Naturalmente, al Cucinare non c'erano soltanto birrifici: in fondo, bisogna pure "asciugare" in qualche modo, per cui anche le varie specialità enogastronomiche ci stavano. Date le mie radici nordiche e la famiglia da cui porvengo, non poteva che attirare la mia attenzione uno stand che esponeva il "Dolce dell'alpino": ohibò, mi sono chiesta, che sarà mai?
Ho così fatto la conoscenza di Tipico Friulano, azienda di Gemona che - come dice il nome stesso - propone una serie di amenità locali, dalle grappe, ai vini, ai dolci. Nel caso di specie, un'autentica bomba - perdonatemi l'ironia - pensata per la commemorazione del centenario e l'adunata degli alpini il programma a Pordenone il prossimo maggio: un dolce al caffè, cioccolato e una dose di grappa da far impallidire la gubana. Caffè e cioccolata insieme è un classico, grappa al caffè (o caffè corretto...) e grappa e cioccolato pure, ma tutti e tre insieme non li avevo mai provati: abbinamento indovinato, direi, e sono pronta a scommettere che un banchetto che vende le fette già pronte nelle vie di Pordenone durante l'adunata avrebbe il suo successo. Tanto più che gli alpini per la grappa di qualità hanno fiuto, e qui di certo non manca.
Lo stand, comunque, non esponeva solo questo: per gli appassionati delle torte c'era il dolce friulano, con pezzi di mela , gocce di cioccolato e cannella, e il dolce di Gemona (nella foto), fatto con una miscela di ben quattro farine (di gtrano tenero, di grano duro, di mandorle e di nocciole), gocce di cioccolato e cannella. Il tutto, assicuravano i baldi uomini allo stand, prodotto artigianalmente e rigorosamente con ingredienti locali, tra cui le farine macinate dai mulini che ancora lavorano in zona. In effetti, al di là dei gusti personali, bisogna ammettere che si tratta di ricette uniche, che non si trovano altrimenti.
Immancabili naturalmente i vini, dal Ramandolo alla Ribolla - sui quali ho però preferito soprassedere, date le birre già bevute in precedenza -, i biscotti, le confetture, prodotti da forno ed altre sfiziosità, tra cui uno snack proprio tipicamente friulano: i mini-frico, sorta di "sostituto" di patatine o nachos, fatti però con una crosticina croccante ottenuta dal mix di formaggi Montasio usata per preparare il celebre piatto che ha spadroneggiato anche a New York grazie allo chef di Aviano Luca Manfè.In quanto a questi ultimi in particolare, però, mi sento di specificare che hanno una controindicazione: attenti, danno una forte dipendenza....
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
Visualizzazione post con etichetta frico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta frico. Mostra tutti i post
martedì 1 aprile 2014
Cucinare, parte quinta: La patrie dal Friûl
Etichette:
caffè,
cioccolato,
cucinare,
dolce dell'alpino,
dolce di gemona,
frico,
Gemona,
grappa,
mandorle,
mele,
nocciole,
Pordenone,
ramandolo,
ribolla,
tipico friulano
mercoledì 19 febbraio 2014
Una birra tra gli stucchi
Come già ho avuto modo di osservare più volte, Udine, pur essendo più conosciuta - insieme al resto del Friuli - per il vino, è una cittadina assai interessante anche per gli amanti della birra: opinione confortata lunedì scorso, quando è sceso in città direttamente da Forgaria il buon Severino Garlatti Costa per una degustazione delle sue birre.
Una nota a parte "preventiva", per così dire, la merita però il locale in cui si è tenuta, il Caffè al Portello di piazza San Giacomo. L'attuale gestore, Luca Lombardo, ha infatti avuto l'idea di unire - sapientemente, senza scadere nel kitsch o nel pacchiano - antico e moderno, da un lato facendo restaurare gli stucchi del soffitto, e dall'altro aggiungendovi qualche dettaglio "contemporaneo": luci a led che illuminano di luce calda le decorazioni, divanetti di design, e una sorta di curiose ampolle di vetro di Murano sopra il bancone. Una cornice piacevole per le aperitivi e degustazioni, che infatti Luca organizza spesso, soprattutto di vini; ma anche appunto di birre - è stato il primo a lanciare l'"aperitivo di birra" a Udine -, come quella di lunedì scorso. Insomma, anche il luogo era indovinato, e se passate da Udine suggerisco una tappa.
A dire il vero conoscevo già due delle quattro birre proposte (la Liquidambra e la Lupus, di cui avevo già scritto in questo post), ma le altre due erano nuove, e quindi i buoni motivi per andare erano più che sufficienti. Dopo un'interessante e dotta dissertazione sulla produzione della birra - ho pure preso appunti, lo confesso - Severino ha iniziato col farci assaggiare la Opalita, una birra di frumento e segale con leggera speziatura,
ispirata alle blanche (infatti fa 5 gradi). Già all'aroma si sente che la particolarità è appunto la segale, un'innovazione del buon Garlatti Costa, legata alle coltivazioni che ci sono sul territorio; ma fa comunque il suo - più al gusto, però - anche l'aromatizzazione al bergamotto, che il mastro birraio ha detto di aver scelto in quanto altro tipico italiano. Il corpo è decisamente leggero, anche perché, come ha spiegato lo stesso Severino, sia le le spezie che il luppolo sono usati con parsimonia, così da non risultare
troppo prevaricanti: il che la rende dissetante e adatta agli abbinamenti con cibi leggeri, come i formaggi spalmabili, il Montasio
fresco, il pesce, e le carni bianche. A dire il vero l'abbinamento proposto da Luca proprio leggero non era, però il Montasio c'entrava: frico di patate e polenta, una delle specialità locali. In tutto e per tutto, comunque, nota di merito alla segale: l'ho trovato un cereale decisamente indovinato, almeno in questo tipo di birra, che per certi versi mi ha ricordato il farro della Freya di cui avevo scritto in questo post.
Siamo poi passati alla Lupus, che Severino ha raccontato di aver battezzato a questo modo in riferimento al luppolo, chiamato così in latino perché aggredisce le altre piante. 6 gradi, ispirata alle blonde belghe ma con una luppolatura più marcata, che si abbina però ad una pura maltatura d'orzo altrettanto decisa: insomma, un amalgama di aromi - in cui mi è sembrato di riconoscere una speziatura simile a quella dell'opalita - e di gusti. E qui Severino mi ha spiegato il perché della persistenza amara che arriva molto in ritardo nelle birre di questo genere: non ci avevo mai pensato, ma è dovuta appunto all'equilibrio con il malto, che tende a coprire fino all'ultimo l'amaro del luppolo, lasciandolo come sorpresa finale. Non si finisce mai di imparare. In quanto agli abbinamenti, qui il mastro suggerisce cibi più complessi: formaggi a breve o media stagionatura, primi piatti con condimenti semplici e fritture di pesce. In questo caso la scelta di Luca è caduta su wurstel e crauti: non male, ma spero di non dire un'eresia se affermo che li avrei visti meglio piuttosto con la birra successiva.
Che era appunto la Liquidambra: anche qui Severino ha svelato l'arcano del nome, preso da quello volgare dell'acero rosso, la cui foglia è infatti disegnata sulla
bottiglia. Un'ambrata di 7 gradi, più corposa - ma beverina, nonostante appaia inizialmente quasi caramellata sia all'aroma che al gusto, anche grazie all'equilibrio tra malto e luppolo di cui sopra che dà una certa persistenza amara. Appunto per questo si abbina bene a cibi più
saporiti come formaggi media stagionatura, carni rosse - i wurstel di maiale di prima - e pizze con farciture ricche. Luca aveva scelto di abbinarla invece a delle alette di
pollo
parecchio speziate (buonissime, se passate da Udine fatevele preparare dallo chef), che personalmente avrei invece visto andare a pennello con la Lupus; di opinione diversa è stato invece Enrico, che ha apprezzato come la Liquidambra "sgrassi" - e dato che la pelle se l'è pappata tutta lui, perché "è così buona, così croccante", si capisce che ne sentisse il bisogno. Ultima nota, ammetto di non aver colto il leggero agrumato dato dai luppoli americani di cui aveva parlato Severino: pazienza, vorrà dire che non ho il palato sufficientemente sensibile.
Dulcis in fundo la Orzobruno, una scura di 8 gradi, per la quale Severino ha raccontato di essersi ispirato alle brune belghe ma cercando degli aromi tostati più delicati, che virassero verso cacao frutta secca. In effetti l'aroma è quasi assente, e anche il corpo non è affatto impegnativo nonostante il gado. Severino suggeriva di abbinarla a cacciagione, formaggi erborinati e dolci come il birramisù, il tiramisù alla birra - di cui aveva offerto un ottimo esempio lo chef Simone Bertaggia, descritto in questo post. In effetti la persistenza di caffè chiedeva prepotentemente un vezzo di questo genere, che però non è stato servito (vabbè, a onor del vero già al Portello avevano sfornato tre piatti, sarebbe stato pretendere troppo): ahò, Luca, quand'è che ce lo prepari?


Siamo poi passati alla Lupus, che Severino ha raccontato di aver battezzato a questo modo in riferimento al luppolo, chiamato così in latino perché aggredisce le altre piante. 6 gradi, ispirata alle blonde belghe ma con una luppolatura più marcata, che si abbina però ad una pura maltatura d'orzo altrettanto decisa: insomma, un amalgama di aromi - in cui mi è sembrato di riconoscere una speziatura simile a quella dell'opalita - e di gusti. E qui Severino mi ha spiegato il perché della persistenza amara che arriva molto in ritardo nelle birre di questo genere: non ci avevo mai pensato, ma è dovuta appunto all'equilibrio con il malto, che tende a coprire fino all'ultimo l'amaro del luppolo, lasciandolo come sorpresa finale. Non si finisce mai di imparare. In quanto agli abbinamenti, qui il mastro suggerisce cibi più complessi: formaggi a breve o media stagionatura, primi piatti con condimenti semplici e fritture di pesce. In questo caso la scelta di Luca è caduta su wurstel e crauti: non male, ma spero di non dire un'eresia se affermo che li avrei visti meglio piuttosto con la birra successiva.

Dulcis in fundo la Orzobruno, una scura di 8 gradi, per la quale Severino ha raccontato di essersi ispirato alle brune belghe ma cercando degli aromi tostati più delicati, che virassero verso cacao frutta secca. In effetti l'aroma è quasi assente, e anche il corpo non è affatto impegnativo nonostante il gado. Severino suggeriva di abbinarla a cacciagione, formaggi erborinati e dolci come il birramisù, il tiramisù alla birra - di cui aveva offerto un ottimo esempio lo chef Simone Bertaggia, descritto in questo post. In effetti la persistenza di caffè chiedeva prepotentemente un vezzo di questo genere, che però non è stato servito (vabbè, a onor del vero già al Portello avevano sfornato tre piatti, sarebbe stato pretendere troppo): ahò, Luca, quand'è che ce lo prepari?
Etichette:
alette,
birra,
birramisù,
birrificio artigianale,
Caffè al Portello,
crauti,
Forgaria,
frico,
garlatti costa,
Liquidambra,
Luca Lombardo,
Lupus,
Opalita,
Orzobruno,
pollo,
Udine,
wurstel
giovedì 19 settembre 2013
Friulidoc, parte quinta: frico, Porter, e Frizzi-Comini-Tonazzi
Dato che ormai sono ben avviata verso la "furlanizzazione" completa, non mi rimaneva che l'ultimo, definitivo passaggio: il frico, il piatto tipico per eccellenza, recentemente salito agli onori della cronaca anche negli Stati Uniti con la vittoria a Masterchef del cuoco di Aviano Luca Manfè proprio con questa ricetta (già mi vedo la McDonald's sostitire gli hamburger con dischi di frico all'interno dei panini, lanciando il McFrico sul mercato a stelle e strisce). Secondo i cultori della materia, il frico è quello di Carpacco, paese celebre appunto per la Sagre dal Frico: e così, nella serata finale di Friulidoc, non potevo non cenare al tendone in questione.
Lì, oltre alle prelibatezze gastronomiche, ci si poteva godere anche lo spettacolo: dietro al banco, infatti, era ordinatamente disposta una serie di spadellatori che miscelava con sapienza patate, cipolle e Montasio. Girava poi con ammirevole abilità il tutto a mo' di frittata una volta che si era formata quella crosticina che, ad opinione degli esperti, consente di mantenere un "cuore" morbido e distingue un frico ben fatto da uno da dilettanti. Ovviamente non mancava la piastra per abbrustolire la polenta, senza la quale il frico perde gran parte della sua ragion d'essere.
Un po' timorosa per la digestione - non si può certo dire che sia un piatto leggero -, ho quindi affrontato il frico di Carpacco: in effetti la famosa crosticina era notevole, così come l'interno ben cremoso - ma ad una temperatura da altoforno, occhio alla lingua. Non me ne vogliano i puristi del frico, né gli amici di Carpacco, se dico che - a livello di puro gusto personale - ho preferito quello di Godia, in cui ovviamente spiccano di più le patate: ma si sa che di ricette del frico e di opinioni su quale sia la regola aurea delle porporzioni tra gli ingredienti ne esistono tante quante i friulani, e quindi credo - e spero - di non aver offeso nessuno. Ad ogni modo poi così male non era se al povero Enrico, fiducioso e speranzoso nel fatto che non sarei arrivata in fondo alla generosa porzione, è rimasto poco e niente.
Altro spettacolo a cui abbiamo assistito sotto il tendone è stata l'esibizione del trio Frizzi-Comini-Tonazzi, che ho finalmente avuto il piacere di sentire dal vivo dopo tanto tempo passato a sbellicarsi ascoltando le loro canzoni: una girandola di risate tra Idraulico e la celeberrima Viva il maiale, tanto che non riuscivo più a schiodare Enrico da lì. D'altronde, se sono sulla breccia da ormai quasi quarant'anni senza perdere un colpo, un motivo ci sarà, e vederli esibirsi con i loro strumenti è uno spettacolo nello spettacolo. Enrico, bontà sua, avrebbe voluto dedicarmi una canzone, Una storia triste; ma poi ha concluso con un "Meglio di no, va'". Effettivamente, avrei dovuto pormi qualche domanda di fronte al fatto che i nostri vicini di tavolo - tra cui un ex compagno di banco di Frizzi - continuavano a ridere davanti alle mie insistenze perché "Dai, mi piace, sarebbe una cosa davvero romantica!": e infatti ho poi scoperto che il ritornello di suddetta canzone dice "Perché non me la dai", versi assai imbarazzanti e poco romantici da farsi dedicare, nonché forieri di dubbi sulla felicità della nostra vita matrimoniale.
Per finire la serata in bellezza siamo passati di nuovo dallo stand di Foglie d'Erba; e lì per la prima volta abbiamo provato la Porter, una - appunto - porter dall'aroma e gusto di caffè così decisi che non sfigurerebbe affatto a fine pasto al posto del classico espresso. Che piaccia o meno, bisogna riconoscere che non ce n'è di uguali: e così una bottiglia è arrivata fin nel nostro frigorifero, a scopo di riserva energetica senza caffeina....
Lì, oltre alle prelibatezze gastronomiche, ci si poteva godere anche lo spettacolo: dietro al banco, infatti, era ordinatamente disposta una serie di spadellatori che miscelava con sapienza patate, cipolle e Montasio. Girava poi con ammirevole abilità il tutto a mo' di frittata una volta che si era formata quella crosticina che, ad opinione degli esperti, consente di mantenere un "cuore" morbido e distingue un frico ben fatto da uno da dilettanti. Ovviamente non mancava la piastra per abbrustolire la polenta, senza la quale il frico perde gran parte della sua ragion d'essere.
Un po' timorosa per la digestione - non si può certo dire che sia un piatto leggero -, ho quindi affrontato il frico di Carpacco: in effetti la famosa crosticina era notevole, così come l'interno ben cremoso - ma ad una temperatura da altoforno, occhio alla lingua. Non me ne vogliano i puristi del frico, né gli amici di Carpacco, se dico che - a livello di puro gusto personale - ho preferito quello di Godia, in cui ovviamente spiccano di più le patate: ma si sa che di ricette del frico e di opinioni su quale sia la regola aurea delle porporzioni tra gli ingredienti ne esistono tante quante i friulani, e quindi credo - e spero - di non aver offeso nessuno. Ad ogni modo poi così male non era se al povero Enrico, fiducioso e speranzoso nel fatto che non sarei arrivata in fondo alla generosa porzione, è rimasto poco e niente.
Altro spettacolo a cui abbiamo assistito sotto il tendone è stata l'esibizione del trio Frizzi-Comini-Tonazzi, che ho finalmente avuto il piacere di sentire dal vivo dopo tanto tempo passato a sbellicarsi ascoltando le loro canzoni: una girandola di risate tra Idraulico e la celeberrima Viva il maiale, tanto che non riuscivo più a schiodare Enrico da lì. D'altronde, se sono sulla breccia da ormai quasi quarant'anni senza perdere un colpo, un motivo ci sarà, e vederli esibirsi con i loro strumenti è uno spettacolo nello spettacolo. Enrico, bontà sua, avrebbe voluto dedicarmi una canzone, Una storia triste; ma poi ha concluso con un "Meglio di no, va'". Effettivamente, avrei dovuto pormi qualche domanda di fronte al fatto che i nostri vicini di tavolo - tra cui un ex compagno di banco di Frizzi - continuavano a ridere davanti alle mie insistenze perché "Dai, mi piace, sarebbe una cosa davvero romantica!": e infatti ho poi scoperto che il ritornello di suddetta canzone dice "Perché non me la dai", versi assai imbarazzanti e poco romantici da farsi dedicare, nonché forieri di dubbi sulla felicità della nostra vita matrimoniale.
Per finire la serata in bellezza siamo passati di nuovo dallo stand di Foglie d'Erba; e lì per la prima volta abbiamo provato la Porter, una - appunto - porter dall'aroma e gusto di caffè così decisi che non sfigurerebbe affatto a fine pasto al posto del classico espresso. Che piaccia o meno, bisogna riconoscere che non ce n'è di uguali: e così una bottiglia è arrivata fin nel nostro frigorifero, a scopo di riserva energetica senza caffeina....
sabato 31 agosto 2013
Zahre e patate

Arrivati al tendone, la coda alla cassa per i ticket è stata sorprendentemente corta: ohibò, vuoi vedere che stasera siamo fortunati? Pia illusione: dopo essersi procurati il biglietto dell'ordinazione, ciascun piatto va ritirato al relativo stand, facendo una coda per ognuno di questi - consigliabile essere in gruppo, così ci si divide - staccando il bigliettino come dal salumiere. E qui ho rischiato l'infarto: per gli gnocchi il responso della macchinetta sputanumeri è stato 945, mentre stavano servendo il numero 801. Se non fosse stato per un'anima pia che aveva ritirato un numero in più e mi ha offerto un 871, probabilmente avrei mangiato dopo mezzanotte. Meglio è andata ad Enrico che, per procacciarsi lo stinco al forno e il frico, ha dovuto attendere "solo" una trentina di turni. A onor del vero, c'è da dire che gli inservienti - l'intero paese: in un borgo così piccolo si mobilitano tutti quanti, ed è anche questo il bello - sono lodevolmente veloci, e davvero si fanno in quattro per i clienti.
Ad ogni modo, i piatti sono valsi l'attesa: la generosa porzione di gnocchi al sugo di capriolo ha fatto la felicità di Enrico, che - parametrando qualsiasi piatto a quelli che cucina sua madre - ha garantito che erano davvero buoni, gustosi e morbidissimi. Si vabbè, li ho assaggiati: confermo che erano speciali, ma mi manca il termine di confronto... A fare la felicità mia è invece stato il morbidissimo stinco, ben cotto, saporito e non troppo grasso: e se io lodo la carne di maiale, che tendenzialmente non apprezzo, vuol dire che davvero c'è qualcosa di strano. Ma ancor di più mi hanno soddisfatta le patate al cartoccio, che ancora con la buccia e senza alcun condimento consentono di apprezzare davvero fino in fondo la particolarità della varietà di patate coltivata qui. Ovviamente Enrico non si è fatto mancare il frico, anche questo croccante al punto giusto e non troppo unto, come a volte capita di trovare.
A coronamento del tutto, però, - insieme ad una band divertentissima oltre che molto brava, i Gone with the swing - stava la birra di Sauris: ebbene sì, anche qui, pur non accostata allo speck. Devo ammettere che abbinare la rossa allo stinco non è stata una grande idea, non tanto perché i gusti non si accompagnino - anche se col maiale è meglio l'affumicata -, quanto perché questo non mi ha permesso di apprezzarla fino in fondo. E così ha avuto buon gioco il diavoletto tentatore che me ne ha offerta un'altra dopo cena, procurandomi sogni a colori durante la notte: ma almeno una volta al mese lo stravizio si può fare, e ormai siamo al 31 di agosto...
mercoledì 14 agosto 2013
La Villacher ritrovata
Dopo la gita a Villach, che ho raccontato nel post "Ein Prosit", la voglia di riassaggiare la Villacher mi era rimasta. L'occasione si è presentata ieri, alla festa di Vernasso nelle valli del Natisone: molto più che una semplice sagra di paese, perché oltre agli usuali stand enogastronomici e affini comprende una lunga serie di manifestazioni e gare sportive - dal podismo alla mountain bike -, musica per tutti i gusti - con tanto di scuola di ballo caraibico gratuita - in una sei giorni di festa nella suggestiva cornice delle rive del Natisone, dove è anche possibile campeggiare. Insomma, ci siamo detti che valeva la pena fare un giro: così abbiamo scelto la serata conclusiva, con l'immancabile tombola e fuochi artificiali.
Bisogna dire che la nostra spedizione nelle valli non è iniziata sotto i migliori auspici, perché dopo settimane e settimane di siccità, proprio ieri sera il cielo ha ascoltato le unanimi preghiere del popolo accaldato ed è arrivata la pioggia: meno male che - come auspicabile in simili manifestazioni - era stato montato un ampio tendone sotto cui rifugiarsi, ma la serata ha perso buona parte della sua poesia naturalistica dovendo stare rintanati lì sotto.
Ciò che invece non ha assolutamente perso di poesia è stato il lato enogastronomico: al di là dell'ottima grigliata e del frico (non furlanofoni, cliccate qui), che hanno fatto la felicità del consorte - e anche la mia: per la prima volta ad una sagra ho trovato una coscia di pollo ben cotta e non unta -, la birra spinata ai chioschi era appunto la Villacher bionda. Per quanto nel mio precedente post avessi affermato che "Le Pils non sono il mio genere", devo dire che stavolta l'abbinamento col pollo alla griglia è stato una rivelazione: l'ha confermato il fatto che gli ultimi sorsi, bevuti quando ormai avevo finito di mangiare, non sono stati altrettanto apprezzati. Insomma, non sarà un tipico cibo austriaco, ma meglio così che con la Kirchtagssuppe, in barba ai puristi.
Chiaramente, dato che ci trovavamo nelle valli del Natisone, era d'obbligo la gubana: una sorta di focaccia ripiena di uvetta, mandorle, pinoli, noci, grappa (e la lista prosegue ancora a lungo...insomma, roba leggera) dalla preparazione così laboriosa che ancora oggi quella originale viene prodotta soltanto artigianalmente, nell'impossibilità di industrializzare un processo tanto complicato. A dire il vero, non ne vado pazza: ma dopo aver assaggiato quella fatta in casa al Carnevale di Rodda, che ancora oggi mi fa venire l'acquolina in bocca, ho deciso che valeva la pena di fare un altro tentativo. In realtà la tradizione vuole che la gubana venga bagnata con la grappa, per cui l'abbinamento con la birra non era proprio ortodosso (e ancor meno quello con l'aranciata, alla quale Enrico si è dovuto limitare per questioni di guida): ma non è stato male nemmeno così, e per quanto non si trattasse della miglior gubana mai sfornata da quelle parti - anche a detta dei locali, che hanno un più voce in capitolo di noi - non è stata una delusione.
La delusione invece, per gli amici che erano con noi, è stata la pesca di beneficenza: quindici biglietti e nemmeno uno vincente. Quando si dice "ritenta"...
Bisogna dire che la nostra spedizione nelle valli non è iniziata sotto i migliori auspici, perché dopo settimane e settimane di siccità, proprio ieri sera il cielo ha ascoltato le unanimi preghiere del popolo accaldato ed è arrivata la pioggia: meno male che - come auspicabile in simili manifestazioni - era stato montato un ampio tendone sotto cui rifugiarsi, ma la serata ha perso buona parte della sua poesia naturalistica dovendo stare rintanati lì sotto.
Ciò che invece non ha assolutamente perso di poesia è stato il lato enogastronomico: al di là dell'ottima grigliata e del frico (non furlanofoni, cliccate qui), che hanno fatto la felicità del consorte - e anche la mia: per la prima volta ad una sagra ho trovato una coscia di pollo ben cotta e non unta -, la birra spinata ai chioschi era appunto la Villacher bionda. Per quanto nel mio precedente post avessi affermato che "Le Pils non sono il mio genere", devo dire che stavolta l'abbinamento col pollo alla griglia è stato una rivelazione: l'ha confermato il fatto che gli ultimi sorsi, bevuti quando ormai avevo finito di mangiare, non sono stati altrettanto apprezzati. Insomma, non sarà un tipico cibo austriaco, ma meglio così che con la Kirchtagssuppe, in barba ai puristi.
Chiaramente, dato che ci trovavamo nelle valli del Natisone, era d'obbligo la gubana: una sorta di focaccia ripiena di uvetta, mandorle, pinoli, noci, grappa (e la lista prosegue ancora a lungo...insomma, roba leggera) dalla preparazione così laboriosa che ancora oggi quella originale viene prodotta soltanto artigianalmente, nell'impossibilità di industrializzare un processo tanto complicato. A dire il vero, non ne vado pazza: ma dopo aver assaggiato quella fatta in casa al Carnevale di Rodda, che ancora oggi mi fa venire l'acquolina in bocca, ho deciso che valeva la pena di fare un altro tentativo. In realtà la tradizione vuole che la gubana venga bagnata con la grappa, per cui l'abbinamento con la birra non era proprio ortodosso (e ancor meno quello con l'aranciata, alla quale Enrico si è dovuto limitare per questioni di guida): ma non è stato male nemmeno così, e per quanto non si trattasse della miglior gubana mai sfornata da quelle parti - anche a detta dei locali, che hanno un più voce in capitolo di noi - non è stata una delusione.
La delusione invece, per gli amici che erano con noi, è stata la pesca di beneficenza: quindici biglietti e nemmeno uno vincente. Quando si dice "ritenta"...
Iscriviti a:
Post (Atom)