Ho avuto il piacere di condurre nella serata del 31 gennaio la degustazione "Birre artigianali per tutte le stagioni", organizzata dall'Associazione Birrai Artigiani Fvg e Confartigianato Udine. Non mi soffermo sulle quattro birre degustate - Pale Ale di Borderline, Dama Bianca di Antica Contea, Straripa di Villa Chazil e Orzobruno di Garlatti Costa - di cui ho già parlato a più riprese nel blog (per chi si fosse perso qualcosa, è sufficiente cliccare sui nomi delle birre in questione), quanto su alcuni spunti di riflessione che la serata di ieri mi ha stimolato.
Innanzitutto, la partecipazione: i posti sono andati rapidamente esauriti. E fin qui, direte voi, finché le occasioni sono goderecce e la partecipazione è gratuita potrebbe non essere una grande notizia; ma è comunque significativa se si pensa che i numeri, pur in una serata invernale e di pioggia, sono stati comparabili a quelli registrati in un'occasione simile in una bella serata di inizio settembre. Insomma, per far uscire di casa la gente non basta offrire la birra - come sa bene chi organizza eventi -, bisogna stimolare l'interesse genuino del proprio gruppo di riferimento. E anche a questo proposito ho osservato una cosa che mi ha fatto piacere: una parte significativa degli intervenuti si accostava per la prima volta o quasi alla birra artigianale, e quindi questa poteva dirsi per me e per i birrai presenti - Severino di Garlatti Costa (mi si perdoni il gioco di parole) e Costantino di Antica Contea - l'occasione per fare quella tanto decantata "cultura della birra artigianale" nei confronti del "consumatore medio". Che magari - come hanno dimostrato le numerose e articolate domande rivolteci - di curiosità nei confronti del prodotto ne ha tante, ma non sempre ha a disposizione una fonte attendibile e pertinente per soddisfarle: e sentire persone che sono ai primi approcci con la birra artigianale chiedere quale sia la differenza tra la pale ale e la ipa, i dettagli del processo di lavorazione, i costi che vi stanno dietro, la differenza che la qualità delle materie prime può fare sul prodotto finito, e numerosissime altre questioni, è una bella soddisfazione.
Un altro aspetto che mi ha dato da riflettere è stato il fatto che, tra le impressioni raccolte a fine degustazione, non ci sono state soltanto parole di apprezzamento per le birre - con tanto di assicurazioni, da parte di chi non le aveva mai provate, che in futuro vorrà berne ancora -, ma anche per l'attività culturale e di promozione svolta da Confartigianato e l'Associazione Birrai Artigiani. E questo mi fa pensare che, in un contesto in cui si fa un gran parlare di "unirsi per fare la forza", il messaggio che si passa al pubblico sotto questo profilo possa essere più forte e pregnante di quanto non si creda.
Si ringrazia Sandro Shultz di Itinerari del Gusto per le fotografie.
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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mercoledì 1 febbraio 2017
Birre artigianali per tutte le stagioni: qualche riflessione
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martedì 1 dicembre 2015
Dama Bianca, Ella e Deep Underground: dalle certezze assodate alle nuove scoperte

Dopodiché un nostro caro amico, il pluripremiato - ebbene sì, è un habitué del podio di diversi concorsi - homebrewer Luca Dalla Torre, ha tirato fuori - non dal cappello ma dalla borsa frigo - la sua ultima creazione, una pale ale in cui ha sperimentato il luppolo Ella in dry hopping. All'aroma emergono le note fruttate - e qui s'è aperta una dotta discussione: chi sentiva pesca, chi banana, chi mango, sembrava una scenetta in tema "chi la spara più grossa"....però sempre fruttato era -; tutti toni che tendono al dolce e che infatti introducono il corpo ben maltato, che nonostante una punta speziata lascia una persistenza tendente quasi al caramello e tutt'altro che secca - contrariamente agli usi di Luca. C'è da dire che, a onor del vero, a detta di Luca stesso una maturazione più lunga avrebbe giovato: rimane comunque una birra "ruffiana" e gradevole, che nonostante la preponderanza della parte maltata non è stucchevole e che l'Ella rende discretamente rinfrescante.
Per chiudere degnamente la serata Norberto ha stappato in anteprima uno dei futuri arrivi di casa Brasserie, la Imperial Deep Underground di Opperbacco. Con i suoi 9 gradi e mezzo e con l'aroma che sprigiona, basta annusarla per superare il limite legale per mettersi alla guida: si tratta di una ale scura un po' sui generis, che ai malti pale, pilsner e cristal wheat unisce special b., black, avena e generose (si direbbe, almeno all'assaggio) dosi di chocolate, nonché caffè puro e liquirizia in fine bollitura. Manco a dirlo, all'aroma fa un baffo a Lavazza e Illy messi insieme, tanto da mettere in ombra la pur robusta luppolatura - summit e dana, per gli intenditori. Il sottile gioco di equilibrio tra l'amaro da caffè e cioccolato fondente e quello del luppolo è comunque il filo conduttore in tutta la bevuta - non facile per quanto estremamente soddisfacente, dato il corpo importante e l'acol che si fa sentire soprattutto in chiusura -, insieme ad una punta di acidulo dei malti scuri. La persistenza è poi altrettanto robusta, ed è lì che il luppolo più di tutto emerge come "legante" tra amari diversi che i birrai - l'etichetta recita infatti "Collaboration beer Iume - Luigi - Loreto - hanno saputo ben dosare. Da bere a piccole dosi e con calma, per assaporarla appieno; e se quando ho proposto un birramisù Enrico ha gridato all'erresia perché "una birra del genere non si spreca così", rimango convinta che anche così esprimerebbe egregiamente le sue potenzialità...
venerdì 27 febbraio 2015
Come Camra comanda
Interrompo brevemente la serie sul Beer Attraction per dar conto di una chicca per intenditori che per la seconda volta - la prima era stata lo scorso novembre al Mastro Birraio di Trieste, questa il 25 febbraio alla Brasserie di Tricesimo - si è tenuta in Friuli Venezia Giulia: la spillatura di una birra in stile inglese direttamente da cask, che i birrai promotori - e produttori - del birrificio Antica Contea hanno battezzato "Come Camra comanda". Per i non adepti, Camra sta per "Campaign for real ale": un'associazione - ma potremmo definirla prima di tutto un movimento di pensiero - nato in Inghilterra nel 1971, con lo scopo di promuovere la birra tradizionale inglese. Tradizione che prevede metodi precisi di produzione e di servizio: e tra questi metodi di servizio rientra la spillatura direttamente dal cask, ossia dalla botte.
Ho provato a farmi spiegare dal birraio Costantino come funziona in dettaglio la cosa, ma si tratta di un procedimento così complicato che non avrei saputo ripeterlo nemmeno sforzandomi: semplificando al massimo, l'imboccatura in basso della botte viene chiusa con un tappo (detto keystone, "chiave di volta") inserito con un martello, e dall'apertura in alto ("shive hole") viene versata la birra con una piccola aggiunta di zucchero per farla rifermentare. Lo shive hole viene poi chiuso, e una volta terminata la fermentazione la birra viene fatta "sfiatare" per far uscire l'anidride carbonica in eccesso. Al momento di servire la birra, il keystone viene fatto saltare con un pesante martello, e nell'apertura viene inserito un rubinetto o una pompa. Insomma, ce n'era di che incuriosirmi; anche perché la birra in questione era la Dama Bianca, una Ipa - nel senso di "Isonzo Pale Ale" - la cui caratteristica che mi ha sempre colpita è l'aroma floreale particolarmente ricco. Provarla quindi spillata "come Camra comanda", così da poterla apprezzare al meglio, indubbiamente avrebbe meritato.
Come spesso accade quando si prova la stessa birra servita con sistemi diversi, ci si rende conto che "non è la stessa cosa": la Dama Bianca da cask infatti ha una carbonatazione molto più bassa, circa la metà - così come dovrebbe appunto essere per le ale inglesi - rispetto a quella alla spina o in bottiglia, il che fa sì che se ne apprezzi meglio il corpo fresco e agrumato, quasi acidulo, e delicato al tempo stesso. E, detto tra noi, fa anche sì che scenda che è un piacere: sette gradi e sentirne tre, dato che l'essere ben poco frizzante la rende ancor più beverina. Ho trovato che la persistanza sia più breve, ma più intensa, dato che non rimane il "sentore delle bollicine" che può andare ad influenzarla.
Una serata quindi che definirei "istruttiva", oltre che piacevole; si replica il prossimo 4 marzo al Mastro Birraio di Trieste alle 19, per chi è da quelle parti...
Ho provato a farmi spiegare dal birraio Costantino come funziona in dettaglio la cosa, ma si tratta di un procedimento così complicato che non avrei saputo ripeterlo nemmeno sforzandomi: semplificando al massimo, l'imboccatura in basso della botte viene chiusa con un tappo (detto keystone, "chiave di volta") inserito con un martello, e dall'apertura in alto ("shive hole") viene versata la birra con una piccola aggiunta di zucchero per farla rifermentare. Lo shive hole viene poi chiuso, e una volta terminata la fermentazione la birra viene fatta "sfiatare" per far uscire l'anidride carbonica in eccesso. Al momento di servire la birra, il keystone viene fatto saltare con un pesante martello, e nell'apertura viene inserito un rubinetto o una pompa. Insomma, ce n'era di che incuriosirmi; anche perché la birra in questione era la Dama Bianca, una Ipa - nel senso di "Isonzo Pale Ale" - la cui caratteristica che mi ha sempre colpita è l'aroma floreale particolarmente ricco. Provarla quindi spillata "come Camra comanda", così da poterla apprezzare al meglio, indubbiamente avrebbe meritato.
Come spesso accade quando si prova la stessa birra servita con sistemi diversi, ci si rende conto che "non è la stessa cosa": la Dama Bianca da cask infatti ha una carbonatazione molto più bassa, circa la metà - così come dovrebbe appunto essere per le ale inglesi - rispetto a quella alla spina o in bottiglia, il che fa sì che se ne apprezzi meglio il corpo fresco e agrumato, quasi acidulo, e delicato al tempo stesso. E, detto tra noi, fa anche sì che scenda che è un piacere: sette gradi e sentirne tre, dato che l'essere ben poco frizzante la rende ancor più beverina. Ho trovato che la persistanza sia più breve, ma più intensa, dato che non rimane il "sentore delle bollicine" che può andare ad influenzarla.
Una serata quindi che definirei "istruttiva", oltre che piacevole; si replica il prossimo 4 marzo al Mastro Birraio di Trieste alle 19, per chi è da quelle parti...
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giovedì 26 giugno 2014
Tutto il fascino di Bread Peat
Dopo aver letto il mio post sul loro birrificio, l'Antica Contea, Andrea e Costantino si erano sentiti punti sul vivo: ma come, volevi assaggiare la Bread Peat e non ce l'hai detto? Mi hanno quindi invitata ad un viaggio riparatore a Gorizia, per visitare la loro sede e provare la birra che tanto mi aveva incuriosita.
Il birrificio è più piccolo di quanto mi aspettassi, ma è ben organizzato. All'interno delle (poche) stanze i nostri sono riusciti a ricavare anche un punto vendita arredato in maniera originale, con un vecchio banco da lavoro e una serie di bottiglie - vuote: evidentemente si trattava di birra buona - esposte in vetrina creando una decorazione suggestiva. Giusto per essere chiari sul fatto che di birre in stile anglosassone si tratta, nella stanza troneggiano una bandiera scozzese e una piantina di Londra con indicati i birrifici artigianali della città appena giunta da Oltremanica.
La sala sul retro ospita l'impianto di birrificazione, rispetto al quale Andrea ha ammesso di "non avere alibi": trattasi infatti di quello acquistato da Gino Peressutti di Foglie d'Erba, ora avviato verso più ampi orizzonti. Insomma, se la birra non esce buona, non ci si può giustificare dicendo che è colpa dell'impianto scadente. I nostri hanno comunque pensato a "personalizzare" il tutto, usando un bicchiere di Guinnes come gorgogliatore: anche qui, l'Oltremanica impera.
L'Antica Contea sarà pure piccolo e giovane, ma si è fatto la sua cerchia di estimatori fedeli. Nel paio d'ore in cui siamo stati lì c'è stato un viavai costante di clienti che entravano a chiedere un paio di bottiglie: su tutte la Dama Bianca, che ha avuto un tale successo da essere esaurita, e che è anche - ci ha spiegato Andrea - la più elaborata da fare - tanto che, in termini di tempo, richiede quasi il doppio delle altre birre. Anche i clienti affezionati dovranno aspettare la prossima settimana, quando sarà imbottigliata e disponibile l'ultima cotta.
Tra una chiacchiera e l'altra naturalmente ci è venuta sete, e siamo quindi passati ad assaggiare qualcosa. Quasi per caso abbiamo stappato una bottiglia di una vecchia ricetta della Dark Fog, che Andrea ha detto di aver modificato perché troppo acida. In effetti necessitava di correzioni, perché è un acido che fa un po' a pugni col tostato e con l'amaro e dà una persistenza che può risultare sgradevole; però onestamente, trattandosi comunque di un acido non troppo pungente, ammetto di non averlo trovato azzardato rispetto ai toni di cioccolata e di caffè. Insomma, la Dark Fog che ho bevuto alla Brasserie era tutta un'altra cosa, ma nemmeno questa è da buttare via - cosa che infatti Andrea non ha fatto, visto che la bottiglia era ancora lì, e devolverla allo sciacquone sarebbe stato un vero peccato.
Abbiamo poi avuto l'occasione di provare la Vingraf, prodotta unicamente su richiesta di un locale della zona e non commercializzata. Come il nome lascia intuire, a una base di Zingraf - una strong scotch ale - Andrea ha aggiunto un 15% di sauvignon, ottenendo un risultato che ricorda le lambic belghe. Appunto per questo temevo non mi piacesse, ma anche se non è il mio genere non sono rimasta delusa: per quanto il vino si percepisca sia all'olfatto che al gusto in maniera molto decisa, acidità e dolcezza sono ben bilanciate. Vi avviso però che non sembraaffatto di bere birra; e anche a vederla poi, con il suo colore che Enrico ha definito "da Ramandolo" e praticamente senza schiuma, si penserebbe di avere davanti un calice di vino.
Da ultimo siamo passati alla Bread Peat, che ha la particolarità di usare malto torbato. Mettiamo subito una cosa in chiaro: niente a che vedere con l'altra birra torbata che mi era capitato di assaggiare, la Selvaggia di Camerini. In quel caso si trattava infatti di una stout, in cui la torba risaltava meno perché unita a tutti quei gusti e quegli aromi comunque tendenti al torrefatto e al tostato che caratterizzano le birre di quel genere; la Bread Peat invece è una Ale ambrata, in cui la torba spicca in tutto il suo vigore sin dall'aroma. Appunto per questo il corpo può risultare ad alcuni palati abbastanza impegnativo: ma personalmente l'ho trovata davvero una chicca se non altro per la sua unicità, e degna di rivaleggiare con la Dama Bianca al vertice del repertorio dell'Antica Contea. Del resto, se aggiungere il malto torbato ad una nera fa sì che questo risulti meno pungente, è altrettanto vero che insieme a tutti gli altri sapori il risultato finale è comunque molto forte: e a livello di gusti personali, ho apprezzato di più la torba "pura", tanto più che la persistenza non è così "dura" come il corpo lascerebbe supporre. Unico problema, si tratta di una birra un po' difficile da abbinare: Andrea suggeriva formaggi erborinati e Enrico ricotta fresca, ma in effetti non ci è venuto in mente nulla che ci convincesse del tutto. Che dire? Bisognerà procurarsene un'altra bottiglia per fare delle prove...
Il birrificio è più piccolo di quanto mi aspettassi, ma è ben organizzato. All'interno delle (poche) stanze i nostri sono riusciti a ricavare anche un punto vendita arredato in maniera originale, con un vecchio banco da lavoro e una serie di bottiglie - vuote: evidentemente si trattava di birra buona - esposte in vetrina creando una decorazione suggestiva. Giusto per essere chiari sul fatto che di birre in stile anglosassone si tratta, nella stanza troneggiano una bandiera scozzese e una piantina di Londra con indicati i birrifici artigianali della città appena giunta da Oltremanica.
La sala sul retro ospita l'impianto di birrificazione, rispetto al quale Andrea ha ammesso di "non avere alibi": trattasi infatti di quello acquistato da Gino Peressutti di Foglie d'Erba, ora avviato verso più ampi orizzonti. Insomma, se la birra non esce buona, non ci si può giustificare dicendo che è colpa dell'impianto scadente. I nostri hanno comunque pensato a "personalizzare" il tutto, usando un bicchiere di Guinnes come gorgogliatore: anche qui, l'Oltremanica impera.

Tra una chiacchiera e l'altra naturalmente ci è venuta sete, e siamo quindi passati ad assaggiare qualcosa. Quasi per caso abbiamo stappato una bottiglia di una vecchia ricetta della Dark Fog, che Andrea ha detto di aver modificato perché troppo acida. In effetti necessitava di correzioni, perché è un acido che fa un po' a pugni col tostato e con l'amaro e dà una persistenza che può risultare sgradevole; però onestamente, trattandosi comunque di un acido non troppo pungente, ammetto di non averlo trovato azzardato rispetto ai toni di cioccolata e di caffè. Insomma, la Dark Fog che ho bevuto alla Brasserie era tutta un'altra cosa, ma nemmeno questa è da buttare via - cosa che infatti Andrea non ha fatto, visto che la bottiglia era ancora lì, e devolverla allo sciacquone sarebbe stato un vero peccato.


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martedì 17 giugno 2014
Dalla dama bianca alla contessina
Il passo successivo, come dicevamo, è stato l'Antica Contea di Gorizia: un birrificio giovane - poco più di un anno -, ma che porta già nel nome la storia della città. Come ci ha spiegato il birraio Andrea, infatti, questo deriva dal fatto che questa era parte della Contea di Gorizia e Gradisca; e alcune loro birre, come ad esempio la Zingraf - una strong scotch ale, per la cronaca - prendono battesimo dai quartieri del capoluogo isontino.
Andrea è un grande appassionato di birre inglesi; e a suo dire è stato appunto per risparmiare sui costosi viaggi oltremanica che ha iniziato, come secondo lavoro, a brassare. Per quanto la produzione sia ancora ridotta, non lo è la platea delle birre elaborate: tanto che non erano nemmeno tutte disponibili, e me ne è dispiaciuto, perché alcune mi avevano davvero stuzzicata - come non incuriosirsi davanti ad una "Bread Peat", se non per il gioco di parole? Andiamo, qualsiasi donna vorrebbe provarla.
Ad ogni modo, non che le spine lì pronte fossero poche: Andrea ci ha così guidati in una degustazione, secondo l'ordine da lui suggerito. Siamo partiti dalla Superbia, una best bitter, che indubbiamente all'interno del suo genere si fa onore grazie alla persistenza amara ed erbacea ben potente che contrasta in pieno la dolcezza iniziale - brevissima, peraltro - del corpo; devo ammettere però che a livello di gusti personali non è ciò che prediligo, per cui sono passata oltre. Molto più gradevole è stato infatti il secondo assaggio, la Contessina, una standard bitter in cui i luppoli molto aromatici donano un agrumato particolarmente dissetante che, complice la gradazione alcolica molto bassa, la fa scendere che è un piacere.
Il meglio però doveva ancora venire: la Dama Bianca, una Ipa - alias Isonzo Pale Ale, siamo a Gorizia - con malti di frumento, e che è davvero un unico del suo genere. Non solo per la curiosa storia che le dà il nome - quella del fantasma della contessa Caterina, che apparirebbe nelle notti di luna piena sui bastioni del castello di Gorizia - o perché non le si darebbe neanche la metà dei suoi 7 gradi; ma perché l'unione del luppolo cascade e citra, pur conferendo un amaro molto deciso, dà comunque delle note di agrumi che vi si amalgamano in una maniera che non mi era mai capitato di trovare. Insomma, se non fosse sufficientemente chiaro, entra a pieno titolo tra le mie birre preferite.
Abbiamo poi chiuso con la Dark Fog, una brown porter in cui io personalmente ho sentito note di torba - in teoria "proprietà" della Bread Peat, visto che "peat" significa torba -, e il tostato viene immediatamente accompagnato ad un aroma di cioccolato che vira al caffè - ancor più che alla liquirizia come afferma la descrizione nel volantino, secondo me - e lascia una persistenza che reclama decisamente un accostamento consono.
A questo proposito, nota di merito allo sforzo di accompagnare la descrizione di ciascuna birra non solo a diversi abbinamenti gastronomici, ma anche ad un piatto tipico della cucina goriziana: così ho scoperto che la Dark Fog va abbinata al Kugelhupf (che wikipedia mi dice essere un dolce natalizio di origini austrache e dalle infinite varianti), o che la dama bianca si accompagna alla gubana goriziana (evidentemente diversa da quella delle Valli del Natisone, almeno al palato degli indigeni).
Non è per piaggeria se concludo con una nota di elogio più o meno sperticato: non è scontato in un birrificio di breve esperienza trovare non solo birra di alta qualità, ma ancor più diversi tipi di birra che non sbagliano un colpo. Credo - pur nella mia ancor breve esprienza - sia nata una piccola stella nel panorama dei birrifici artigianali, che avrà certo modo con l'esperienza di affinare ancor di più le sue realizzazioni, e alla quale auguro uno sfolgorante futuro. Perché, semplicemente, se lo merita.
Andrea è un grande appassionato di birre inglesi; e a suo dire è stato appunto per risparmiare sui costosi viaggi oltremanica che ha iniziato, come secondo lavoro, a brassare. Per quanto la produzione sia ancora ridotta, non lo è la platea delle birre elaborate: tanto che non erano nemmeno tutte disponibili, e me ne è dispiaciuto, perché alcune mi avevano davvero stuzzicata - come non incuriosirsi davanti ad una "Bread Peat", se non per il gioco di parole? Andiamo, qualsiasi donna vorrebbe provarla.
Ad ogni modo, non che le spine lì pronte fossero poche: Andrea ci ha così guidati in una degustazione, secondo l'ordine da lui suggerito. Siamo partiti dalla Superbia, una best bitter, che indubbiamente all'interno del suo genere si fa onore grazie alla persistenza amara ed erbacea ben potente che contrasta in pieno la dolcezza iniziale - brevissima, peraltro - del corpo; devo ammettere però che a livello di gusti personali non è ciò che prediligo, per cui sono passata oltre. Molto più gradevole è stato infatti il secondo assaggio, la Contessina, una standard bitter in cui i luppoli molto aromatici donano un agrumato particolarmente dissetante che, complice la gradazione alcolica molto bassa, la fa scendere che è un piacere.

Abbiamo poi chiuso con la Dark Fog, una brown porter in cui io personalmente ho sentito note di torba - in teoria "proprietà" della Bread Peat, visto che "peat" significa torba -, e il tostato viene immediatamente accompagnato ad un aroma di cioccolato che vira al caffè - ancor più che alla liquirizia come afferma la descrizione nel volantino, secondo me - e lascia una persistenza che reclama decisamente un accostamento consono.
A questo proposito, nota di merito allo sforzo di accompagnare la descrizione di ciascuna birra non solo a diversi abbinamenti gastronomici, ma anche ad un piatto tipico della cucina goriziana: così ho scoperto che la Dark Fog va abbinata al Kugelhupf (che wikipedia mi dice essere un dolce natalizio di origini austrache e dalle infinite varianti), o che la dama bianca si accompagna alla gubana goriziana (evidentemente diversa da quella delle Valli del Natisone, almeno al palato degli indigeni).
Non è per piaggeria se concludo con una nota di elogio più o meno sperticato: non è scontato in un birrificio di breve esperienza trovare non solo birra di alta qualità, ma ancor più diversi tipi di birra che non sbagliano un colpo. Credo - pur nella mia ancor breve esprienza - sia nata una piccola stella nel panorama dei birrifici artigianali, che avrà certo modo con l'esperienza di affinare ancor di più le sue realizzazioni, e alla quale auguro uno sfolgorante futuro. Perché, semplicemente, se lo merita.
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