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venerdì 20 novembre 2015

Parte da Trento l'accisa un po' meno nera, parte seconda

Qualcuno di voi avrà forse letto il mio post dello scorso 25 settembre in cui parlavo della mozione presentata dalla Lega Nord in Consiglio comunale a Trento, per l'applicazione dell'accisa agevolata ai microbirrifici; e oggi ho avuto modo di fare una chiacchierata al telefono con il consigliere Devid Moranduzzo (nella foto), da cui la proposta è partita. "Ho presentato questo documento dopo aver parlato con l'ex vicesindaco di Pavia, Matteo Marnaschi - ha raccontato -, che aveva preso qusta iniziativa pochi mesi prima a Pavia. Dato che in questo momento i microbirrifici sono in crescita anche in Trentino, così come il consumo di birra artigianale, mi è sembrato giusato portare il documento in aula per abbassare i costi sia ai produttori che ai clienti".

Moranduzzo assicura che non è mancato il confronto con i birrai della provincia, che hanno - naturalmente - accolto con favore il provvedimento; ma il limite di 650 hl non è troppo stringente? "Se avessimo posto una soglia più alta, il rischio era quello che la mozione venisse bocciata - ha osservato -; per cui, d'accordo anche con i produttori, siamo partiti così, per poi vedere quali potranno essere eventuali margini di intervento in futuro".

Già, perché le intenzioni, anticipate già a settembre, sono quelle di portare la mozione prima in Consiglio provinciale e poi alle due Camere, fino al Parlamento europeo - il testo si richiama appunto ad una direttiva comunitaria, la 92/83, che all'articolo 4 prevede la possibilità per gli Stati membri di applicare aliquote di accisa diversificate in base alle dimensioni del birrificio: con la soglia però di 200.000 ettolitri. A che punto siamo dunque? "Siamo riusciti a far passare la mozione, che pur proviene dal centrodestra, in due comuni guidati dal centrosinistra, Trento e Pavia: il che è già un buon risultato. Ora il testo è allo studio del nostro unico consigliere provinciale, che sta lavorando per far sì che risulti più incisivo a livello locale e riuscire a ridurre l'accisa quanto più possibile".

Insomma, pur con le tempistiche della burocrazia italiana, l'impressione è quella di tanti piccoli tasselli che si stanno muovendo: basti ricordare la proposta di legge avanzata da Unionbirrai e Cna lo scorso febbraio direttamente ai deputati, che prevedeva quattro aliquote di riduzione dell'accisa (del 50% per chi produce fino a 5000 ettolitri annui, del 40% fino a 10.000, del 30% fino a 20.000 e del 20% fino a 40.000) nonché il calcolo di questa non sul mosto ma sulla birra effettivamente commercializzata. Chissà che prima o poi, se si mettono insieme nel modo giusto abbastanza tasselli, si riesca a fare il puzzle.

venerdì 12 aprile 2013

Tasse alle imprese, quando le percentuali non tornano

Complice la campagna elettorale di fatto mai conclusa, e diversi avvenimenti sia di cronaca che nell'agone politico legati a questioni fiscali, da qualche tempo la tassazione che pesa sulle tasche degli italiani - e soprattutto delle imprese - sta tornando a ricevere i più o meno meritati strali. Le stime sulla pressione fiscale non sono sempre concordi, anche perché i metodi usati per calcolarla non sempre coincidono; ammetto, non avendo fatto studi di economia, di non avere la competenza per giudicare quali siano più o meno attendibili, per cui non azzardo pareri su quale di queste percentuali sia più vicina alla realtà.

Ho trovato tuttavia particolarmente istruttivo andare a spulciare il rapporto Paying taxes 2013 di Doing Business, progetto della Banca Mondiale, sul carico fiscale alle imprese. Lo studio mette a confronto i vari Paesi del mondo, raggruppati per area geografica, prendendo in considerazione tre aspetti: il numero medio di pagamenti che un'impresa deve effettuare, le ore di lavoro necessarie a tal fine, e il carico fiscale complessivo in percentuale. Secondo quanto si legge, a livello mondiale un'azienda si trova a fare in media 27 pagamenti all'anno, impiegando 267 ore di lavoro, per un carico fiscale medio del 44%; ce la passiamo un po' meglio in Europa, dove bastano in media 13 pagamenti e 184 ore, devolvendo al fisco "solo" il 42% della base imponibile.

Andando a vedere l'Italia, però, c'è di che stupirsi: se infatti il numero di pagamenti annuali è 15 - quindi non singificativamente sopra la media -, deve essere particolarmente difficile districarsi tra le scartoffie, dato che servono 269 ore. Ancor più strabiliante è la pressione fiscale sulle imprese, che la Banca Mondiale stima addirittura al 68%, la più alta del continente: a titolo di esempio - al di là dell'isola felice del Lussemburgo con il 21%, e di Cipro, il cui 23% non ha risparmiato ben altri guai - la Germania è al 46,8%, il Regno Unito al 35,5%, la Spagna al 38,7%; solo la Francia e l'Estonia ci sono vicine, con il 66 e 67% rispettivamente, tutti gli altri ci staccano di almeno 10 punti.

Ancor più istruttivo è però forse andare a vedere la scomposizione di queste tasse: a fare la parte del leone sono infatti le imposte sul lavoro, che pesano da sole per il 43,4%. Vero è che Francia e Belgio arrivano al 50%; ma tutti gli altri Paesi hanno tassazioni nettamente inferiori sulle buste paga, fino al 3,6% della Danimarca. Relativamente alte anche le imposte sugli utili, con il 22,9% - soltanto Malta e la Norvegia le hanno poco più alte. Ribadisco, mi esimo da giudizi perché non ne ho le competenze; ma, appunto per la mia ignoranza, il fatto che ci discostiamo significativamente da buona parte d'Europa con queste percentuali, qualche domanda me la fa nascere.