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venerdì 16 gennaio 2015

Una birra sulle rive del Danubio

Avendo già visitato con sommo piacere Praga e la Repubblica Ceca - come rendicontato in un post sulla capitale, uno sul suo festival della birra e uno su un piccolo birrificio artigianale di Zvikov - questa volta ho optato per Bratislava, capitale della Repubblica Slovacca adagiata sulle rive del celbre fiume. Certo non una città dal fascino turistico della sua omologa né dalle dimensioni altrettanto imponenti - meno di mezzo milione di abitanti -; ma tranquilla e piacevole, e meta da scoprire anche per gli amanti delle birre in quanto - sebbene quelle importate dalla Repubblica Ceca rappresentino una buona parte dell'offerta - non mancano nemmeno le produzioni locali e i brewpub (ristoranti che servono la birra da loro prodotta, ndr) di un certo interesse.

Il primo locale che ho visitato su consiglio di un amico, a onor del vero, non era propriamente "slovacco": trattasi dello Uisce Beatha - "acqua di vita" in gaelico, nome di un whisky irlandese - pub gestito appunto da un simpatico e socievole espatriato dalla terra di San Patrizio. Oltre all'ambiente pittoresco - una vecchia cantina con volte di mattoni rossi, arredata con autentici pezzi d'antiquariato - nota distintiva del locale è il listino stampato sulla bottiglia che si trova al centro di ogni tavolo; e per quanto riguarda le birre a rotazione, basta vedere il talloncino legato al collo della bottiglia. Il pub serve perlopiù birre ceche di marchio Primator, e quindi anche in questo senso non può definirsi del tutto espressione dello spirito locale; c'è però da dire che, se la lager bionda classica non si distingue all'interno del genere, la English Pale Ale offre un buon connubio tra il sapore di cereali tipico della tradizione ceca e l'amaro delicato del luppolo, e la stout con le sue marcate note di caffè probabilmente non fa rimpiangere a turisti ed espatriati irlandesi avventori del locale la loro birra nazionale.

La prima birra di produzione slovacca che ho provato è stata quindi la Zlatý Bažant (letteralmente "fagiano d'oro"), che mi era stata descritta come uno dei marchi più significativi dela Paese: anche qui però nel 1995 è arrivata la lunga mano del gruppo Heineken, che l'ha acquisita. Rimane comunque una delle bandiere nazionali in campo birrario; e pur trattandosi di una lager che ho trovato del tutto ordinaria, pur nelle sue varie declinazioni - la bionda da 10 e da 12 gradi plato e la scura - proprio questo suo essere abbastanza "neutra" la rende particolarmente versatile nell'accompagnare i piatti della tradizione locale - dalla zuppa di crauti e salsiccia a quella all'aglio servita in una pagnotta scavata, agli gnocchetti di patate "halusky" con il bryndza, tipico formaggio di pecora. Piatti che ho peraltro provato in un ristorante dal nome che è un programma, "Slovak pub"; dove, se capitate da quelle parti, vi suggerisco di affrontare una volta nella vita e poi mai più - magari documentandola con tanto di foto - l'impresa della tipica colazione del luogo: tre uova con cipolla, prosciutto, cetriolini e pane, accompagnati magari da una delle birre suddette. Se sopravvivete, siete pronti ad entrare nello spirito della città - per la cronaca, non ce l'ho fatta: il terzo uovo l'ho dovuto cedere a Enrico, abbandonando il campo di battaglia con disonore. Onore invece a lui, che di uova ne ha quindi affrontate quattro, non toccando più cibo fino a sera.

Per bere qualcosa di davvero "a km zero" mi sono così rivolta al Bratislavsky Mestiansky Pivovar - "birrificio cittadino di Bratislava -, un brewpub che considererei la chicca della mia trasferta: non solo i piatti offerti - dai bocconcini di pollo alla stout allo stinco di maiale - erano davvero notevoli, ma la birra prodotta nei sotterranei del locale mi ha colpita per il sapore di cereali maltati particolarmente deciso e del tutto peculiare, che pur nell'intensità del corpo lascia comunque la bocca pulita grazie ad una luppolatura ben calibrata. Oltre alla lager chiara che ho appena descritto il brewpub offre anche una scura: ho trovato però che quest'ultima avesse meno "personalità", perché, se la prima mira non solo all'eccellenza all'interno di un genere canonico ma anche a trovare una sua nota distintiva, la seconda rinuncia un po' all'unicità non distinguendosi molto da altre dello stesso tipo.

Per concludere, una città che, posto che amiate le pils, non è da disdegnare; magari facendovi guidare da qualcuno che sappia consigliarvi, non essendo l'offerta turistica e birraria pari a quella di altre capitali mitteleuropee come Praga o Vienna, ma avendo appunto per questo il pregio di essere meno "inflazionata" sotto il profilo del numero di visitatori.

mercoledì 11 giugno 2014

Alla corte di re Michal

Naturalmente la Repubblica Ceca non finisce a Praga, e non soltanto per gli amanti della birra: dalle terme di Carlovy Vary, ad autentici gioiellini come i castelli di Karlstejn o Cesky Krumlov, i luoghi da visitare certo non mancano. E appunto di un castello siamo andati a caccia io e Enrico, quello di Zivkov: dico a caccia perché questo posto da sogno adagiato sulle rive di un lago, che custodisce alcuni degli affreschi meglio conservati dell'intera Repubblica Ceca, si trova letteralmente nel mezzo del nulla, tanto che dopo kilometri e kilometri di campagna abbiamo finito per chiederci se non avessimo sbagliato strada (e in effetti era proprio così). Fortunatamente, parlando io in italiano e l'ignoto passante in ceco, siamo riusciti a raggiungere il castello: visita apprezzatissima, tanto più che è tenuto con una cura encomiabile, e il ragazzo all'ingresso ci ha accolti con un calore che metteva di buonumore.


A metterci di buonumore era però anche la prospettiva di alloggiare al Pivovarsky Dvur Zvikov: una birreria, ristorante e albergo, dove da vent'anni l'abile mastro birraio Michal offre agli ospiti le sue creazioni nella caratteristica sala in cui spiccano due vecchi bollitori in rame. La prima nota di colore la merita indubbiamente il personaggio: un omone in stile "gigante buono", che oltre a seguire la sua attività artigianale è anche direttore del birrificio Platan di Protivin. La sera rientra nel suo maniero, dove le spine sono collegate direttamente ai tank della zona produzione al piano inferiore - "per conservare meglio la birra", afferma - e chi vuole portarsi a casa un souvenir lo può fare in bottiglie di pet riempite al momento alle spine suddette - "mi raccomando, va bevuta entro venti giorni al massimo, perché non si conserva". Ho sorvolato sullo specificargli che era una raccomandazione del tutto superflua.

Perché in effetti le birre brassate al Pivovarski Dvur sono davvero dei pezzi unici, al di là dei gusti personali - che vengono comunque accontentati un po' tutti, data la varietà. Oltre alla Zlatà Labut' ("cigno dorato"), che di fatto non si discosta molto dalle classiche lager ceche dal corpo pieno e dalla persistenza di cereali, una vera particolarità è la Pale Ale, in cui le note amare del luppolo hanno una straordinaria evoluzione al variare della temperatura. Ad ingannarmi in pieno è stata la lager scura, che avrei giurato essere una stout date le note di tostato particolarmente piene; "No, no, questa è una stout", ha precisato Michal versandomene un'altra nonostante la mia faccia allibita. Venti gradi e non sentirli, per una birra che ricorda quasi un liquore alla liquirizia. Se la weizen, particolarmente dolce e dal corpo in cui ho colto note di mais, non mi ha entusiasmata, il meglio è arrivato alla fine: la 26° (gradi plato, non alcolici, anche se l'alcol si sente così tanto che glie ne avrei dati il doppio dei suoi 12), una scura invecchiata 14 mesi, che sprigiona aromi fruttati e note dolci e liquorose senza tralasciare una chiusura amara. Insomma, una specialità, che mi ha lasciata a bocca aperta.

La piacevole serata si è chiusa con una visita alla sala cotta al piano di sotto, e un invito alla giornata di raccolta del luppolo coltivato appena lì fuori, prevista per fine agosto. "Beh, c'è da lavorare, ma alla fine si brinda". E chi ne avrebbe mai dubitato.


mercoledì 4 giugno 2014

Cesky Pivnì Festival, dove la bibita verde non è acqua e menta

Nel sito lo descrivono come "L'Oktoberfest di Praga", dotato di tendone con 4500 posti a sedere, cibo e birra a volontà, e un palco su cui si sono alternate 45 band: ma dato che l'aver presenziato il celebre evento bavarese è una gravissima lacuna che purtroppo non sono ancora riuscita a colmare, non posso dire se i promotori del Cesky Pivnì Festival - o Festival ceco della birra, per i non indigeni - dicano il vero. Quel che è certo è che, qualunque cosa accada a Monaco ad ottobre, nemmeno quel che accade a Praga nelle ultime due settimane di maggio lascia a desiderare.

Tanto per cominciare, erano circa un centinaio i tipi di birra disponibili: inutile specificare che ce n'era davvero per tutti i gusti, per quanto con una nettissima predominanza delle tipiche lager ceche. Non fatevi ingannare, però: le interpretazioni sono così varie che non possono dirsi nemmeno parenti l'una dell'altra, e anzi, molte sono così corpose che le si potrebbe quasi prendere per belghe. Dato che i boccali erano solo da litro, abbiamo deciso di condividere, scegliendo peraltro abbastanza alla ceca - oops, cieca....scusate la gag: scelta che è caduta sulla Musketyr della Krusovice, una lager non filtrata, dal colore che vira quasi verso l'ambrato e una schiuma molto consistente. Il corpo è ben pieno e rende giustizia ai numerosi malti boemi e moravi pubblicizzati nella descrizione (che in realtà abbiamo visto solo a posteriori), e pur essendo piuttosto dolce è ben bilanciato dalla luppolatura decisa che chiude il sorso. Forse non troppo beverina, ma gradevole.


Ad attirare la nostra attenzione sono stati però dei bicchieri pieni di una bibita verde, che ci hanno fatto domandare come mai l'acqua e menta avesse diritto di cittadinanza ad un festival della birra. Ebbene, perché acqua e menta non era: trattasi della Zelene Pivo - appunto "birra verde" -, produzione del birrificio Starobrno nonché creazione speciale per la primavera del birrificio Malastrana. E' una lager chiara a cui Starobrno aggiunge una miscela - naturalmente segreta, sennò non c'è gusto - di erbe e un goccio di liquore, mentre Malastrana ottiene il tipico colore grazie alla clorofilla. Il risultato è comunque una birra dalle notevoli note erbacee - perdonate il gioco di parole - e dalla persistenza amara assai decisa, pur se diversa nell'uno e nell'altro caso. Insomma, le curiosità non mancavano.

Per chiudere, nota di merito e di encomio all'organizzazione: ciascun avventore viene dotato, al momento di pagare l'ingresso al festival, di una tessera magnetica tipo carta di credito, su cui caricare i propri "tol" - sorta di "gettoni", del valore di 45 corone l'uno. Al momento di ordinare qualcosa, la carta viene strisciata dai camerieri provvisti di palmare, e i "tol" sono automaticamente scalati dal credito disponibile. Niente contanti che girano, né resti da dare, tutto è molto più rapido. Se poi vi servissero altri "tol" lo stesso cameriere che vi prende l'ordinazione vi può anche ricaricare la carta, e se viceversa a fine serata ve ne fossero rimasti non avete che da farveli rimborsare alla cassa. Insomma, non saranno tedeschi, ma il senso dell'ordine e dell'efficienza ce l'hanno. Pienamente soddisfatti poi anche del cibo, nella fattispecie un goulasch che non aveva assolutamente nulla da invidiare a quello di un ristorante pur essendo stato servito sotto un tendone. Insomma, altro che le patatine fritte e una birra qualsiasi alle sagre...

venerdì 30 maggio 2014

La tigre dorata di Praga


Una delle cose che mi era rimasta in mente di Praga, visitata nel lontano 2006, era che la birra costava meno dell'acqua: motivo per cui mio fratello, allora appena quindicenne, aveva avuto licenza di dilettarsi con i boccali da mezzo, e io, che birra ancora non ne bevevo, avevo finito per spendere una fortuna. In questi anni, a quanto pare, la dinamica dei prezzi è rimasta la stessa – 30 corone, poco più di un euro, per mezzo litro di pils, contro le 75 per mezzo litro d'acqua – per cui ho concluso che valeva la pena portarci anche Enrico. Naturalmente mi sono fatta consigliare qualche locale dal buon Mirko Raguso, che lavorando per Interpivo conosce la capitale ceca come le sue tasche; così la prima sera non ho potuto resistere dall'iniziare da quello che viene considerato da molti il locale più caratteristico della città.

Trattasi di U Zlatého Tygra, “Alla tigre dorata”, a pochi passi dalla piazza centrale. Qui, giusto per iniziare bene, ancor prima che abbiate modo di ordinare qualcosa vi mettono in mano un boccale di Pilsner Urquell: d'altronde, se siete lì, è evidentemente per quello, quindi perché perdere tempo. Ogni bicchiere viene contrassegnato da una riga sul foglietto che il cameriere lascia sul tavolo, e alla fine si fanno i conti: credetemi che si vedevano in giro foglietti con una selva parecchio folta di strisce. Mi raccomando, non lasciate il bicchiere vuoto sul tavolo se ne avete avuto abbastanza: è il segnale che ne volete ancora e ve ne arriverà un altro all'istante, con relativa strisciatura del foglio. Bicchiere, peraltro, lavato molto alla buona, passandolo rapidamente in una vasca con acqua corrente. La birra comunque è buona, e anche il cibo, pur non trattandosi propriamente di un ristorante, mi ha lasciata soddisfatta – basti dire che la bistecca di maiale in pastella di patate, pur essendo fritta, ha passato la mia severissima approvazione. Più di tutto però merita l'ambiente davvero accogliente e “verace”, motivo che da solo vale una visita.

Dato che Mirko aveva magnificato la cucina di U Glaubicu, mi sono fidata: e in effetti, almeno per quanto riguarda l'arrosto di maiale in salsa di birra con i tipici gnocchi di pane cechi e i crauti, aveva ragione. Anche qui si beve Pilsner Urquell, ma con la particolarità che viene spinata direttamente dai tank: una curiosità che contribuisce a dare una nota caratteristica anche a questo locale, che mi sento di consigliare pur essendo piuttosto turistico – e non potrebbe essere altrimenti, a pochi metri dal Ponte Carlo dal lato di Mala Strana.

Bocciatura senza appello invece per quella che alcune guide definiscono “la” birreria di Praga, U Fleku. Va bene, avrà pure origini quattrocentesche; va bene, avrà pure la sua unica birra nera a 13 gradi – che spacciano come prodotta sul luogo, in realtà non è più così – dalle inconfondibili note di caramello e di tostato (personalmente ho sentito assai forte il caffè); va bene, l'arredamento in legno è proprio caruccio; ma, al di là del fatto che ho trovato la birra non eccezionale pur nella sua unicità, la schiera di fisarmonicisti in abito tipico che si alternano nell'intrattenere i turisti suonando Rosamunda e simili proprio no. La cosa che più mi è piaciuta è stata in fin dei conti una delle usanze del locale che potrebbe risultare quasi irritante, ossia quella che i camerieri passano continuamente ad offrire – facendoli poi comparire sul foglietto come quello di cui sopra – dei bicchierini di liquore, dalla tradizionale Becherovka a quello alle erbe: e devo ammettere che quello al miele che ho assaggiato io era davvero buono. Ok, al di là degli scherzi: in sé e per sé è un locale storico degno di questo nome, ma l'impressione che ne ho avuto è quello di una pura e semplice attrazione turistica.

Ad ogni modo, la “chicca di tipicità” doveva ancora arrivare: il Czech Beer Festival...

lunedì 8 luglio 2013

Praga caput mundi

Da una vita dico a Enrico che prima o poi lo dovrò portare a Praga: al di là delle bellezze storiche e artistiche, una città in cui la birra costa meno dell'acqua - ragione per cui a mio fratello, pur alla tenera età di quindici anni, è stato concesso di berne purché con moderazione - senz'altro merita di essere visitata.


La cosa mi è tornata in mente perché questa mattina, nelle mie quotidiane peregrinazioni sul web in cerca di informazioni del genere più svariato - modo migliore, si sa, per non trovare ciò che si cerca, ma imbattersi in compenso in tante altre cose interessanti - sono capitata su una pagina in cui si parlava del consumo di birra pro capite nel mondo. Per carità, i dati non sono tutti concordi tra le varie indagini, e non necessariamente sono aggiornatissimi: ma se c'è una cosa su cui tutti sono d'accordo, è che bisogna ricredersi in quanto allo stereotipo del tedesco bevitore.

A battere tutti sarebbero infatti proprio i Cechi: il Beer Statistics Report 2012 di Brewers of Europe lo stima a 145 litri l'anno a testa contro i 108 dell'Austria e i 107 della Germania, e anche una fonte autorevole come il Wall Street Journal lo scorso gennaio lo dava a 168 litri. Anche la buona vecchia Wikipedia, i cui dati più aggiornati risalgono però al 2010, mette la Repubblica Ceca in testa con 131 litri, seguita dalla Germania con 107 e l'Austria con 106. Altre fonti più o meno autorevoli lo stimano sempre attorno ai 150, con l'ingresso dell'Irlanda nel podio di qualche classifica che la stima attorno ai 130 (mentre Austria e Germania rimangono tendenzialmente stabili). Insomma, in fin dei conti ci si sposta di poco, e l'unico dato davvero costante è il primato di Praga e dintorni. Anche l'Organizzazione mondiale della sanità, in effetti, conferma: secondo l'ultimo rapporto sull'abuso di sostanze alcoliche, la birra rappresenta il 57 per cento sul totale degli alcolici consumati in Repubblica Ceca. Insomma, tante cose si spiegano.

I tedeschi, comunque, possono consolarsi: con 95.545. 000 ettolitri annui (sempre secondo il Beer Statistics Report 2012) il primato nella produzione non glie lo leva nessuno, così come quello sui guadagni con 702 milioni di euro di utili, e quello sulle esportazioni con 15.360.000 ettolitri. Si vede dunque come la maggioranza della produzione rimanga per il consumo interno, dato che la Germania rimane comunque il Paese che beve di più in termini assoluti (87.655.000 ettolitri l'anno).

E il Belgio, chiederà qualcuno? Loro a quanto pare rimangono intenditori: solo birre pregiate, ma in misura moderata - "appena" 78 litri a testa l'anno. In compenso, su 18.571.000 ettolitri prodotti, ben 11.091.000 sono destinati all'esportazione: insomma, nomi come Chimay, Westmalle e socie confermano che buon sangue non mente, e che la buona reputazione al di fuori dei confini rimane ben salda.