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martedì 9 aprile 2019

Santa Lucia, secondo weekend

Anche in questo caso ho dato qualche anticipazione su Facebook, ma riporto comunque qui qualche nota su alcune delle birre degustate nel secondo weekend a Santa Lucia - dedicato ai birrifici triveneti.

Ho iniziato con la Carlo, brassata da Birra di Fiemme per i dieci anni di Diexe distribuzione, e così battezzata in onore del figlio del titolare. Sulla carta è una ipa britannica, in realtà si tratta di una ipa piuttosto sui generis, data la predominanza - elegante, a onor del vero - dei luppoli tedeschi. Profumi erbacei che ben si amalgamano alla componente maltata, corpo discretamente robusto e biscottato, e finale di un amaro tagliente per quanto non invasivo, che al salire della temperatura rivela anche toni di nocciola lasciati dalla maltatura. Facilissima a bersi, nasconde bene i suoi 6 gradi.

Ho poi finalmente avuto il piacere di conoscere Evoqe Brewing, di cui da tempo sentivo parlare, in particolare per la loro linea sour - incentrata in particolare sulle sour alla frutta. Ho provato la #1, pemiata peraltro da Unionbirrai: una Berliner Weisse con frutto della passione, limone e bergamotto, intensi sia in aroma che al palato - tanto da coprire in buona parte l'acidità tipica dello stile -, ma ben amalgamati tra loro e con l'insieme. Una birra armonica, per chi ama i sapori fruttati ancor più che le sour. Mi ha dato l'idea di un birrificio che, almeno sul fronte sour, ama stupire; e se per alcuni la cosa potrà sembrare un po' sopra le righe, bisogna anche riconoscere che - almeno per ciò che ho provato io - aromi e sapori erano sì intensi, ma in un'armonia d'insieme che non dà l'idea di aver "stroppiato".

Discorso analogo si potrebbe fare per la Terremoto, recente creazione de La Busa dei Briganti presentata al Ballo delle Debuttanti: una ipa con doppio dry hopping cryo, ossia con luppolina estratta a freddo. Un nome, un programma, perché sia all'aroma che in bocca i toni agrumati e di frutta tropicale - ekuanot, mosaic e citra - sono davvero molto intensi, per quanto mi sia trovata a definirli "invasivi ma non invadenti" - intendendo nel primo caso l'intensità, e nel secondo il risultare sgradevoli in virtù di questa forza. Idem come sopra: se chi non ama le luppolature esuberanti sicuramente la giudicherà eccessiva (ma verosimilmente nemmeno la prenderà), gli amanti del genere la troveranno viceversa ben costruita e gradevole a bersi.

Andando su tutt'altro genere, ho provato la Palace, imperial stout di Sognandobirra nata come birra natalizia. Abbastanza possente - come da stile - incentrata sui toni di liquirizia, presente in tutta la bevuta insieme alle note di caffè; e che rimane ben persistente in chiusura insieme a note calde e avvolgenti. Beverina e secca nonostante il corpo robusto, rivela solo in seconda battuta qualche lieve nota alcolica in coda alla persistenza; quindi occhio ai nove gradi alcolici....

Piacevole nuova conoscenza è stata poi il Meraki, birrificio artigianale di recentissima apertura in quel di Susegana e nato da un gruppo di amici usciti dall'Accademia Dieffe - e qui la storia si ripete, confermando la Dieffe come una delle maggiori "fucine" di birrai a Nordest. Mi è parso abbiano iniziato con il piede giusto, almeno per quanto riguarda la loro Iga (forse non lo stile più adatto per giudicare le capacità tecniche di un birraio, ma nemmeno quello meno utile di tutti a tale scopo): trattasi della Merlo, una Iga al Merlot su base Belgian Ale. Molto delicata, con la componente fruttata del vino ben integrata con lo stile di base, che rimane ben riconoscibile, e riuscendo nell'intento di darvi una nota di peculiarità.

Da ultimo una nota sulla Albisca, lager chiara aromatizzata all'albicocca, pesca e biancospino, di La Ru. Detta così sembrerebbe un'eresia, in realtà bisogna riconoscere che il birraio è riuscito nell'intento di armonizzare la componente maltata tipica della birra di base con le note acidule della frutta.

Anche in questo caso mi fermo qui, alla prosisma settimana per aggiornamenti e considerazioni...

sabato 27 ottobre 2018

Alla Busa dei Briganti

In uno dei miei passaggi a Padova ho colto l'occasione per fermarmi a La Busa dei Briganti, brewpub nato da un'azienda agricola di Cinto Euganeo che ha deciso di darsi all'arte brassicola. Al momento si tratta di un beerfirm, in quanto l'orzo fatto maltare in Austria - il titolare, Nicola Rosa, ha riferito che viene loro garantita la tracciabilità in quanto la produzione, 25 tonnellate, è sufficiente a tal fine - viene poi trasformato in birra al birrificio Bradipongo dalla mastra birraia Eva Pagani; ma è in via di completamento l'impianto di 10 ettolitri a Cinto Euganeo, dove è in progetto di far partire anche coltivazioni sperimentali di luppolo. Va detto peraltro, per onor di cronaca, che Eva non è esattamente l'ultima degli homebrewer che ha fatto dell'hobby una professione: è infatti laureata in a Padova in tecnologie alimentari, ha poi proseguito la sua formazione brassicola a Newcastle e a Londra, ha lavorato a Birra Antoniana ed è stata docente Dieffe. Una degna rappresentante quindi delle sempre più nutrite (e giovani, essendo trentenne) quote rosa nel mondo birrario. A completare la squadra che ho incontrato è Tommaso Corazza.


L'avventura è partita un paio d'anni fa con il desiderio di avere un locale dove mescere la birra prodotta, insieme a quella di altri "birrifici ospiti"; e la scelta del nome è caduta su una grotta - "busa" - nei pressi di Cinto Euganeo in cui si narra, tra realtà e leggenda, che si rifugiassero appunto dei briganti. Anche le sei birre fisse hanno tutte nomi che richiamano questi personaggi; a queste si aggiungono le "B Lab", ossia le sperimentali; e le idee a tal fine nascono anche nel piccolo laboratorio a vista che si trova nel locale stesso. L'idea è quindi quella di fare anche didattica e cultura birraria in senso lato, oltre che birra e cucina. Il menù è incentrato fondamentalmente su hamburger gourmet e piatti unici, taglieri di salumi e formaggi di produzione locale, e affini. Al momento la birra viene venduta pressoché totalmente nel locale ed è quindi pensata per accompagnarsi bene con i piatti serviti; ma l'aumento della produzione con il nuovo impianto (i nostri stimano di arrivare tra i 2500 e i 3000 ettolitri annui) è naturalmente pensato anche in vista della distribuzione in altri locali.

Dopo tanto parlare siamo naturalmente venuti al dunque con l'assaggio della prima birra, la Kolsch Schivanoia. Una birra estremamente semplice e lineare, con una luppolatura "nobile" ancor più delicata che in altre Kolsch per lasciare spazio al cereale (100% malto pils di loro produzione, mi hanno riferito). Corpo pieno sui toni del pane ma scorrevole e snello, finale fresco e secco di un amaro elegante. Si coglie bene che l'intenzione era quella di fare di questa Kolsch la "birra bionda" del locale - non inteso in senso denigratorio, ma nel senso della birra beverina e versatile che si adatti ad una grande platea di palati e di esigenze. Mi sono trovata a definirla "un po' la Helles della situazione", pur essendo maggiormente caratterizzata visto che Helles non è; ad ogni modo l'intento è ben riuscito, e si sente che Eva è riuscita a far lavorare il lievito a dovere.

Sono poi passata alla blanche Nina: una birra assai profumata, tanto che ho chiesto subito che spezie avessero usato - pepe di Timut (una bacca nepalese portata direttamente da Tommaso in uno dei suoi viaggi), cardamomo, coriandolo, bergamotto e arancia. Una speziatura "esuberante" ma ad onor del vero amalgamata e calibrata, e che nell'insieme non risulta eccessiva per quanto sia intensa. Un aroma tanto notevole dà inevitabilmente l'impressione che il corpo sia più esile di quanto ci si aspetterebbe, per quanto non lo sia in senso assoluto; e sul finale torna la freschezza dell'agrume, con una punta di speziato in seconda battuta al retrolfatto.Un'interpretazione originale delle blanche, per gli amanti dello stile.


E' quindi stata la volta della bitter Zanzanù: ben evidenti all'aroma i toni di tostato e di biscotto, armonizzati con quelli erbacei e resinosi del luppolo inglese; una bitter che - come da stile - gioca bene sui contrasti tra il dolce e l'amaro, il primo ben presente al palato con una componente di caramello notevole in un corpo prima apparentemente scarico ma che si "riempie" poi, e il secondo in chiusura come da manuale.

Non poteva naturalmente mancare una delle B Lab, nella fattispecie una Iga su base Gose con moscato di un'azienda agricola della zona che produce vini naturali. All'aroma non la si direbbe nemmeno una Gose, tanto sono prevalenti i profumi dolci e fruttati del moscato e quelli floreali, senza alcuna nota lattica; la birra di base si rivela già un po' di più in bocca, amalgamando comunque l'acidità della Gose con l'insieme che rimane dolce, prima di un ritorno di cereale e di sapidità in chiusura. Ben riuscita e piacevole come Iga, anche per chi fosse nuovo allo stile, non aspettatevi però - appunto - una Gose.

Da ultimo una piccola chicca ancora in maturazione, un'altra Iga su base barley wine con marzemino: profumi di vaniglia, frutta sotto spirito, caramello (Eva ha riferito di aver bollito il mosto per tre ore a beneficio della caramellizzazione), frutti rossi e finanche legno (anche se al momento legno non ne ha visto: per il futuro è comunque in previsione che nella nuova sede trovino spazio anche le botti); calda ed avvolgente in bocca, con un finale che richiama i toni dell'aroma. Posto che fare valutazioni a questo stadio sarebbe improprio perché la birra è ancora in maturazione, si può comunque dire che promette bene.

Nel complesso ho avuto l'impressione di una realtà giovane ma che ha posto delle buone basi, e a cui certo non manca la fantasia - specie per quanto riguarda la linea sperimentale: sicuramente sarà interessante seguirne l'evoluzione con l'avvio del nuovo impianto, previsto per il 2019.