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sabato 29 settembre 2018

Un giro a Gusti di Frontiera

Come ogni anno non ho mancato il tour goriziano a Gusti di Frontiera, che, al di là delle presenze ormai consolidate, offre sempre qualche nuova conoscenza. La prima in ordine di tempo è stato l'aretino microbirrificio Bifrons, dove mi ha accolta il giovane mastro birraio Filippo, che ha raccolto dal padre il testimone della passione per l'homebrewing prima e per l'attività imprenditoriale poi. La produzione rimane molto limitata, un centinaio di ettolitri l'anno e distribuita perlopiù localmente tramite un vicino pub; quest'anno Bifrons è comunque arrivato anche a Gorizia, con sei birre alla spina a copertura di una rosa variegata di stili - helles, weizen, ipa, stout, English pale ale e Scotch ale. Su suggerimento di Filippo stesso ho provato la Scotch ale Kilt: aroma quasi vinoso con note acidule inizialmente, che hanno lasciato poi spazio al tostato con qualche nota torbata; corpo snello per lo stile, pur mantenendo i toni tra il caramellato e il biscottato; prima di un finale con una leggera punta di speziato e una persistenza dolce discretamente lunga, con tenui note alcoliche. Ho poi assaggiato anche la ipa, su richiesta di Filippo stesso che intende aggiustare la ricetta per equilibrare meglio il cereale del corpo col taglio amaro finale: senza dubbio ho apprezzato questo suo mettersi in gioco, cercare di affinare le ricette, e del resto si sente anche nelle sue birre che sta lavorando per "aggiustare" il tiro. Sarei decisamente curiosa di incontrarlo di nuovo l'anno prossimo, per vedere - anzi, assaggiare - dove ha portato questo lavoro di affinamento.

Seconda nuova conoscenza è stato Furlan Beer, beerfirm capitanata da Emanuele Tavano che lavora (e si appoggia per le cotte) al birrificio trevigiano Morgana. Come il nome stesso fa intuire, Emanuele è di friulano - di Sclaunicco per la precisione (se proprio siete curiosi, Google Maps sa dov'è. Io no, ammetto la mia crassa ignoranza, so solo che è da qualche parte a sud ovest di Udine) e produce con materie prime friulane - orzo da Villa Chazil o dalla rete Asprom, mentre coltiva da sé, nell'azienda agricola di famiglia che nei suoi progetti sarà in futuro sede di un suo birrificio, alcune varietà di luppolo. Al momento ha due birre a disposizione: una ale chiara aromatizzata alla camomilla e coriandolo e una rossa con il 30% di grani antichi anch'essi coltivati in Friuli, nella fattispecie diverse varietà di frumento, più avena in grani. Ammetto di aver trovato la prima quasi eccessiva sul fronte dell'aromatizzazione, che pur morbida finisce per sovrastare un corpo decisamente esile; assai più interessante la seconda, in cui Emanuele ha saputo unire in maniera equilibrata il biscotto all'aroma ed amaro delicato in chiusura delle Vienna - a cui si è ispirato, pur usando in malto Vienna in alta fermentazione - e le note di caramello e di grano al palato - con una rotondità data anche dall'avena.

Tornando invece ai birrifici già noti, al mio ultimo giro in casa The Lure mi era rimasta da provare la Simple Mint, una golden ale con menta e sambuco ispirata al noto cocktail Hugo. Al naso spicca soprattutto la menta, che al palato se la gioca comunque in buon equilibrio con la componente dolce del cereale e del sambuco; in un corpo estremamente esile e scorrevole, pur non evanescente. La menta ritorna poi sul finale, che rimane fresco e balsamico. Da bere senza troppi pensieri nelle giornate calde.

Da ultima, ma non per importanza, la mia sosta al Birrificio di Meni - acoclta come sempre con calore, nonché con un bicchiere, da Domenico e Giovanni - che mi hanno fatto provare la ale ambrata Runcis in versione barricata. Due mesi in botti di rovere "pulite", al naso note leggere di legno, insieme a quelle di caramello e frutti rossi. Corpo snello che non dimostra i suoi sette gradi, solo sul finale arriva un po' di calore, tuttavia molto fugace data la buona attenuazione. Persistono leggeri toni dolci, ma non stucchevoli. Una buona "entry level" per chi non avesse mai provato una barricata, nella misura in cui rimane delicata nel complesso.

Un grazie a tutti coloro che mi hanno accolta agli stand.


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martedì 5 settembre 2017

Così passa la gloria del mondo

Già, per quanto il latino a scuola non mi sia mai dispiaciuto, "Sic transit gloria mundi" mi sembrava un po' troppo altisonante come titolo di un post; ad ogni modo, è proprio a questo celebre detto che si rifà Gloria Mundi, beerfirm (si appoggiano a Collesi) di Serrungarina (Pesaro-Urbino). Il marchio è sul mercato da un anno e mezzo; ma, mi ha spiegato Margherita, responsabile marketing e comunicazione, il processo di elaborazione delle ricette e di scelta dello stabilimento a cui affidarsi per la produzione era partito già tempo prima. Forte dell'apporto di un mastro birraio dal Belgio, è appunto quella belga l'impronta scelta da Gloria Mundi per le sue birre - una bionda riconducibile alle tripel, e una rossa che si rifà alle dubbel; il tutto "condito" da una storia, in parte reale e in parte romanzata (almeno così mi ha spiegato Margherita) su come tal visconte Edoardo di Montebello, messosi in viaggio verso l'odierna Vallonia dopo aver visto i soldati dell'esercito del Barbarossa bere un "elisir dorato", abbia riportato in patria la ricetta e terminato il racconto di questa sua avventura con la frase "sic transit gloria mundi", in una lettera ad un amico.

Volentieri ho quindi colto l'invito ad assaggiarle, tanto più che la Rossa e la Bionda hanno vinto rispettivamente l'oro e l'argento italiano per la propria categoria al World Beer Awards 2017 (in entrambi i casi, giova notare, dietro a Collesi: Country Winner con la sua Triplo Malto e con la sua Rossa). Dovendola abbinare ad una cena di carne alla griglia, sono capitata per prima sulla rossa: una dubbel belga "da manuale", aromi dalla frutta matura, alla frutta secca e sotto spirito, alle spezie, al caramello, con qualche leggera tipica nota di lievito belga, aromi che evolvono con la temperatura. Molto calda, piena e dolce in bocca, qualche remiscenza quasi di brandy, finale caldo, dolce con una punta alcolica abbastanza persistente. Una classica belga appunto, tra le dubbel brune e le birre d'abbazia, senza particolari fronzoli né reintepretazioni ma pienamente aderente allo stile e fatta secondo i canoni (sotto questo profilo, non mi stupisce che sia stata apprezzata dai giudici al concorso).

Simile il discorso per la Bionda, stappata un paio di sere dopo (questa dopo pasto, accompagnandola semplicemente con della frutta secca). Anche in questo caso una tripel "da manuale": aromi di frutta matura, spezie, leggero fenolico da lievito ma nei limiti; corpo sì pieno, dolce e maltato ma relativamente snello per lo stile, rendendola discretamente beverina in rapporto al grado alcolico. Anche qui chiusura calda e dolce con qualche lieve nota liquorosa. Personalmente l'ho trovata meno caratterizzata della rossa, però come già detto vale lo stesso discorso: una birra fatta rigorosamente secondo i canoni, senz'altro atta a farsi apprezzare in un contesto come quello di un concorso. Certo potrebbe essere rivolta l'osservazione che birre fatte così "da manuale" (e non è certo solo il caso di Gloria Mundi) mancano di personalità, intesa come sorta di "tocco di riconoscibilità" rispetto ad altre dello stesso stile; è però altrettanto vero che l'intenzione dichiarata è appunto quella di rifarsi al modello belga in maniera fedele, per cui il risultato è coerente con il proposito.

Detto ciò, Friulidoc si avvicina, rimanete sintonizzati...

martedì 3 maggio 2016

Una serata al Cooper's

Da tempo mi era stato consigliato di farmi un giro al Cooper's di Usago (Pordenone), brewpub che serve la birra Praforte: e l'occasione si è presentata qualche giorno fa, dato che la cosa avrebbe implicato una deviazione relativamente breve sulla via di casa (che poi, quando è per bere una buona birra, la deviazione è sempre "relativamente" breve).

Il locale è ampio e accogliente, con tre sale arredate in maniera diversa - dalla sala Vichinga alla sala Van Gogh -, attorno al "fulcro concettuale" del grande bancone centrale; e il birrificio è una sala attigua, visibile attraverso le vetrate. Dopo che ci era stata servita la cena - un piatto locale, la "Balota", una "palla" di polenta ripiena di formaggio asìn e spolverata di ricotta - abbiamo avuto modo di fare una piacevole chiacchierata con il proprietario - nonché agricoltore (il mais biologico per la polenta viene dai suoi campi) e mastro birraio - Walter Magris, davanti a due delle quattro birre in produzione - la bionda e la rossa (ci sono rimaste da assaggiare la nera e la Alpina, versione più leggera e luppolata della bionda).

La discussione è partita dalla mia impressione della bionda: mentre la rossa - una Vienna - mi era apparsa pienamente rispondente a ciò che mi sarei aspettata, con il caramello della maltatura bilanciato da un amaro secco e netto ma non invasivo sul finale, la bionda mi aveva invece stupita. Descritta come una helles, con un delicato aroma tra il mielato del malto e il floreale del luppolo, al corpo rivela una pienezza inaspettata, con il cereale che fa uscire tutta la sua componente di pane fragrante e miele. L'insieme mantiene una buona rotondità ed un equilibrio finale, con una chiusura morbida e pulita in cui la componente dolce e quella amara si "annullano" bilanciandosi. Ho quindi concluso che, se la rossa è sì ben fatta, ma non "unica", la bionda invece porta un "marchio di fabbrica" del Cooper's, che ho apprezzato per la maniera in cui il mastro birraio ha saputo caratterizzare il corpo dipingendo allo stesso tempo un quadro finale senza sbavature.

Da qui è quindi partito il racconto di Walter sucome gli piaccia lavorare in assoluta libertà, senza pensare troppo allo stile di riferimento: del resto, sedici anni di onorata attività di brewpub (e venti di apertura del locale) gli hanno dato il tempo di affinare le ricette, nonché l'esperienza per andare anche al di là delle regole se ritiene di farlo. Vent'anni di progressi lenti e costanti dell'attività, tra locale, birrificio e azienda agricola: per ora Walter ha ritenuto di non fare il passo dell'agribirrificio, in futuro si vedrà.


L'impressione che mi ha lasciato la chiacchierata con lui è quella di un "artista solitario" (non perché scontroso, ma perché ama fare da sé e suo modo), che nella sua casa di campagna porta avanti la sua opera secondo le sue idee, senza preoccuparsi troppo di opinioni esterne, marketing e affini. Del resto è fedele alla filosofia del brewpub: per cui punta ad un prodotto pensato per essere gustato al meglio lì direttamente dai suoi tank e davanti a un buon piatto di prodotti locali, più che alla commercializzazione in altri luoghi - magari distanti, con tutto ciò che questo implica per le basse fermentazioni (la nera è l'unica ad alta). Devo ammettere peraltro che anche il quadro bucolico, nel mezzo della campagna, aiuta a godere una buona birra (specie in una sera di primavera o d'estate): per cui come dar torto a Walter nell'invitare a degustarla lì...

lunedì 18 gennaio 2016

Una visita in quel del Jeb

Ho approfittato del fine settimana per cogliere l'invito di Chiara Baù - pioniera delle quote rosa nel settore con l'apertura del microbirrificio Jeb nel 2008 (per chi volesse approfondire, suggerisco questo intereressante articolo di Nonsolobirra.net) - a farle visita in quel di Zegna, frazione di Trivero (Biella), posizionata in un punto panoramicamente strategico - con vista sul Monte Rosa a Nord, e Appennino e Alpi liguri a sud. Temevo ormai di essermi persa, complici le bellezze del luogo che distraggono l'attenzione dalle indicazioni del navigatore, quando due furgoni "griffati" e un cartello ben visibile mi hanno confermato che ero arrivata alla meta.

All'esterno ad accogliere i visitatori c'è un gazebo ispirato all'Osteria senz'oste, idea nata nel valdobbiadenese, in cui è possibile servirsi direttamente dal frigorifero lasciando il relativo importo in una cassetta - tutto è già scontrinato, non c'è spazio per i dubbi sull'importo. Un rischio d'impresa e una fiducia nei clienti che pare comunque essere stato premiato dato che, a quanto mi ha riferito Chiara stessa, gli episodi "spiacevoli" - definiamoli così - sono stati pochi, e il giro di persone che in tutta onestà approfitta di questa opportunità è buono.

Lo spazio degustazione interno è allestito con gusto, nonché con bottiglie della casa - c'è anche la versione da due litri, vuoto a rendere, anzi a ri-riempire - e gelatine alla birra e prodotti da forno realizzati da una pasticceria del luogo. L'attenzione ai prodotti locali è uno dei fili conduttori che si colgono durante la visita, e non solo perché la birra è prodotta con l'acqua della sorgente vicina.

Chiara ci ha infatti fatto assaggiare una selezione di ciò che lo spazio degustazione offre per accompagnare le birre, e devo dire che per gli appassionati di formaggi e salumi "veraci" non mancano le opzioni interessanti. Il tagliere che vedete nella foto comprende la caciotta di un'azienda agricola locale, due tipi di robiola - una di latte vaccino e una di capra - affinate nella cantina di Chiara, formaggio Macagn - una tipicità locale presidio Slow Food -, una bresaola e uno spallaccio di maiale al pepe, salame e pancetta. Il tutto degustabile sia da solo che infilato secondo diversi abbinamenti nelle miacce (che vedete nella foto sotto), sorta di piadine sottilissime e non lievitate (di cui esiste anche la versione dolce).

A questo punto si poneva un problema davvero arduo: scegliere la birra, perché tra sapori così diversi, trovarne una che vada bene per tutto è un'impresa. Le opzioni erano sostanzialmente due: andare su qualcosa di molto "generico" (passatemi il termine), come la Bionda e la Rossa - una Blonde ale di ispirazione belga e una English Red Ale, come i nomi stessi suggeriscono; nel qual caso avrei optato decisamente per la seconda, che si accompagna meglio della prima a formaggi e insaccati di questo genere -, oppure non curarsene affatto e scegliere la birra che più mi ispirava. Ho beceramente optato per questa seconda possibilità con la Saison n.5, una girandola di cardamomo e arancia che si impongono con decisione all'olfatto, per lasciare poi spazio ad un corpo relativamente esile in cui fa il suo ingresso una nota di frumento, e ritornare in piena forza nella chiusura intensa ma non troppo persistente. Come per tutte le speziate e le aromatizzate del Jeb - dalla Brulé, alla Maya, alla Stella -, la spezia o aromatizzazione che sia c'è e si deve ben sentire; il che, se da un lato ha la controindicazione di essere magari gradita solo agli appassionati di quei sapori, ha nel contempo il pregio di non superare la sottile linea rossa dell'eccesso. Anche nella Maja al miele di rododendro, pur nella mia personale preferenza per sapori meno dolci, riassaggiandola ho trovato la conferma che si tratta comunque di una birra che non definirei stucchevole.

La giornata si è conclusa, giusto per la cronaca, al ristorante La Barrique di Guardabosone - dove ho provato (e apprezzato) per la prima volta la Bagna Cauda, tipico piatto piemontese, insieme ad un tortino di peperoni - che tiene anche le birre Jeb: abbiamo così anche avuto modo di vedere un "sistema valle" che, dal birrificio al B&B, funziona in maniera coordinata per accogliere i visitatori. E qui aggiungo un'ultima nota di ringraziamento a Chiara per l'ottima accoglienza e ospitalità, che ha decisamente scaldato l'anima (e il corpo, viste le temperature non propriamente miti) dopo il lungo viaggio fino a lì.

sabato 3 maggio 2014

A tutta birra, parte prima: il fascino della volgarità

Fino a questa sera, appuntamento imperdibile per gli amanti della birra in quel di Udine è "A tutta birra", che occupa ben tre padiglioni della fiera. In realtà, non la definirei una fiera nel senso classico del termine, ossia un momento di incontro tra operatori del settore: più che altro un'occasione per i birrifici di distribuire generosamente le loro creazioni agli appassionati, in un tripudio di spine, fusti e bottiglie. Un appuntamento estremamente informale insomma, in cui ho peraltro ritrovato parecchi amici - da Tazebao, a Zahre, a Baracca Beer.

Nuova conoscenza è invece stato il birrificio Ottur di Salgareda (Treviso), nome che può risultare piuttosto misterioso finché non se ne vede il logo, in cui la r finale è rovesciata a specchio: chiaro invito a leggere la parola al contrario, che si svela così essere "rutto". "Perché la birra è una cosa semplice, da bene in compagnia, senza pretese né galateo - ha sentenziato il birraio Federico -. E soprattutto in gran quantità, senza doverci pensare". Anche lui, mi sono detta, è della stessa scuola di pensiero di Gino Peressutti di Foglie d'Erba. Tenendo conto che di formazione è sommelier - oltre che istruttore di scuola guida di professione, il che potrebbe porsi in serio conflitto di interessi con l'attività di birraio - si capisce perché, come lui stesso ha ammesso, abbia preferito darsi ad un mondo con meno lustrini.

Non a caso la linea di birre che escono dai loro due fermentatori - per ora piccoli, appena un centinaio di litri l'uno - è stata battezzata "Volgare": c'è la bianca, la rossa, la nera e la bionda, a cui si aggiunge - fuori catalogo, diciamo così - la ipa. Tutte quante, ha precisato Federico, "con una nota decisa di acidità: perché a me piace così, le trovo più bevibili".

In effetti l'acidità si pone come nota distintiva della bionda - una ale chiara che per il resto non ho in realtà trovato distinguersi particolarmente da altre dello stesso genere - e della bianca; questa sì invece merita una nota a parte, perché questa persistenza, sposandosi con l'aromatizzazione al coriandolo, ne fa una blanche indubbiamente diversa dalle altre. Insomma, l'ho apprezzata nonostante i miei preconcetti verso l'acido, come ho ammesso io stessa a Federico.

Assai curiosa poi la nera, in cui - acidità caratteristica a parte, che di solito non è presente nelle birre di questo genere - si distingue un certo aroma di oliva che Federico ha ammesso essere non intenzionale, ma "una sorpresa degli ingredienti". Ammetto che, non essendo un'appassionata di olive, non mi ha entusiasmata; però, se siete alla ricerca di aromi e sapori insoliti, indubbiamente fa al caso vostro. Meno luppolata rispetto alle altre dello stesso genere e soprattutto molto più beverina è poi la ipa, tanto che l'altro birraio, Zarko, completamente calvo, mi ha messa in guardia: "Attenta che è parecchio alcolica: io, prima di berla, avevo i capelli lunghi e biondi". Beh, almeno la collaudano: e se la bevono loro, è una garanzia...