Anche quest'anno ho approfittato per fare un giro al Birrificio Campestre in occasione di Fusti di Frontiera, manifestazione che Giulio organizza ogni autunno in compagnia di altri colleghi birrai artigianali friulani. Quest'anno peraltro l'occasione era di particolare interesse perché i nostri avevano messo in piedi ben una ventina di spine da nove birrifici diversi, con spazio sia per le classiche che per qualche novità.
Mi sono data per l'appunto alle birre che non avevo mai provato, o che non potevo dire di conoscere bene. Sono partita dalla Keller Pils di Meni, classica e in stile, aroma corposo di pane fresco e cereale, corpo pieno ma snello e fresco, chiusura di un amaro netto ma leggero. Sono quindi passata alla Nova Ekuanot, Golden Ale di Birra Galassia (evoluzione della Nova con luppolo Ekuanot con cui i birrai, a loro detta, hanno inteso dare "più identità" a questa birra): notevolissima la schiuma persistente e fine, che lascia proprio "la panna" in bocca, e da cui salgono aromi possenti di agrumi e frutta tropicale. Corpo snello e fresco, prima di una lunga persistenza di lime e pompelmo, a mo' di spremuta di agrumi. Per la felicità degli amanti delle birre agrumate - da notare che, a differenza di altre loro birre precedenti, questa è stata prodotta da Antica Contea e infustata in isobarico, il che ha sicuramente reso maggior giustizia alla luppolatura.
In terza battuta mi sono soffermata sulla Bla Bla, Double Blanche di Garlatti Costa. Qui devo ammettere che non ho riconosciuto la "mano" di Severino in questa Blanche piuttosto sui generis: poco pronunciato il tipico aroma speziato, che ritorna però nel corpo di media robustezza ancor più della classica nota di frumento. Finale pulito. Non che mi sia dispiaciuta, intendiamoci, però non ho riconosciuto il "tocco del birraio", per così dire. Sono poi ritornata sulla "Chi sono? Castoro!", la Ipa di Campestre: aroma avvolgente in cui si bilanciano bene il caramello e il fruttato dei luppoli, con il primo a fare da "ponte" verso un corpo robusto ma scorrevole tra il dolce e il tostato prima dell'amaro resinoso e deciso in chiusura. Una Ipa ben equilibrata e non banale, all'interno di una stile da tempo inflazionato.
Novità del Campestre è stata invece la "Non aprite quella Porter", una - appunto - Porter con cardamomo e buccia d'arancia. Aroma incentrato sul caffè, con una nota leggera di cardamomo; corpo esile in cui comunque si continua a cogliere il caffè, prima di un ritorno di arancia sul finale. Originale e ben costruita, per gli amanti delle birre da bere al caldo davanti a un caminetto. E sempre da bere davanti ad un caminetto è la Russian Imperial Stout di Borderline, passata 5 mesi in botti di rum. Ed è appunto il rum a dominare sia nell'aroma che nel corpo, con decisi toni liquorosi e di zucchero di canna, insieme al legno e alla liquirizia. Decisamente secca, dimostra forse la metà dei suoi 13 gradi, quindi occhio all'etilometro.
Chiudo con un grazie anche ai birrai non nominati qui per la piacevole serata, che mi sento di definire ben riuscita come evento. E qui diventa lecito chiedersi se il format del "ritrovo di birrifici" in casa di uno di questi diventerà - data la sua crescente diffusione - un format che, se non sostituirà del tutto, quantomeno si affiancherà a quello dei festival birrari creando un "doppio binario" rispondendo ad esigenze e logiche diverse: anche questo un segnale di ricerca di rinnovamento all'interno di un mondo della birra artigianale alla ricerca (giustamente) di nuove vie dopo lo "sgonfiamento" del boom.
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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mercoledì 24 ottobre 2018
Qualche appunto da Fusti di Frontiera
sabato 26 novembre 2016
Anche i birrifici vanno in Erasmus
Ieri sera ho presenziato a "Fusti di frontiera", simpatica - perdonate l'aggettivo generico, ma mi sembra nondimeno il più calzante - manifestazione organizzata dal Birrificio Campestre. Quest'anno, con la seconda edizione, il sodalizio tra Campestre e Antica Contea si è allargato a Borderline; e forse il segreto del fatto che anche quest'anno sia stata una manifestazione riuscita - almeno a giudicare dal numero di persone presenti già a inizio serata - è il fatto che, come ha affermato Giulio (il birraio del Campestre, per chi non lo conoscesse) "Ci troviamo qui, portiamo i fusti, e ci divertiamo noi per primi". Il tutto naturalmente senza perdere d'occhio la bontà della materia prima, cosa su cui i tre birrifici in questione si sono a mio avviso sempre ben difesi: il Campestre portava Aurora, Rurale, Dove Canta la Rana e Scur di Lune; il Borderline Ultra Hoppy Golden Ale, American Session Brown Ale e Red Ale; e Antica Contea portava Contessina, Dama Bianca e Superbia.
Era proprio quest'ultima - una best bitter - che mi mancava, e così ho provveduto. Trattasi di una di quelle bitter "intrinsicamente britanniche" che ai ragazzi di Antica Contea tanto piacciono: schiuma ben densa e persistente a grana sottile, luppolatura sobria in aroma - nella fattispecie il luppolo inglese Progress, simile all'East Kent Golding, dall'aroma molto delicato tra il floreale, l'erbaceo e finanche speziato - , e dal corpo che pur esile a garanzia di bevibilità lascia in bocca un intenso nocciolato, prima di un finale di un'amarezza sobria ma netta, secca e pulita. La classica bitter appunto, da bere in quantità - del resto ha poco più di quattro gradi alcolici - e a cui sicuramente verrebbe resa molta più giustizia spillata da cask o a pompa, per rendere meno accentuata la carbonatazione; ma anche alla spina non perde comunque la sua ragion d'essere, nonché il suo "marchio di fabbrica" di Antica Contea in quanto ad amore per le isole britanniche, semplicità e pulizia.
E qui vengo al motivo del titolo, perché tra un sorso e l'altro mi sono fatta raccontare da Costantino (uno dei birrai di Antica Contea, per chi non lo conoscesse) il loro viaggio alla Driftwood Spars Brewery in Cornovaglia, per una cotta della loro Pat at a Tap insieme al birraio Pete. Un viaggio molto istruttivo, a sentire Costantino, "perché ci siamo resi conto di quanti problemi forse inutili ci poniamo noi qui in Italia nel fare la birra": dagli impianti ai metodi, lì è tutto molto più "spontaneo", forse in virtù di una lunga tradizione che ha portato a privilegiare la pratica sulla teoria. Gli amici della Driftwood hanno ora in programma di ricambiare la visita, per cui l'auspicio è quello che si crei un fruttuoso scambio tra Gorizia e la Cornovaglia. Un genere di "Erasmus" da incentivare a livello più ampio soprattutto se può aiutare ad affrontare una delle debolezze spesso citate dei nostri birrifici, ossia la scarsa competitività sul mercato internazionale: penso ad esempio ad accordi per la produzione e distribuzione in loco delle reciproche birre, oltre naturalmente a birre in collaborazione. Un reciproco arricchimento non solo economico ma anche culturale.

E qui vengo al motivo del titolo, perché tra un sorso e l'altro mi sono fatta raccontare da Costantino (uno dei birrai di Antica Contea, per chi non lo conoscesse) il loro viaggio alla Driftwood Spars Brewery in Cornovaglia, per una cotta della loro Pat at a Tap insieme al birraio Pete. Un viaggio molto istruttivo, a sentire Costantino, "perché ci siamo resi conto di quanti problemi forse inutili ci poniamo noi qui in Italia nel fare la birra": dagli impianti ai metodi, lì è tutto molto più "spontaneo", forse in virtù di una lunga tradizione che ha portato a privilegiare la pratica sulla teoria. Gli amici della Driftwood hanno ora in programma di ricambiare la visita, per cui l'auspicio è quello che si crei un fruttuoso scambio tra Gorizia e la Cornovaglia. Un genere di "Erasmus" da incentivare a livello più ampio soprattutto se può aiutare ad affrontare una delle debolezze spesso citate dei nostri birrifici, ossia la scarsa competitività sul mercato internazionale: penso ad esempio ad accordi per la produzione e distribuzione in loco delle reciproche birre, oltre naturalmente a birre in collaborazione. Un reciproco arricchimento non solo economico ma anche culturale.
lunedì 2 novembre 2015
Fusti di frontiera


Da ultimo, una nota di merito a Giulio in primo luogo e anche a tutti gli altri organizzatori, per aver saputo mettere in piedi una serata semplice e gradevole, dimostrando che le idee buone non necessariamente sono complicate e che fare squadra è una di queste.
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