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mercoledì 18 novembre 2015

Alla corte di re Teo

Lo so, ho parafrasato il titolo di un precedente post - "Alla corte di re Michal" -; ma anche se il piccolo castello di Piozzo non è imponente come quello di Zvikov, l'impressione è più o meno la stessa. Visitare Casa Baladin, poi la birreria "dove tutto è iniziato", quindi l'ex pollaio ora diventato bottaia, e infine il birrificio, significa entrare davvero nel "regno" di Teo Musso: cosa che ho fatto domenica scorsa, approfittando del fatto di trovarmi nella vicina Cuneo. La visita è un vero e proprio "Teo show", date le notevoli doti istrioniche del fondatore - che del resto in gioventù ha girato anche con un circo -; e per quanto mi sia ritrovata scherzosamente a definire questo suo modo di fare "manifestazione di un ego debordante", è altrettanto vero che le idee buone nella vita le ha avute - eccetto, per sua stessa ammissione, quella di aprire una discoteca sui pattini a Strasburgo - e che è proprio questo suo stesso "ego debordante" a renderlo una delle "celebrità birrarie" più amichevoli e coinvolgenti che mi sia capitato di conoscere.

La visita - che Teo ha definito "liturgia eucaristica" dato che si svolge ogni domenica alla stessa ora della messa, "e poi io e il prete ci troviamo per vedere chi ha avuto più gente" - è partita da Casa Baladin, l'edificio settecentesco che Teo ha trasformato in un ristorante con camere: arredato con gusto e colore, offre cene degustazione con piatti abbinati alle birre Baladin. Ci siamo quindi spostati nella birreria, dove Teo ha raccontato la sua storia - ormai è rodato, usa sempre più o meno le stesse parole; però risentendola se ne coglie ogni volta un dettaglio diverso . Già che ci sono, i visitatori possono prenotare per pranzare lì alla fine del tour, in quello che era un ex cortile ed ora è coperto da un tendone da circo: tra possibilità di alloggio, di pranzare e di cenare, il "pacchetto turistico" così è completo. Sul palco del locale si sono tenuti circa 4000 concerti in meno di trent'anni (quindi una media annua di 133,3 periodico per la precisione): riesce quasi difficile credere che Teo sia riuscito a portare così tanti artisti in questo paesino di mille abitanti, in ossequio alla sua passione per la musica dal vivo.

Seguendo il tracciato del birrodotto con cui Teo portava le birre dalla sala cotte situata nella birreria all'ex pollaio dei genitori dove teneva i fermentatori, siamo arrivati in quella che oggi è la bottaia; e lì abbiamo assaggiato una Xyauyù del 2010, affinata in botti di rhum Caroni (zuccherificio di Trinidad che ha prealtro chiuso nel 2002, quindi stiamo parlando di un pezzo di storia). Confermo, una volta di più, che si tratta uno dei barley wine secondo me meglio riusciti, per quanto preferisca la versione Fumé che esalta meno il dolce. Infine ci siamo spostati al birrificio, che Teo conta di rendere energeticamente autosufficiente nel giro di pochi anni: tra fotovoltaico, recupero del calore delle cotte per il riscaldamento del magazzino per la rifermentazione in bottiglia, la strada è ben avviata. Del resto, si sa che Teo una ne fa e cento ne pensa: oltre ai grandi progetti per festeggiare i vent'anni del birrificio - di cui ho parlato in questo post - mi ha anche raccontato che la prossima primavera il Baladin Cafè di Cuneo verrà trasferito in un nuovo edificio più centrale di 1200 metri quadrati. Nei suoi progetti questo dovrebbe ospitare anche uno spazio in cui gli aspiranti birrai potranno fare la propria cotta, lasciarla nei fermentatori, e tornare poi a ritirarla: una prosecuzione ideale del progetto Open, da lui lanciato qualche anno fa, per mettere in comune le ricette tra birrai.

La visita si è naturalmente coclusa con l'acquisto di qualche bottiglia - nonché di teku, il bicchiere disegnato da Teo e Kuaska, di cui è stata appena presentata la versione 3.0 -, e con l'immancabile dotta dissertazione di Teo sul vecchio tema dell'opportunità o meno di chiamare la birra "artigianale" e della sua preferenza per la definizione "birra viva", che intende rilanciare. Da Piozzo però, più ancora che la birra o il ricordo del bel giro con Teo, mi porto a casa il fatto di aver visto una visione "imprenditoriale" di un birrificio nel senso più vasto possibile: che abbraccia l'aspetto turistico, agricolo, della ristorazione, delle energie alternative, e chi più ne ha più ne metta. Cosa che naturalmente, come tutti i grandi progetti e le grande visioni, può risultare controversa per alcuni: ma a cui va riconosciuto di aver comunque mosso un mondo, e probabilmente spinto molti birrai a chiedersi che cosa vogliano veramente dalla loro attività.

lunedì 20 aprile 2015

Tra Palazzolo sull'Oglio, Belgio e...Lapponia

 Altra conoscenza fatta a Santa Lucia di Piave è il Palabrauhaus - Phb per gli amici -, birrificio di Palazzolo sull'Oglio (Brescia) con annesso brewpub. A capitanare lo stand era il buon Nicola Vitali, birraio e biersommelier - o cervisier, gli appellativi si sprecano - che si è formato alla Doemens Akademie di Monaco. Scuola tedesca, dunque: dalla helles First Lady, alla weizen President, alla bock Drulù, alla dunkles bayrisch ("bavarese scura", per i non germanofoni) backstage.

Particolarità in questo panorama è la Lapponia, una berliner weisse - birra di frumento originaria del berlinese, a cui i lactobacilli e i brett usati in fermentazione conferiscono un'acidità molto spiccata - con aggiunta di sciroppo di lampone: quello di aggiungere sciroppi (quello classico è l'asperula) è infatti un escamotage utilizzato tradizionalmente per rendere di più facile beva "la più acida tra le acide", e lo si fa di solito direttamente nel bicchiere dopo averla spillata. Qui, trattandosi di una bottiglia, per forza di cose lo sciroppo è stato aggunto in precedenza: e in quantità discretamente generosa - notare il colore ben carico -, dato che il profumo di lampone sovrasta nettamente gli altri aromi e anche nel corpo predomina allo stesso modo, dando quasi l'impressione di bere un succo di frutta a dispetto dei quasi 5 gradi alcolici. La sorpresa arriva dopo, quando compare una persistenza acidula in cui si distinguono anche le note di frumento: quasi a ricordare che rimane comunque una birra, e che se volevate il succo di frutta c'è la Zuegg che serve benissimo allo scopo.

Non mancano comunque altri stili, dalla Ipa Stephen, alla Belgian Golden Ale Fiandra: una birra in pieno stile fiammingo che trova la sua originalità nell'uso dell'anice stellato, che va a controbilanciare con freschezza il corpo caldo e ben maltato, e si fa notare anche all'aroma donando un sentore speziato a quello tipico di frutta secca e crosta di pane delle belghe. Giusto per aggiungere una nota di colore, va detto che ho avuto l'onore di assaggiare quest'ultima birra insieme a Lorenzo Dabove, meglio noto come Kuaska, a Santa Lucia per tenere una conferenza e un laboratorio: per un attimo, insomma, ho avuto l'impressione di capirci anch'io qualcosa di birra essendo in contanta compagnia...

lunedì 30 giugno 2014

Home sweet home...brewing

Avviso ai non anglofoni: non è che voglio tagliarvi fuori titolando in inglese, è che altrimenti non mi riusciva il gioco di parole. Scherzi a parte, in italiano non avrei potuto rendere il nesso tra l'adagio "Home sweet home" ("Casa dolce casa") e "Homebrewing", l'arte di farsi la birra in casa. Una passione che sta prendendo sempre più piede anche in Italia: per quanto sia possibile solo azzardare delle stime (in quanto non esiste chiaramente un registro), un conoscitore come Lorenzo Dalbove - meglio noto come Kuaska -, direttore culturale di Unionbirrai, già nel 2005 affermava di essere "certo che se azzardo un numero superiore ai 10.000 non vado lontano dalla realtà". Per quanto si fosse tenuto largo, è lecito immaginare che nove anni dopo siamo andati oltre quella soglia.

Naturalmente si sprecano i forum in rete, i concorsi, e anche le degustazioni, per quanto pongano qualche fastidio legale - definiamolo così - perché ciascun partecipante deve firmare una liberatoria in cui solleva gli organizzatori da ogni responsabilità in quanto gli homebrewers non dipongono di nessuna certificazione della Asl o simili; del resto, comunque, tutti gli esperti concordano sul fatto che - salvo improbabili contaminazioni, epidemie, infestazioni, ecc ecc - il peggio che può capitarvi, trattandosi di una bevanda che è stata bollita, è di dover chiedere rapidamente dov'è la toilette più vicina. Spiacevole, certo, e magari imbarazzante, ma difficilmente vi porterà alla tomba.

Ho assaggiato diverse volte birra fatta in casa; e, soprattutto tra coloro che invece del classico kit usano le materie prime in autonomia, mi è capitato di trovare dei veri e propri mastri birrai che non hanno nulla da invidiare a chi lo fa per mestiere (che del resto ha quasi sempre cominciato così). Penso ad esempio al Home Brewing Contest organizzato alla Brasserie lo scorso anno (chi se lo fosse perso clicchi qui), e alla birra aromatizzata all'anice, liquirizia e finocchio che si è classificata prima: opera di una giovane birraia appena venticinquenne, Valentina, che ha tutti i numeri per essere una promessa del settore. Ma anche a tutte - sì, proprio tutte - le birre assaggiate in pausa pranzo durante il corso di per imprenditori della birra organizzato dall'università di Udine (anche in questo caso, chi non fosse aggiornato legga qui), opera degli stessi partecipanti, che spaziavano su tutti i generi e senza mai deludere.

L'ultima che ho assaggiato, e che annovererei tra le migliori, è la "Open" del nostro amico Luca. Una signora Ipa che all'aroma evidenzia tutta la potenza dei luppoli e dal corpo più amaro del consueto, pur bilanciato da alcuni sentori di miele e di banana; che lasciano spazio ad una persistenza decisa che unisce bene tutti i sapori precedenti. Se poi si ha la pazienza di aspettare che si scaldi un po' - leggi: tre secondi prima che diventi troppo calda per essere apprezzata - si può scoprire pure il caramello, che a temperature più basse non risalta. Un'unione di dolci ed amari abbastanza estremi forse inconsueta, ma che fa sì che né gli uni né gli altri risultino eccessivi. Un ottimo risultato per qualcuno che non fa il birraio di mestiere: anche se, c'è da dire, Luca esce dalla scuola del prof. Buiatti, per cui buon sangue non mente.

Non so se vi ho fatto venire voglia di provare a farvi la birra in casa, o piuttosto quella di trovarvi un amico che abbia questo hobby: in entrambi i casi, in bocca al lupo...