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martedì 24 aprile 2018

Santa Lucia, capitolo terzo

Ed eccoci all'ultimo weekend di fiera a Santa Lucia, dedicato ai birrifici esteri più l'ospite italiano Beer In.

Parto da quest'ultimo, che già avevo conosciuto al BeVe a Mestre - dove avevo assaggiato la rauch Rata Vuloira ("Il pipistrello", tutti i nomi delle birre sono in piemontese) e la strong belgian ale Babi ("La rana"). Questa volta su consiglio del birraio ho provato la weizen Peru Pistun ("La libellula"), appena premiata a Birra dell' anno: sicuramente una birra che sa stupire, con il 70% di frumento non maltato, una schiuma abbondante e particolarmente morbida, aroma intenso ma setoso al tempo stesso tra banana, chiodi di garofano e cereale, corpo ben pieno in cui il frumento la fa da padrone, finale secco e pulito della stessa setosità. Colpita positivamente, ho così voluto provare la pils Gil ("Il ghiro") in quanto è uno degli stili che considero metro di misura della maestria di un birraio: e in effetti, pur senza voler questa volta stupire, si tratta di una pils pulita e in stile, canonici aromi di cereale e luppoli nobili, corpo scorrevole ma non evanescente di crosta di pane, e taglio finale di un amaro gentile.

Una pils che mi ha invece stupita è stata quella del birrificio boemo (embè, direte voi) Unetcike Pivo, new entry nel parco birre di Beergate. Una birra che, come da tradizione ceca, va bevuta freschissima per essere apprezzata al meglio (ha scadenza a 30 giorni, mi è stato riferito): aromi intensissimi di cereale e luppolo Saaz, corpo pieno di pasta e crosta di pane, finale con una punta di acidulo seguita da un amaro intenso, secco e netto, prima di un ritorno a sorpresa del cereale sui toni del pane tostato. Senz'altro un prodotto interessante, e per il birrificio e Beergate sarà una sfida significativa il fatto di farlo arrivare al consumatore sempre nella forma migliore.

Del britannico Oakham, new entry per Santa Lucia, ho provato la ipa Green Devil portata da La Birroteca: intensissimi aromi citrico e di frutta tropicale, prima di un corpo scorrevole che appare inizialmente dolce, ma lascia presto il posto al finale di un amaro agrumato. Sosta interessante anche quella allo stand di birre olandesi, con i birrifici Kees - nuovo per me - e De Molen: del primo ho provato la ipa Hazy Sunrise, intensamente caratterizzata dal luppolo citra e di facile beva; e del secondo la imperial stout Rasputin, dieci gradi di possenti aromi e sapori tra caffè, cioccolato, liquirizia, e finanche un finale dai toni leggermente torbati.

Merita poi una menzione a parte la degustazione organizzata dall'associazione Le Donne della Birra, che come socia ho condotto insieme alla sommelier Barbara Lombardi e a Lucia Del Vecchio, titolare del birrificio 5+ di Trento. Tre le birre in degustazione, una Saison - dalla speziatura particolarmente notevole, e recentemente insignita del Kubo d'oro a Bolzano -, una apa - sui toni citrici e dal corpo snello, tanto da far risaltare particolarmente il taglio amaro finale - e una ipa - con una luppolatura di frutta tropicale e un corpo più robusto e caramellato, tanto da risultare del tutto equilibrato rispetto all'amaro nonostante i 50 ibu dichiarati. Significativa la partecipazione del pubblico, che ha mostrato di apprezzare sia le birre che lo scambio di storie, idee e inforazioni in particolare con Lucia.

Chiudo qui la mia panoramica su Santa Lucia; ringraziando tutti i birrifici, anche quelli a cui ho potuto dedicare solo una sosta fugace e di cui non ho scritto in questo blog.

lunedì 19 settembre 2016

Da Fiume Veneto a Forte Marghera

Anche quest'anno, per quanto mi sia dovuta limitare ad una toccata e fuga, ho fatto la mia visita d'ordinanza al Festival della Birra Artigianale di Fiume Veneto. Il primo weekend ha ospitato birrifici e beerfirm che già avevo avuto modo di conoscere ed apprezzare - Birra Galassia, Zahre, Big Hop con birra anche di Opperbacco e Bibibir, Kundmuller con Weiherer Bier, e La Birroteca con una lunga lista di birre disponibili. Unico "sconosciuto", il beerfirm (si appoggia a Sante Sabide) Birra Taiedo, dell'azienda agricola La Maddalena - di cui ho provato una blonde ale in cui però ho trovato alcuni difetti riconosciuti anche dal titolare: l'augurio fiducioso, dato che sono ancora agli inizi, non può quindi che essere quello di "aggiustare il tiro" in futuro. Da segnalare la sosta da Weiherer Bier dove, oltre alla Rauch che mi ha positivamente colpita per la sua morbidezza, ho provato la nuova Hell Zwickerla: prufumi intensi di crosta di pane dati dal lievito ben presente in sospensione, e particolarmente piena e ricca al palato con note di cereale e miele, senza però sacrificare la giusta secchezza sul finale di un amaro tenue.

Il giorno successivo sono invece stata alla prima edizione del BeVé - Beer in Venice - definita come "Biennale della Birra ad alto tasso di creatività" - a Mestre, nella suggestiva cornice di Forte Marghera. Già mi erano noti Camerini, Birrificio del Doge, Sognandobirra, Praforte, BiRen, Casa Veccia e B2O; nuovi mi erano invece Mesh (beerfirm che si appoggia a Bav), Corti Veneziane, Beer In, Matthias Mueller, Couture e Morgana. Insomma, ce n'era per passarci una giornata intera, cosa che del resto ho fatto - contando anche la partecipazione ad uno dei laboratori di degustazione, quello sulle birre ad alta fermentazione condotto la Luca Grandi. Del Mesh - che sta per Mauro, Enrico e Stefano Homebrewers - ho provato in prima battuta l'American Wheat White Noise, birra di frumento con polpa di frutto della passione. Per quanto il frutto sia ben presente al naso, non arriva comunque a sovrastare del tutto gli aromi del lievito e del frumento che salgono da sotto ad una schiuma ben persistente; un equilibrio fresco che si mantiene anche al palato, per chiuedere con un ritorno finale acidulo dato dal frutto della passione - personalmente l'avrei gradito meno marcato, ma non è comunque tale da risultare eccessivo. In seconda battuta la scotch ale No Kilt, meno dolce e leggermente più attenuata rispetto alla media dello stile, e dalla mordiba torbatura sia al naso che al palato, per un finale in cui il caramello lascia il posto ad una secchezza lievemente amara (la ricetta prevede East Kent Golding in dry hop); e infine la Peste Nera, una black Ipa che si contraddistingue per i sapori di liquirizia, di cui attendo la versione che sta maturando in botti di rum. Si sente nelle loro birre che i ragazzi sono ancora in fase "sperimentale" (hanno avviato l'attività da poco più di un anno), essendo meno "pulite" rispetto a quelle di birrifici di più lungo corso; ma direi che le premesse sono molto buone, e confido che il tocco di originalità che mettono nelle loro birre troverà un sempre maggiore affinamento.

Di più lunga esperienza è invece il Beer In di Trivero (Biella), nato nel 2011, e noto per la medaglia d'oro per la sua rauch Rata Vuloira ("il pipistrello": tutte le birre hanno nomi di animali in dialetto locale) a Birra dell'Anno 2016. L'ultima novità è la "Trilogia delle Ipa", ossia la stesso mosto di base ma con tre lupolature diverse - luppoli dal'Oceania, dall'Europa e dall'America; io ho provato però durante la degustazione la dark strong belgian ale Babi (il rospo), color tonaca di frate, in cui all'aroma spicca il miele d'erica che viene aggiunto - insieme alla frutta secca e alla prugna, insieme a qualche nota tostata. Un connubio complesso che si protrae anche nel corpo caldo, rotondo e ben pieno, fino ad un finale in cui la buona carbonatazione esalta le note alcoliche - per quanto non così forti da essere invadenti, almeno non per una belgian strong ale.


Di Corti Veneziane - aperto da dicembre 2015 - ho assaggiato per prima la pils Kanaja - del resto è lo stile considerato "metro di misura"...-, nata in collaborazione con il gruppo musicale Rumatera in occasione di un concerto di raccolta fondi per le vittime della tromba d'aria nella riviera del Brenta. Delicato l'aroma tra il floreale e lo speziato dei luppoli tedeschi, e particolarmente ricco il corpo dall'intenso sapore di cereale - sulla scuola delle pils ceche: tanto che conclude infatti con un amaro altrettanto ricco ma non molto secco, creando un curioso contrasto che ho apprezzato. Assai fiduciosa ho quindi assaggiato durante la degustazione la Redentor, definita come "doppio malto di stile tedesco" (alla mia richiesta di ulteriori precisazioni sullo stile mi è stato risposto che non c'è uno stile particolare a cui il birraio si è ispirato); qui personalmente ho trovato invece un po' troppo marcati gli aromi di caramello che si protraggono poi lungo tutta la bevuta, lasciando una persistenza decisamente dolce in cui tornano note di miele.

Più complesso si fa il discorso per l'agribirrificio Couture (nome scelto per richiamare l'artigianalità del lavoro) aperto da quest'anno: il birraio Andrea mi ha infatti condotta in un lungo e interessante viaggio attraverso le numerose tipologie di birra prodotte (no, non mi ha ubriacata: e gli appunti ordinati che ho preso dalla prima all'ultima birra lo provano). Siamo partiti dalle birre di frumento - una weizen pulita e in stile, dal corpo particolarmente pieno; e una blanche in cui è ben evidente l'aroma di coriandolo e l'agrumato del bergamotto -, fresche e ben attenuate, per poi passare alle pale ale "gemelle" denominate "Mr & Ms Icon" - la prima che in effetti richiama il maschile, con gli aromi più acri di agrume e frutta tropicale, e un amaro cirtrico e sferzante alla fine che contrasta improvvisamnete il corpo in cui ho colto una punta di miele di castagno; e la seconda il femminile, con un bouquet fruttato più delicato in cui personalemnte ho sentito spiccare l'uva spina e la papaya, a cui segue un corpo snello e un delicato finale agrumato. Da ultimo la Vienna, in cui più che i toni di biscotto da manuale ho colto quelli di miele e frutta secca; ad Andrea peraltro non devono piacere le birre tropo dolci, perché anche in questo caso l'attenuazione è più marcata ella media dello stile e l'amaro erbaceo finale non lascia alcuna persistenza di malto. Nonostante la giovane età del birrifico, le ho trovate tutte birre molto pulite anche là dove si è voluto osare; attendo quindi con ansia la loro Iga con mosto d'uva glera, al momento non ancora disponibile.

Di Matthias Mueller, consulente tecnico e mastro birraio che fa la spola tra la Germania e l'Italia - nonché altre parti del mondo, là dove il lavoro lo porta - ho provato la Bassana, birra di frumento con malto di farro e asparago: devo dire che non ho colto l'asparago se non molto sullo sfondo - la signora che me l'ha presentata sostiene tuttavia che viene valorizzato nell'abbinamento con piatti agli asparagi, cosa che purtroppo non ho potuto verificare...- mentre è ben presente la componente del cereale e del lievito. Di Morgana infine ho assaggiato la Ginevra, una blonde ale "ibrida" che prevede l'utilizzo di luppoli e malti tedeschi e lievito belga. Al naso spiccano soprattutto i luppoli tedeschi, con gli esteri del lievito che rimangono più sullo sfondo; mentre il corpo più pieno richiama invece la tradizione belga, con qualche tono di miele, fino ad un finale lievemente amaro che non oblitera completamente i toni dolci.

Ultima nota per la presentazione del libro "Fatti di birra" di Michela Cimatoribus, Marco Giannasso e Andrea Legittimo, a cui non ho potuto partecipare causa treno in partenza: è stato comunque una piacevole lettura durante il viaggio, di cui ringrazio gli autori.