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giovedì 4 maggio 2017

Una serata tra birra e asparagi

Sono cresciuta in un paesino dove una delle più grandi attrattive è la festa della fragola e dell'asparago: per cui diciamo che ho avuto anche qualche ragione "sentimentale" nell'accogliere l'invito del birrificio San Gabriel alla serata "Asparago bianco di Cimadolmo e birra", all'Osteria della Birra San Gabriel di Ponte di Piave. Una cena che ha dato spazio - sotto la regia che definirei ormai collaudata di Lara Prando - non solo alle birre della casa, ma anche a numerosi produttori della zona - dall'azienda agricola La Negrisia per gli asparagi, alla Pasquon per la farina di mais rosso, alla Sapori del Piave per i formaggi.

Ad accogliermi è stato il titolare, Gabriele Tonon, con due chiacchiere di fronte ad una Bionda; e devo dire che mi ha colpita, dopo tanto che non la bevevo, per la pienezza di cereale al palato che rimane comunque poi molto pulita, con una persistenza quasi floreale. L'antipasto - tra cui spiccavano gli asparagi in diverse preparazioni e il formaggio alla birra - è stato accompagnato dalla birra all'asparago bianco di Cimadolmo: una lager chiara leggera in cui all'olfatto si può cogliere una leggera nota vegetale data appunto dell'asparago, che però rimane poi nelle retrovie nel corpo esile e non molto persistente. 

La serata era pensata anche come occasione per presentare l'ultima nata di casa San Gabriel, la Senza Glutine, che è stata servita con i primi - risotto agli asparagi e lasagna agli asparagi ed erbe di campo. Per alcuni versi può essere definita la "sorella minore" della Bionda; e non perché abbia minore dignità, ma perché, pur condividendone l'impianto di base e gli aromi tra il floreale e l'erbaceo, risulta meno piena sotto il profilo della maltatura e meno persistente. Gabriele ha spiegato che il risultato del "senza glutine" - con un quantitativo cioè al di sotto delle 20 parti per milione - è ottenuto grazie all'utilizzo di particolari malti, il che va chiaramente ad influenzare anche il profilo organolettico finale e quindi le differenze rispetto alla Bionda di base. Pur più esile non l'ho comunque trovata "annacquata" (scusate, il termine "watery" all'interno di un testo in italiano proprio non mi va giù, è più forte di me); né si discosta da quella che è l'impronta birraria del San Gabriel - stile tedesco, lineare e senza orpelli, neanche quando si tratta di aromatizzazioni. Nel complesso l'ho trovata una birra molto semplice, che può prestarsi ad accompagnare un'ampia gamma di piatti - del resto chi soffre di celiachia deve poterla bere a tutto pasto - appunto per questo suo "non imporsi" sugli altri sapori.

Il secondo - un piatto bello in primo luogo a vedersi, con seppie alla Ambra Rossa, polenta di mais rosso e asparagi - è stato accompagnato dalla Zea Mays, la birra al mais rosso di cui già avevo parlato qui, e che rimane a mio avviso una delle meglio riuscite della casa. Curioso in particolare come la birra accompagnasse le seppie praticamente al pari della polenta, e non perché la birra soffra di un'eccessiva aromatizzazione - anzi, è molto equilibrata - ma perché crea in bocca lo stesso gioco di pulizia per contrasto. Anche l'aromatizzazione delle seppie con la Ambra Rossa si conferma indovinata, data - anche qui - la sensazione di "pulizia per contrasto" che l'amarognolo del radicchio crea contrastando il sia i toni dolci del malto che quelli del pesce.

Da ultimo il dessert, cheesecake agli asparagi con gelato alla Ambra Rossa e fragola ricoperta di cioccolato, abbinato alla Ambra Nera. Trattasi di una Belgian Strong Ale, che ricorda le birre d'abbazia, dal colore di caffè; aromi tra il tostato e la frutta sciroppata come da manuale, con finanche qualche nota di liquirizia, marasca, cacao e caffè. Corpo ben robusto e rotondo che ripropone questi sapori e in cui si coglie anche una nota alcolica, che persiste nel finale dolce ma non stucchevole. Una birra senz'altro adatta ad accompagnare un dessert, andando sia a valorizzare la cioccolata che a contrastare con una dolcezza "diversa" quella caramellata del gelato e quella cremosa del cheesecake. Personalmente l'ho trovata equilibrata nel suo insieme, per quanto "esuberante" per i miei gusti dati i suoi toni forti; da notare è più che altro come si discosti da quella che è la linea classica del San Gabriel, appunto di ispirazione tedesca, ponendosi come "eccezione" all'interno della produzione del birrificio.

Chiudo con una nota di merito - che peraltro rinnovo avendola espressa già la scorsa volta - allo staff dell'Osteria della Birra per il servizio non solo rapido e puntuale, ma anche attento a ciascun commensale e alle sue esigenze - cosa non facile né scontata in una serata di lavoro serrato come questa.

venerdì 2 dicembre 2016

Una birra in riva al Piave

Ho parlato solo un paio di volte su questo blog della birra San Gabriel, per quanto sia stata una delle prime birre artigianali che ho provato: amo infatti ricordare, non senza ironia, come la sera prima del mio matrimonio - sconfortata dall'aver visto arrivare al cellulare di mio fratello, a casa con me, un messaggio dal suo futuro cognato che diceva "Noi siamo in birreria, ci raggiungi?" - abbia annegato tensioni e timori in una bottiglia di Bionda San Gabriel. Ad ogni modo mercoledì scorso ho, dopo tanto tempo, visitato di persona il birrificio e l'annessa Osteria della Birra: l'occasione era la presentazione della candidatura della Valle del Piave a patrimonio Unesco, che il birrificio sostiene - dato che, come ha ricordato il fondatore Gabriele Tonon (a sinistra nella foto qui sotto), "le analisi hanno dimostrato che l'acqua del Lia ha una composizione simile a quella di Monaco, e quindi per la birra è perfetta".

Non mi soffermo qui sulla candidatura - vi rimando al sito dedicato, www.piaveunesco.org, con un caldo invito a leggere perché gli aspetti di interesse sono numerosi; mi limito a dire che è stata una serata molto istruttiva e piacevole, grazie anche alla chiacchierata con il prof. Giovanni Campeol e il dott. Giuliano Vantaggi - presidenti rispettivamente del Comitato scientifico e del Comitato promotore - e con lo stesso Gabriele Tonon, tra i pionieri della birra artigianale avendo aperto nel 1997. Essendosi Gabriele formato in Germania, e più precisamente alla Doemens Akademie, l'impronta tedesca è quella predominante nelle birre del San Gabriel; per quanto non si disdegni di spaziare nelle stout e in alcune birre "sperimentali", pur senza stravolgere gli stili consolidati.

Ho avuto modo di riprovare la Bionda - una lager chiara ispirata alle hell bavaresi, semplice, pulita e beverina, dal profumo che coniuga sentori erbacei e floreali a quelli del cereale - e la nota Ambra Rossa al radicchio, il "marchio di fabbrica" del San Gabriel - che unisce in maniera peculiare i sapori dei malti caramellati a quelli amari ed erbacei del radicchio, trovando un equilibrio del tutto apprezzabile tra i due poli. Nuova mi era invece la Buschina, definita come "tradizionale doppio malto italiana" (quasi a confermare che in Italia "doppio malto" è, con buona pace di chi - me compresa - si ostina a ricordare che si tratta solo di una definizione legislativa e non di uno stile, diventata una dicitura che di fatto sta ad identificare in senso lato una birra più forte e corposa della media): anche questa una lager, dal colore dorato carico, in cui all'aroma ho percepito - ancor più dei sentori fruttati "da descrizione", pur presenti - note di miele. Corpo caldo e pieno di cereale, che però non chiude indugiando sulla componente dolce ma va a contrastarla con un amaro delicato - che non cancella comunque completamente i sapori maltati. Anche questa semplice e senza particolari fronzoli, coerentemente con la filosofia della casa.

Al di là delle birre meritano poi una nota l'arredamento - ricco di veri e propri pezzi di collezionismo birrario - nonché la cucina dell'Osteria, che non solo ha dei "capisaldi di freschezza" - uno dei vanti è il fatto di non usare alcun prodotto surgelato -, ma presenta anche alcune particolarità a cui abbinare utilmente le birre. Al di là della "gamma radicchio" - dal risotto, alla marmellata di radicchio da accompagnare ai formaggi, alla frittata con radicchio e salsiccia - mi ha colpita in modo particolare la polenta con il mais rosso San Martino, una varietà di origine peruviana caduta nell'oblìo e poi riscoperta alla fine del XIX secolo in Carnia. A rifornire il San Gabriel è l'azienda agricola Pasquon di Torre di Mosto; e dalla farina macinata a pietra nasce non solo una polenta dal gusto del tutto particolare - delicatamente dolce, che tende quasi alla vaniglia, - ma anche la birra Zea Mays.

L'aroma unisce in maniera armoniosa la luppolatura floreale e i toni di cereale tendenti al vanigliato di questa particolare varietà di mais; un connubio che apre ad un corpo beverino per quanto di media robustezza, e in cui la componente dolce è sì protagonista ma non invasiva grazie anche alla chiusura in cui ritorna con eleganza l'amaro del luppolo - con tanto di lieve nota speziata al retorlfatto, che accompagna in maniera peculiare le precedenti note di vaniglia. Una birra che ho trovato originale e ben costruita, nella misura in cui gestisce in maniera pulita ed equilibrata un sapore peculiare come quello del mais San Martino.

Chiudo con un grazie a Gabriele Tonon, allo staff del birrificio e ai promotori della candidatura della Valle del Piave per la piacevole serata.

lunedì 26 ottobre 2015

Fiera birra Pordenone, parte prima: i vecchi amici

Come molti di voi già sanno, questo fine settimana sono stata impegnata - eh sì, è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare - con la Fiera della birra artigianale di Pordenone. Una "prima" sotto un duplice punto di vista, perché è sia il debutto dell'edizione autunnale della fiera di Santa Lucia di Piave - evento ormai consolidato - che quello di una fiera di questo tipo in Friuli Venezia Giulia (dato che altri eventi simili hanno obiettivamente un taglio diverso). Tra i venti birrifici presenti ho trovato per la maggior parte vecchie conoscenze, ma di alcune ho avuto modo di provare qualcosa di nuovo; mi ispira iniziare da questi ultimi casi, per cui mettetevi comodi.

Seguendo - molto banalmente - l'ordine in cui ho trovato i vari stand, il primo è quello di Matilde e Norberto - titolari della Brasserie di Tricesimo che fanno anche da distributori di vari marchi per il Fvg, tra cui Toccalmatto, Ducato e Foglie d'Erba. Matilde mi ha messo tra le mani un bicchiere, sfidandomi ad indovinare che birra fosse. E, lo ammetto, ho sbagliato di brutto. Non diciamo a quale light ipa avessi pensato: fatto sta che si trattava della nuova versione della Hopfelia di Foglie d'Erba, con una luppolatura assai più delicata dall'amaro meno acre, in cui i toni resinosi che contraddistinguevano questa birra si armonizzano con altri più citrici. Un risultato finale che personalmente ho apprezzato, non amando gli amari troppo decisi, e che probabilmente "sposterà" un po' il pubblico di Foglie d'Erba - i patiti dell'amaro si getteranno a braccia aperte sulla Freewheelin', mentre la Hopfelia probabilmente guadagnerà consensi tra quelli come me.

Subito più avanti era posizionato L'Inconsueto, di cui il birraio Valentino mi ha presentato la novità, la ale chiara al limone. Al mio "Mica avrai fatto la radler???" ha risposto con un "Guarda che mi offendo!", perché in effetti radler non è: al di là della considerazione di base che rimane comunque birra perché l'aromatizzazione non è soverchiante, si nota bene come i limoni usati siano di qualità - di Sorrento, per la precisione - senza quel retrogusto dolciastro e stucchevole che lascia la limonata. Punto di forza de L'Inconsueto però, a detta di Valentino, è la Speciale: una "Ipa come dovrebbe essere, senza tutta quell'esagerazione di luppoli americani, che gli inglesi dell'epoca non avevano", ha sentenziato. In effetti è una birra per gli amanti dell'amaro, ma rimanendo comunque equilibrata prediligendo un erbaceo sobrio e non pungente sia nell'aroma leggero che nel resto della bevuta.

Veniamo quindi al Jeb, fresco di titolo di birrificio dell'anno a Marano Vicentino. Chiara ci ha tenuto a farmi assaggiare la "Cometa roasted", come l'ha definita, ossia l'ambrata ai tre cereali in versione affumicata. Su profumi dolci e maltati che la caratterizzano risalta bene l'affumicato, tanto da far quasi credere che si imponga poi anche in bocca; cosa che invece non è, perché al palato risulta un affumicato gentile, che non lascia poi una persistenza troppo aggressiva. Una birra complessa e forse non per tutti, ma che riesce ad armonizzare in maniera originale tutti i sapori di cereale, biscotto, miele e tostato che la caratterizzano.



Di Sognandobirra ho riprovato la brown ale Sisma (la foto col cannolo è una gentile concessione di Andrea), questa volta alla spina, perché "è tutta un'altra cosa di quella in bottiglia, assolutamente devi-devi-devi". Mi sono fidata, e in effetti è così: se la versione in bottiglia presenta un contrasto più marcato tra aroma e corpo caramellati e amaro resinoso in chiusura, quella alla spina amalgama meglio questi due poli, risultando al contempo sia meno dolce al palato che meno amara alla fine, nonché meno "traumatica" nel passaggio tra i due sapori. Più armoniosa, volendo usare un aggettivo solo, cosa che personalmente ho apprezzato.

Ho ritrovato anche l'apprezzao Mr Sez, a cui questa volta però mi sono trovata a "fare le pulci" per la sua wheat ale Santa: troppo poco pronunciato il cereale, a mio modo di vedere - il frumento è appena percepibile -, mentre la luppolatura fresca e floreale farebbe pensare più ad altri generi - mi ha ricordato la loro pale ale Furba. Una birra piacevolissima, ma che non inquadrerei del tutto nello stile. Pienamente in stile e con lode invece la imperial stout Penelope, un tripudio di caffè e cioccolata dall'inizio alla fine, con schiuma pannosa d'ordinanza ed un finale leggerissimamente acidulo da malto tostato che contribuisce notevolmente alla bevibilità. Ottima per il birramisù, come ha confermato anche la moglie del birraio Enrico.

Una parola anche per la Rudolph di Bad Attitude - una strong ale dal colore dorato, che armonizza i toni molto dolci del malto con lo speziato di ginepro, zenzero e cannella - e la blanche del San Gabriel, pienamente e piacevolmente in stile - pur essendomi apparsa più dolce al palato rispetto alla media delle blanche, complice forse l'aggiunta di farro e segale -, con il caratteristico speziato e floreale del lievito.

Da ultimo il Birrone, dove ho avuto la sorpresa di trovare nientepocodimeno che il grande boss Simone Dal Cortivo: è stato un piacere - nonché un momento decisamente istruttivo - degustare con lui la Heaven, una blanche caratterizzata dal coriandolo aggiunto a fine bollitura per dare una nota secca a contrastare il dolce del cereale e buccia di arancia amara. Una birra che ha ricevuto notevoli riconoscimenti a Rimini insieme alla sua "cugina" a bassa fermentazione, la Hell; e che conferma la filosofia di Simone secondo cui le birre si fanno equilibrate, senza voler strafare - come ha ribadito facendomi assaggiare anche la Rauch, un'ambrata dall'affumicato assai discreto.

Concludo nominando anche tutti gli amici che, pur non avendo avuto nulla di nuovo da presentarmi - detta così pare che siano degli scansafatiche, la realtà è che sono io ad essere godereccia e le ho già provate tutte - mi hanno accolta con calore: Zahre, Benaco 70, Valscura, Villa Chazil. Posso dire con piacere che mi sono sentita in famiglia, decisamente l'aspetto che apprezzo di più di queste giornate.

martedì 17 dicembre 2013

Mercatini di Natale reloaded

Vabbè, se non l'avete ancora capito, sono una fanatica: dove ci sono mercatini di Natale, lì trovate anche me. Così ne ho approfittato di una gita a casa dei miei per andare a quelli di Cison di Valmarino, pittoresco paesino ai piedi delle Prealpi Venete. Ai più è noto per la fama di Castelbrando, castello medievale caduto quasi in rovina e riportato agli antichi splendori dall'imprenditore Colomban; ma il centro storico è un vero gioiellino, avendo conservato case e viuzze d'altri tempi. Una cornice perfetta, appunto, per i mercatini, se non fosse per l'umidità che in questa stagione penetra fino alle ossa.


Il paesello era comunque frequentatissimo, tanto che io e mia madre abbiamo dovuto farci strada a forza tra le bancarelle: dai prodotti artigianali in legno, alle decorazioni natalizie in feltro, allo stand di un caseificio lombardo che esibiva una crema al gorgonzola da leccarsi i baffi, davvero ce n'era per tutti i gusti e per tutte le tipologie di regalo - per sé o per altri - che si possa cercare. Naturalmente non mancavano i birrifici, tra cui la nostra vecchia conoscenza Baracca Beer, e il San Gabriel di Ponte di Piave.

In realtà anche questo era una mia vecchia conoscenza, perché  avevo già avuto modo di assaggiare le loro birre sempre a Cison in occasione di Artigianato Vivo. Se avevo trovato la Nera di Tarzo, una nera - appunto - al fico, un po' troppo sbilanciata nel gusto verso l'aromatizzazione, così non è stato per l'Ambra Rossa: qui entra in gioco nella giusta dose il radicchio di Treviso, creando un connubio interessante tra l'amaro spiccato dell'ortaggio simbolo di quelle zone e il caramello dato dal malto.

E proprio l'Ambra Rossa è l'ingrediente principe di quella che per me è stata una novità, presentata alla bancarella del San Gabriel: un formaggio stagionato nella birra, in cui i sentori dell'Ambra rossa sono davvero molto decisi. Devo dire che l'abbinamento è indovinato, nel senso che il formaggio in questione si sposa molto bene con questa birra; più che altro il problema si pone in quanto al cosa berci insieme, perché metterci un boccale di Ambra Rossa sarebbe quantomeno ripetitivo. Ho così chiesto consiglio al ragazzo alla bancarella, il quale ha però dovuto ammettere che lo trovavo impreparato: posto dunque che a questo  punto bisogna andare per contrasto, o quantomeno su qualcosa di abbastanza neutro, potrei pensare alla classica Bionda, oppure alla Birra dell'Apostolo aromatizzata al miele - che, almeno per quanto mi riguarda, con i formaggi va sempre e comunque a nozze, checché ne dicano i veri intenditori di formaggi. Si accettano comunque suggerimenti...

domenica 6 ottobre 2013

Gusti di frontiera, parte terza: il gusto della rosa

Dicevamo, per l'appunto, della Rosa di Gorizia: non un fiore, come avevo inizalmente pensato, ma una varietà di radicchio - affermava con orgoglio il dépliant informativo sul banco dello stand - la cui coltivazione è stata documentata per la prima volta nel 1873 dal barone austriaco Carl Von Czoernig, ma che affonda le sue tradizioni in tempi ben più remoti. Chiaro che, essendo originaria della provincia di Treviso, quando si è parlato di radicchio mi si sono campanilisticamente rizzate le orecchie: vorrai mica che quello coltivato a Gorizia sia più buono del nostro?

Mi sono così avvicinata per fare due parole con la ragazza dello stand dell'azienda Rosa di Gorizia della Biolab, che commercializza prodotti vegani pubblicizzati anch'essi allo stand (e che, ironia della sorte, ha sede in Via dei vegetariani 2 a Gorizia). La giovane mi ha assicurato, come facilmente desumibile, che al di là del più o meno buono questo radicchio è semplicemente diverso: non solo nell'aspetto - assomiglia appunto ad una rosa -, ma anche nel gusto, essendo meno amaro. Come tutti gli ortaggi di questo mondo, si tratta di un prodotto stagionale (per quanto spesso ce ne dimentichiamo, essendo abituati a trovare le zucchine al supermercato anche a gennaio): per questo non ha potuto farmene assaggiare di fresco - disponibile tra novembre e metà marzo - ma soltanto di conservato nell'olio extra vergine e tritato in crema da spalmare sui crostini.

Personalmente non l'ho trovato molto meno amaro di quello di Treviso - anche se, a onor del vero, è il prodotto fresco a fare fede più che quello conservato -; però ammetto che non ho potuto fare a meno di pensare che un sapore così richiamava una buona birra, magari una pils per accompagnare il finale amaro, oppure, perché no, un'ambrata per contrastarlo - se la San Gabriel per fare la birra al radicchio usa come base l'ambarata, un motivo ci sarà.

Non sapevo che sarei stata presto accontentata: poco più avanti sono incappata, come a FriuliDoc, nello stand del birrificio Tazebao, dove in buon Giorgio, ancor prima che potessi proferire verbo, mi ha messo tra le mani un bicchiere della loro ambrata. Anche in questo caso, fusto e condizioni climatiche diverse hanno fatto la differenza: l'ho trovata - guarda te la coincidenza - decisamente più amara della volta precedente, per quanto rimanesse ancora riconoscibile. Insomma, abbinamento perfetto.

Rifatto il carico energetico, potevo proseguire: nel resto della piazza, che stava per fortuna cominciando ad animarsi, era aperta qualche bancarella di prodotti sloveni...