Qualcuno di voi avrà forse letto il mio post dello scorso 25 settembre in cui parlavo della mozione presentata dalla Lega Nord in Consiglio comunale a Trento, per l'applicazione dell'accisa agevolata ai microbirrifici; e oggi ho avuto modo di fare una chiacchierata al telefono con il consigliere Devid Moranduzzo (nella foto), da cui la proposta è partita. "Ho presentato questo documento dopo aver parlato con l'ex vicesindaco di Pavia, Matteo Marnaschi - ha raccontato -, che aveva preso qusta iniziativa pochi mesi prima a Pavia. Dato che in questo momento i microbirrifici sono in crescita anche in Trentino, così come il consumo di birra artigianale, mi è sembrato giusato portare il documento in aula per abbassare i costi sia ai produttori che ai clienti".
Moranduzzo assicura che non è mancato il confronto con i birrai della provincia, che hanno - naturalmente - accolto con favore il provvedimento; ma il limite di 650 hl non è troppo stringente? "Se avessimo posto una soglia più alta, il rischio era quello che la mozione venisse bocciata - ha osservato -; per cui, d'accordo anche con i produttori, siamo partiti così, per poi vedere quali potranno essere eventuali margini di intervento in futuro".
Già, perché le intenzioni, anticipate già a settembre, sono quelle di portare la mozione prima in Consiglio provinciale e poi alle due Camere, fino al Parlamento europeo - il testo si richiama appunto ad una direttiva comunitaria, la 92/83, che all'articolo 4 prevede la possibilità per gli Stati membri di applicare aliquote di accisa diversificate in base alle dimensioni del birrificio: con la soglia però di 200.000 ettolitri. A che punto siamo dunque? "Siamo riusciti a far passare la mozione, che pur proviene dal centrodestra, in due comuni guidati dal centrosinistra, Trento e Pavia: il che è già un buon risultato. Ora il testo è allo studio del nostro unico consigliere provinciale, che sta lavorando per far sì che risulti più incisivo a livello locale e riuscire a ridurre l'accisa quanto più possibile".
Insomma, pur con le tempistiche della burocrazia italiana, l'impressione è quella di tanti piccoli tasselli che si stanno muovendo: basti ricordare la proposta di legge avanzata da Unionbirrai e Cna lo scorso febbraio direttamente ai deputati, che prevedeva quattro aliquote di riduzione dell'accisa (del 50% per chi produce fino a 5000 ettolitri annui, del 40% fino a 10.000, del 30% fino a 20.000 e del 20% fino a 40.000) nonché il calcolo di questa non sul mosto ma sulla birra effettivamente commercializzata. Chissà che prima o poi, se si mettono insieme nel modo giusto abbastanza tasselli, si riesca a fare il puzzle.
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
Visualizzazione post con etichetta aliquota. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aliquota. Mostra tutti i post
venerdì 20 novembre 2015
venerdì 12 aprile 2013
Tasse alle imprese, quando le percentuali non tornano
Complice la campagna elettorale di fatto mai conclusa, e diversi avvenimenti sia di cronaca che nell'agone politico legati a questioni fiscali, da qualche tempo la tassazione che pesa sulle tasche degli italiani - e soprattutto delle imprese - sta tornando a ricevere i più o meno meritati strali. Le stime sulla pressione fiscale non sono sempre concordi, anche perché i metodi usati per calcolarla non sempre coincidono; ammetto, non avendo fatto studi di economia, di non avere la competenza per giudicare quali siano più o meno attendibili, per cui non azzardo pareri su quale di queste percentuali sia più vicina alla realtà.
Ho trovato tuttavia particolarmente istruttivo andare a spulciare il rapporto Paying taxes 2013 di Doing Business, progetto della Banca Mondiale, sul carico fiscale alle imprese. Lo studio mette a confronto i vari Paesi del mondo, raggruppati per area geografica, prendendo in considerazione tre aspetti: il numero medio di pagamenti che un'impresa deve effettuare, le ore di lavoro necessarie a tal fine, e il carico fiscale complessivo in percentuale. Secondo quanto si legge, a livello mondiale un'azienda si trova a fare in media 27 pagamenti all'anno, impiegando 267 ore di lavoro, per un carico fiscale medio del 44%; ce la passiamo un po' meglio in Europa, dove bastano in media 13 pagamenti e 184 ore, devolvendo al fisco "solo" il 42% della base imponibile.
Andando a vedere l'Italia, però, c'è di che stupirsi: se infatti il numero di pagamenti annuali è 15 - quindi non singificativamente sopra la media -, deve essere particolarmente difficile districarsi tra le scartoffie, dato che servono 269 ore. Ancor più strabiliante è la pressione fiscale sulle imprese, che la Banca Mondiale stima addirittura al 68%, la più alta del continente: a titolo di esempio - al di là dell'isola felice del Lussemburgo con il 21%, e di Cipro, il cui 23% non ha risparmiato ben altri guai - la Germania è al 46,8%, il Regno Unito al 35,5%, la Spagna al 38,7%; solo la Francia e l'Estonia ci sono vicine, con il 66 e 67% rispettivamente, tutti gli altri ci staccano di almeno 10 punti.
Ancor più istruttivo è però forse andare a vedere la scomposizione di queste tasse: a fare la parte del leone sono infatti le imposte sul lavoro, che pesano da sole per il 43,4%. Vero è che Francia e Belgio arrivano al 50%; ma tutti gli altri Paesi hanno tassazioni nettamente inferiori sulle buste paga, fino al 3,6% della Danimarca. Relativamente alte anche le imposte sugli utili, con il 22,9% - soltanto Malta e la Norvegia le hanno poco più alte. Ribadisco, mi esimo da giudizi perché non ne ho le competenze; ma, appunto per la mia ignoranza, il fatto che ci discostiamo significativamente da buona parte d'Europa con queste percentuali, qualche domanda me la fa nascere.

Andando a vedere l'Italia, però, c'è di che stupirsi: se infatti il numero di pagamenti annuali è 15 - quindi non singificativamente sopra la media -, deve essere particolarmente difficile districarsi tra le scartoffie, dato che servono 269 ore. Ancor più strabiliante è la pressione fiscale sulle imprese, che la Banca Mondiale stima addirittura al 68%, la più alta del continente: a titolo di esempio - al di là dell'isola felice del Lussemburgo con il 21%, e di Cipro, il cui 23% non ha risparmiato ben altri guai - la Germania è al 46,8%, il Regno Unito al 35,5%, la Spagna al 38,7%; solo la Francia e l'Estonia ci sono vicine, con il 66 e 67% rispettivamente, tutti gli altri ci staccano di almeno 10 punti.
Ancor più istruttivo è però forse andare a vedere la scomposizione di queste tasse: a fare la parte del leone sono infatti le imposte sul lavoro, che pesano da sole per il 43,4%. Vero è che Francia e Belgio arrivano al 50%; ma tutti gli altri Paesi hanno tassazioni nettamente inferiori sulle buste paga, fino al 3,6% della Danimarca. Relativamente alte anche le imposte sugli utili, con il 22,9% - soltanto Malta e la Norvegia le hanno poco più alte. Ribadisco, mi esimo da giudizi perché non ne ho le competenze; ma, appunto per la mia ignoranza, il fatto che ci discostiamo significativamente da buona parte d'Europa con queste percentuali, qualche domanda me la fa nascere.
Iscriviti a:
Post (Atom)