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mercoledì 20 aprile 2016

In quel di Villa Manin

Villa Manin è un posto in cui vado sempre con piacere, trattandosi di una magnifica villa veneta poco lontana da Udine; e con tanto più piacere ci sono andata ieri, essendo stata invitata a conoscere alcuni nuovi birrifici all'interno di un evento organizzato da Eurobevande. Alcuni dei presenti già mi erano noti, come il B2O e il Legnone; altri però "sbarcavano" per la prima volta in zona, come lo svedese Nils Oscar.

L'amico Kjell ("Si pronuncia Shell, come la conchiglia. O come la compagnia petrolifera, però mi pare meno bello") mi ha condotta in un viaggio attraverso birre assolutamente peculiari, almeno per i gusti italiani, tanto che credo di non aver mai assaggiato nulla di simile. La prima, la God Lager (god nel senso di buono: è svedese, non inglese) è - come dice il nome stesso - una lager bionda e intesa come la più semplice del repertorio, che però già al naso fa senitre una distintiva nota di miele e cereale che sovrasta la luppolatura floreale molto delicata; il corpo rimane comuqnue più legero di quanto ci si potrebbe aspettare, chiudendo poi con n amaro abbastanza secco. Abbiamo però cominciato a fare sul serio con la seconda, una Pale Ale dall'intensissima luppolatura agrumata - mi sembrava di avere in mano una manciata di coni di cascade, o qualcosa del genere - , fresca, e con un amaro che pur intenso non disturba in quanto controbilanciato dall'agrume. Sono rimasta stupita dal fatto che Kjell mi abbia presentato la Celebratio - un barley wine da 9 gradi, dagli intensi aromi e sapori torbati - prima della Double Ipa, preannunciata come l'asso nella manica della casa, dato che i barley wine di solito stanno per ultimi nelle degustazioni; ma poi ho capito il perhcé. Dopo questa double ipa, credete a me, qualsiasi altro sapore potrebbe non esistere più: agli aromi intensissimi tra l'erbaceo e il resinoso, in cui si nota tuttavia anche una punta di miele, fa seguito un corpo ben pieno ed un amaro potente - mi ha ricordato quasi quello del radicchio di Treviso. Tutte birre per palati forti e amanti dei gusti estremi, e per chi cerca qualcosa di assai peculiare - birraio svedese formaotis negli Usa, per la precisione: un connubio scandinavo-americano che non poteva che dare risultati fuori dagli schemi. In tutto ciò, ammetto che un giro in Svezia me lo farei volentieri: perché sono birre che necessitano sì di calma nella degustazione e che magari non berrei solo per togliere la sete, ma che ho trovato ben fatte e segno di maestria anche nel gestire i sapori forti - anche la lager del resto, dove sarebbe stato più difficile nascondere eventuali difetti dietro ad abbondanti luppolature, era pulita e senza sbavature.


Ho comunque fatto un'incursione anche al Legnone, e durante la piacevole chiacchierata con Giulio ho provato una delle loro birre che ancora mi mancava, la stout Spiga Nera. All'aroma ho percepito subito le fave di cacao, che personalmente apprezzo in maniera particolare; direi però che la nota distintiva di questa birra è la chiusura tra il buon tostato e l'acidulo da malto, che ho trovato particolarmente ben fatta e ben riuscita. Una stout semplice e senza eccessi, che però non cade per questo nella banalità.

Da ultimo ho provato un birrificio tedesco, il Braufactum, a proposito del quale Vincenzo - l'amico che mi ha invitata - mi aveva avvisato: questi reinterpretano. In effetti la prima che ho provato, la kolsch Colonia, presenta all'olfatto una luppolatura tra il floreale e l'erbaceo assai più intensa di quanto ci si aspetterebbe per lo stile, accompagnata comunque da note di miele e malto; ma ancor più fuori dai canoni ho trovato la seconda, la pale ale Palor, che nonostante il cascade e il citra ben presenti all'aroma una volta in bocca torna ad essere una birra tedesca, con la maltatura "da cereale" tipica delle birre continentali - a cui si accompagna una nota di caramello, con il malto caramel che dona anche colore. Sempre per rimanere fuori dagli schemi siamo passati alla Roog, una rauchweizen che unisce i malti affumicati, al caramel, a quello di frumento, ottenendo un colore scuro. All'aroma risalta in maniera quasi esclusiva l'affumicato, mentre al palato ritorna anche il frumento con una certa pastosità; mi sarei aspettata che in chiusura fosse di nuovo l'affumicato a persistere, invece quello si nota quasi di più in ingresso. Ha fatto seguito la Darkon, una schwarz in cui più che la componente tostata ho trovato spiccare quella del caramello - evidentemente al birraio piace...- e da ultimo la Clan, una scotch ale, forse l'unica a non avere un'impronta tedesca se non nella gradazione alcolica - appena 6,4 gradi, cosa che non avrei detto, dato che per aromi (soprattutto torbato), corpo e sapori è in tutto e per tutto aderente allo stile che dichiara. Se nel caso di Nils Oscar devono piacervi i saperi forti, qui devono piacervi le sperimentazioni e birre "originali", che arrivano anche a mescolare più stili senza necessariamente riconoscersi alla fine in quello dichiarato: legittimo, ma deve appunto piacere - posta l'assenza di difetti tecnici al di là di quelli specificatamente ricondicibili allo stile, che chiaramente non farebbero testo.

Chiudo con un ringraziamento a Vincenzo per il piacevole pomeriggio, e per avermi fatto conoscere - Legnone a parte - delle birre attualmente al di fuori dei circuiti distributivi comuni.

martedì 1 marzo 2016

B2O, ovvero "questione di stile"

Uno dei birrifici che - al di fuori di Beer&Co, essendo presente allo stand di Eurobevande distribuzione - ho conosciuto al Cucinare è il birrificio B2O di Bibione; e la degustazione delle birre è stata accompagnata da un piacevole chiacchierata con il birraio Gianluca Feruglio (a destra nella foto), nonché dall'invito - accolto con piacere - di intervenire alla presentazione delle creazioni del B2O in sala. E devo dire che la chiacchierata con Gianluca è servita per capire meglio la sua opera e condividere con lui le mie impressioni, perché altrimenti - lo ammetto - sarei rimasta più perplessa di quanto non lo sia stata alla fine.


La prima birra che mi ha fatto assaggiare è stata la Jam Session, presentatami come una weiss "reinterpretata" tramite l'utilizzo di luppoli americani - magnum e cascade - e di una piccola quantità di malto scuro - che la rende infatti di un colore tendente al dorato invece che al calssico paglierino delle weizen. Già prima di avvicinare il bicchiere al naso ce ne sarebbe stato abbastanza da far tremare i puristi: e in effetti, per quanto all'aroma un qualche profumo di banana si colga come da manuale, a fare da padrone è la luppolatura americana. Anche nel corpo - ben caldo, in cui l'alcol è percepibile più di quanto non lo sia normalmente nelle weizen - la componente del frumento stenta ad emergere, per chiudere su un amaro finale piuttosto netto. Naturale dunque la domanda sulle ragioni della scelta di fare, sostanzialmente, una fuori stile: motivata con la volontà, dato che Gianluca non apprezza molto le birre di frumento, di partire da questo genere per sperimentare una strada diversa. Mi prendo la libertà di dire, dato che è stato l'oggetto della franca discussione che ne è seguita tra me e Gianluca, che personalmente avrei ritenuto più opportuno - visto che non esiste alcun obbligo per un birrificio di fare birre di frumento - cimentarsi su altri stili, invece di creare ibridi che possono finire per risultare piuttosto improbabili; ma la chiudo qui, non volendo degenerare in questioni di lana caprina su purismo e non purismo - e ringraziando Gianluca per l'interessante e apprezzato confronto.

Assai meglio accolta la seconda birra che ho provato, la stout Renera: la schiuma nocciola prelude a profumi di tostato, cacao, caffè e liquirizia che si accompagnano poi nel corpo ben caldo e robusto, dal finale sorprendentemente secco per il genere. Una birra in cui, più che in altre, è interessante sperimentare l'evoluzione di aromi e sapori con la temperatura, e che immagino possa riservare interessanti sorprese se invecchiata.

Qualche riga infine per le altre due birre assaggiate durante la presentazione (perdonerete se sarò più approssimativa, perché non ho potuto prendere appunti). In primo luogo sulla american ipa Edgar che, pur aprendo in forze con la generosa luppolatura americana tra l'agrumato e il fruttato, vira poi su un corpo maltato più gentile ed un finale di un amaro elegante - direi la più gradevole, "facile" e beverina tra le birre di B2O; e infine la birra natalizia, caratterizzata dall'uso - forse un po' troppo evidente al palato, a mio modo di vedere - dei fichi secchi, con notevoli sentori zuccherini e di frutta sotto spirito. In tutto ciò, rispetto al B2O mi porto a casa l'impressione di un birrificio a cui piace sperimentare e vuole farlo con tutto ciò che ne consegue: risultati a volte "estremi", a volte "stravaganti", rispetto ai quali è difficile rimanere neutrali - finendo per amare o odiare senza mezze misure le birre che escono da questi fermentatori. A voi - se ancora non le avete mai provate - l'ardua decisione: osare o non osare?