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domenica 14 novembre 2021

Alla premiazione dell'Iga Beer Challenge

Fa sempre piacere essere invitata ad assistere di persona a qualcosa che rappresenta una "première" nel mondo birrario italiano: e tale può definirsi la premiazione del primo IGA Beer Challenge, che si è tenuta sabato 13 novembre presso la sede di Gai Macchine Imbottigliatrici a Ceresole d'Alba (nella foto Marco Jorio, che ha presentato l'evento insieme ad Andrea Camaschella).

Il concorso è stato lanciato nell'ambito del progetto Italiano Grape Ale (www.italiangrapeale.org) promosso da Guido Palazzo insieme a numerosi collaboratori e partner; e che prevede tra le altre cose una mappatura in costante aggiornamento sul sito delle birre prodotte secondo questo stile e dei relativi birrifici, al fine di promuovere e sviluppare ulteriormente questa peculiarità birraria italiana.

Sono stati 66 i birrifici partecipanti, per 123 birre; giudicate da una squadra internazionale di 18 giudici, scelti per competenze sia in campo birrario che vinicolo.

Vi rimando per praticità a questo link per la lista completa dei vincitori nelle quattro categorie; tra cui come vedrete spiccano Opperbacco con tre riconoscimenti (tutti per le birre della serie Nature Terra) e Crak e Alveria con due (quest'ultimo, peraltro, per la stessa birra, che ha ricevuto anche il premio per la miglior valorizzazione del vitigno autoctono).

A livello generale, il dettaglio che ho trovato interessante è stato il fatto che, accanto a nomi già noti e blasonati, siano salite sul podio anche realtà esordienti sia in senso assoluto - come il vicentino Sorio, attivo da sei mesi - che rispetto allo stile - come Alveria, alla sua prima IGA; e, come prevedibile, con progetti di esplorare ulteriormente questo terreno - Sorio, che già dichiara il 90% di materie prime provenienti dall'azienda agricola da cui il birrificio ha avuto origine, intende produrre altre IGA usando mosto e vino della casa; mentre Alveria progetta di proseguire la collaborazione con la locale cantina ampliando la gamma fino ad avere una vera e propria bottaia, anche come testimonianza di collaborazione tra aziende nel siracusano. Insomma, una prova non solo della vitalità del settore birrario italiano, ma anche di questo stile nello specifico; e delle crescenti competenze e conoscenze che i birrai stanno accumulando in merito.

Altro spunto di riflessione interessante mi è arrivato da una chiacchierata con lo staff di Opperbacco, che mi ha riferito - alla luce dell'ampia gamma di birre prodotte - di come le IGA non solo costituiscano (come prevedibile, e come connaturato al fatto che si tratta spesso di produzioni fattibili solo su piccola scala) una percentuale minima del mercato, ma di come il birrificio abbia deciso di non esportarle più (pur avendolo fatto in numerosi Paesi): scelta motivata con una domanda estremamente incostante, che rendeva difficile e in ultima analisi non remunerativo seguire questi mercati. Più costante viceversa, per quanto appunto contenuto, il mercato italiano. Se le IGA dunque - come è auspicato ed auspicabile - mirano a porsi come ambasciatrici del made in Italy all'estero, è lecito chiedersi come raggiungere una sostenibile stabilità di mercato.

Merita una citazione anche il fatto che l'ad dell'azienda, Guglielmo Gai, mi abbia dato conferma nel mio dialogo con lui di alcune tendenze in atto nel mondo dei birrifici artigianali: la sempre maggior preparazione tecnica e consapevolezza da parte dei birrai quando si tratta di imbottigliamento (e quindi conseguente cura della distribuzione e vendita), e sempre maggior richiesta di macchine lattinatrici anche adatte alle esigenze di piccole realtà - con conseguente risposta delle aziende a questa domanda. Due tendenze su cui continuare porre senz'altro l'attenzione.

Non è stato possibile degustare in loco le birre premiate, ma non siamo ad ogni modo rimasti a bocca asciutta dato che la premiazione si è conclusa con un pranzo accompagnato dalla birra. A fare da aperitivo è stato un classico come la Tibir di Montegioco, IGA con Timorasso il cui punto di forza si conferma l'aroma floreale - geranio in particolare - che va ad ingentilire un'acidità tra il citrico e l'acetico comunque non invasiva - ed evidente solo all'aroma e in chiusura, assai meno al palato, dove scorre un cereale decisamente snello. Interessante l'accostamento con focaccia e giardiniera sott'aceto, la cui acidità era al tempo stesso accompagnata e ingentilita dalla birra.


In seconda battuta la dark mild Macclesfield di Shire Brewing, ad accompagnare gli antipasti - un flan di zucca con amaretti, e un'insalata di finocchio con toma, castagne e aceto balsamico. Aroma intenso di cioccolato al caramello, ben integrato con i profumi erbacei del luppolo Fuggle; a cui segue un corpo di fave di cacao tostate, che - se sembra sparire appena deglutito - ritorna poi per un finale corto e secco in cui si uniscono l'amaro del malto tostato e l'amaricatura del luppolo. Indovinato l'accostamento nel primo caso, dove conferiva in bocca una sensazione di zucca arrostita; ma ancor di più nel secondo, in cui la cremosità e sapidità del formaggio si amalgamavano perfettamente con i toni di cioccolato tostato.

Ad accompagnare il risotto al radicchio e pancetta è stata la Kaiser Hopfen, Imperial Pils del birrificio La Piazza. Aromi ben riconoscibili ma non pervasivi di luppoli nobili, su una base che ricorda il pane spalmato col miele; un sapore che si ritrova al palato, dove la birra si presenta avvolgente e corposa nonostante la scorrevolezza complessiva, prima di un finale - a mio avviso meno secco di quanto atteso - in cui miele e amaricatura giocano un po' a tiro alla fune. Per quanto questo gioco fosse funzionale ad accompagnare e contrastare al tempo stesso l'amaro del radicchio, e l'accostamento sia stato quindi ben congegnato, avrei forse trovato più indicata una birra dai toni di caramello nel corpo così da accostarsi meglio anche alla pancetta.

Infine, con la torta di nocciole e zabaione, la Baltic Porter sempre de La Piazza: aromi intensi di liquirizia, uniti ad una luppolatura su toni balsamici, aprono ad un corpo avvolgente di liquirizia pura in cui l'amaro dei malti tostati si fa sentire in tutta la sua forza, fino al finale persistente. Giusto l'accostamento tra tostato e nocciole, anche se deve piacere appunto l'amaro perché la frutta secca tende ad evidenziare questa componente.

Nel complesso un pranzo ben costruito, sia per la qualità di birre e cibo - nota di merito va doverosamente alla cucina - che per la cura degli abbinamenti.

Un ringraziamento agli organizzatori dell'Iga Beer Challenge - in particolare a Guido e Diego -, alla Gai e - permettetemi, perché è doveroso - a mio padre che mi ha fatto da autista per gli oltre 900 km tra andata e ritorno in giornata!




giovedì 8 aprile 2021

La Grape Ale e la battaglia per rimanere Italian: i campanilismi del vino stanno entrando nella birra?

Sta tenendo banco online in questi giorni il dibattito sulla possibilità, resa nota da Gianriccardo Corbo - noto degustatore e giudice diplomato BJCP italiano - che nelle prossime linee guida appunto del BJCP (le ultime risalgono al 2015) non ci sia la tanto attesa "promozione" della Italian Grape Ale (IGA per gli amici) dall'appendice B degli stili locali alla sezione principale: ad entrare tra gli stili ufficiali potrebbe infatti essere una più generica "Grape Ale", senza riferimenti al Paese d'origine. La possibilità è stata giustificata, riferisce sempre Corbo, con il fatto che alcuni Paesi diversi dall'Italia in cui vengono prodotte birre con mosto d'uva hanno chiesto che venisse eliminato il riferimento esclusivo al nostro Paese, così da rimanere neutro a fronte di vitigni provenienti anche da altre parti del mondo.


La motivazione è immediatamente apparsa assurda nell'ambiente birrario: in tutta la classificazione del BJCP gli aggettivi di provenienza legati ad un certo stile non stanno infatti ad indicare il Paese in cui questo viene attualmente prodotto (dato che qualunque stile viene ormai prodotto ovunque), né quello da cui provengono le materie prime (ve la immaginate una Belgian Pale Ale fatta sempre e solo con malto e luppolo belgi?), ma quello in cui lo stile si è originato. Non si vede dunque perché in questo caso l'approccio dovrebbe essere contrario, arrecando notevole pregiudizio al movimento birrario italiano che ha creato questo stile riconosciuto in tutto il mondo: e per questo lo stesso Corbo, oltre ad essersi attivato nei confronti del BJCP, ha promosso una petizione online che trovate a questo link per la firma.

Posta quindi l'evidente incongruenza, rimane da chiedersi: perché? È "solo" una questione di, diciamo così, scarso potere contrattuale (essenzialmente per ragioni storiche) dei birrai italiani, rispetto a coloro - cechi, belgi, irlandesi, americani, britannici - che vantano una tradizione più lunga? O c'è dell'altro?

Non faccio parte del board del BJCP, e quindi non posso sapere quali considerazioni siano effettivamente state avanzate né eventuali retroscena; però, da persona nata e cresciuta tra le colline del Prosecco, dove si combatte a suon di denominazioni d'origine e si litiga su nomi, luoghi e certificazioni da tempi immemorabili, e dove bastano pochi metri di distanza nella collocazione per dire che un terreno corrisponde ai criteri per produrvi Prosecco Docg oppure no, simili rivendicazioni (pur con i distinguo del caso) non suonano nuove. Appena c'è andato di mezzo il vino - o meglio, il mosto - pare che anche per la birra le cose abbiano preso la stessa piega: là dove prima contava l'origine dello stile (anche in tempi come quelli attuali dove le materie prime locali hanno assunto primaria importanza), ora conta quella dell'elemento caratterizzante, che sottostà appunto a logiche e certificazioni diverse; nonché ai ben noti campanilismi e cavilli che coinvolgono i vari vitigni.

Credo quindi che la domanda da porsi, senza voler stimolare inutili antagonismi tra birra e vino che certo non hanno bisogno di essere rintuzzati (tantomeno ora che sono nate significative e promettenti sinergie tra le due bevande), sia quella se vogliamo ricadere nelle stesse logiche, riconoscendo al vino di avere il diritto di pretendere l'eccezione; o viceversa rivendicare che di birra in ogni caso si tratta, e come tale classificarla rendendo giustizia alla storia dello stile.

giovedì 19 dicembre 2019

Tra Iga e...quasi

Per quanto sia ormai passato del tempo, meritano una nota due produzioni del Birrificio Curtense che ho avuto occasione di assaggiare a Il Bontà a Cremona - presentandole durante due delle degustazioni che ho condotto -, la Jolly Blue e la Il Malfattore. La prima è una Iga con mosto di Franciacorta Chardonnay (il birrificio ha sede appunto in Franciacorta), su base monomalto Pils e monoluppolo mosaic; mentre la seconda, sempre una monomalto pils però questa volta con luppolo cascade autoprodotto, è stata fatta fermentare con lievito da vino ceppo Bayanus. La curiosità - almeno a mio avviso - sta nel fatto che sono costruite in una maniera tale per cui, in una degustazione alla cieca, la maggior parte dei partecipanti probabilmente direbbe che a essere una Iga è la Il Malfattore, non la Jolly Blue.

La Jolly Blue infatti, al di là della gradazione alcolica molto contenuta - 4,5 gradi -, mette in risalto in maniera elegante ma intensa al tempo stesso l'aroma tropicale del mosaic, che si armonizza tanto da sembrare un tutt'uno con i profumi fruttati del mosto; prima di un corpo assai fresco e scorrevole, di cereale fragrante, e di un finale secco che ritorna sul fruttato senza lunghe persistenze amare. Decisamente una delle Iga più beverine che mi sia mai capitato di assaggiare (e sicuramente la meno alcolica); tanto che mi sono trovata a commentare, a fronte del birraio che mi diceva che a lui ricorda quasi le blanche, che a me ricorda piuttosto certe session Ipa, tanta è la scorrevolezza e l'assenza di asperità.

Di tutt'altro genere invece la Il Malfattore, e non solo per la gradazione alcolica doppia. Insieme ai toni leggermente caramellati del malto, infatti, all'aroma risalta una rosa di esteri fruttati che ricordano appunto il vino assai più di quanto non accada con la Jolly Blue - mentre il Cascade, pur riconoscibile, rimane più sullo sfondo. Ben caldo, dolce e avvolgente, per quanto non pastoso né vischioso, anche il corpo discretamente robusto; prima di un finale che, pur rimanendo più sui toni maltati che sull'amaro, non indugia in persistenze caramellate - piuttosto una leggera punta alcolica, che comunque scompare subito lasciando l'idea di una birra discretamente attenuata.

Due produzioni senz'altro originali, e che a mio avviso sono - insieme a tante altre, ben inteso - ulteriore prova del "fermento sperimentativo" che si è creato in Italia non solo con le Iga propriamente dette, ma più in generale con gli spunti che possono venire dal mondo del vino; che in Paese come il nostro sono senz'altro moltissimi.

martedì 14 maggio 2019

Birre "ancestrali"

La seconda tappa del mio tour nelle Marche è stata al birrificio IBEER di Fabriano, che già avevo visitato un paio d'anni fa in occasione dell'assemblea annuale dell'associazione Le Donne della Birra; e da allora sono rimasta in contatto con Giovanna Merloni, la birraia, avendo modo di apprezzare sia le sue creazioni brassicole che la sua notevole inventiva nel promuoverle - cito su tutte "La Borsa della Birra", con le quotazioni delle diverse birre che variano nel corso della serata. E' stato quindi un onore per me essere invitata da lei, da poco diventata campionessa italiana dei biersommelier, a condurre una degustazione a Lo Sverso - locale in centro città: diciamo che ero incerta se sentirmi come ai tempi dell'università, davanti ad una professoressa all'esame, o estremamente soddisfatta di essere stata ammessa nel vip club. Scherzi a parte, davvero è stato un piacere; e preparare e condurre la degustazione con lei è stata una preziosa occasione di scambio e di apprendimento da qualcuno che ha un'esperienza più lunga della mia e un bagaglio di conoscenze più vasto.

Il tema scelto per la degustazione è stato "Birre ancestrali", facendo rientrare in questa definizione sia alcune di quelle che il Bjcp inserisce nella categoria delle birre storiche, sia alcuni stili o metodi di produzione poco utilizzati; e facendo riferimento sia a birre di IBEER che di altri birrifici. A ciascuna è stato poi accostato un abbinamento gastronomico, preparato dalle abili mani di Donatella Bartolomei. Hanno così "sfilato" nell'ordine la Grodziskie di B2O abbinata ad un tipico salume locale, la Gose all'ananas di Evoqe con un'insalata di legumi e mango, la Never Mild - una mild, naturalmente - di IBEER accanto ad un crostino con burro e alici, il Sahti di Bionoc'-Asso di Coppe accostato a dei bocconcini di cinghiale, e la Iga "A testa in giù" con Lacrima di Moro d'Alba, sempre di IBEER, con una mousse al cioccolato bianco e frutti di bosco.

Della Grodziskie di B2O ho già parlato diverse volte: semplice e beverina per lo stile, con una componente affumicata tutto sommato delicata, ha aggiunto una leggera nota di carattere al salume contribuendo allo stesso tempo a "sgrassarlo" con il suo tono acidulo. Più "originale" la Gose di Evoqe, che riprendendo la tradizione di salare la frutta tipica di alcune tradizione culinarie ha, per così dire, salato l'ananas con un finale del tutto peculiare molto rinfrescante; e che si amalgamava bene con l'insalata, unendo anch'essa fruttato e salato. Nel caso dell'abbinamento tra Mild e crostino il "rapporto di forza" tra birra e cibo tornava di nuovo a favore del cibo, essendo la Never Mild - come da stile - di una dolcezza biscottato-caramellata elegante e non invadente; che ha fatto da buono "sfondo" alla sapidità delle alici sul crostino, con la dolcezza salata del burro a fare da legante.

Due parole a parte merita il Sahti di Bionoc'-Asso di Coppe, realizzato appunto da Nicola Coppe all'interno del progetto portato avanti congiuntamente da lui e dal birrificio. Pur essendo realizzato nella maniera quanto più tradizionale possibile - cereali misti cotti per ore ad un singolo step di temperatura, senza mai arrivare ad ebollizione, in una botte di rovere per simulare i tronchi anticamente usati; e filtrata con i rami di ginepro lasciati in infusione - è stato poi fatto fermentare con miele di melata di bosco e maturato per oltre un anno in botti di rovere, dove ha continuato a fermentare per ben otto mesi raggiungendo il ragguardevole traguardo degli oltre dieci gradi alcolici. Il risultato è quindi un Sahti sui generis, molto diverso da altri che mi era capitato di assaggiare in precedenza; in quanto a dominare sulla notevole complessità sia del corpo che dell'aroma - dal cereale puro, a note quasi caramellate, a quelle balsamiche - sono i toni elegantemente aciduli del legno. Indovinato anche l'accostamento al cinghiale, in quanto la robustezza sia della birra che del cibo andavano di pari passo.

Da ultimo la Iga di IBEER, inserita nella degustazione non perché si tratti di uno stile storico, quanto perché è storico il procedimento con cui Giovanna l'ha realizzata: la birra ha infatti riposato "a testa in giù", come nel metodo classico di produzione dei vini spumanti, sulle fecce del vitigno, per oltre un anno. Il risultato è stata una birra intrigante e complessa, in cui la Lacrima di Moro d'Alba - vitigno a bacca rossa tipico della zona di Jesi - si fa sentire bene ed è chiaramente distinguibile, pur ben armonizzato nell'insieme, anche da chi - come me - non l'avesse mai provato prima. L'abbinamento con il dolce ha fatto il paio in particolare con i frutti rossi, nel gioco di contrasti tra l'acidulo fruttato e la dolcezza grassa del cioccolato bianco.

A conclusione del tutto, un piacevole finale con i cocktail elaborati con la Mild di Giovanna da Silvia Piergigli, del Corallino Coffe'n'cocktails di Falconara Marittima: un capitolo, quello della mixology, che per quanto riguarda la birra mi ha sempre lasciata personalmente un po' sulla difensiva; ma che si sta rivelando terreno fertile per le idee di chi si occupa di questo settore e ci sa fare.

Nell'insieme devo dire di aver trovato un pubblico decisamente interessato - oltre che "fidelizzato", essendo questo incontro parte di un ciclo organizzato da Giovanna a Lo Sverso - , anche se non necessariamente esperto di birra nel senso tecnico del termine; che infatti si è accostato con spirito di curiosità a birre anche non facili. Sicuramente anche il contesto è stato adatto, in quanto Lo Sverso è un locale accogliente ma non troppo grande, che si presta a simili eventi essendo strutturato su due sale. Una formula che mi è sembrata insomma ben riuscita, e che sicuramente può offrire in futuro altre occasioni per fare cultura birraria.

Ringrazio di nuovo Giovanna e tutto lo staff de Lo Sverso per la cordiale ospitalità!

sabato 27 ottobre 2018

Alla Busa dei Briganti

In uno dei miei passaggi a Padova ho colto l'occasione per fermarmi a La Busa dei Briganti, brewpub nato da un'azienda agricola di Cinto Euganeo che ha deciso di darsi all'arte brassicola. Al momento si tratta di un beerfirm, in quanto l'orzo fatto maltare in Austria - il titolare, Nicola Rosa, ha riferito che viene loro garantita la tracciabilità in quanto la produzione, 25 tonnellate, è sufficiente a tal fine - viene poi trasformato in birra al birrificio Bradipongo dalla mastra birraia Eva Pagani; ma è in via di completamento l'impianto di 10 ettolitri a Cinto Euganeo, dove è in progetto di far partire anche coltivazioni sperimentali di luppolo. Va detto peraltro, per onor di cronaca, che Eva non è esattamente l'ultima degli homebrewer che ha fatto dell'hobby una professione: è infatti laureata in a Padova in tecnologie alimentari, ha poi proseguito la sua formazione brassicola a Newcastle e a Londra, ha lavorato a Birra Antoniana ed è stata docente Dieffe. Una degna rappresentante quindi delle sempre più nutrite (e giovani, essendo trentenne) quote rosa nel mondo birrario. A completare la squadra che ho incontrato è Tommaso Corazza.


L'avventura è partita un paio d'anni fa con il desiderio di avere un locale dove mescere la birra prodotta, insieme a quella di altri "birrifici ospiti"; e la scelta del nome è caduta su una grotta - "busa" - nei pressi di Cinto Euganeo in cui si narra, tra realtà e leggenda, che si rifugiassero appunto dei briganti. Anche le sei birre fisse hanno tutte nomi che richiamano questi personaggi; a queste si aggiungono le "B Lab", ossia le sperimentali; e le idee a tal fine nascono anche nel piccolo laboratorio a vista che si trova nel locale stesso. L'idea è quindi quella di fare anche didattica e cultura birraria in senso lato, oltre che birra e cucina. Il menù è incentrato fondamentalmente su hamburger gourmet e piatti unici, taglieri di salumi e formaggi di produzione locale, e affini. Al momento la birra viene venduta pressoché totalmente nel locale ed è quindi pensata per accompagnarsi bene con i piatti serviti; ma l'aumento della produzione con il nuovo impianto (i nostri stimano di arrivare tra i 2500 e i 3000 ettolitri annui) è naturalmente pensato anche in vista della distribuzione in altri locali.

Dopo tanto parlare siamo naturalmente venuti al dunque con l'assaggio della prima birra, la Kolsch Schivanoia. Una birra estremamente semplice e lineare, con una luppolatura "nobile" ancor più delicata che in altre Kolsch per lasciare spazio al cereale (100% malto pils di loro produzione, mi hanno riferito). Corpo pieno sui toni del pane ma scorrevole e snello, finale fresco e secco di un amaro elegante. Si coglie bene che l'intenzione era quella di fare di questa Kolsch la "birra bionda" del locale - non inteso in senso denigratorio, ma nel senso della birra beverina e versatile che si adatti ad una grande platea di palati e di esigenze. Mi sono trovata a definirla "un po' la Helles della situazione", pur essendo maggiormente caratterizzata visto che Helles non è; ad ogni modo l'intento è ben riuscito, e si sente che Eva è riuscita a far lavorare il lievito a dovere.

Sono poi passata alla blanche Nina: una birra assai profumata, tanto che ho chiesto subito che spezie avessero usato - pepe di Timut (una bacca nepalese portata direttamente da Tommaso in uno dei suoi viaggi), cardamomo, coriandolo, bergamotto e arancia. Una speziatura "esuberante" ma ad onor del vero amalgamata e calibrata, e che nell'insieme non risulta eccessiva per quanto sia intensa. Un aroma tanto notevole dà inevitabilmente l'impressione che il corpo sia più esile di quanto ci si aspetterebbe, per quanto non lo sia in senso assoluto; e sul finale torna la freschezza dell'agrume, con una punta di speziato in seconda battuta al retrolfatto.Un'interpretazione originale delle blanche, per gli amanti dello stile.


E' quindi stata la volta della bitter Zanzanù: ben evidenti all'aroma i toni di tostato e di biscotto, armonizzati con quelli erbacei e resinosi del luppolo inglese; una bitter che - come da stile - gioca bene sui contrasti tra il dolce e l'amaro, il primo ben presente al palato con una componente di caramello notevole in un corpo prima apparentemente scarico ma che si "riempie" poi, e il secondo in chiusura come da manuale.

Non poteva naturalmente mancare una delle B Lab, nella fattispecie una Iga su base Gose con moscato di un'azienda agricola della zona che produce vini naturali. All'aroma non la si direbbe nemmeno una Gose, tanto sono prevalenti i profumi dolci e fruttati del moscato e quelli floreali, senza alcuna nota lattica; la birra di base si rivela già un po' di più in bocca, amalgamando comunque l'acidità della Gose con l'insieme che rimane dolce, prima di un ritorno di cereale e di sapidità in chiusura. Ben riuscita e piacevole come Iga, anche per chi fosse nuovo allo stile, non aspettatevi però - appunto - una Gose.

Da ultimo una piccola chicca ancora in maturazione, un'altra Iga su base barley wine con marzemino: profumi di vaniglia, frutta sotto spirito, caramello (Eva ha riferito di aver bollito il mosto per tre ore a beneficio della caramellizzazione), frutti rossi e finanche legno (anche se al momento legno non ne ha visto: per il futuro è comunque in previsione che nella nuova sede trovino spazio anche le botti); calda ed avvolgente in bocca, con un finale che richiama i toni dell'aroma. Posto che fare valutazioni a questo stadio sarebbe improprio perché la birra è ancora in maturazione, si può comunque dire che promette bene.

Nel complesso ho avuto l'impressione di una realtà giovane ma che ha posto delle buone basi, e a cui certo non manca la fantasia - specie per quanto riguarda la linea sperimentale: sicuramente sarà interessante seguirne l'evoluzione con l'avvio del nuovo impianto, previsto per il 2019.

giovedì 3 maggio 2018

In quel di Acido Acida

Anche quest'anno mi sono con piacere concessa un giro a Ferrara, per la manifestazione Acido Acida - dedicata alle produzioni "estreme" della Gran Bretagna, acide ma non solo, con in più qualche ospite da altri Paesi d'Europa e dall'Italia. E proprio dagli ospiti italiani ho iniziato il mio giro. Ero infatti curiosa di fare un giro da BioNoc', dopo il successo che li ha visti occupare - insieme a Nicola Coppe - tutti e tre i posti sul podio nella categoria al Barcelona Beer Festival. In realtà non mi sono data alle birre premiate in quella sede ma, su consiglio del birraio, ad altre specialità: nella fattispecie alla Pojerina - una Iga con mosto d'uva Solaris, fermentata un anno in barrique con lieviti da vino Pojer e Sandri - e alla Ardiva - una farmhouse con erbe essiccate di campo d'alta montagna. La prima, pur facendo pronosticare dall'aroma - molto ricco in quanto alla componente del mosto d'uva - un corpo altrettanto "pungente", al palato risulta invece vellutata, con note dolci fruttate; soltanto alla fine arriva un acido gentile a chiudere, peraltro non molto persistente. Delicata, adatta anche a chi si accosta per la prima volta al genere. La seconda è di tutt'altro stampo: alla base di saison non solo sono state aggiunte le erbe, che al naso ricordano proprio un prato alpino, ma anche i batteri lattici in compagnia dei quali si è fatta quattro mesi in barrique. Entrambe le componenti - erbacea e lattica - sono quindi ben presenti sia all'aroma che al palato, forti ma reciprocamente equilibrate, nonché discretamente persistenti a fine bevuta. Per i palati più forti, e amanti della sperimentazione.

D'obbligo era poi anche una sosta da Antica Contea, di cui mi erano state preannunciate alcune chicche; in particolare la "Super K", una Iga con mosto di ribolla gialla della cantina Radikon del 2015. Già dalla descrizione c'era di che costruire fantasie su questa birra: 50% di frumento e 50% d'orzo in quanto a cereale, 13% di ribolla, un anno di maturazione in acciaio e uno in rovere. Al naso il profumo della ribolla la fa da padrone, e anche in bocca il dolce dell'uva si impone sulla componente del cereale; ma è una birra che non concede nulla alle vezzosità zuccherine, perché sul finale di una secchezza notevole subentra un amaro tanninico che chiude la bevuta. Molto beverina nonstante superi i dieci gradi alcolici, per cui occhio perché potreste ritrovarvi ad avene bevuta una pinta senza nemmeno esservene accorti. Il birraio Andrea mi ha riferito che c'è la versione 2017 in arrivo; e al mio "La aspetto con ansia" ha giustamente risposto che no, con ansia meglio di no, perché servirà almeno un altro anno e mezzo ancora. Però vabbè, non abbiamo fretta, si sa che le temps ne respecte pas ce qui se fait sans lui - citando il noto adagio di Cantillon.

Cambiando totalmente genere, cito poi tra le birre provate la Yannaroddy di Kinnegar - una porter al cocco, assaggiata anche per rendere giustizia alla sezione delle "birre dessert" introdotta quest'anno: una birra tutto sommato discreta, secca e beverina, è e rimane una porter e non una batida, semplicemente viene aggiunto un leggero tocco di originalità che può far piacere a chi cerca qualcosa di diverso. Esperienza del tutto insolita poi quella con gli svedesi di Narka Kulturbryggeri: ho infatti provato una Braggot - birra medievale speziata, in cui però personalmente ho trovato risaltare molto di più la componente del miele, riusltando estremamente dolce al palato per evidenziare leggermente le spezie soltanto in chiusura - e un sahti - storica produzione di origine finlandese che per la prima volta mi capitava di provare, dalle intense note affumicate.

Non che le altre birre assaggiate non fossero comunque degne di nota, mi sono limitata qui a quelle che più mi sono sembrate rilevanti; nel complesso una manifestazione interessante, che è riuscita negli anni a creare una selezione di birrifici e di birre di tutto rispetto.


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