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martedì 12 marzo 2019

Novità in quel di The Lure

Dopo aver pubblicato, per il Giornale della Birra, l'articolo sull'innovativo sistema per confezionare la birra in lattina del birrificio The Lure - che trovate qui - mi era venuta la curiosità di andare a vedere di persona; e così ho fatto un giro in quel di Redipuglia, per provare le ultime novità - e le lattine, naturalmente. Tra le birre disponibili alla spina, quelle che non avevo mai provato erano due - la Hop Revolution, definita come "India Pale Lager" (devo dire che ormai, tra Hoppy Lager e affini, la sperimentazione in questo campo è quantomai vivace), e la Amaretti, una brown ale con aggiunta in fermentazione di biscotti e liquore all'amaretto.


La prima, come del resto ci si aspetta da una birra di questo genere, è estremamente profumata, con una girandola di aromi perlopiù sul citrico, ma che coprono una gamma che va dalla frutta tropicale alla resina; prima di un corpo decisamente esile a beneficio di beverinità - fin troppo, a mio parere, avendolo trovato quasi sfuggevole nell'accostamento con un aroma tanto robusto - e di una chiusura netta e secca che ritorna su un amaro agrumato. Va detto che, al di là della mia personale opinione sull'esilità del corpo e sull'equilibrio complessivo delle componenti, si capisce che un gioco di questo genere era nelle intenzioni del birraio; e che rimane una birra che centra la volontà di essere fresca, gradevole e scorrevole, da bersi a litri.


Di tutt'altro genere, naturalmente, la Amaretti. Caramellata all'olfatto, robusta, calda e vellutata in bocca con note biscottate, esibisce un finale di un amaro netto che elimina il dolce precedente e invoglia al sorso successivo. Man mano c che si scalda naturalmente evolve, risultando man mano più calda e caramellata in bocca, ma senza arrivare ad evidenziare note alcoliche. Ammetto che il primo pensiero di fronte ad una birra all'amaretto era stato "ommioddio", invece devo dire che il risultato finale è di un apprezzabile equilibrio. Una birra all'amaretto, insomma, non un amaretto alla birra come in prima battuta avevo temuto (ma neanche troppo, conoscendo il birraio, che - memore della sua carriera da pianista - fa birra come un musicista prepara un pezzo: si lavora e si affina finché non è pulito e scorrevole, virtuosismi e bizzarrie compresi).

Da ultimo, nota di merito alle ragazze al banco per la loro disponibilità e per la buona spillatura.


E le lattine? Per ora ammetto di averne aperta soltanto una, quella della blanche Pink. Per quanto, specie per questo stile in cui la schiuma è componente ancor più rilevante di altri, la si apprezzi meglio servita a dovere alla spina, confermo - come anticipatomi da Lorenzo in occasione dell'articolo - di non aver trovato per il resto differenze rilevanti, né difetti nella conservazione che ne abbiano pregiudicato la freschezza. Un sistema per promuovere l'asporto che, a mio avviso, può quindi funzionare anche per piccole realtà e specialmente i brewpub.

lunedì 4 aprile 2016

Ultime evoluzioni in casa Sancolodi

Trovandomi dalle parti di Vicenza, non ho potuto mancare un passaggio da Sancolodi: del resto fermarmi da quelle parti è sempre per me un grande piacere, non solo per il buon cibo e la buona birra, ma anche per l'aria di famiglia che vi si respira. Roberto, Luca e Alessandro mi hanno accolta con il consueto calore, e soprattutto con le birre: e devo ammettere che, dato il carattere assai informale della serata, l'ordine in cui le abbiamo degustate è stato tale da far gridare all'eresia non dico un esperto, ma chiunque abbia un minimo di conoscenza in questo campo. Ma tant'è, le abbiamo comunque apprezzate; e a "pulire" la bocca tra una e l'altra ci ha pensato la pizza di Roberto, appositamente poco condita e leggera per andare ad influire il meno possibile sui sapori.

La prima della lista è stata la stout di casa Sancolodi nella nuova ricetta, a cui è stata eliminata l'avena e aggiunti i fiocchi d'orzo, nonché una buona dose di luppolo in amaro - stiamo parlando di una birra da 60 ibu. Ammetto che al naso mi aveva lasciata un attimo perplessa, perché a spiccare, invece della tradizionale rosa delle stout - tostato, caffè, cioccolato, liquirizia e affini - era invece la componente del luppolo, cosa che non appartiene allo stile; è bastato però avere un attimo di pazienza che la birra si scaldasse e raggiungesse la sua temperatuta ideale per renderle giustizia. Per quanto l'aroma non sia in ogni caso particolarmente pronunciato, la sorpresa arriva al primo sorso: particolarmente calda, quasi liquorosa, tanto da apparire più alcolica dei suoi sei gradi, con una lunga persistenza da liquore al caffè che non lascia tuttavia alcuna nota dolce. Ben presente e tenace anche la schiuma, che nonostante la grana non proprio sottilissima regge praticamente per tutta la bevuta, accompagnando - con il suo accentuare l'amaro - l'intera degustazione. Personalmente l'ho apprezzata più della precedente, in cui avevo colto dei residui di acidità da malto base. Una birra per gli amanti delle stout di buon corpo, ma che trovano da obiettare su quelle che indugiano troppo sulla componente dolce.

Il secondo step è stata la birra alle castagne, che avevo assaggiato solo nella versione della stagione scorsa (nella foto vedete un soddisfatto Roberto dietro al bicchiere). Sulla base della loro brown ale, i Sancolodi hanno aggiunto castagne lessate e arrostite. Sia all'aroma che in bocca le note di caldarrosta rimangono molto morbide e delicate - e via via più evidenti con la temperatura -, tanto da non sovrastare ma piuttosto accompagnare la base maltata, tra il biscotto e il caramello, della brown ale. Sul finale rimane moderatamente dolce ma non stucchevole, senza lunghe persistenze, coerentemente con la volontà di fare una birra "discreta" pur partendo dalla base di un sapore discretamente forte qual è quello delle castagne. Anche in questo caso, una versione più elegante e pulita della precedente, che presentava qualche spigolosità in più soprattutto al palato.


Da ultimo la brown ale, anche qui in nuova ricetta, monoluppolo northern brewer - un luppolo originario dell'Inghilterra, usato prevalentemente in amaro. La componente di amaro è infatti nettamente più accentuata rispetto alla versione precedente, pur senza perdere l'equilibrio dell'insieme, valorizzato da un finale ben pulito e secco - ben più della versione precedente, che strizzava maggiormente l'occhio alla componente caramellata del malto.  Non mi soffermo invece sulla lager helles, che è ormai una certezza ed è mantenuta tale, visti anche i riconoscimenti che sta ottenendo.

Non mi rimane che ringraziare ancora i Sancolodi per l'accoglienza e la piacevole serata in amicizia, oltre che per le birre, che ho trovato evolute in maniera interessante nella costante tensione a sperimentare - ed auspicabilmente migliorare - che caratterizza i tre fratelli. Ora rimane una kriek del 2014 da stappare, che a sentire Roberto promette bene: rimanete sintonizzati...