi, ho pure scoperto che la Bccinox ha installato all'Acelum un impianto all'avanguardia, che si vanta di avere "un'efficenza dell'90% nella resa di cotta e un'efficenza termica altissima, dovuta all'ottima coibentazione e al recupero del vapore totalmente condensato", tanto che "in media una cotta costa in termini di energia elettrica intorno ai 13€". Non ho visto i prezzi delle loro birre, ma oso sperare che il risparmio si ripercuota anche sul consumatore.

Venendo al concreto, l'Acelum aveva portato a Fiume tre birre alla spina. Il nome della prima, la Delizia - una strong ale - ha peraltro una storia particolare: originariamente, forse per i suoi 9 gradi, di chiamava Deliria, ma poi è stato imposto di cambiare il nome per questioni commerciali. Traccia della vecchia denominazione è rimasta nella grafica dell'etichetta: la z, infatti, è formata da una r e da una i unite, tanto che il lettore distratto - o semplicemente allegro dopo un paio di bicchieri - può ancora confonderle.




Per rimanere più sul leggero c'era l'Anarkica, che con nemmeno quattro gradi torna buona per dissetarsi nelle giornate estive; e la Freya, dedicata alla saggista britannica Freya Madeleine Stark (nella foto), che ha trascorso ad Asolo buona parte della sua vita. Veramente, secondo il titolare, non è questa la punta di diamante della produzione dell'Acelum; ma una volta saputo che l'ingrediente principe di questa belgian ale è il farro, abbiamo deciso che valeva la pena togliersi la curiosità. Ancor prima di berla, arriva al naso un'incredibile zaffata di aroma floreale: aroma che si conferma nel gusto, dolce e delicato, che lascia però poi spazio ad un amaro leggero nel retrogusto parecchio dissetante. Al di là del fatto che l'ho molto apprezzata a livello di gusti personali, c'è da ammettere che non avevo mai assaggiato nulla di simile: caratteristica peraltro comune a molti dei birrifici presenti quel giorno, che esibivano in questo senso dei pezzi unici.

Insomma, mi toccherà tornare a cercare la Freya: purtroppo non ci sono nei paraggi locali che la tengono - l'Acelum distribuisce in Veneto e Lazio - per cui, a meno di non ordinarla online, vorrà dire che farò un giro a Castelcucco la prossima volta che torno in patria...






mercoledì 25 settembre 2013

Festival di Fiume, seconda tappa: La Furia dee Venexiane

La nostra prima nuova conoscenza della serata è stata quindi il Birrificio Artigianale Veneziano (Bav per gli amici), di Maerne di Martellago (Venezia): un'avventura nata un anno fa da sei giovani soci - di cui due a tempo pieno nello stabilimento - che hanno rilevato un birrificio già in attività. Proprio perché hanno potuto appoggiarsi ad una realtà già esistente brassano anche birre a bassa fermentazione, più difficili a trovarsi tra i microbirrifici di giovane età per una questione di impianti; ma si sa che non bastano gli impianti a fare una buona birra, per cui i nostri sei eroi avevano comunque davanti una bella sfida. Sfida a quanto pare vinta già ad un anno dall'apertura, dato che sul banco esibivano ben due attestati di birre prime classificate in diverse categorie al concorso "Birra dell'anno" 2013 di Unionbirrai.


Ce n'era di che incuriosirsi: così ci siamo avvicinati al loro stand dove ci hanno accolto Luigi, uno dei ragazzi del birrificio, e Roberto, uno dei loro agenti commerciali. Oltre che direttamente al birrificio e nei locali della zona, infatti, il Bav distribuisce le sue birre tramite una rete di agenti: e quale il nostro compiacimento nel venire a sapere che Roberto sta appunto curando l'espansione in Friuli, così che sarà più facile anche per noi rifornirci senza fare troppa strada. Il Bav, ci ha quindi spiegato Luigi, brassa due linee di birre non filtrate e non pastorizzate: "Le Furia - la pils, la rossa e la nera -, che abbiamo ereditato dalla precedente gestione; e le Venexiane, che invece abbiamo creato noi. E queste, beh, sono più buone" ha ammiccato. Non ne avevamo alcun dubbio, però dovevamo assaggiarle per crederci.

Pur non avendo nulla contro la Pale Ale - un'alta fermentazione in stile inglese - la nostra scelta è caduta sulle due birre che si erano classificate prime nelle rispettive categorie al concorso di cui sopra: così Enrico ha optato per la Pilsner, bassa fermentazione in stile tedesco, e io per la Bitter, alta fermentazione in stile inglese. Devo dire che non mi sono affatto pentita della scelta: una bella schiuma compatta, un gusto maltato ma non dolce - per quanto le descrizioni lo indicassero come "caramellato", non l'ho onestamente trovato tale - e un amaro finale che - questo sì - concordo nel definire "secco e pulito", senza "sorprese" di ritorno nel retrogusto - che tendenzialmente, nel caso del'amaro, tendo a non apprezzare.

Soprese che ho invece trovato nel bicchiere di Enrico: non ho certo assaggiato tutte le pils al mondo, ma questa di sicuro non ha nulla a che vedere con quelle usuali. L'aroma è di un erbaceo pungente; e se al gusto non lo è altrettanto, così da renderla parecchio beverina, il retrogusto riserva - appunto - un'inaspettata sorpresa ben dopo aver finito il sorso, ritornando con un'amaro che ricorda l'aroma iniziale. Insomma, per quanto la Bitter fosse più vicina ai miei gusti, riconosco che questa qui vince sotto il profilo dell'originalità.

Rimane poi la Unika, una birra speciale realizzata con luppoli freschi, che faceva bella mostra di sé in una bottiglia da litro e mezzo conservata con tutte le cure in una scatola di legno: ma considerando che ci mancavano ancora diversi stand, mi sa che sarà per la prossima volta...

martedì 24 settembre 2013

Festival di Fiume, prima tappa: Ritorno in Valscura

Dato che le amicizie vanno onorate - tanto più se, come in questo caso, onorarle è un piacere - per prima cosa siamo passati allo stand del Valscura, dove Gabriele ci ha come sempre accolti a braccia aperte. Tra tutti i birrifici presenti, Valscura era forse il più fornito in quanto a bottiglie: avevano infatti portato il loro intero parco birre, dalla Blanche de Sarone alla Passionale, per la gioia sia dei conoscitori che dei neofiti. Ammetto che non le ho assaggiate tutte, per cui di strada da fare ne ho ancora parecchia: sinora, per quanto non sia la mia preferita a livello di gusti personali, a colpirmi più di tutte stata senza dubbio la Canipa, aromatizzata con un miscuglio sapiente e difficile da riprodurre di una dozzina di spezie - tanto è vero che, osservava Gabriele, non sempre esce perfettamente uguale. Da bere, più che come una birra, come un digestivo, data la peculiarità del - o meglio, dei - gusti.


In quanto a birre alla spina, Gabriele e Renata - dato che squadra che vince non si cambia - hanno portato i pezzi di scuderia ampiamente collaudati: la Liquentia, una chiara ad alta fermentazione con malti pils e karapils, fresca e luppolata; la Santabarbara, la birra dai sette malti e dai‭ ‬7‭ ‬gradi,‭ che ho apprezzato - nonostante sia parecchio impegnativa - per l'inconfondibile lievito da whisky; e la Matrimoniale, una bionda doppio malto ad alta fermentazione con malti pils e pale ale,‭ ‬che si è aggiudicata il premio International Beer Challenge a Londra nel‭ ‬2012. Ed è proprio quest'ultima che, tra una chiacchiera e l'altra, Gabriele - forse perché ero con mio marito - mi ha fatto provare. Non c'è che dire, se ha vinto quel premio un motivo ci sarà: per quanto il grado alcolico sia marcato - otto gradi - e si senta, è assai beverina (occhio all'etilometro). I malti si fanno sentire nettamente al gusto, che mi ha decisamente colpita: ma anche il retrogusto non è affatto male, e invoglia a berne un altro sorso.

Peccato solo per il loro pezzo forte, la nera Valscura, che avrebbero dovuto presentare lì in‭ "‬tiratura limitata‭"‭ ‬così come l'avevano prodotta in preparazione a quella che ha conquistato il bronzo all'International Beer Challenge‭ ‬2013: purtroppo, ci ha spiegato Gabriele, per un disguido non è stato possibile. Già mi stavo pregustando il turbinio di profumi speziati e il retrogusto tostato con note di liquirizia che avevo provato nella mia ultima visita al birrificio: pazienza, vorrà dire che ci dovrò tornare, tanto più che Gabriele ha assicurato che sta per arrivare la Castegna, la birra alle castagne...

lunedì 23 settembre 2013

Un....fiume di birra

Si, lo so, è un titolo che in quanto ad umorismo fa concorrenza ai britannici: ma non ho potuto non pensare a questo gioco di parole nell'andare al primo Festival della birra artigianale di Fiume Veneto, in provincia di Pordenone. Una manifestazione che, pur essendo appena nata, prometteva bene: oltre a nomi già noti al grande pubblico come Zahre, o ai lettori di questo blog nonché alla sottoscritta come Valscura e Bradipongo, al Festival avrebbero partecipato il Birrificio Artigianale Veneziano di Maerne (Venezia), l'Acelum di Castelcucco (Treviso), il Baracca di Nervesa (sempre Treviso...evvai, che li battiamo tutti), l'Estense - appunto - di Este (Padova) e il Campagnolo di Muggia (Trieste). Insomma, se chi ben comincia è a metà dell'opera, per la seconda edizione ci aspettiamo grandi cose: come avremmo avuto poi modo di provare, infatti, si tratta dal primo all'ultimo di pezzi da novanta per quanto magari poco noti.

A dire la verità, la serata non era iniziata nel migliore dei modi: la chiarezza delle indicazioni apposte in paese lasciava un po' a desiderare, così abbiamo sorpassato il tendone - non ben visibile dalla strada - senza nemmeno accorgercene. Meno male che eravamo arrivati presto: così abbiamo fatto comunque in tempo ad ascoltare l'ultima parte della dotta dissertazione dei Costantino Cattivello dell'Ersa, che dava consigli sulla coltivazione del luppolo da birra nelle sue diverse varietà. Peccato che fossimo arrivati a relazione già iniziata, per cui - ammetto - non ci ho capito molto: ma ho comunque apprezzato quel poco che ho avuto modo di ascoltare.

Dato che il grosso della folla doveva ancora arrivare, abbiamo avuto modo di parlare anche con due degli organizzatori: ragazzi giovani e pieni di buona volontà, che non si sono fatti scoraggiare davanti al fatto di essere alla prima esperienza. Infatti, al di là dell'aver riunito dei birrifici di spessore, hanno messo in piedi un programma di tutto rispetto: oltre ai concerti, al concorso "Vota il birrificio migliore" e al raduno delle Ape Car, hanno organizzato una serie di laboratori di degustazione per la domenica pomeriggio. Enrico avrebbe indubbiamente puntato su quello "Birra e carne", in cui le birre venivano abbinate a spiedini e affini (perdonate la rima), a cura di una macelleria del luogo; personalmente avrei preferito il "Birra e cioccolata", uno degli accostamenti che apprezzo parecchio, sotto la guida di una pasticceria sempre della zona. Ad incontrare i gusti di entrambi sarebbe indubbiamente stato il "Birra e pizza": abbinamento classico, ma sempre gradito. Al di là dei gusti personali, è stato interessante il fatto che abbiano coinvolto gli esercizi commerciali locali: un buon esempio di collaborazione che può avere ripercussioni positive sul territorio anche al di là dei due giorni di festa.

Onore anche all'organizzazione della cucina, spesso punto dolente delle sagre, afflitto da lunghe code e gente che sgomita al banco della distribuzione: qui gli organizzatori hanno avuto la geniale intuizione di far compilare l'ordinazione a ciascuno su di un menù prestampato con indicato il numero del tavolo, che andava poi consegnato in cassa. A quel punto non restava che attendere di essere serviti, con notevole snellimento dei tempi e riduzione del caos. Fiduciosi dunque che procacciarci il cibo per la cena non sarebbe stato un problema - il menù era discretamente vasto, e andava dagli gnocchi, ai panini, al frico - abbiamo iniziato il nostro tour degli otto birrifici presenti: se siete curiosi di sapere com'erano, vi aspetto su queste pagine per le prossime puntate...