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mercoledì 5 marzo 2014

Una calda notte di carnevale

Come credo sia intuibile, una tipa come me preferisce di gran lunga festeggiare il carnevale con una buona birra piuttosto che con crostoli e frittelle (che comunque non disdegno: ma se proprio bisogna scegliere, non c'è paragone). E così ho riesumato il mio autentico vestito cinese in pura seta - o che almeno mi ha venduto come tale una vispissima dodicenne con gli occhi a mandorla al mercato di Porta Portese, facendo da interprete tra il romanesco e il mandarino per l'anziana nonna proprietaria della bancarella - e truccata di tutto punto sono andata con Enrico alla Brasserie, dove Matilde e Norberto avevano preparato una festa di carnevale con estrazione a premi per chi si fosse presentato in maschera.

Come di consueto, ho per prima cosa dato un'occhiata a che cosa c'era alla spina: la Brasserie tiene sempre a rotazione delle birre che diversamente sono disponibili soltanto in bottiglia, e qualsiasi esperto vi dirà che alla spina "è tutta un'altra cosa". Ammetto di non riuscire sempre a cogliere la differenza tra le due opzioni all'interno dello stesso tipo di birra, ma mi sono detta che stavolta ne doveva valere la pena dato che la birra in questione era la Hot Night at the Village (chiamata così in onore del Villaggio della Birra di Siena) di Foglie d'Erba: alias una signora porter che si è agguindicata la medaglia d'oro al Brussels Beer Challenge, nonché un posto d'onore nella mia personale classifica. Gino me ne aveva infatti procurata una bottiglia in occasione di Friuli Doc, che con Enrico avevo gustato a casa con estremo piacere; per cui a questo punto provarla alla spina era d'obbligo.

Rispetto alla bottiglia, in questo caso un di più che offre la spina è sicuramente la schiuma: densa e compatta, quasi cremosa - vabbè, non immaginatevi una Guinness che è tutt'altra cosa, però non c'è male - che offre un ottimo biglietto da visita insieme all'aroma ben tostato ancor prima di aver bevuto un solo sorso. Il corpo, nonostante la tostatura e la maltatura decisa, non è eccessivamente robusto: le note di liquirizia e di caffè, pur ben distinguibili, non sono particolarmente persistenti, così come i luppoli che danno il loro contributo alla rosa di profumi e smorzano il dolce del malto. Una birra che definirei quindi equilibrata nonostante tutto questo bendidio di aromi e gusti, e quindi assai più beverina rispetto ad altre dello stesso tipo - peraltro non è nemmeno molto alcolica, poco più di 5 gradi. Insomma, alla spina o in bottiglia, si conferma tra quelle che più gradisco.

Al di là della birra, una nota di merito va riservata agli stuzzichini che Matilde, Norberto e collaboratori avevano preparato con le loro mani ed elargivano con generosità (fin troppa, oserei dire, sono uscita che ero ben sazia) in occasione del carnevale: soprattutto a
i muffin salati con prosciutto e funghi, particolarmente ben riusciti, e alle fettine di polenta con uovo e formaggio (si, avete letto bene: le avevo prese per una frittata e detto così suona assai strano, però merita). Nota tecnica, all'estrazione a premi non ho vinto nulla. Vabbè, ho capito: da oggi quaresima...

martedì 4 marzo 2014

Al Carnevale di Rodda reloaded

A grande richiesta, interrompo per un po' - anzi, per un post...ok era pessima, chiedo venia - l'argomento birra per tornare su un argomento che già l'anno scorso aveva riscosso parecchio successo: i Pust di Rodda - chi non sapesse di cosa sto parlando, vada a rileggersi il resoconto della mia spedizione 2013 nelle Valli del Natisone cliccando qui.


Dopo la prima esperienza "di assaggio", in cui ho seguito la banda di scalmanati locali nel giro serale delle case dei borghi, questi hanno evidentemente deciso che ero pronta per il passo successivo: partecipare alla sfilata vera e propria, che inizia invece la mattina. Già, inizia: perché dura poi fino a sera, in un lungo pellegrinaggio che tocca tutte le frazioni. A differenza del giro serale, in cui i partecipanti si mascherano come più loro aggrada o non si mascherano affatto, in quello diurno il ruolo principale lo giocano le figure tradizionali del carnevale delle Valli del Natisone: l'angelo, il diavolo, e appunto i Pust, coloratissimi personaggi muniti di una sorta di pinze - le kliesce - usate per combinare i guai più svariati, dallo spargere per il giardino la legna delle cataste ad appendere gli ombrelli alle imposte del piano superiore. Giusto per farsi notare, i Pust sono poi muniti di rumorosissimi campanacci, che scuotono procedendo a passo di corsa: tenendo conto che il carico può arrivare anche a 30 kg, non è cosa di tutto riposo, specie se dura una giornata intera. Aggiungiamoci pure che è severamente vietato andarsene dalle case visitate senza aver mangiato e soprattutto bevuto qualcosa, mentre si allietano le famiglie con le canzoni tipiche del carnevale accompagnati dalla fisarmonica, e si capisce come arrivare a sera sia assai impegnativo. Ma tant'è, è lì che sta il bello.

Ero particolarmente curiosa di partecipare dopo aver intervistato Silvana Buttera, che vive in paese, di professione mascheraia: una delle ultime custodi di una tradizione secolare - che sta fortunatamente trasmettendo al nipote -, che scolpisce nel legno le maschere utilizzate per il carnevale. Era stata lei ad introdurmi alla storia dei Pust - che inizia addirittura nel XIII secolo - raccontandomi la sua: «La passione ce l’ho sempre avuta – mi ha riferito –, tanto che mi sono costruita gli attrezzi da sola; ma solo dagli anni Novanta ho iniziato a dedicarmi alle maschere». Con discreto successo, a quanto pare, dato che è stata chiamata a tenere seminari e simposi in Austria, in Slovenia e in varie zone d’Italia. Oltretutto è pure stata una pioniera, in quanto prima donna a cimentarsi nel campo, nonché fondatrice dell'Associazione mascherai alpini. A dare il via alla sua opera è stato nientemeno che un furto: «Ci avevano rubato la maschera del diavolo, che insieme a quella dell’angelo è la più importante nella tradizione dei Pust – mi ha spiegato –, così ne ho realizzata un’altra». Solo la punta di diamante di una serie di maschere che un tempo erano più numerose: «C’erano anche l’orso, il cane, il gatto, il gallo e la gallina; ora ce ne sono di meno, non è più come una volta. I giovani, che sono rimasti in pochi, vorrebbero trovare tutto pronto, e molto spesso non preparano nemmeno i costumi per le sfilate. E poi una volta si facevano più scherzi, si coinvolgevano di più le persone: ora invece sembra quasi che non abbiano il coraggio di far ridere la gente».


Sarà, ma questi giovani qui di voglia di fare ne hanno parecchia: la mattina di sabato 1 marzo si sono alzati di buon'ora, hanno indossato i costumi - e fidatevi che ci vuole un po' di tempo -, e alle 9 erano già a combinare guai in giro per il paese. Ad aprire il corteo è il diavolo, tenuto alla catena dall'angelo, seguito dai Pust scampananti - per quanto Silvana sostenga che dovrebbe essere il contrario: non so, chiedo lumi. La gente del paese, salvo poche eccezioni, non si offende per gli scherzi - in fondo buona parte di loro ha fatto lo stesso in gioventù - e apre le porte di casa: lì, davanti ad un buon bicchiere, si parte con un repertorio che va dai canti tipici del carnevale (di cui molte nel dialetto slavo locale) alle canzonacce più dissacranti, e tappate le orecchie ai bambini (e a volte anche gli occhi, dati certi siparietti). Insomma, il carnevale recupera qui quella che è la sua radice medievale più profonda: l'unico periodo dell'anno in cui poter fare tutto ciò che non è moralmente, socialmente e magari anche legalmente permesso, sovvertendo le gerarchie e concedendosi ai piaceri della vita. In maniera comunque "sana": non stiamo parlando di un ubriacarsi e di un fare danni fine a sé stessi, ma inseriti in quella che è comunque una dimensione di comunità. Non a caso, a quanto mi hanno riferito gli episodi spiacevoli accaduti negli anni si contano sulle dita di una mano.


A fine giornata ero a dir poco distrutta, ma felice: perché, per quanto mi avessero sempre detto che la gente di lì è chiusa, che se non sei "indigeno" verrai sempre guardato con almeno un po' di diffidenza, e simili, sin dal primo giro di Pust i ragazzi sono riusciti a scardinare tutti i luoghi comuni, a farmi sentire accolta come se fossi nata e cresciuta lì, e a dimostrare che questo non è solo folklore da riesumare una volta l'anno perché "non bisogna far morire la tradizione" (a costo di renderla un fenomeno da baraccone), ma un modo ancora vivo di quel "fare comunità" che in tanti posti si sta perdendo.E colgo l'occasione per ringraziarli.

mercoledì 14 agosto 2013

La Villacher ritrovata

Dopo la gita a Villach, che ho raccontato nel post "Ein Prosit", la voglia di riassaggiare la Villacher mi era rimasta. L'occasione si è presentata ieri, alla festa di Vernasso nelle valli del Natisone: molto più che una semplice sagra di paese, perché oltre agli usuali stand enogastronomici e affini comprende una lunga serie di manifestazioni e gare sportive - dal podismo alla mountain bike -, musica per tutti i gusti - con tanto di scuola di ballo caraibico gratuita - in una sei giorni di festa nella suggestiva cornice delle rive del Natisone, dove è anche possibile campeggiare. Insomma, ci siamo detti che valeva la pena fare un giro: così abbiamo scelto la serata conclusiva, con l'immancabile tombola e fuochi artificiali.


 Bisogna dire che la nostra spedizione nelle valli non è iniziata sotto i migliori auspici, perché dopo settimane e settimane di siccità, proprio ieri sera il cielo ha ascoltato le unanimi preghiere del popolo accaldato ed è arrivata la pioggia: meno male che - come auspicabile in simili manifestazioni - era stato montato un ampio tendone sotto cui rifugiarsi, ma la serata ha perso buona parte della sua poesia naturalistica dovendo stare rintanati lì sotto.


Ciò che invece non ha assolutamente perso di poesia è stato il lato enogastronomico: al di là dell'ottima grigliata e del frico (non furlanofoni, cliccate qui), che hanno fatto la felicità del consorte - e anche la mia: per la prima volta ad una sagra ho trovato una coscia di pollo ben cotta e non unta -, la birra spinata ai chioschi era appunto la Villacher bionda. Per quanto nel mio precedente post avessi affermato che "Le Pils non sono il mio genere", devo dire che stavolta l'abbinamento col pollo alla griglia è stato una rivelazione: l'ha confermato il fatto che gli ultimi sorsi, bevuti quando ormai avevo finito di mangiare, non sono stati altrettanto apprezzati. Insomma, non sarà un tipico cibo austriaco, ma meglio così che con la Kirchtagssuppe, in barba ai puristi.

Chiaramente, dato che ci trovavamo nelle valli del Natisone, era d'obbligo la gubana: una sorta di focaccia ripiena di uvetta, mandorle, pinoli, noci, grappa (e la lista prosegue ancora a lungo...insomma, roba leggera) dalla preparazione così laboriosa che ancora oggi quella originale viene prodotta soltanto artigianalmente, nell'impossibilità di industrializzare un processo tanto complicato. A dire il vero, non ne vado pazza: ma dopo aver assaggiato quella fatta in casa al Carnevale di Rodda, che ancora oggi mi fa venire l'acquolina in bocca, ho deciso che valeva la pena di fare un altro tentativo. In realtà la tradizione vuole che la gubana venga bagnata con la grappa, per cui l'abbinamento con la birra non era proprio ortodosso (e ancor meno quello con l'aranciata, alla quale Enrico si è dovuto limitare per questioni di guida): ma non è stato male nemmeno così, e per quanto non si trattasse della miglior gubana mai sfornata da quelle parti - anche a detta dei locali, che hanno un più voce in capitolo di noi - non è stata una delusione.

La delusione invece, per gli amici che erano con noi, è stata la pesca di beneficenza: quindici biglietti e nemmeno uno vincente. Quando si dice "ritenta"...

lunedì 21 gennaio 2013

Al Carnevale di Rodda

Da brava veneta, quando penso al carnevale mi viene in mente prima di tutto Venezia; ma anche qui in Friuli le tradizioni non mancano, soprattutto nelle Valli del Natisone. Così ne ho approfittato dell'invito del caro vecchio Amedeo (Moz per gli amici, in onore di Mozart) a partecipare alla prima serata del carnevale - Pust, in lingua locale - del suo paese: Rodda di Pulfero, una manciata di case abbarbicate su una montagna.
La tradizione vuole che questa prima serata consista nel fare il giro delle case del paese, mascherati o vestiti in maniera bizzarra, a divertire - o importunare, a seconda dei punti di vista - gli abitanti con musiche, canzoni (più o meno goliardiche) e scherzi di vario genere; e anche se le case in questione sono solo nove, dato che - sempre da tradizione - in ognuna viene offerto da bere, per arrivare in fondo al pellegrinaggio ci vuole fisico.
Arrivata a Rodda sotto la neve, mi sono trovata davanti - nell'ordine - due pompieri, una muratrice, una vichinga, una diavola (no, non la pizza), una specie di cespuglio con una maschera, un suonatore di fisarmonica e uno di bidonofono: ossia quello strano strumento che vedete nella foto, una cassa di risonanza cilindrica con una corda per stendere i panni tesa su un bastone, che fa le veci del basso.
Chiaramente la gente ci aspettava, ed ha sempre aperto le porte volentieri (salvo magari pentirsene quando i due pompieri impolveravano la cucina con l'estintore): dopo le prime due case avevo aggiunto al mio repertorio una serie di canzoni da osteria, il viso imbrattato di carbone, la schiena sudata per aver ballato, e il tasso alcolemico al di sopra del limite di 0,5 nonostante i ripetuti dinieghi davanti ai bicchieri: d'altronde, quando anche l'ottimo dolce tipico (la gubana) è fatto con la grappa, basta una fetta di quella per non potersi mettere alla guida.
I  buoni propostiti di rimanere non più di un quarto d'ora in ciascuna casa sono presto sfumati, e il tutto è finito a notte fonda. Il prossimo fine settimana sarà la volta di un'altra frazione del Comune, e i due giorni di festa grande con la sfilata delle maschere tipiche sono programmati per il 9 e il 10 febbraio. Per chi si trovasse da queste parti, dovrebbe esserci di che divertirsi...