Tra gli inviti ricevuti per il periodo natalizio c'era anche quello di Birra Camerini, di cui Giampaolo, uno dei titolari, era ansioso di farmi assaggiare la novità di quest'anno. Trattasi della Oziosa, versione barricata della Gioiosa - una birra natalizia che già avevo avuto modo di assaggiare lo scorso anno, contraddistinta dall'utilizzo nel mosto di prugne e albicocche secche, zenzero, cannella e miele di melata -, fatta riposare per sei mesi in botti di amarone della Valpolicella. Inutile dire che non potevo non essere curiosa, così mi sono messa in viaggio fino a Piazzola sul Brenta.
Lì Giampaolo e Franco mi hanno accolta allo stand di Camerini al Christmas Village, nella splendida cornice di Villa Contarini; e, giusto per non farmi mancare nulla, mi hanno fatto anche assaggiare la birra brulé - la loro belgian dubbel Bisbetica, scaldata e aromatizzata con anice, chiodi di garofano, pepe, cannella e buccia d'arancia. Siamo però presto venuti al dunque con la Oziosa, nome che Giampaolo ha giustificato con l'ispirazione al concetto latino di otium: il tempo cioè dedicato al riposo, allo svago, alla ricerca intellettuale. Non a caso le bottiglie di Oziosa sono accompagnate da un collarino descrittivo in forma di segnalibro, come invito a sorsegiare un bicchiere mentre ci si diletta con una buona lettura. A colpire è in primo luogo l'aroma: l'amarone ha lasciato in eredità alla birra delle note liquorose di marasca, oltre che un leggero sentore tannico e "legnoso" - come l'ho definito scherzosamente - del barrique, che sembra quasi di avere lì sotto il naso. In bocca è molto calda, unendo sia le note maltate più vicine al whisky a quelle alcoliche più proprie del brandy; che, pur essendo tanto forti da coprire quasi del tutto le spezie presenti originariamente nel mosto, non risultano invadenti nel finale, chiudendo in maniera "coerente" una birra dal corpo sorprendentemente esile per questo genere e per questa gradazione - 9 gradi -, e dalla carbonatazione lievissima. Anche la persistenza è meno lunga di quanto ci si aspetterebbe; per cui, giusto per avere un termine di paragone, è decisamente più delicata e beverina di un classico barley wine.
Una barricata "abbordabile" anche a chi non fosse troppo avvezzo ai sapori forti - personalmente ho trovato assai più impegnativa la Gioiosa -; da bere magari davanti al caminetto, pur in questo inverno in cui il freddo pare non voler arrivare.
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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sabato 9 gennaio 2016
martedì 27 gennaio 2015
Una visita in casa Camerini

Ok, basta con l'ironia e veniamo a noi. Lo stabilimento non è enorme, ma è in crescita: il Camerini ha infatti messo in cantiere un progetto di ampliamento degli impianti, che dovrebbero auspicabilmente portare ad un'incremento dell'80% sui 380 ettolitri di produzione annua e consentire di varcare i confini italiani con la distribuzione. Non è poi solo la quantità di birra a crescere, ma anche il numero di birre prodotte: novità del 2014 sono state la Ink Ipa - che avevo avuto modo di assaggiare a Arte, Cultura e Luppolo - e la Trick, una Belgian Pale Ale pensata - per dirla con Giampaolo - "per essere bevuta facilmente, dai giovani, anche agli eventi e ai concerti, con preponderanti sentori di malto e lievissimi sentori di luppolo sostenuti da un buon corpo". In effetti, è una birra leggera sia sotto il profilo della gradazione alcolica - 3,8 gradi - che della facilità a bersi; il tutto comunque senza sacrificare una buona consistenza del corpo. Con un'insolita inversione rispetto a quanto più frequentemente accade, poi, l'erbaceo amaro del luppolo è ben percepibile all'olfatto ma lascia poi spazio al malto non solo nel corpo, ma anche in chiusura: insomma, il classico "retrogusto amaro" da luippolo qui non c'è, per quanto il buon equilibrio lasci comunque la bocca pulita. Una birra semplice ma non banale, che certo non deluderà chi cerchi i gusti semplici e puliti pur con un tocco di originalità.
Nel farci visitare il piccolo spaccio annesso - con quattro spine pronte all'uso, più una serie di bottiglie ben disposte sugli scaffali - Giampaolo ci ha poi riservato una sorpresa: ha infatti stappato una bottigila di una cotta speriemntale della Seducente, una American Ale dal colore ramato aromatizzata agli agrumi. Una sorpresa accompagnata da una sfida, alias "indovinate che frutto abbiamo aggiunto questa volta". Ebbene, posso vantarmi di aver indovinato: il bergamotto, e nemmeno un bregamotto qualunque, in quanto il Camerini li fa arrivare direttamente da un agricoltore biologico calabrese. Bisognerà aspettare che la birra arrivi alla giusta maturazione per dare un giudizio definitivo - la cotta risale infatti a poche settimane fa, e l'aroma del bergamotto tendeva ancora a sovrastare tutti gli altri -; ma le premesse per una variante della Seducente classica sono buone in quanto, a mio parere, il bergamotto è un accostamento indovinato agli altri aromi che la caratterizzano.
Ora non resta che stappare la bottiglia di Gioiosa - la numero 147 per la precisione - che ho portato a casa, la birra di Natale uscita in edizione limitata - 256 bottiglie: 2 come il civico del birrificio, 56 come i km di lunghezza della vecchia ferrovia Piazzola-Padova dal cui costruttore il birrificio prende il nome. Come si suol dire, rimanete sintonizzati...
lunedì 13 ottobre 2014
Una domenica alla scoperta di Arte, Cultura & Luppolo
Su invito del buon vecchio Stefano Gasparini, mente pensante del portale www.nonsolobirra.net , ho presenziato ieri all'ultima delle tre giornate della mnifestazione Arte, Cultura & Luppolo a Marano Vicentino. Invito che comprendeva anche quello a far parte della giuria che avrebbe selezionato la birra migliore, per cui l'occasione diventava ancora più interessante, oltre al fatto che le premesse erano buone: nelle tre edizioni precedenti l'evento si era attestato sulle 12 mila presenze, ed era prevista la presenza di dieci birrifici artigianali, due distributori, una serie di espositori - dall'artigianato del legno all'apicultura - e uno stand gastronomico con piatti tipici vicentini curato da ristoranti, pasticcerie, caseifici e panifici locali.
Arrivata lì, la prima cosa a colpirmi positivamente è stata la cospicua presenza di famiglie con bambini: complice la diversificazione sia degli stand che degli eventi - si passava da Peppa Pig ai laboratori sui difetti della birra -, la manifestazione poteva definirsi adatta a tutti, diventando una "festa" nel senso lato del termine e non solo una "festa della birra". Magari gli intenditori avrebbero potuto storcere il naso di fronte al fatto che gli eventi dedicati specificatamente a loro fossero solo due - il laboratorio "Aromi di birra" tenuto da Marco Corato il sabato e la cotta pubblica di domenica -, ma Gasparini in quanto organizzatore ha assicurato la volontà di incrementarli; e il fatto di avvicinare anche i non intenditori alla birra di qualità, magari grazie ad iniziative come presentazioni di libri, esibizioni dal vivo di scultura o concerti è sicuramente meritorio. Insomma, diciamo che l'ho trovato un buon connubio tra "purismo" e "eterodossia", per quanto rimanga materia di discussione quale sia il giusto equilibrio tra i due.
Tra i birrifici presenti c'erano alcune vecchie conoscenze: il Jeb, che avevo incontrato a Santa Lucia; l'Acelum, di cui tanto mi aveva entusiasmato la Freya al festival di Fiume; l'Estense, di cui già avevo assaggiato la Red Ale e che questa volta mi ha presentato l'ultima nata della casa, la imperial stout Django - sulla quale però mi riservo un commento più preciso una volta riprovata, dato che non l'ho degustata a bocca pulita; e il Camerini, della cui torbata avevo un buon ricordo, e che mi ha a sua volta fatto fare conoscenza con l'ultima novità Ink Ipa - che non è una black ipa come credevo, ma solo un riferimento alla ragazza tatuata che campeggia sull'etichetta. Una Ipa che a dire il vero mi ha lasciata un po' interdetta, in quanto, essendo particolarmente discreta nella luppolatura, non la si direbbe quasi tale: non certo una birra riuscita male, per carità, ma ritengo che la loro punta di diamante siano piuttosto la torbata Selvaggia di cui sopra e la red ale Seducente, di cui peraltro - mi ha riferito il buon Giampaolo - sta avendo discreto successo il gelato preparato da un gelataio artigianale della zona.
Ho dovuto quindi iniziare, in quanto giurata, il lungo pellegrinaggio delle nuove conoscenze. Ho iniziato dal Birrone, birrificio di Isola Vicentina, che dispone di una decina di creazioni. Per quanto le più gettonate fossero la hell classica SS46 e la pils Brusca, ho apprezzato maggiormente le birre più sperimentali. In primo luogo la Gerica, che unendo malti e luppoli da amaro tedeschi e luppoli da aroma americani (di qui il nome, Germania e America) crea un curioso connubio tra aromi erbacei ed agrumati e le note di crosta di pane il bocca; oppure la Mortisa, birra alle castagne, "figlia" del raccolto dello scorso anno arrostito e tostato. Qualche curiosità rimanendo sul classico, secondo la filosofia di "dare una reinterpretazione agli stili canonici", l'ha offerta invece il birrificio bresciano dei fratelli Trami: la Col De Serf, una weiss a cui a leggere la descrizione non avrei dato un soldo, si è invece rivelata una piacevole scoperta sul fronte dell'aroma floreale insolitamente ricco e della persistenza fruttata, e posso dire lo stesso della porter Saslong in quanto al bilanciamento indovinato tra le note decise di caffè e di cacao.
Buone potenzialità le ho trovate anche al birrificio Ofelia di Sovizzo (Vicenza). E dico "potenzialità" perché le idee in quanto ad originalità non mancano: dalla saison Piazza delle Erbe che amalgama senza risultare soverchiante erba luisa, buccia d'arancia, cardamomo, anice stellato, coriandolo e camomilla; alla Amitabh, che recupera l'antica ricetta delle India Pale Ale inglesi - assai meno amare di quelle americane in voga oggi -; alla Beer Gamotto, una golden ale monoluppolo aromatizzata, i birrai sono una fucina di spunti sia in quanto a sperimentazione che a interpretazione personale delle birre classiche. Per questo, coerentemente anche con la filosofia che mi ha esposto il buon Andrea di "cercare i clienti adatti a noi, piuttosto che adattarci ai gusti dei clienti", li inviterei ad osare ancora di più: avendo il pregio di saper sperimentare senza strafare né ottenere risultati che "stufano", come si suol dire, ritengo che in margini di sviluppo siano ancora ampi e promettenti.
Filosofia diametralmente opposta a quella della birra Mastino, che intende invece "affinare" gli stili classici: tanto da aver recuperato la ricetta di uno storico birrificio veronese chiuso nel 1932 per la loro Rossa Verona, che si affianca alla pils 1291, alla american wheat Beatrice, alla red ale Alboino e alla dry stout Canis Magnus - tutti storici nomi degli scaligeri, in omaggio alla città. Birre che hanno indubbiamente la dote di farsi bere facilmente, al contrario forse della chicca che avevano portato per l'occasione, la sour alle prugne: un anno di barrique in una botte di amarone, che ha fatto di questa birra a base pale una particolarità nel panorama del Mastino.
Da ultimo due birrifici giovani, il Luckybrews e il K&L. Il primo ha aperto da due anni, ma grazie ai dodici da homebrewer di Davide e Samuele non ha nulla da invidiare ad altri di più lunga esperienza. Tra tutte segnalo la Whale - che sta per white hoppy ale -, di cui spicca l'aroma di fiori e di coriandolo e le note di pepe rosa che anticipano la chiusura amara; e la Winternest, una schotch ale che bilancia in maniera encomiabile il torbato, l'affuminato, le note di caffè e quelle di whisky. In quanto al K&L, nota di merito all'originalità della bière de garde 2 fuochi - stile assai raro da trovare - e soprattutto la tripel Special 3, che smorza il dolce del miele di castagno con spezie acide creando un insieme sapientemente bilanciato.
Naturalmente ci sarebbe molto da raccontare e da descrivere, ma rischierei di dilungarmi troppo; posso comunque dire di essere stata soddisfatta in quanto non solo ho trovato birra di qualità, ma anche un ambiente che la sa far conoscere in maniera semplice ed accogliente. Ed è indubbiamente il primo passo di quell' "educazione del consumatore" di cui tanto si parla.

Tra i birrifici presenti c'erano alcune vecchie conoscenze: il Jeb, che avevo incontrato a Santa Lucia; l'Acelum, di cui tanto mi aveva entusiasmato la Freya al festival di Fiume; l'Estense, di cui già avevo assaggiato la Red Ale e che questa volta mi ha presentato l'ultima nata della casa, la imperial stout Django - sulla quale però mi riservo un commento più preciso una volta riprovata, dato che non l'ho degustata a bocca pulita; e il Camerini, della cui torbata avevo un buon ricordo, e che mi ha a sua volta fatto fare conoscenza con l'ultima novità Ink Ipa - che non è una black ipa come credevo, ma solo un riferimento alla ragazza tatuata che campeggia sull'etichetta. Una Ipa che a dire il vero mi ha lasciata un po' interdetta, in quanto, essendo particolarmente discreta nella luppolatura, non la si direbbe quasi tale: non certo una birra riuscita male, per carità, ma ritengo che la loro punta di diamante siano piuttosto la torbata Selvaggia di cui sopra e la red ale Seducente, di cui peraltro - mi ha riferito il buon Giampaolo - sta avendo discreto successo il gelato preparato da un gelataio artigianale della zona.

Buone potenzialità le ho trovate anche al birrificio Ofelia di Sovizzo (Vicenza). E dico "potenzialità" perché le idee in quanto ad originalità non mancano: dalla saison Piazza delle Erbe che amalgama senza risultare soverchiante erba luisa, buccia d'arancia, cardamomo, anice stellato, coriandolo e camomilla; alla Amitabh, che recupera l'antica ricetta delle India Pale Ale inglesi - assai meno amare di quelle americane in voga oggi -; alla Beer Gamotto, una golden ale monoluppolo aromatizzata, i birrai sono una fucina di spunti sia in quanto a sperimentazione che a interpretazione personale delle birre classiche. Per questo, coerentemente anche con la filosofia che mi ha esposto il buon Andrea di "cercare i clienti adatti a noi, piuttosto che adattarci ai gusti dei clienti", li inviterei ad osare ancora di più: avendo il pregio di saper sperimentare senza strafare né ottenere risultati che "stufano", come si suol dire, ritengo che in margini di sviluppo siano ancora ampi e promettenti.
Filosofia diametralmente opposta a quella della birra Mastino, che intende invece "affinare" gli stili classici: tanto da aver recuperato la ricetta di uno storico birrificio veronese chiuso nel 1932 per la loro Rossa Verona, che si affianca alla pils 1291, alla american wheat Beatrice, alla red ale Alboino e alla dry stout Canis Magnus - tutti storici nomi degli scaligeri, in omaggio alla città. Birre che hanno indubbiamente la dote di farsi bere facilmente, al contrario forse della chicca che avevano portato per l'occasione, la sour alle prugne: un anno di barrique in una botte di amarone, che ha fatto di questa birra a base pale una particolarità nel panorama del Mastino.

Naturalmente ci sarebbe molto da raccontare e da descrivere, ma rischierei di dilungarmi troppo; posso comunque dire di essere stata soddisfatta in quanto non solo ho trovato birra di qualità, ma anche un ambiente che la sa far conoscere in maniera semplice ed accogliente. Ed è indubbiamente il primo passo di quell' "educazione del consumatore" di cui tanto si parla.
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venerdì 8 agosto 2014
Dal mastro birraio al mastro gelataio


Che avesse usato una birra bionda, era intuibile sinb dalla prima cucchiaiata; il nostro gelataio ha però salvaguardato il "segreto industriale" - "Mica posso sbandierare la ricetta..."-, dicendo soltanto che si tratta di una bionda tedesca su base "ibrida" tra crema e sorbetto. Va bene, non me la prendo, capisco, anch'io probabilmente farei lo stesso. Coerentemente con il fatto che sia stata usata una birra di questo genere, il sapore non è particolarmente forte: "Ne ho usato un litro e mezzo per quattro kg di gelato, non si ubriacherebbe nemmeno un bambino" ha scherzato Mario. In effetti l'alcool non era percepibile, per quanto un leggero pizzicorino sulla lingua ci fosse.
Gusto Antico ha offerto questo gusto anche in negozio per tutta la durata della manifestazione e per alcuni giorni al seguito; "Ma poi l'ho tolto - ha spiegato Mario - perché, per quanto di curiosi che l'hanno provato ce ne siano stati parecchi, la gente alla fin fine vuole sempre la nocciola". I gusti classici, insomma, che non tramontano mai. In effetti, devo dire che mi trovo d'accordo: non l'avrei provato se non per curiosità, semplicemente perché, per quanto fosse buono, se ho voglia di una birra bevo una birra, e se ho voglia di un gelato mangio un gelato. Insomma, se passate da lì vi consiglierei piuttosto di provare i gusti di stagione, per apprezzare al meglio il lavoro del gelataio.
Ad ogni modo, una cosa la devo ammettere: dato che la curiosità comunque ormai è suscitata, attendo di provare i gelati dell'Expo di Monastier...
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