Ho avuto il piacere di condurre nella serata del 31 gennaio la degustazione "Birre artigianali per tutte le stagioni", organizzata dall'Associazione Birrai Artigiani Fvg e Confartigianato Udine. Non mi soffermo sulle quattro birre degustate - Pale Ale di Borderline, Dama Bianca di Antica Contea, Straripa di Villa Chazil e Orzobruno di Garlatti Costa - di cui ho già parlato a più riprese nel blog (per chi si fosse perso qualcosa, è sufficiente cliccare sui nomi delle birre in questione), quanto su alcuni spunti di riflessione che la serata di ieri mi ha stimolato.
Innanzitutto, la partecipazione: i posti sono andati rapidamente esauriti. E fin qui, direte voi, finché le occasioni sono goderecce e la partecipazione è gratuita potrebbe non essere una grande notizia; ma è comunque significativa se si pensa che i numeri, pur in una serata invernale e di pioggia, sono stati comparabili a quelli registrati in un'occasione simile in una bella serata di inizio settembre. Insomma, per far uscire di casa la gente non basta offrire la birra - come sa bene chi organizza eventi -, bisogna stimolare l'interesse genuino del proprio gruppo di riferimento. E anche a questo proposito ho osservato una cosa che mi ha fatto piacere: una parte significativa degli intervenuti si accostava per la prima volta o quasi alla birra artigianale, e quindi questa poteva dirsi per me e per i birrai presenti - Severino di Garlatti Costa (mi si perdoni il gioco di parole) e Costantino di Antica Contea - l'occasione per fare quella tanto decantata "cultura della birra artigianale" nei confronti del "consumatore medio". Che magari - come hanno dimostrato le numerose e articolate domande rivolteci - di curiosità nei confronti del prodotto ne ha tante, ma non sempre ha a disposizione una fonte attendibile e pertinente per soddisfarle: e sentire persone che sono ai primi approcci con la birra artigianale chiedere quale sia la differenza tra la pale ale e la ipa, i dettagli del processo di lavorazione, i costi che vi stanno dietro, la differenza che la qualità delle materie prime può fare sul prodotto finito, e numerosissime altre questioni, è una bella soddisfazione.
Un altro aspetto che mi ha dato da riflettere è stato il fatto che, tra le impressioni raccolte a fine degustazione, non ci sono state soltanto parole di apprezzamento per le birre - con tanto di assicurazioni, da parte di chi non le aveva mai provate, che in futuro vorrà berne ancora -, ma anche per l'attività culturale e di promozione svolta da Confartigianato e l'Associazione Birrai Artigiani. E questo mi fa pensare che, in un contesto in cui si fa un gran parlare di "unirsi per fare la forza", il messaggio che si passa al pubblico sotto questo profilo possa essere più forte e pregnante di quanto non si creda.
Si ringrazia Sandro Shultz di Itinerari del Gusto per le fotografie.
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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mercoledì 1 febbraio 2017
Birre artigianali per tutte le stagioni: qualche riflessione
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lunedì 14 novembre 2016
All'assalto delle spine di Borderline

Siamo partiti con la Golden Ale (sulla destra, naturalmente), brassata con il malto dell'orzo coltivato a Villa Chazil: luppolatura morbida e delicata su toni floreali, corpo apparentemente scarico ma che rivela in un secondo momento sapori di cereale e di miele millefiori, prima di chiudere con un amaro appena percettibile e poco persistente. Quai "inusuale" per un birrificio come Borderline, avvezzo a giocare ben più duro sopprattutto sul fronte dei luppoli, ma personalmente ho apprezzato la sobrietà e l'armonia di questa birra. Ben più riconoscibile come "figlia" di questo birrificio è invece la Pale Ale, dalla classica luppolatura americana intensa - in cui, tra l'agrumato, il resinoso e la frutta tropicale, ho sentito spiccare soprattutto il mango - e che al corpo scarico fa seguire un amaro citrico abbastanza deciso sul finale. Non è comunque una birra che "stroppia", per cui rimane gradevole ed accessibile anche per chi è un po' allergico alle luppolature sopra le righe - sia in aroma che in amaro.
In terza battuta è arrivata la Ginger Ale (sulla destra), una golden ale con zenzero e lime: sia l'agrume che la spezia sono delicati ma ben riconoscibili all'aroma, e si amalgamano piacevolmente con i toni fruttati del luppolo Eldorado; e dopo il corpo esile rimane la nota finale di zenzero, sempre tenue per coerenza. Una birra di cui ho apprezzato l'equilibrio tra le tre polarità dell'agrume, della spezia e del luppolo. Di tutt'altro genere la Ipa successiva, alla quale faccio tanto di cappello (letteralmente) per la schiuma persistente come poche: luppolatura di un agrumato intensissimo (simcoe, citra e equinox i luppoli utilizzati) in cui si notano bene però anche i profumi tra il tostato e la frutta secca del malto; e dopo un corpo che appare più scarico di quanto non sia data l'intensità degli aromi che l'hanno preceduto, arriva al retorogusto una sferzata di amaro di quelle per gli amanti dei toni forti. Personalmente l'ho trovata un po' squilibrata su quest'ultimo fronte, ma la pongo come un'opinione personale dato che nello stile e nell'insieme un finale del genere non può essere definito tout court fuori luogo.
Quinta birra è stata la American Session Brown Ale (sulla sinistra), anche questa in "stile Borderline" con la generosa luppolatura di centennial, simcoe e mosaic, ma con allo stesso tempo evidenti note di cereale già all'olfatto - tra la frutta secca e il pane tostato, che permangono anche nel corpo leggero ma non evanescente. Anche la chiusura è di un amaro morbido, non troppo netto, che contrasta sì ma non sovrasta i sapori che l'hanno preceduto. "Pezzo da novanta" invece la Cream Peated Stout, una stout dalle intense note torbate già all'olfatto, che nel corpo ben robusto e pastoso si sposano con l'orzo arrostito per una birra degna dei palati forti: soprattutto perché rimane molto ben peristente, e sia in bocca che al retrolfatto. Da riconoscere c'è il fatto che per quanto intensa non appare "spigolosa", ma mantiene una certa rotondità nonostante sapori così forti.
Da ultimo la Red Ale, che già avevo provato la sera prima allo Yardie in una versione diversa: questa infatti era passata da una botte di whisky del 2000. Per amor d'onestà, devo dire che avevo apprezzato di più quella della sera prima: nella seconda ho infatti percepito aromi meno intensi - anche se con il salire della temperatura qualcosa in più è arrivato, soprattutto in quanto a profumi torbati e di legno, oltre al caramello - e di conseguenza ho trovato che anche il corpo beneficiasse di meno della rosa di profumi per guadagnare in vigore. C'è da dire però che forse non l'ho degustata nella migliore delle condizioni, avendola bevuta dopo una birra dai sapori forti come la torbata ed essendo ormai la settima - c'è chi dice che dalla quinta in poi hanno tutte lo stesso sapore. E no, lo giuro, non ero ubriaca, chi c'era m'è testimone.
Chiudo rinnovando il ringraziamento a Mauro, Paola e Cristiano, sia per l'accoglienza che per la professionalità nel servizio.
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lunedì 30 maggio 2016
Una birra oltre confine
Cogliendo l'invito di alcuni amici, sono stata ieri a fare ina pedalata nei dintorni di Caporetto; e una volta rientrati, data l'ovvia necessità di reintegrare i sali minerali perduti, la birra d'ordinanza non poteva mancare. Ci siamo così fermati in un bar nella piazza del paese che i nostri amici stessi ci avevano suggerito, dato che tiene - sia in bottiglia che alla spina - le birre di due birrifici sloveni: il locale Pivovarna 1713, e il più noto Reservoir Dogs di Solkan - a pochi km da Gorizia. Abbiamo puntato dritti alle spine, tra le quali c'erano disponibili la ipa Bloody Executioner del primo, e la pale ale Warrior del secondo.
Tra le due, diciamo che la Warrior era quella che più poteva starci per dissetarsi dopo la pedalata: aroma fruttato - più tendente verso la frutta tropicale che verso gli agrumi - ed elegante, che si amalgama con quello leggermente caramellato del malto; che non prelude però ad un corpo eccessivamente dolce, ma che anzi rimane leggero e rinfrescante pur mantenendo sullo sfondo i toni del caramello e del miele. La componente amara, tra il citrico e il resinoso, arriva solo nella chiusura moderatamente secca; senza comunque risultare intenso né persistente, coerentemente con una birra che vuole rimanere facilmente bevibile ed evitare di conseguenza sapori ed aromi troppo forti. Semplice e gradevole, con un buon equilibrio tra le varie componenti.
Di altro genere la Bloody Executioner, che fa subito sentire in forze la buona dose di luppoli americani in aroma con la componente agrumata che la fa da padrona. Anche il corpo è discretamente robusto, con le note di caramello e biscotto del malto che vanno quasi a sovrastare la componente luppolata; tanto che persino la chiusura, che pur rimane di un amaro resinoso, quasi non appare tale, lasciando l'impressione di una birra nettamente più dolce della media delle ipa. Comunque discretamente beverina nonostante i sapori più forti, complice anche la buona carbonatazione. Anche questa piacevole, ma meno "elegante" della Warrior, nella quale mi è sembrato di percepire un maggiore sforzo tendente a raggiungere l'equilibrio dell'insieme - ma stiamo parlando di due generi diversi, per cui si tratta di fatto di un confronto improprio.
Chiudo con un grazie agli amici Marco e Anna Maria che ci hanno guidati in questa scoperta...un saluto e alla prossima!
Tra le due, diciamo che la Warrior era quella che più poteva starci per dissetarsi dopo la pedalata: aroma fruttato - più tendente verso la frutta tropicale che verso gli agrumi - ed elegante, che si amalgama con quello leggermente caramellato del malto; che non prelude però ad un corpo eccessivamente dolce, ma che anzi rimane leggero e rinfrescante pur mantenendo sullo sfondo i toni del caramello e del miele. La componente amara, tra il citrico e il resinoso, arriva solo nella chiusura moderatamente secca; senza comunque risultare intenso né persistente, coerentemente con una birra che vuole rimanere facilmente bevibile ed evitare di conseguenza sapori ed aromi troppo forti. Semplice e gradevole, con un buon equilibrio tra le varie componenti.
Di altro genere la Bloody Executioner, che fa subito sentire in forze la buona dose di luppoli americani in aroma con la componente agrumata che la fa da padrona. Anche il corpo è discretamente robusto, con le note di caramello e biscotto del malto che vanno quasi a sovrastare la componente luppolata; tanto che persino la chiusura, che pur rimane di un amaro resinoso, quasi non appare tale, lasciando l'impressione di una birra nettamente più dolce della media delle ipa. Comunque discretamente beverina nonostante i sapori più forti, complice anche la buona carbonatazione. Anche questa piacevole, ma meno "elegante" della Warrior, nella quale mi è sembrato di percepire un maggiore sforzo tendente a raggiungere l'equilibrio dell'insieme - ma stiamo parlando di due generi diversi, per cui si tratta di fatto di un confronto improprio.
Chiudo con un grazie agli amici Marco e Anna Maria che ci hanno guidati in questa scoperta...un saluto e alla prossima!
mercoledì 20 aprile 2016
In quel di Villa Manin
Villa Manin è un posto in cui vado sempre con piacere, trattandosi di una magnifica villa veneta poco lontana da Udine; e con tanto più piacere ci sono andata ieri, essendo stata invitata a conoscere alcuni nuovi birrifici all'interno di un evento organizzato da Eurobevande. Alcuni dei presenti già mi erano noti, come il B2O e il Legnone; altri però "sbarcavano" per la prima volta in zona, come lo svedese Nils Oscar.
L'amico Kjell ("Si pronuncia Shell, come la conchiglia. O come la compagnia petrolifera, però mi pare meno bello") mi ha condotta in un viaggio attraverso birre assolutamente peculiari, almeno per i gusti italiani, tanto che credo di non aver mai assaggiato nulla di simile. La prima, la God Lager (god nel senso di buono: è svedese, non inglese) è - come dice il nome stesso - una lager bionda e intesa come la più semplice del repertorio, che però già al naso fa senitre una distintiva nota di miele e cereale che sovrasta la luppolatura floreale molto delicata; il corpo rimane comuqnue più legero di quanto ci si potrebbe aspettare, chiudendo poi con n amaro abbastanza secco. Abbiamo però cominciato a fare sul serio con la seconda, una Pale Ale dall'intensissima luppolatura agrumata - mi sembrava di avere in mano una manciata di coni di cascade, o qualcosa del genere - , fresca, e con un amaro che pur intenso non disturba in quanto controbilanciato dall'agrume. Sono rimasta stupita dal fatto che Kjell mi abbia presentato la Celebratio - un barley wine da 9 gradi, dagli intensi aromi e sapori torbati - prima della Double Ipa, preannunciata come l'asso nella manica della casa, dato che i barley wine di solito stanno per ultimi nelle degustazioni; ma poi ho capito il perhcé. Dopo questa double ipa, credete a me, qualsiasi altro sapore potrebbe non esistere più: agli aromi intensissimi tra l'erbaceo e il resinoso, in cui si nota tuttavia anche una punta di miele, fa seguito un corpo ben pieno ed un amaro potente - mi ha ricordato quasi quello del radicchio di Treviso. Tutte birre per palati forti e amanti dei gusti estremi, e per chi cerca qualcosa di assai peculiare - birraio svedese formaotis negli Usa, per la precisione: un connubio scandinavo-americano che non poteva che dare risultati fuori dagli schemi. In tutto ciò, ammetto che un giro in Svezia me lo farei volentieri: perché sono birre che necessitano sì di calma nella degustazione e che magari non berrei solo per togliere la sete, ma che ho trovato ben fatte e segno di maestria anche nel gestire i sapori forti - anche la lager del resto, dove sarebbe stato più difficile nascondere eventuali difetti dietro ad abbondanti luppolature, era pulita e senza sbavature.
Ho comunque fatto un'incursione anche al Legnone, e durante la piacevole chiacchierata con Giulio ho provato una delle loro birre che ancora mi mancava, la stout Spiga Nera. All'aroma ho percepito subito le fave di cacao, che personalmente apprezzo in maniera particolare; direi però che la nota distintiva di questa birra è la chiusura tra il buon tostato e l'acidulo da malto, che ho trovato particolarmente ben fatta e ben riuscita. Una stout semplice e senza eccessi, che però non cade per questo nella banalità.
Da ultimo ho provato un birrificio tedesco, il Braufactum, a proposito del quale Vincenzo - l'amico che mi ha invitata - mi aveva avvisato: questi reinterpretano. In effetti la prima che ho provato, la kolsch Colonia, presenta all'olfatto una luppolatura tra il floreale e l'erbaceo assai più intensa di quanto ci si aspetterebbe per lo stile, accompagnata comunque da note di miele e malto; ma ancor più fuori dai canoni ho trovato la seconda, la pale ale Palor, che nonostante il cascade e il citra ben presenti all'aroma una volta in bocca torna ad essere una birra tedesca, con la maltatura "da cereale" tipica delle birre continentali - a cui si accompagna una nota di caramello, con il malto caramel che dona anche colore. Sempre per rimanere fuori dagli schemi siamo passati alla Roog, una rauchweizen che unisce i malti affumicati, al caramel, a quello di frumento, ottenendo un colore scuro. All'aroma risalta in maniera quasi esclusiva l'affumicato, mentre al palato ritorna anche il frumento con una certa pastosità; mi sarei aspettata che in chiusura fosse di nuovo l'affumicato a persistere, invece quello si nota quasi di più in ingresso. Ha fatto seguito la Darkon, una schwarz in cui più che la componente tostata ho trovato spiccare quella del caramello - evidentemente al birraio piace...- e da ultimo la Clan, una scotch ale, forse l'unica a non avere un'impronta tedesca se non nella gradazione alcolica - appena 6,4 gradi, cosa che non avrei detto, dato che per aromi (soprattutto torbato), corpo e sapori è in tutto e per tutto aderente allo stile che dichiara. Se nel caso di Nils Oscar devono piacervi i saperi forti, qui devono piacervi le sperimentazioni e birre "originali", che arrivano anche a mescolare più stili senza necessariamente riconoscersi alla fine in quello dichiarato: legittimo, ma deve appunto piacere - posta l'assenza di difetti tecnici al di là di quelli specificatamente ricondicibili allo stile, che chiaramente non farebbero testo.
Chiudo con un ringraziamento a Vincenzo per il piacevole pomeriggio, e per avermi fatto conoscere - Legnone a parte - delle birre attualmente al di fuori dei circuiti distributivi comuni.
L'amico Kjell ("Si pronuncia Shell, come la conchiglia. O come la compagnia petrolifera, però mi pare meno bello") mi ha condotta in un viaggio attraverso birre assolutamente peculiari, almeno per i gusti italiani, tanto che credo di non aver mai assaggiato nulla di simile. La prima, la God Lager (god nel senso di buono: è svedese, non inglese) è - come dice il nome stesso - una lager bionda e intesa come la più semplice del repertorio, che però già al naso fa senitre una distintiva nota di miele e cereale che sovrasta la luppolatura floreale molto delicata; il corpo rimane comuqnue più legero di quanto ci si potrebbe aspettare, chiudendo poi con n amaro abbastanza secco. Abbiamo però cominciato a fare sul serio con la seconda, una Pale Ale dall'intensissima luppolatura agrumata - mi sembrava di avere in mano una manciata di coni di cascade, o qualcosa del genere - , fresca, e con un amaro che pur intenso non disturba in quanto controbilanciato dall'agrume. Sono rimasta stupita dal fatto che Kjell mi abbia presentato la Celebratio - un barley wine da 9 gradi, dagli intensi aromi e sapori torbati - prima della Double Ipa, preannunciata come l'asso nella manica della casa, dato che i barley wine di solito stanno per ultimi nelle degustazioni; ma poi ho capito il perhcé. Dopo questa double ipa, credete a me, qualsiasi altro sapore potrebbe non esistere più: agli aromi intensissimi tra l'erbaceo e il resinoso, in cui si nota tuttavia anche una punta di miele, fa seguito un corpo ben pieno ed un amaro potente - mi ha ricordato quasi quello del radicchio di Treviso. Tutte birre per palati forti e amanti dei gusti estremi, e per chi cerca qualcosa di assai peculiare - birraio svedese formaotis negli Usa, per la precisione: un connubio scandinavo-americano che non poteva che dare risultati fuori dagli schemi. In tutto ciò, ammetto che un giro in Svezia me lo farei volentieri: perché sono birre che necessitano sì di calma nella degustazione e che magari non berrei solo per togliere la sete, ma che ho trovato ben fatte e segno di maestria anche nel gestire i sapori forti - anche la lager del resto, dove sarebbe stato più difficile nascondere eventuali difetti dietro ad abbondanti luppolature, era pulita e senza sbavature.
Ho comunque fatto un'incursione anche al Legnone, e durante la piacevole chiacchierata con Giulio ho provato una delle loro birre che ancora mi mancava, la stout Spiga Nera. All'aroma ho percepito subito le fave di cacao, che personalmente apprezzo in maniera particolare; direi però che la nota distintiva di questa birra è la chiusura tra il buon tostato e l'acidulo da malto, che ho trovato particolarmente ben fatta e ben riuscita. Una stout semplice e senza eccessi, che però non cade per questo nella banalità.

Chiudo con un ringraziamento a Vincenzo per il piacevole pomeriggio, e per avermi fatto conoscere - Legnone a parte - delle birre attualmente al di fuori dei circuiti distributivi comuni.
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lunedì 14 settembre 2015
Degustando a Friulidoc

La prima degustazione a cui personalmente ho preso parte, dicevamo, è stata quella di Villa Chazil. Il birraio Carlo Antonio Venier, con inaspettate doti istrioniche, ha raccontato ai presenti come è nata la sua azienda agricola e che cosa si intenda per agrobirrificio, illustrato la sua coltivazione di luppolo chinhook, cascade e willamette, nonché alcuni aspetti tecnici della produzione; sucitando l'interesse e la curiosità anche dei "non addetti ai lavori", e coinvolgendo l'uditorio nella discussione. Le birre in degustazione erano tre - sambuco, lager e pale ale -; la prima - definita dal birraio "una birra da aperitivo" -, con il suo aroma floreale, il corpo leggero e la chiusura dolce del sambuco; la seconda con gli aromi delicati del willamette, ed una persistenza assai meno amara della media delle lager chiare (al di là dell'estrema variabilità all'interno del genere); e l'ultima caratterizzata dall'agrumato del luppolo citra e dalle note speziate del lievito. Il raccolto di luppolo, ha assicurato Antonio, è andato bene; chissà che non possa uscire un'edizione limitata di lager con luppolo a km zero, come "chicca" della produzione del birrificio.


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giovedì 21 maggio 2015
Tutte le birre del signor Sez
Ok, alzate la mano: quanti di voi sono mai passati da Campea di Miane (Treviso)? Come, così pochi? Ok, non me ne meraviglio: questo ridente paesino sulle colline del Prosecco, che all'ultimo censimento contava ben 365 abitanti - tanti quanti i giorni dell'anno, guarda un po' te -, non è certo un luogo di grande passaggio. Eppure è qui che è nata quella che personalmente ritengo una buona promessa nel campo della birra artigianale, Mr. Sez: alias Enrico Selvestrel, impiegato alla Bartolini, che ha battezzato con il suo soprannome i risultati della decennale passione da homebrewer . Dopo il corso alla Dieffe e uno stage al birrificio 32, Enrico ha deciso di affiancare le cotte alle spedizioni con corriere espresso: e così è partito appoggiandosi al birrificio di Quero in beerfirm - tenendo a precisare, tuttavia, che "non sono uno che fornisce la ricetta e basta: le cotte le faccio insieme a loro, e ho sempre trovato la massima disponibilità e collaborazione". Logo della birra Mr. Sez è la pecora, animale un tempo numeroso in queste zone: che infatti campeggia in tutte le etichette, caratterizzata in maniera diversa a seconda del tipo di birra. In quanto a filosofia brassicola, "spezie, sapori troppo forti e carbonatazioni eccessive non mi appartengono": un altro sostenitore del ritorno alla semplicità.
Incoraggiato dal successo delle sue birre tra gli amici e alle sagre di paese - che a quanto pare rimangono un'ottima vetrina -, Enrico da un paio di mesi ha iniziato a partecipare ad alcune manifestazioni e degustazioni in zona, e a distribuire le sue bottiglie ad alcuni locali. Delle sei ricette uscite dal suo cappello di homebrewer, quella che ha sinora presentato come suo "biglietto da visita" è la Furba - "un nome nato a caso insieme alla grafica che mi ha disegnato le etichette", ammette - : una pale ale dagli aromi agrumati e dal corpo leggero tendente al resinoso, che nella chiusura secca lascia un amaro erbaceo assai persistente e al tempo stesso delicato che dà quasi l'impressione di avere in bocca un fiore di luppolo. Per gli amanti dell'amaro - come Enrico del resto dichiara apertamente di essere - ma anche per chi si accosta per la prima volta a birre di questo genere, perché la sensazione di freschezza lasciata dalla Furba la rende molto gradevole e beverina - complice anche il basso grado alcolico, 5 gradi.
L'altra birra che Enrico considera tra le meglio riuscite è la Tus, "caprone" in lingua locale, che - manco a dirlo - è una bock (per chi non lo sapesse: suddetto cornuto animale è simbolo di questo genere di birra, v. glossario). Anche qui mi è toccato dargli ragione: la schiuma fine e assai persistente racchiude un aroma tra il resinoso e il malto caramellato, mentre al palato si mischiano note liquorose, di liquirizia e di frutta secca. In chiusura ho percepito personalmente un leggero affumicato, a coronare un corpo ben pieno e complesso, che per quanto non faccia risaltare la luppolatura - come da stile - non lascia comunque alcuna persistenza dolciastra: complessità ed equilibrio al tempo stesso, direi, definendola un'altra birra ben riuscita - per quanto non di facile beva.
In vista dell'estate, la prossima cotta sarà riservata alla Santa - perché fatta assaggiare la prima volta in occasione della festa di Sant'Andrea -, una birra di frumento - "summer wheat", ci ha tenuto a precisare Enrico -, dalle note acidule. Il panorama si completa con la Orba, una pils in stile ceco - ironicamente, dato che in dialetto locale "orba" significa "cieca" - con un particolare dry hopping come nota distintiva; la 17.9 - dalla data dell'anniversario di matrimonio -, una special bitter fatta per festeggiare il primo anno di vita di coppia - e due pecorelle innamorate in etichetta, molto significativamente; e la Penelope, una imperial stour dedicata alla cognata "che assomiglia a Penelope Cruz".
Certo è buona norma andarci piano con le lodi sperticate ai "principianti", anche perché sarà il tempo a dimostrare la capacità di mantenere la qualità e di migliorare eventuali punti deboli; ma in questo caso direi che un buon incoraggiamento è del tutto meritato.
Incoraggiato dal successo delle sue birre tra gli amici e alle sagre di paese - che a quanto pare rimangono un'ottima vetrina -, Enrico da un paio di mesi ha iniziato a partecipare ad alcune manifestazioni e degustazioni in zona, e a distribuire le sue bottiglie ad alcuni locali. Delle sei ricette uscite dal suo cappello di homebrewer, quella che ha sinora presentato come suo "biglietto da visita" è la Furba - "un nome nato a caso insieme alla grafica che mi ha disegnato le etichette", ammette - : una pale ale dagli aromi agrumati e dal corpo leggero tendente al resinoso, che nella chiusura secca lascia un amaro erbaceo assai persistente e al tempo stesso delicato che dà quasi l'impressione di avere in bocca un fiore di luppolo. Per gli amanti dell'amaro - come Enrico del resto dichiara apertamente di essere - ma anche per chi si accosta per la prima volta a birre di questo genere, perché la sensazione di freschezza lasciata dalla Furba la rende molto gradevole e beverina - complice anche il basso grado alcolico, 5 gradi.
L'altra birra che Enrico considera tra le meglio riuscite è la Tus, "caprone" in lingua locale, che - manco a dirlo - è una bock (per chi non lo sapesse: suddetto cornuto animale è simbolo di questo genere di birra, v. glossario). Anche qui mi è toccato dargli ragione: la schiuma fine e assai persistente racchiude un aroma tra il resinoso e il malto caramellato, mentre al palato si mischiano note liquorose, di liquirizia e di frutta secca. In chiusura ho percepito personalmente un leggero affumicato, a coronare un corpo ben pieno e complesso, che per quanto non faccia risaltare la luppolatura - come da stile - non lascia comunque alcuna persistenza dolciastra: complessità ed equilibrio al tempo stesso, direi, definendola un'altra birra ben riuscita - per quanto non di facile beva.
In vista dell'estate, la prossima cotta sarà riservata alla Santa - perché fatta assaggiare la prima volta in occasione della festa di Sant'Andrea -, una birra di frumento - "summer wheat", ci ha tenuto a precisare Enrico -, dalle note acidule. Il panorama si completa con la Orba, una pils in stile ceco - ironicamente, dato che in dialetto locale "orba" significa "cieca" - con un particolare dry hopping come nota distintiva; la 17.9 - dalla data dell'anniversario di matrimonio -, una special bitter fatta per festeggiare il primo anno di vita di coppia - e due pecorelle innamorate in etichetta, molto significativamente; e la Penelope, una imperial stour dedicata alla cognata "che assomiglia a Penelope Cruz".
Certo è buona norma andarci piano con le lodi sperticate ai "principianti", anche perché sarà il tempo a dimostrare la capacità di mantenere la qualità e di migliorare eventuali punti deboli; ma in questo caso direi che un buon incoraggiamento è del tutto meritato.
martedì 3 febbraio 2015
Il tocco dell'homebrewer
Ieri sera ho avuto il piacere di partecipare ad una delle degustazioni riservate ai soci dell'Associazione homebrewers Fvg alla birreria Brasserie: fondamentalmente una serata pensata come incontro e confronto sui "piccoli capolavori" di ciascuno, facendoli assaggiare per riceverne un'opinione e fare tesoro di quella dei brassatori più navigati. Il tutto come sempre accompagnato da un piatto preparato da Matilde e Norberto, con una torta salata di ricotta e spinaci, assaggi di diversi tipi di formaggio e crocchette di patate.
Sono stati sei i "coraggiosi" che si sono messi in gioco; e al di là del fatto che tutti quanti si sono fatti onore - tutte birre di ottima qualità, senza difetti significativi se non quelli dovuti all'insufficiente maturazione in un paio di casi -, devo dire che una volta di più ho trovato che la nota distintiva dell'homebrewing sia la ricerca dell'originalità. A cominciare dalla prima, la weizen di Dario Gerdol (nella foto), dal peculiare aroma di banana conferito dal lievito; così come la Pale Ale di Luca Dalla Torre, con un profumo particolarmente intenso tra l'agrumato e l'erbaceo dato dai luppoli usati soltanto in aroma; o ancora la Belgian Strong Ale di Nicola Fiotti e del suo compagno brassatore - di cui, lo ammetto, non ricordo il nome -, dagli aromi dolci di liquore e di resina che si sprigionavano solo una volta "scaldato" bene il bicchiere; o l'Imperial Stout di Emiliano Santi e - anche qui non ricordo il nome, mi perdonerete -, in cui le note intense di cioccolato e di caffè si fondevano in modo encomiabile. Non era poi da meno la Real Ale di Walter Cainero, per quanto mi non abbia colpita altrettanto; e una nota di merito la riservo pure a Leopoldo che, pur essendo solo alla sua quarta birra da homebrewer, si è messo in gioco presentando delle bottiglie che, pur essendo fatte con il kit, evidenziavano comunque la volontà di incamminarsi con impegno su questa strada perché ha comunque cercato di utilizzare in maniera "personale" tutti i (pur esigui) margini di manovra che il preparato consente.
Alla votazione finale - fatta senza scopo di premiare, ma quasi a titolo di sondaggio - a raccogliere il maggior numero di voti è stato il "solito" Luca Dalla Torre: che ha scherzosamente rischiato una squalifica, perché "non puoi vincere sempre tu, almeno paga da bere". A sua giustificazione, c'è da dire in un certo senso l'aveva già fatto...
Sono stati sei i "coraggiosi" che si sono messi in gioco; e al di là del fatto che tutti quanti si sono fatti onore - tutte birre di ottima qualità, senza difetti significativi se non quelli dovuti all'insufficiente maturazione in un paio di casi -, devo dire che una volta di più ho trovato che la nota distintiva dell'homebrewing sia la ricerca dell'originalità. A cominciare dalla prima, la weizen di Dario Gerdol (nella foto), dal peculiare aroma di banana conferito dal lievito; così come la Pale Ale di Luca Dalla Torre, con un profumo particolarmente intenso tra l'agrumato e l'erbaceo dato dai luppoli usati soltanto in aroma; o ancora la Belgian Strong Ale di Nicola Fiotti e del suo compagno brassatore - di cui, lo ammetto, non ricordo il nome -, dagli aromi dolci di liquore e di resina che si sprigionavano solo una volta "scaldato" bene il bicchiere; o l'Imperial Stout di Emiliano Santi e - anche qui non ricordo il nome, mi perdonerete -, in cui le note intense di cioccolato e di caffè si fondevano in modo encomiabile. Non era poi da meno la Real Ale di Walter Cainero, per quanto mi non abbia colpita altrettanto; e una nota di merito la riservo pure a Leopoldo che, pur essendo solo alla sua quarta birra da homebrewer, si è messo in gioco presentando delle bottiglie che, pur essendo fatte con il kit, evidenziavano comunque la volontà di incamminarsi con impegno su questa strada perché ha comunque cercato di utilizzare in maniera "personale" tutti i (pur esigui) margini di manovra che il preparato consente.
Alla votazione finale - fatta senza scopo di premiare, ma quasi a titolo di sondaggio - a raccogliere il maggior numero di voti è stato il "solito" Luca Dalla Torre: che ha scherzosamente rischiato una squalifica, perché "non puoi vincere sempre tu, almeno paga da bere". A sua giustificazione, c'è da dire in un certo senso l'aveva già fatto...
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giovedì 18 settembre 2014
Un ritorno al cielo d'Irlanda
Per il suo consueto giro di degustazioni, la Brasserie ha proposto questa volta la Howling Gale Irish Pale Ale del birrificio irlandese 8 degrees: una riproposizione, in realtà, perché già lo scorso aprile Matilde e Norberto avevano organizzato una serata dedicata a questo birrificio di cui avevo parlato in questo post. Ma tant'era: di tempo ne era passato parecchio, e comunque avevo un bel ricordo della birra in questione - nonché delle abilità culinarie della casa -, per cui non ho disdegnato un secondo giro.
Questa volta, devo dire, ho avuto modo di apprezzarla di più e meglio. L'aroma è nettamente erbaceo, pur con qualche nota di agrume - ammetto però di non aver percepito il pompelmo che la sceda di degustazione proposta dal birrificio pubblicizza -, ben preservato da una schiuma assai densa. Il corpo è abbastanza leggero ma tutt'altro che evanescente, e la dolcezza quasi caramellata del malto è decisamente messa in secondo piano dalla predominanza dei luppoli, che danno un finale comunque non troppo amaro né troppo persistente. Personalmente l'ho trovata una birra interessante principalmente sul versante dei luppoli, come già avevo notato anche nel precedente post, che specie in quanto ad aroma danno del loro meglio.
Il piatto proposto in abbinamento prevedeva gnocchi alla romana gratinati, una sorta di burrito ripieno di carne, patate e formaggio - nota per il cuoco: Enrico vuole il bis, tris, e avanti ad libitum - e fagioli all'uccelletto. Tutte pietanze accomunate da una certa cremosità, che se da un lato li faceva ben legare insieme, dall'altro chiedeva una birra che "sgrassasse". La Gale, ad essere onesti, faceva comunque bene il lavoro - per quanto più spesso tale compito venga affidato a birre di altro genere -, e non si accompagnava male ai sapori in questione; ammetto però che se fossi stata io a scegliere avrei piuttosto preferito una birra più corposa, magari una red ale, o azzardando addirittura una birra d'abbazia. Opinione personale, per carità, che certo non intende mettere in dubbio l'esperienza ben più lunga della mia di Matilde e Norberto - che infatti festeggiano la settimana prossima i 18 anni della Brasserie, con una lunga serie di eventi che chi fosse interessato può trovare sul sito del locale: e che si vede dal fatto che, nel proporre le birre ai clienti - specie se affezionati - in base ai loro gusti Matilde non ne sbaglia mai una. O meglio, una sì l'ha sbagliata: quella famosa Tripel scambiata con una Brett, che però alla fine si è rivelata quella giusta...

Il piatto proposto in abbinamento prevedeva gnocchi alla romana gratinati, una sorta di burrito ripieno di carne, patate e formaggio - nota per il cuoco: Enrico vuole il bis, tris, e avanti ad libitum - e fagioli all'uccelletto. Tutte pietanze accomunate da una certa cremosità, che se da un lato li faceva ben legare insieme, dall'altro chiedeva una birra che "sgrassasse". La Gale, ad essere onesti, faceva comunque bene il lavoro - per quanto più spesso tale compito venga affidato a birre di altro genere -, e non si accompagnava male ai sapori in questione; ammetto però che se fossi stata io a scegliere avrei piuttosto preferito una birra più corposa, magari una red ale, o azzardando addirittura una birra d'abbazia. Opinione personale, per carità, che certo non intende mettere in dubbio l'esperienza ben più lunga della mia di Matilde e Norberto - che infatti festeggiano la settimana prossima i 18 anni della Brasserie, con una lunga serie di eventi che chi fosse interessato può trovare sul sito del locale: e che si vede dal fatto che, nel proporre le birre ai clienti - specie se affezionati - in base ai loro gusti Matilde non ne sbaglia mai una. O meglio, una sì l'ha sbagliata: quella famosa Tripel scambiata con una Brett, che però alla fine si è rivelata quella giusta...
martedì 9 settembre 2014
Tra Pale Ale, Brett e Tripel
Ebbene sì, sono già passati due anni da quel 9 settembre del 2012 in cui colui che mi aveva iniziato alla birra (con una St Bernardus Abt 12, perché "tutto il resto è acqua") è diventato mio marito; il brindisi birrario siamo però soliti riservarlo al giorno precedente, in memoria del fatto che la sera dell'8 verso le 22 è arrivato a mio fratello un sms dal futuro sposo - che immaginavo chiuso nella sua stanzetta a meditare sul grande passo che stava per compiere - con le testuali parole "Noi siamo in birerria, ci raggiungi? Fai pure con comodo, tanto qui va per le lunghe". Presa dallo sconforto davanti all'idea di trovarmelo all'altare in pieno coma post sbronza, ho stappato una birra anch'io; che mio fratello ha naturalmente condiviso prima di uscire - "Mica vorrai bere da sola???" - e lasciare me a meditare sul grande passo del giorno dopo. Per fortuna parrebbe che Enrico quella sera non abbia esagerato - o perlomeno ha delle capacità di recupero eccezionali, perché la mattina successiva l'ho trovato fresco come una rosa: così ora ci ridiamo su, e usiamo appunto ricordare quella serata con un giro in birreria - nella fattispecie la Brasserie, luogo in cui Enrico mi ha fatto bere la prima St. Bernardus. Lo so, simao pateticamente nostalgici, ma che ce voi fa'...
L'anno scorso abbiamo brindato con una Freewheelin' Ipa di Foglie d'Erba; quest'anno ci siamo invece diretti sulle Caulier, per la precisione la 28 Pale Ale (io) e la 28 Brett (Enrico). In realtà lui aveva ordinato la 28 Tripel, ma Matilde, quasi in un lapsus freudiano, conoscendo i gusti di Enrico ha stappato senza nemmeno pensarci la Brett: felice errore, dato che ne è rimasto assai soddisfatto. Già l'aroma caldo, che ricorda gli acini d'uva ma con una nota più acida, rende piena giustizia al genere; così come il corpo che, pur concedendo inizialmente più spazio ad un malto che potrebbe sembrare quasi caramellato, lascia poi che il Brettanomyces faccia il suo lavoro per la gioia degli amanti delle birre acide. Birre acide che, in realtà, non rientrano nei miei canoni personali; ma devo ammettere che, aspettando che raggiungesse la temperatura giusta per berla, ho comunque apprezzato il bilanciamento tra i vari sapori e il fatto che l'acido non risulti comunque invasivo né sia troppo persistente, lasciando un finale non sgradevole anche per chi preferisce altri generi.
Venendo alla Pale Ale, da segnalare l'aroma delicato tra l'agrumato e l'erbaceo del tutto peculiare; per i resto, una birra particolarmente beverina e rinfrescante - complice il basso grado alcolico, 5% - che in virtù del fatto di non essere troppo "pungente" sotto alcun aspetto può incontrare i gusti di una vasta platea. Come tutte le birre di questa linea, peraltro, è senza zucchero: il che contribuisce a renderla particolarmente dissetante, e ad esaltare il finale "pulito" lasciato dalla luppolatura delicata.
In quanto alla Tripel invece, di cui Matilde ci ha dato un assaggio, mi duole dire che non sarebbe stata affatto una scelta indovinata: per quanto la scheda la descrivesse come "ispirata alle birre d'abbazia belghe", il miele decisamente pervasivo sia all'aroma che nel corpo mi è sembrato portarla lontano mille miglia dal genere citato. Una dolcezza che ho trovato eccessiva e che la rende di difficile bevibilità considerando gli oltre 9 gradi, che si sentono davvero tutti. In teoria avrebbero dovuto esserci anche alcune non meglio specificate spezie: mi spiace però di non averle affatto sentite, perché il miele di cui sopra copre davvero tutto; così come il preteso finale che vira all'amaro, dato che sono rimasta con la sensazione di essermi appena mangiata un cucchiaio di millefiori - buonissimo, per carità: ma se ho voglia di miele apro un vasetto, se ho voglia di birra stappo una bottiglia. In conclusione: tanto di cappello per la Brett anche se non è il mio genere, promossa pur senza avermi colpita la Pale Ale, rimandata a settembre la Tripel. Il prossimo, naturalmente: per il brindisi pre terzo anniversario...
L'anno scorso abbiamo brindato con una Freewheelin' Ipa di Foglie d'Erba; quest'anno ci siamo invece diretti sulle Caulier, per la precisione la 28 Pale Ale (io) e la 28 Brett (Enrico). In realtà lui aveva ordinato la 28 Tripel, ma Matilde, quasi in un lapsus freudiano, conoscendo i gusti di Enrico ha stappato senza nemmeno pensarci la Brett: felice errore, dato che ne è rimasto assai soddisfatto. Già l'aroma caldo, che ricorda gli acini d'uva ma con una nota più acida, rende piena giustizia al genere; così come il corpo che, pur concedendo inizialmente più spazio ad un malto che potrebbe sembrare quasi caramellato, lascia poi che il Brettanomyces faccia il suo lavoro per la gioia degli amanti delle birre acide. Birre acide che, in realtà, non rientrano nei miei canoni personali; ma devo ammettere che, aspettando che raggiungesse la temperatura giusta per berla, ho comunque apprezzato il bilanciamento tra i vari sapori e il fatto che l'acido non risulti comunque invasivo né sia troppo persistente, lasciando un finale non sgradevole anche per chi preferisce altri generi.
Venendo alla Pale Ale, da segnalare l'aroma delicato tra l'agrumato e l'erbaceo del tutto peculiare; per i resto, una birra particolarmente beverina e rinfrescante - complice il basso grado alcolico, 5% - che in virtù del fatto di non essere troppo "pungente" sotto alcun aspetto può incontrare i gusti di una vasta platea. Come tutte le birre di questa linea, peraltro, è senza zucchero: il che contribuisce a renderla particolarmente dissetante, e ad esaltare il finale "pulito" lasciato dalla luppolatura delicata.
In quanto alla Tripel invece, di cui Matilde ci ha dato un assaggio, mi duole dire che non sarebbe stata affatto una scelta indovinata: per quanto la scheda la descrivesse come "ispirata alle birre d'abbazia belghe", il miele decisamente pervasivo sia all'aroma che nel corpo mi è sembrato portarla lontano mille miglia dal genere citato. Una dolcezza che ho trovato eccessiva e che la rende di difficile bevibilità considerando gli oltre 9 gradi, che si sentono davvero tutti. In teoria avrebbero dovuto esserci anche alcune non meglio specificate spezie: mi spiace però di non averle affatto sentite, perché il miele di cui sopra copre davvero tutto; così come il preteso finale che vira all'amaro, dato che sono rimasta con la sensazione di essermi appena mangiata un cucchiaio di millefiori - buonissimo, per carità: ma se ho voglia di miele apro un vasetto, se ho voglia di birra stappo una bottiglia. In conclusione: tanto di cappello per la Brett anche se non è il mio genere, promossa pur senza avermi colpita la Pale Ale, rimandata a settembre la Tripel. Il prossimo, naturalmente: per il brindisi pre terzo anniversario...
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mercoledì 11 giugno 2014
Alla corte di re Michal

A metterci di buonumore era però anche la prospettiva di alloggiare al Pivovarsky Dvur Zvikov: una birreria, ristorante e albergo, dove da vent'anni l'abile mastro birraio Michal offre agli ospiti le sue creazioni nella caratteristica sala in cui spiccano due vecchi bollitori in rame. La prima nota di colore la merita indubbiamente il personaggio: un omone in stile "gigante buono", che oltre a seguire la sua attività artigianale è anche direttore del birrificio Platan di Protivin. La sera rientra nel suo maniero, dove le spine sono collegate direttamente ai tank della zona produzione al piano inferiore - "per conservare meglio la birra", afferma - e chi vuole portarsi a casa un souvenir lo può fare in bottiglie di pet riempite al momento alle spine suddette - "mi raccomando, va bevuta entro venti giorni al massimo, perché non si conserva". Ho sorvolato sullo specificargli che era una raccomandazione del tutto superflua.
La piacevole serata si è chiusa con una visita alla sala cotta al piano di sotto, e un invito alla giornata di raccolta del luppolo coltivato appena lì fuori, prevista per fine agosto. "Beh, c'è da lavorare, ma alla fine si brinda". E chi ne avrebbe mai dubitato.
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giovedì 19 dicembre 2013
Non chiamatelo retrogusto
C'è da dire che Udine, per gli amanti della birra, è una città che offre parecchio: non solo perché l'università è stata una delle prime in Italia a brassare ed avviare corsi in merito alla facoltà di agraria, o perché è sede del Bire, uno dei più antichi brewpub friulani; ma anche perché le associazioni di categoria si impegnano su questo fronte, per promuovere i numerosi birrifici artigianali locali. Così la Confartigianato ha organizzato due degustazioni guidate, condotte da Walter Filiputti insieme ad alcuni mastri birrai. Chiaramente l'occasione era ghiotta e non ho potuto mancarla, per quanto si trattasse di due birrifici che già conoscevo bene: il Villa Chazil, di cui avevo parlato in questo post, e il Valscura, sul quale è suprfluo aggiungere qualcosa (ma chi non lo conoscesse, clicchi qui).
La serata si è aperta con una dotta e interessante dissertazione di Antonio, il proprietario di Villa Chazil: un'occasione per scoprire tante cose che non conoscevo sulla produzione della birra, tanto più nel caso di un agribirrificio che fa da sé sia l'orzo che il luppolo. Ad esempio, non avevo idea del fatto che i maltifici italiani non garantiscano la tracciabilità del prodotto: ossia, voi consegnate l'orzo perché venga maltato (come vedete nella foto), ma poi non potete sapere se il malto che vi viene restituito è davvero il vostro, perché viene sostanzialmente messo tutto insieme per lavorarlo abbattendo i costi. Il che, chiaramente, non ha alcun senso nel caso di un agribirrificio, il cui punto di forza è appunto quello di produrre la birra esclusivamente con le proprie coltivazioni: così Villa Chazil porta il suo orzo a maltare in Austria - come Zahre -, data la vicinanza al confine. Oppure ho scoperto che il luppolo va messo "a crudo", alla fine, perché conservi gli aromi: se viene cotto, infatti, perde tutto quel bouquet di profumi che caratterizzano le birre ben luppolate. Insomma, una scoperta dopo l'altra.
Detto ciò, si è passati alla degustazione. Avevo sinora assaggiato solo una delle loro birre, la lager, che se devo essere sincera non mi aveva entusiasmata: non perché non l'abbia gradita, semplicemente perché non ci avevo visto quel tocco di originalità che in genere tanto apprezzo nelle produzioni artigianali. Alla degustazione c'era però oltre a quella anche la Pale Ale, e in questo caso devo dire che Villa Chazil ha fatto centro: senz'altro molto più corposa, dall'aroma fruttato e da un bel color rame, che una volta in bocca fa sentire in pieno la rosa di sapori del luppolo di cui sopra lasciando un amaro che, se all'inizio mi è parso quasi troppo forte, si è poi smorzato nel retrogusto.
E qui ho avuto la pessima idea di domandare al mastro birraio che guidava la degustazione come si faccia a "controllare" il retrogusto. Non l'avessi mai fatto: dopo avermi gentilmente spiegato che è una questione di luppoli, di quali tipi vengono usati, come vengono dosati e quando vengono aggiunti, mi ha infatti puntualizzato che "non si chiama retrogusto, si chiama persistenza: se parliamo di retrogusto vuol dire che non è una birra di qualità, perché questo sta a indicare che ha lasciato in bocca una sorta di saporaccio". Insomma, come sempre bisogna imparare ad usare bene le parole: e mi sono quasi vergognata di tutte le volte in cui in questo blog ho parlato di retrogusto, per quanto sia un termine comunemente usato, senza sapere di aver inconsciamente denigrato le birre che avevo bevuto.
La seconda parte della degustazione era appunto dedicata alle birre Valscura, nella fattispecie la Blanche de Sarone e la Nadal, la birra di Natale. E qui il buon Gabriele dovrà assumersi la responsabilità di avermi ripresa perché "Non devi solo scrivere le cose che ti sono piaciute nelle birre, devi anche dire quelle che non vanno": perché se la Blanche mi ha lasciata - letteralmente - a bocca aperta per la particolarità sia dell'aroma che del gusto, date le note di frutta che giudicherei uniche, la Nadal devo ammettere che mi ha un po' delusa. Intendiamoci, non che sia male: le spezie e gli aromi caldi tipici delle birre di questo genere si fanno sentire, ma ho trovato il gusto troppo liquoroso, quasi dolciastro. Gusti personali, per carità; e a onor di Valscura c'è da dire che è la prima volta che una loro birra mi lascia non del tutto soddisfatta - e dire che ne ho provate parecchie. Insomma, che dire? Toccherà farsi la bocca buona assaggiandone un'altra...
La serata si è aperta con una dotta e interessante dissertazione di Antonio, il proprietario di Villa Chazil: un'occasione per scoprire tante cose che non conoscevo sulla produzione della birra, tanto più nel caso di un agribirrificio che fa da sé sia l'orzo che il luppolo. Ad esempio, non avevo idea del fatto che i maltifici italiani non garantiscano la tracciabilità del prodotto: ossia, voi consegnate l'orzo perché venga maltato (come vedete nella foto), ma poi non potete sapere se il malto che vi viene restituito è davvero il vostro, perché viene sostanzialmente messo tutto insieme per lavorarlo abbattendo i costi. Il che, chiaramente, non ha alcun senso nel caso di un agribirrificio, il cui punto di forza è appunto quello di produrre la birra esclusivamente con le proprie coltivazioni: così Villa Chazil porta il suo orzo a maltare in Austria - come Zahre -, data la vicinanza al confine. Oppure ho scoperto che il luppolo va messo "a crudo", alla fine, perché conservi gli aromi: se viene cotto, infatti, perde tutto quel bouquet di profumi che caratterizzano le birre ben luppolate. Insomma, una scoperta dopo l'altra.
Detto ciò, si è passati alla degustazione. Avevo sinora assaggiato solo una delle loro birre, la lager, che se devo essere sincera non mi aveva entusiasmata: non perché non l'abbia gradita, semplicemente perché non ci avevo visto quel tocco di originalità che in genere tanto apprezzo nelle produzioni artigianali. Alla degustazione c'era però oltre a quella anche la Pale Ale, e in questo caso devo dire che Villa Chazil ha fatto centro: senz'altro molto più corposa, dall'aroma fruttato e da un bel color rame, che una volta in bocca fa sentire in pieno la rosa di sapori del luppolo di cui sopra lasciando un amaro che, se all'inizio mi è parso quasi troppo forte, si è poi smorzato nel retrogusto.
E qui ho avuto la pessima idea di domandare al mastro birraio che guidava la degustazione come si faccia a "controllare" il retrogusto. Non l'avessi mai fatto: dopo avermi gentilmente spiegato che è una questione di luppoli, di quali tipi vengono usati, come vengono dosati e quando vengono aggiunti, mi ha infatti puntualizzato che "non si chiama retrogusto, si chiama persistenza: se parliamo di retrogusto vuol dire che non è una birra di qualità, perché questo sta a indicare che ha lasciato in bocca una sorta di saporaccio". Insomma, come sempre bisogna imparare ad usare bene le parole: e mi sono quasi vergognata di tutte le volte in cui in questo blog ho parlato di retrogusto, per quanto sia un termine comunemente usato, senza sapere di aver inconsciamente denigrato le birre che avevo bevuto.
La seconda parte della degustazione era appunto dedicata alle birre Valscura, nella fattispecie la Blanche de Sarone e la Nadal, la birra di Natale. E qui il buon Gabriele dovrà assumersi la responsabilità di avermi ripresa perché "Non devi solo scrivere le cose che ti sono piaciute nelle birre, devi anche dire quelle che non vanno": perché se la Blanche mi ha lasciata - letteralmente - a bocca aperta per la particolarità sia dell'aroma che del gusto, date le note di frutta che giudicherei uniche, la Nadal devo ammettere che mi ha un po' delusa. Intendiamoci, non che sia male: le spezie e gli aromi caldi tipici delle birre di questo genere si fanno sentire, ma ho trovato il gusto troppo liquoroso, quasi dolciastro. Gusti personali, per carità; e a onor di Valscura c'è da dire che è la prima volta che una loro birra mi lascia non del tutto soddisfatta - e dire che ne ho provate parecchie. Insomma, che dire? Toccherà farsi la bocca buona assaggiandone un'altra...
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mercoledì 25 settembre 2013
Festival di Fiume, seconda tappa: La Furia dee Venexiane
La nostra prima nuova conoscenza della serata è stata quindi il Birrificio Artigianale Veneziano (Bav per gli amici), di Maerne di Martellago (Venezia): un'avventura nata un anno fa da sei giovani soci - di cui due a tempo pieno nello stabilimento - che hanno rilevato un birrificio già in attività. Proprio perché hanno potuto appoggiarsi ad una realtà già esistente brassano anche birre a bassa fermentazione, più difficili a trovarsi tra i microbirrifici di giovane età per una questione di impianti; ma si sa che non bastano gli impianti a fare una buona birra, per cui i nostri sei eroi avevano comunque davanti una bella sfida. Sfida a quanto pare vinta già ad un anno dall'apertura, dato che sul banco esibivano ben due attestati di birre prime classificate in diverse categorie al concorso "Birra dell'anno" 2013 di Unionbirrai.
Ce n'era di che incuriosirsi: così ci siamo avvicinati al loro stand dove ci hanno accolto Luigi, uno dei ragazzi del birrificio, e Roberto, uno dei loro agenti commerciali. Oltre che direttamente al birrificio e nei locali della zona, infatti, il Bav distribuisce le sue birre tramite una rete di agenti: e quale il nostro compiacimento nel venire a sapere che Roberto sta appunto curando l'espansione in Friuli, così che sarà più facile anche per noi rifornirci senza fare troppa strada. Il Bav, ci ha quindi spiegato Luigi, brassa due linee di birre non filtrate e non pastorizzate: "Le Furia - la pils, la rossa e la nera -, che abbiamo ereditato dalla precedente gestione; e le Venexiane, che invece abbiamo creato noi. E queste, beh, sono più buone" ha ammiccato. Non ne avevamo alcun dubbio, però dovevamo assaggiarle per crederci.
Pur non avendo nulla contro la Pale Ale - un'alta fermentazione in stile inglese - la nostra scelta è caduta sulle due birre che si erano classificate prime nelle rispettive categorie al concorso di cui sopra: così Enrico ha optato per la Pilsner, bassa fermentazione in stile tedesco, e io per la Bitter, alta fermentazione in stile inglese. Devo dire che non mi sono affatto pentita della scelta: una bella schiuma compatta, un gusto maltato ma non dolce - per quanto le descrizioni lo indicassero come "caramellato", non l'ho onestamente trovato tale - e un amaro finale che - questo sì - concordo nel definire "secco e pulito", senza "sorprese" di ritorno nel retrogusto - che tendenzialmente, nel caso del'amaro, tendo a non apprezzare.
Soprese che ho invece trovato nel bicchiere di Enrico: non ho certo assaggiato tutte le pils al mondo, ma questa di sicuro non ha nulla a che vedere con quelle usuali. L'aroma è di un erbaceo pungente; e se al gusto non lo è altrettanto, così da renderla parecchio beverina, il retrogusto riserva - appunto - un'inaspettata sorpresa ben dopo aver finito il sorso, ritornando con un'amaro che ricorda l'aroma iniziale. Insomma, per quanto la Bitter fosse più vicina ai miei gusti, riconosco che questa qui vince sotto il profilo dell'originalità.
Rimane poi la Unika, una birra speciale realizzata con luppoli freschi, che faceva bella mostra di sé in una bottiglia da litro e mezzo conservata con tutte le cure in una scatola di legno: ma considerando che ci mancavano ancora diversi stand, mi sa che sarà per la prossima volta...
Ce n'era di che incuriosirsi: così ci siamo avvicinati al loro stand dove ci hanno accolto Luigi, uno dei ragazzi del birrificio, e Roberto, uno dei loro agenti commerciali. Oltre che direttamente al birrificio e nei locali della zona, infatti, il Bav distribuisce le sue birre tramite una rete di agenti: e quale il nostro compiacimento nel venire a sapere che Roberto sta appunto curando l'espansione in Friuli, così che sarà più facile anche per noi rifornirci senza fare troppa strada. Il Bav, ci ha quindi spiegato Luigi, brassa due linee di birre non filtrate e non pastorizzate: "Le Furia - la pils, la rossa e la nera -, che abbiamo ereditato dalla precedente gestione; e le Venexiane, che invece abbiamo creato noi. E queste, beh, sono più buone" ha ammiccato. Non ne avevamo alcun dubbio, però dovevamo assaggiarle per crederci.
Pur non avendo nulla contro la Pale Ale - un'alta fermentazione in stile inglese - la nostra scelta è caduta sulle due birre che si erano classificate prime nelle rispettive categorie al concorso di cui sopra: così Enrico ha optato per la Pilsner, bassa fermentazione in stile tedesco, e io per la Bitter, alta fermentazione in stile inglese. Devo dire che non mi sono affatto pentita della scelta: una bella schiuma compatta, un gusto maltato ma non dolce - per quanto le descrizioni lo indicassero come "caramellato", non l'ho onestamente trovato tale - e un amaro finale che - questo sì - concordo nel definire "secco e pulito", senza "sorprese" di ritorno nel retrogusto - che tendenzialmente, nel caso del'amaro, tendo a non apprezzare.

Rimane poi la Unika, una birra speciale realizzata con luppoli freschi, che faceva bella mostra di sé in una bottiglia da litro e mezzo conservata con tutte le cure in una scatola di legno: ma considerando che ci mancavano ancora diversi stand, mi sa che sarà per la prossima volta...
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