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lunedì 7 dicembre 2015

Alla guerra dei luppoli

Che tra i grandi dell'industria e i birrifici artigianali non corresse buon sangue è cosa nota; ma ora pare che in questa sorta di battaglia siano entrati gioco forza anche i pub. Complici qualche decina di amici in comune che hanno cliccato su "mi piace", è comparso sulla mia bacheca Facebook il post (che vede qui sotto) di Diego Vitucci, publican del Luppolo Station e del Luppolo 12 di Roma, che espone la sua risposta all'intimazione ricevuta dalla Carlsberg - da lui allegata, a prova del tutto - di ritirare la domanda di registrazione del marchio Luppolo Station (locale aperto nel marco di quest'anno) e di cessarne l'uso del marchio, in quanto "potrebbe erroneamente indurre l'utenza a ritenere erroneamente che i servizi di ristorazione recanti il marchio "Il luppolo" provengano da Carlsberg Italia Spa" - proprietaria del marchio Poretti, che si fregia della linea Treluppoli. Detta in parole povere: ai publican del locale viene addebitato il fatto di aver utilizzato un marchio già precedentemente registrato, violando la normativa in materia.

Nella sua risposta ci pensa Diego a tranquillizzarli sul fatto che è lui il primo, in quanto titolare di un locale che tratta birre artigianali, ad avere tutto l'interesse a che i clienti non vengano tratti in inganno; senza contare che è altresì "privo di ogni crisma giuridico e morale pensare di avere l'esclusiva sull'utilizzo della parola luppolo, che nient'altro è che uno degli ingredienti con cui si produce la birra". Rimane comunque il fatto di una richiesta quantomeno bizzarra, che al momento potrebbe avere strascichi in sede legale. Diego ha infatti spedito oggi la lettera di risposta, e non intende cedere di un centimetro.

L'ho raggiunto telefonicamente mentre era alla guida proprio verso il locale "incriminato":  "Ci hanno chiesto di sottoscrivere un impegno scritto a non utilizzare ipù il marchio, in quanto abbiamo aperto il locale dopo che la Carlsberg aveva registrato il marchio Treluppoli - racconta - : ma non hanno considerato che siamo gli stessi proprietari di un altro locale, il Luppolo 12, che ha aperto nel 2012, ossia un anno prima della registrazione del marchio su cui la Carlsberg ora fa leva" - che è infatti avvenuto, come si legge nella lettera, ad ottobre 2013. E allora che si fa, ribaltiamo le carte e fate voi causa alla Carlsberg? "Secondo me finirà in un nulla di fatto, una notiziola buona per un paio di post su Facebook - minimizza Diego -. D'altronde, solo qui a Roma sono una decina i locali che hanno la parola "Luppolo" nel nome, e chissà quanti altri ce ne sono in Italia: vogliono far cambiare insegna a tutti? Comunque, se manterranno la loro linea, anche noi siamo pronti a difenderci".

Sarà; ma intanto il popolo della rete si è scatenato. C'è chi teme che usando la parola "lievito" in etichetta sarà chiamato in causa dalla Bertolini, e chi attende il momento in cui la Poretti metterà in commercio la "12 Luppoli" per vedere che succede. Chissà se, citando Bakunin, basterà una risata a seppellire la Carlsberg.

mercoledì 16 aprile 2014

Mastro Birraio, parte terza: quanto sei bella Roma

Una delle conoscenze che ho fatto a Mastro Birraio, in realtà, non era del tutto nuova: quando vivevo a Roma avevo infatti già avuto modo di assaggiare " 'Na biretta", del birrificio Birradamare di Fiumicino. Anche questo, come il Villa Chazil di cui ho già parlato, un birrificio agricolo: si occupa cioè di tutta la produzione, dalla coltivazione delle materie prime all'imbottigliamento. Diciamocelo, peraltro, era passato un po' di tempo da quando l'avevo assaggiata: per cui si imponeva un'ulteriore indagine.

Anche qui il birraio, come tipico dei romani, mi ha accolta a braccia aperte: e ci è pure voluto del tempo per descrivere con dovizia la lunga serie di birre che brassano. La fantasia di sicuro non manca: si va dalla Raaf, con malti affumicati al fuoco di torba; alla Wild Yeast, con lieviti brettanomyces (generalmente usato per i vini, mentre per le birre è limitato alle lambic e alle gueuze); alla La Zia Ale (ok, potete ridere) che usa unicamente cereali provenienti dalla filiera agricola della regione. Senza tralasciare la Bifuel con aggiunta di uva vermentina dell'azienda agricola Torre in Pietra, la Nat rifermentata al miele, il barley wine, e la 'na Bio con farro biologico non maltato. Insomma, c'è di che confondersi.

Soprattutto se, come nel mio caso, il birraio insiste per fartene assaggiare un buon numero. Se la chiara pils, la Roma Ambrata e la Onda Bionda - una hell bock di bevuta assai facile nonostante i sette gradi - non mi sono sembrate distinguersi notevolmente da altre dello stesso genere, già la nera fa sentire la sua peculiarità, con delle note tostate all'aroma che arrivano quasi a ricordare le braci vere e proprie nella persistenza. Secondo il birraio, però, il fatto che le prime non avessero troppo carattere non è una pecca: "Così ce stanno co' tutto - ha sentenziato -, con l'amatriciana e anche con la carbonara". In effetti, risultavano tutte abbastanza "universali".

Più particolare è invece l'ultima che ho provato, la Kuasapa: una American Pale Ale con luppoli sia americani che europei, in cui l'amaro ben deciso della luppolatura non nasconde affatto gli oltre sei gradi alcolici. Anche qui non ci discostiamo troppo dal genere: però bisogna riconoscere che risulta comunque ben equilibrata nonostante l'amaro di cui parlavo, per cui non è dispiaciuta nemmeno a me che di solito non amo le persistenze di questo genere.

Insomma, un birrificio bello perché è vario, un po' come la capitale: di sicuro, tra tutte queste, qualcosa di vostro gradimento lo troverete...

sabato 12 ottobre 2013

Una canzone per non dimenticare

E' giunta ieri la notizia della morte di Erik Priebke, tra i principali responsabili della strage delle Fosse Ardeatine. Non mi permetto di giudicare sul fatto se un criminale mai pentito - almeno così si riferisce - vada semplicemente consegnato all'oblio della storia, come forma estrema di condanna dei suoi atti; certo è che vanno ricordate le vittime, perché purtroppo simili episodi si sono ripetuti anche alle porte di casa nostra - basti pensare alla guerra dei Balcani - e continuano a ripetersi in chissà quanti altri conflitti sconosciuti.

Per questo, nell'augurarvi comunque un buon fine settimana al di là del post piuttosto cupo, oggi lascio da parte la birra e mi permetto di riportarvi qui sotto il link al video di una canzone del musicista e cantautore romano - nonché caro amico - Giacomo Lariccia, di cui avevo già parlato in questo post: è la storia di una delle vittime di quell'eccidio, Renzo Giorgini, che venne prelevato insieme ad altri dalla prigione di via Tasso dove si trovava da qualche giorno. Le parole raccontano della sua cattura a via Ripetta e di quando sua figlia, ossia la nonna di Giacomo, lo vide andare via scortato dai soldati tedeschi.

Credo non serva aggiungere altro: ora facciamo silenzio e lasciamo parlare queste note. Grazie Giacomo, che ci hai fatto ricordare in maniera così delicata quest'episodio della nostra storia.


http://www.youtube.com/watch?v=CCbYoF_7vMQ

martedì 23 luglio 2013

A proposito di McDonald's

Per una volta andiamo oltre la questione birra, anche se sempre di enogastronomia - per così dire - si tratta. Risale a pochi giorni fa la notizia che McDonald's aprirà il prossimo anno il primo ristorante a Ho Chi Min: il Vietnam diventerà così il 123° Paese al mondo ad avere almeno un posto dove andare a procurarsi un BigMac, con relative prolusioni sull'egemonia culturale americana sul resto del mondo. Ora, al di là del fatto che se esistono oltre 200 Stati ciò significa che per più tenaci avversari della grande M c'è ancora speranza, la notizia mi ha stimolato qualche ulteriore considerazione rispetto ai torrenti di parole già scritti sul legame tra fast food e cultura gastronomica locale.

Innanzitutto, mi ha fatto venire alla mente per contrasto il caso boliviano: lì McDonald's, dopo 14 anni di onorata attività, nel 2002 ha deciso di lasciare il Paese semplicemente perché questa non era economicamente sostenibile: in sostanza, come diversi giornali e blog hanno riferito, il menù proposto era "l'esatto contrario di ciò che un buon pasto dovrebbe essere secondo un boliviano", e quindi erano rimasti in pochi appassionati a frequentare i fast food. A quanto pare non sono bastati gli sforzi che la multinazionale californiana da tempo compie per adattare le proprie proposte a ciascun Paese, così da intercettare al meglio il segmento di mercato in questione.

E in effetti ce ne siamo ben resi conto in Italia, dato che il potenziale enogastronomico del Bel Paese non è certo sfuggito ai piani alti dell'azienda: dall'hamburger fatto unicamente con carne italiana (basti pensare al tanto pubblicizzato McItaly), ai panini con formaggi tipici locali, non si può dire che la buona volontà di venire incontro ai gusti degli italiani sia mancata. Solo che, in un Paese come il nostro, c'è un'altra questione da considerare, fattami notare già qualche anno fa dalla mia buona amica australiana Laura Bonacci.

Ci trovavamo a Roma, vicino al Pantheon. Lì a poca distanza campeggiava l'insegna di un McDonald's, ubicato - si leggeva - a soli cinque minuti da lì. Ma come, ha chiesto Laura, permettono che venga aperto un McDonald's qui? L'ho guardata stupita: perché non dovrebbero? Beh, ha spiegato lei, la legge australiana non consente di aprire nelle città storiche esercizi commerciali che non siano "in armonia": a Beechworth, ad esempio, non c'è nessun fast food. Notare che la cittadina in questione, da cui Laura proviene, è stata fondata nel 1853: un'inezia dal nostro punto di vista, ma sufficiente secondo i canoni australiani per essere considerata patrimonio storico nazionale e soggiacere alla legislazione relativa.

Non ho potuto non pensare che, se così stessero le cose anche qui, McDonald's si troverebbe a dover chiudere buona parte dei suoi 450 ristoranti in Italia: un bel colpo sui 972 milioni di euro di giro d'affari che l'azienda ha dichiarato per il 2011 nel nostro Paese. Forse una parte relativamente poco significativa rispetto al fatturato totale di 8,6 miliardi di dollari e ai 34 mila ristoranti a livello mondiale; ma stiamo comunque parlando di un gruppo che dà lavoro a 16 mila dipendenti, e che a quanto pare mantiene comunque un certo appeal sui nostri compatrioti se serve 700 mila pasti ogni giorno (su 69 milioni a livello globale).

Certo, si dirà, specie nelle località turistiche, un luogo in cui mangiare velocemente e a buon mercato fa comodo, al di là di quanto possa contrastare con i monumenti che vi stanno accanto. Ma a voler ben vedere l'Italia - e non solo - pullula di esempi di cibo da strada che soddisfa questi requisiti da ben prima che la M sbarcasse da noi nel 1985: dalle pizze al taglio ai chioschi di panini, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Inoltre, è un fatto che il cibo offerto in ciascuna città è una vera e propria questione immagine: Napoli non sarebbe pensabile senza le pizzerie o i banchetti che servono sfogliatelle in strada, né Palermo senza i venditori ambulanti di arancini e cannoli, per cui un fast food nel posto "sbagliato" può avere un impatto non trascurabile - appunto - sull'immagine complessiva della città stessa. Insomma, la questione non è solo gastronomica, ma investe più in largo la gestione del patrimonio storico e culturale del nostro Paese.