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martedì 3 marzo 2020

Al Cucinare e al Beer Attraction...meglio tardi che mai, parte seconda

Venendo al Beer Attraction, si impone in primo luogo una considerazione di base - che del resto non sono la prima né l'unica a fare. Per quanto sia il classico evento a cui "bisogna esserci", al di là della reale o presunta motivazione che ciascun espositore o visitatore possa avere,devo dire che quest'anno (nella mia pur breve visita) ho notato come, in generale, ci sia stata una "maturazione" dell'offerta: sì tante "chicche" fatte o presentate per l'occasione, ma senza cercare improbabili effetti speciali, e puntando piuttosto a dare il meglio di sé rimanendo nei ranghi. Un'evoluzione, si dirà, che è lo specchio di quella già avvenuta nei birrifici negli ultimi anni.

Venendo alle birre che ho assaggiato, quella che propongo è naturalmente una selezione di quelle che ho trovato più interessanti. Inizio dalla Extra Ipa Brut Black Rye di Curtense: già dal nome sembrerebbe contraddire ciò che ho detto appena sopra, invece a dispetto di questo trova un equilibrio notevole - pur rimanendo sui toni forti - tra la luppolatura agrumata e resinosa e il cereale tostato, ulteriormente sostenuto dalla segale, tanto da dare l'impressione finale di una birra decisa ma non sopra le righe. Manco a dirlo, 7 gradi e non dargliene neanche la metà.

Sempre all'insegna dell'equilibrio, ma questa volta tra acido e fruttato, la Pin Up di Cittavecchia: una fruit sour all'ananas, in cui l'acidità della birra e quella del frutto si amalgamano diventando un tutt'uno - decisamente gradevole anche per chi si approcciasse ad una sour per la prima volta. Anche nel caso della Good Morning Chianti, Berliner Weisse al caffè dei Chianti Brew Fighters, l'intento è quello di sposare la naturale acidità dell'aggiunta - il caffè - con quella della birra: forse in questo caso un po' più slegata rispetto all'esempio precedente, ma comunque l'intento nel complesso è riuscito con originalità.

Tutt'altra storia la Ghiria, imperial stout del birrificio Sothis, che veniva proposta anche con lo Stacheln - il procedimento di origine tedesca (e generalmente praticato con le Bock) di caramellizzare gli zuccheri della birra immergendovi un ferro rovente. Curioso incrocio di tradizioni birrarie, dunque, e che applicato ad una imperial stout ha ulteriormente evidenziato - almeno a mio avviso - i toni di torrefatto. Sempre in tema di stout e affini, da segnalare la Trifoglio di Barbaforte, oatmeal stout, per l'occasione nella versione maturata in botti di rum.

Ho poi avuto il piacere di fare finalmente la conoscenza di Siemàn, dopo averne tanto sentito parlare in virtù della reputazione che si sta guadagnandonell'ambiente birrario. Ho provato la Negà, definita "wild sour ale with grapes" (e non semplicemente Iga), in quanto dopo 12 mesi di fermentazione spontanea in botti di rovere viene aggiunta uva Garganega, e lasciata maturare per altri tre mesi. Per quanto la componente del vitigno sia, almeno per chi come me è particolarmente "sensibile", discretamente pungente, il risultato è comunque una birra nell'insieme elegante e calibrata, per quanto la descrizione farebbe presumere aromi e sapori ben più "selvaggi". Bravi anche i ragazzi di Siemàn nello spiegare le loro birre agli avventori allo stand, con semplicità e precisione.

Naturalmente ringrazio anche tutti gli altri che non ho nominato e che mi hanno ospitata ai loro stand.

lunedì 11 novembre 2019

Nuove conoscenze e vecchi amici a Pordenone

Anche quest’anno ho partecipato alla fiera della birra artigianale di Pordenone, conducendo beer tour e degustazioni. Per quanto non sia una manifestazione improntata ai grossi numeri, devo dire che in questa edizione ho avuto la sorpresa di vedere un inedito interesse per gli eventi di approfondimento cultural-brassicolo – sia da parte del pubblico che dei birrai; il che è indubbiamente un buon segno, indice di un’evoluzione nell’approccio alla materia.

Sono naturalmente stati numerosi sia gli amici ritrovati che le nuove conoscenze. Per quanto riguarda i vecchi amici, nel primo weekend c’è stato Sothis – la cui Dunkelweizen Renenet, di cui avevo parlato qui, rimane a mio avviso la punta di diamante; poi Meraki – di cui ho provato per la prima volta la porter Ade – un esempio “verace” dello stile: aromi di tostato e caffè ben prominenti senza indugi sul cioccolato, corpo scorrevole e discretamente scarico prima del finale di un amaro acidulo e netto da tostatura ma non eccessivamente persistente. Unico neo, renderebbe meglio alla pompa, che scaricherebbe un po' la carbonatazione - a mio avviso piuttosto elevata per lo stile. Infine i Chianti Brew Fighters, che portavano come novità La Gioconda: definita come hoppy blonde ale, all'aroma fonde in maniera curiosa lo speziato del lievito belga con l'agrumato della luppolatura americana. Il risultato può per certi versi ricordare alcune blanche, con il loro connubio tra speziatura e buccia d'arancia. Corpo estremamente snello e fresco, senza particolari indugi sul cereale, e finale di un amaro citrico.

Nel secondo weekend ho ritrovato invece Darf: una piacevole conferma in quanto a rigore e pulizia “tedeschi” (sia nello spirito che negli stili di ispirazione) nel modo di lavorare, e in cui ho trovato però un’evoluzione in quanto a creatività. La Keller (nella foto), ad esempio, già era del tutto sui generis in quanto prevedeva l’utilizzo di luppolo cascade fresco; ora che sono entrati in gioco anche i luppoli cryo, esibisce una notevolissima rosa di aromi e sapori intensissimi che – per quanto equilibrati nell’insieme, da un tutti i frutti fino ai toni più floreali e resinosi – che la rendono un curioso ibrido tra la base tedesca e le mirabolanti luppolature americane. Una birra che vuole stupire, per quanto non arrivi a “stroppiare” in forza di questo equilibrio nell’intensità. Da segnalare anche la Doppelbock – che inganna notevolmente al palato apparendo piuttosto una Bock semplice, alquanto beverina nonostante la maltatura. Ho poi ritrovato Meni, di cui ho provato la nuova versione più leggera della Candeot alla zucca: disdegnatori delle birre alla zucca, ricredetevi, perché in questo caso la componente del frutto è assolutamente misurata e ben armonizzata nell’insieme. Per la prima volta ho poi provato la Weizenbock Centis: dopo un aroma in cui si coglie che la componente dei malti è leggermente più forte e dolce delle Weizen semplici, arriva una notevole ricchezza di cereale al palato, di pane fresco a morsi; prima di chiudere in maniera inaspettatamente breve e fresca, praticamente senza lasciare persistenze. Per chi ama le birre “importanti”, ma ha tanta sete.

In quanto a nuove conoscenze del primo weekend c’è stato Agro, agribirrificio di recente apertura in quel di Aviano. Dal mio punto di vista hanno iniziato con il piede giusto nella misura in cui hanno passato il mio personale test della Helles: semplice e pulita, ma appunto per questo ben riuscita. Da segnalare anche la oatmeal stout, improntata ai toni di tostato e caffè senza indugi ruffiani sul cioccolato, corpo rotondo e scorrevole e finale di un amaro acidulo da tostato. Unica critica va alla Saison, che esibisce una speziatura a mio avviso un po’ troppo sopra le righe.

Nel secondo weekend c’è invece stato il pugliese Birra del Console, aperto nel 2016 da Dario – appunto – Console; che, fedele alla sua filosofia per cui “e che è, siccome noi siamo italiani e quindi dobbiamo essere creativi, adesso qualsiasi brodaglia viene spacciata per la reinterpretazione di uno stile?????” produce quattro birre estremamente semplici, lineari e bevibili; riservandosi appunto di sperimentare in futuro, quando avrà maggior padronanza degli stili di base. In realtà proprio la più semplice di queste birre, una golden ale, un minimo di sperimentazione ce l’ha: utilizza infatti luppoli continentali, i cui aromi floreali ed erbacei peraltro ben si accostano al leggero fruttato (voluto) del lievito, rendendola un po’ “la cugina ad alta fermentazione” delle lager chiare continentali. Fresca, bevibile e caratterizzata al tempo stesso, per una bevuta spensierata ma non banale. In lista c’è poi una Blanche, volutamente “scarica” sia sotto il profilo della speziatura di arancia e coriandolo che sotto quello del corpo – un po’ troppo, a mio avviso – e che gioca su una particolare secchezza dovuta all’utilizzo di un secondo lievito particolarmente attenuante; e una strong bitter e una american ipa, entrambe in pieno stile. Nel complesso un birrificio che in questi primi tre anni di attività mi pare aver già sviluppato una sua linea di lavoro, e che con ulteriori consolidamenti dati dall’esperienza può mirare a svilupparla ulteriormente dando maggior personalità alla sua produzione senza perdere la semplicità e pulizia di base che ha dimostrato di saper dare.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrifici che hanno partecipato alle degustazioni e che mi hanno accolta ai loro stand.

lunedì 13 maggio 2019

La birra di Morrovalle

Se non sapete dove si trova Morrovalle vi ritengo più che giustificati, dato che nemmeno io avevo mai sentito nominare questo paesino in provincia di Macerata; fino a quando non ho colto l'invito di Alessandro Dichiara, birraio formatosi al Cerb e poi alla Doemens (dove l'ho conosciuto), a visitare il suo birrificio aperto a fine 2018. Il nome prescelto è stato Sothis, divinità egizia identificata con la stella Sirio, in virtù della sua passione per la mitologia egizia e per l'astronomia; e anche tre delle sei birre in repertorio sono state battezzate con nomi di ispirazione egizia - anche se Alessandro mi ha riferito che in zona è conosciuta come "la birra di Morrovalle".

L'ispirazione di Alessandro è fondamentalmente britannica, pur spaziando anche su altri stili; e lo si coglie probabilmente al meglio nella sua Fotone. Sulla carta una american ipa, in virtù della luppolatura tra l'agrumato e la frutta tropicale - sempre con una prevalenza però di toni asprigni su quelli dolci -, esibisce poi un corpo robusto con note tostate e biscottate più affine alle ipa inglesi che a quelle Usa, che prediligono maggiore snellezza per amor di bevibilità; prima di un finale di un amaro netto e acre, tra l'erbaceo e il citrico, lungo e persistente, che nulla concede a toni più morbidi, per quanto non superi mai il confine dell'invadenza. Una birra che suggerirei agli amanti delle ipa inglesi "veraci", che la troveranno sicuramente ben costruita nell'equilibrare la robustezza sia del corpo che del finale e l'amaro "genuino".

La predilezione di Alessandro per la tradizione inglese traspare poi anche nella Ptah, una English Pale Ale che nel berla mi ha fatto proprio pensare alla canonica descrizione di come debbano essere le birre nate a Burton upon Trent. In virtù dall'amaro netto ma "neutro" sul finale, peraltro, si rivela discretamente versatile negli abbinamenti: nel corso della cena da Armida - ristorante di specialità locali, dove abbiamo cenato con le birre di Alessandro - l'abbiamo usata infatti per accompagnare una serie di antipasti misti molto diversi tra loro - dagli affettati, ai formaggi, fino alla frittata con la coratella l'agnello.

Ottima nell'abbinamento si è dimostrata anche la Dunkelweizen Renenet, interpretazione a mio avviso ben riuscita dello stile nel coniugare con equilibrio il caramello tostato del malto con la componente aromatica del lievito caratteristico: abbiamo infatti "osato" accostarla al bis di primi - tagliatelle "da Armida" al ragù di capriolo e tartufo, e ravioli al ragù di cervo ripieni di burrata - giudicando indovinato il modo in cui il caramello sposava sia la carne che il formaggio, mentre l'acidulo finale puliva i sapori forti.

La carrellata di birre comprende poi la Nepri, una blanche che alle spezie d'ordinanza aggiunge l'anice: in realtà in maniera un po' troppo preminente per i miei gusti, dato che tende a sovrastare arancia e coriandolo. Non ha in ogni caso sfigurato nell'accompagnare i secondi, spezzatino di cervo e cinghiale, dato che andava sostanzialmente a speziare la carne.

Il panorama si completa con la Giapeto, una smoked porter che punta un maniera decisa sui toni affumicati - la vedrei meglio con una carne alla brace o con un cioccolato al tabacco che con il tradizionale dessert al cioccolato - e con la Prototipo, una Golden Ale beverina e semplice - ma non banale, nel conservare comunque una componente di cereale fresco nel corpo che si accosta all'agrumato del Mandarina Bavaria.

Nel complesso ho trovato le birre di Sothis più "mature" e studiate di quelle che mediamente i birrifici producono a pochi mesi dall'apertura; segno evidentemente di un lavoro precedente che ha portato a non improvvisarle, e che auspicabilmente costituirà una buona base per futuri aggiustamenti e per nuove birre.