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venerdì 17 gennaio 2020

Riduzione d'accisa, i rovesci della medaglia

Sta tenendo banco in queste ore la comunicazione data dal Birrificio Italiano che, a seguito dell'interpretazione data dall'Agenzia delle Dogane di Como alla nuova normativa che consente ai microbirrifici una riduzione d'accisa del 40%, si è trovato a dover rivedere pesantemente il proprio assetto organizzativo e a rinunciare all'esportazione di Tipopils negli Usa. Scrive infatti il birrificio:

"Le recenti norme emanate dallo Stato Italiano riguardanti la possibilità di avvalersi delle riduzioni d’accisa per i birrifici artigianali con produzione inferiore a 10.000 hl/anno lasciano a quanto pare un discreto margine d’interpretazione alle singole Agenzie delle Dogane.
L’Agenzia di Como, sotto la cui competenza rientra il Birrificio Italiano, ha optato per una lettura della legge che ci obbliga a rivedere le modalità operative di molte delle nostre attività. Abbiamo provato ad insistere e spiegare, ma non è bastato.
Gli effetti sono i seguenti:
1) Blocco del programma di tank conditioning consolidato da molti anni con il nostro importatore americano BUnited, grazie al quale la Tipopils veniva spedita ancora in maturazione in grandi tank refrigerati per essere dryhoppata, confezionata e distribuita fresca negli USA. Quindi, purtroppo, niente più Tipopils per i numerosi fan oltreoceano!
2) Chiusura (definitiva!) della barricaia di Klanbarrique. Sì, è proprio così, ci siamo trovati costretti a rivedere le condizioni produttive per tutta la linea Klanbarrique.
Tutte le attività svolte presso la mitica barricaia di Trambileno, nei pressi di Rovereto, che è stata finora la “casa” di Banshy e delle sue mirabolanti invenzioni, verranno quindi ora gradualmente spostate nei locali dell’Officina Alchemica di Limido Comasco.
3) Blocco del magazzino KB. Lo stop operato dalle nuove condizioni non riguarda solo la lavorazione di nuova birra inviata verso il Trentino, ma ha bloccato finora anche il ri-trasferimento delle birre confezionate da Rovereto a Limido, causando un'interruzione di fornitura che negli ultimi mesi ha virtualmente tolto dal mercato le creazioni del Klan: la buona notizia è che dovremmo finalmente riuscire a riportare queste meraviglie a casa entro Febbraio. La grande sete barbarica sta per finire!
Entro Giugno lo spostamento delle operazioni produttive sarà completato, e tutta Klanbarrique troverà un suo nuovo spazio dentro l'Officina Alchemica.
A Trambileno rimarrà solo la piccola ma affascinante “Tap Room”, che lavorerà come circolo servendo le birre a marchio BI e KL ma anche una selezione di vini e sidri di fattura artigianale.
Grazie a tutti per aver creduto fin qui nella nostra avventura folle di acidificazioni naturali e invecchiamenti in botte, che state tranquilli, cambierà forma ma non si fermerà!".

Il caso del Birrificio Italiano è quello che ha fatto più scalpore, ma non è l'unico in cui la discrezionalità lasciata ai singoli funzionari nell'interpretare la norma - in particolare per quanto riguarda l'assetto del magazzino e il procedimento di confezionamento - ha di fatto bloccato l'attività produttiva. Più di un birrificio "in potenza" con cui mi sono confrontata si trova nella condizione di avere tutto pronto per avviare l'attività produttiva, ma non poterlo fare a causa delle richieste di modifiche strutturali o organizzative (peraltro sempre diverse) da parte dell'Agenzia; oppure, con mille peripezie, birrifici già aperti hanno trovato soluzioni più o meno "fantasiose" (per usare un eufemismo) per assecondare queste richieste. E rimane emblematico ciò che mi ha detto una volta un birraio: "Se avessi aperto pochi km più in là, oltre il confine provinciale (e quindi sotto la competenza di un altro ufficio), aprire non sarebbe stato un problema".

Come già avevo prefigurato in questo post, dopo aver sentito i birrai, uno dei timori si è palesato: ossia che la mancanza di una disciplina univoca a livello centrale avrebbe aperto ad una pregiudizievole ampia discrezionalità in capo ai singoli uffici. E si sa bene, come tutte le ricerche dimostrano da anni, che l'incertezza normativa è uno dei maggiori ostacoli al fare impresa in Italia. Lungi da me il fare la catastrofista o la qualunquista, per cui qualunque provvedimento positivo ha sempre e comunque il suo effetto boomerang; però risolvere le criticità è doveroso. C'è da augurarsi che questo caso eclatante possa aiutare anche i tanti che, non avendo la stessa "forza contrattuale" del Birrificio Italiano, rimangono nell'ombra.

mercoledì 12 giugno 2019

La posta dei lettori: il nuovo regime di accisa

Come avevo immaginato (e finanche auspicato, nella misura in cui potesse servire a fare chiarezza), il mio ultimo post in merito alla nuova disciplina sulle accise ha suscitato un vivo dibattito. Tra i diversi interventi, ho ricevuto in privato - e volentieri pubblico, con il suo consenso - quello di Josif Vezzoli di Birra Elvo.

Buongiorno Chiara,

ho letto il tuo ultimo post, e ammetto di aver provato sconforto nel vedere così tante posizioni allineate sul pessimismo; comprese alcune che mi portano a chiedermi se chi le ha espresse abbia letto il decreto con la dovuta attenzione.
Premetto che per noi la riduzione è un inizio di giustizia non da poco, nel quale abbiamo creduto fin dal principio quando l'onorevole Gragnarli lo ha firmato; tanto più che, ricordiamolo, la richiesta di riduzione dell'accisa ci era pervenuta dall'Ue già nel '92.

Per aderire alla riduzione viene chiesto il registro delle materie prime, che già teniamo essendo un’azienda che ha a cuore una gestione del magazzino seria, moderna e precisa; il registro del mosto, che già teniamo; e il registro del condizionato, che già facciamo sul nostro gestionale interno e che comunque consiste in un foglio semplice sul quale annotare carico e scarico. Inoltre per chi, come noi, è sotto i 3000 ettolitri annui, l’unico misuratore fiscale rimane il contalitri sul mosto: gli altri si adegueranno a mettere contalitri fiscali sull’imbottigliamento e sulla linea fusti, ma stiamo parlando di una minoranza dei birrifici che accederanno a questa riduzione.
 
Io sono più che contento; e in previsione di questa riduzione abbiamo comprato la linea di imbottigliamento e assunto una persona in più in produzione già da gennaio aumentando i costi. 

Grazie per lo spazio dato,

                                                                           Josif Vezzoli

A mia volta ringrazio Josif per il suo contributo.


Riduzione delle accise, non è tutto oro quel che luccica?

L'entrata in vigore della nuova disciplina sulle accise, che prevede una riduzione del 40% per i birrifici al di sotto dei 10.000 hl annui di produzione, mi ha spinta a chiedere ai diretti interessati che prospettive ponesse loro questa novità. In altri termini: come prevedevano di impiegare il risparmio derivante dal taglio della tassazione - che più o meno tutte le analisi sono concordi nello stimare attorno ad una media di 15.00 euro annui? Davvero, come negli auspici, prevedevano di riuscire ad investirli per la crescita dell'azienda? Ho così fatto circolare un rapido sondaggio tra i birrifici di mia conoscenza (prendetelo dunque per quello che è, dato che non si tratta di un campione statisticamente costruito).


Certo la notizia è stata in generale ben accolta, e le buone intenzioni su questo fronte ci sono: chi si propone di poter contare su ulteriore manodopera almeno nei frangenti più impegnativi, chi di investire in marketing e comunicazione, ricerca e sviluppo, cantina e attrezzature, certificazione biologica delle materie prime; chi, molto banalmente, prevede semplicemente di poter dormire sonni più tranquilli a fronte di situazioni finanziarie non sempre stabili - basti pensare a chi ha aperto da poco e deve ancora rientrare dei costi di avvio dell'attività. Solo due hanno accennato all'opportunità di ridurre anche il prezzo al consumatore (per quanto si tratti di un risparmio di pochi centesimi se quantificato sulla singola birra). Ma se diffuso è l'apprezzamento per il provvedimento, altrettanto diffuse sono le perplessità.

Molti infatti hanno evidenziato come non sia ancora chiara la modalità secondo cui questo regime fiscale più vantaggioso verrà applicato; con il rischio che possa in realtà risolversi in oneri maggiori dei risparmi. "Il mio timore è che non rimangano affatto tesoretti da investire - ha affermato Carlo Antonio Venier di Villa Chazil -: per gestire i registri di carico e scarico così come prefigurato potrebbe essere necessario impiegare part time una persona, e inoltre potrebbe anche essere necessario installare un nuovo contalitri". La questione della tipologia di contalitri richiesta, non ancora chiarita, è infatti essenziale. Come spiega Gianpaolo Tonello, tecnico consulente di numerosi birrifici sia in Italia che all'estero, "la paventata possibilità che il pagamento torni sul controllo del mosto tramite contatori MID può essere un boomerang. Se così fosse il risparmio sarà nulla a confronto delle spese che si dovranno affrontare per avere dei sistemi di conteggio del mosto certificati MID, che si aggirano sui 17.000 euro. Inoltre, operativamente parlando, la sanificazione impiantistica sarebbe più a rischio, e di conseguenza la salubrità delle birre. Ripeto che al momento si tratta soltanto di una possibilità, e come tale va considerata; ma se dovesse essere confermata, per i piccoli birrifici sarebbe un aggravio pesantissimo. Attendiamo chiarimenti". 

Tutti i birrai sia friulani che veneti che mi hanno risposto si sono detti preoccupati dei costi burocratici della nuova disciplina di gestione del magazzino (l'accisa non verrà infatti più pagata sul mosto, ma sul magazzino), e appunto della questione contalitri; senza contare che, come ha osservato con cupo sarcasmo Severino Garlatti Costa del birrificio omonimo, "non è nemmeno chiaro se si possa rinunciare al nuovo regime nel caso in cui, come per molte piccole realtà potrebbe accadere, i costi di gestione del tutto siano superiori al beneficio". Commento sostanzialmente analogo è arrivato anche dalle Marche con Alessandro Dichiara del birrificio Sothis, che a fronte di queste stesse perplessità ha affermato di non voler fare alcuna previsione su futuri guadagni o perdite. Così anche i fratelli Covolan del birrificio La Ru, affermando che "non crediamo sia giusto che il beneficio economico sia solo a vantaggio dell'azienda, ma vada diviso anche con il cliente", si chiedono se questo davvero accadrà: "Abbiamo sempre detto che la birra italiana è tra le più care in Europa a causa delle accise - hanno osservato - ma adesso staremo a vedere se davvero sarà così. Prima dobbiamo capire come verrà applicata esattamente la normativa". Peraltro, ha osservato Lorenzo Serroni di The Lure, i birrifici non sono nuovi alle incertezze burocratiche: "In questi anni è stata fatta ad esempio molta confusione in tema di registri - ha spiegato -, dapprima con obbligo del solo registro cartaceo, poi duplice insieme al digitale, ma non in tutte le Regioni; con differenze tra provincia e provincia e software spesso incompatibili con lo stesso sito delle Dogane. Un bel labirinto, dove però ogni errore è punito con una multa. Per cui questa volta la speranza è quello di avere una vera spinta per il settore, non un ulteriore affossamento con la burocrazia".

Si potrà dire che stiamo al momento speculando sul nulla, dato che non sono ancora arrivati tutti i chiarimenti relativi ai punti sollevati; ma sicuramente tra i birrai la preoccupazione è palpabile,e si tratta a mio avviso di un dato di fatto che non può essere ignorato. L'auspicio è pertanto che sia fatta chiarezza quanto prima sui punti del decreto che, almeno ad alcuni birrai, risultano ancora ambigui.

venerdì 7 dicembre 2018

Proposta di emendamento sulla riduzione delle accise: alcune considerazioni

E' rimbalzata con grande impeto l'approvazione dell'emendamento alla legge di bilancio avanzato dall'on. Chiara Gagnarli, che prevede una riduzione del 40% sulle accise per tutti i birrifici al di sotto dei 10.000 hl annui di produzione. Manca ancora l'approvazione del Senato, ma si attende con trepidazione quello che è un traguardo agognato da tempo: per quanto la proposta originale fosse più articolata - prevedeva infatti diversi scaglioni di riduzione, di cui alla fine ne è stato accolto soltanto uno - si tratta comunque di un passo avanti di grande portata per il settore.

In primo luogo, si può dire che "temperi" in qualche modo il limite palesemente "in crescita" posto dalla legge sulla birra artigianale del 2016 - 200.000 hl, da molti considerato eccessivo - accostando, all'attenzione per l'artigianalità, quello per la tutela dei produttori "effettivamente piccoli". In secondo luogo, è di vasto impatto perché riguarda la stragrande maggioranza dei birrifici artigianali operanti: stando all'ultima edizione della guida Slow Food, quelli al di sopra dei 10.000 hl si contano letteralmente sulle dita di una mano - sono infatti 5: Amarcord, Baladin, Salento, Tenute Collesi e Flea. Una platea quindi estremamente vasta, coinvolgendo oltre 700 birrifici veri e propri, più tutti i brewpub e beerfirm.

C'è però chi si è chiesto se questo limite possa agire in qualche misura da freno alla crescita, ponendosi come "deterrente" per fare il grande salto produttivo per tutti quei birrifici poco al di sotto di questa soglia - o che comunque pianificano un incremento produttivo tale da porla come realisticamente raggiungibile. Anche qui: buona parte dei birrifici artigianali italiani è comunque lontana da questi quantitativi, per cui non è un problema che si porrà nel breve termine; ma se continuerà la (pur lenta) crescita dell'incidenza della quota di mercato delle birre artigianali sui consumi totali di birra (in crescita ancor più lenta), unitamente alla presumibile chiusura di diversi microbirrifici nati sull'onda del boom ma senza un solido progetto imprenditoriale alle spalle, la questione prima o poi si porrà. Già alcuni sono sulla buona strada: Lambrate con 8200 hl, Birrificio Italiano con 7500, Elav e San Gabriel con 6000 (e fermiamoci qui, giusto per non arrivare a pronosticare un raddoppio della produzione). Davvero l'accisa aumentata può fungere da deterrente?

Verosimilmente, come spesso nella vita, la risposta è "dipende": ogni piano industriale che si rispetti mette in conto, insieme agli investimenti per la crescita, anche i costi strutturali che ci saranno poi per "foraggiare" una produzione più ampia - che si auspicano però più che compensati dalle economie di scala. Stando allo studio realizzato da Mobi nel 2016 (fonte che al momento trovo ancora la più completa, per quanto datata, e del quale avevo già scritto qui), a seconda delle dimensioni del birrificio, le accise arrivano a pesare da un decimo a un settimo dei costi totali di produzione - su cui si avrebbe ora un risparmio che ammonterebbe a circa il 45%, considerando l'ulteriore riduzione dell'accisa generale; arrivando dunque ad incidere per una percentuale media che possiamo stimare sul 4-5% dei costi. Numeri significativi, certo, ma che non appaiono tali da essere ingestibili all'interno di un piano di crescita ben concepito. Certo una disciplina a più scaglioni, come richiesto anche da Unionbirrai, avrebbe consentito di assorbire meglio questi costi grazie ad un aumento graduale: e questo è sicuramente uno degli aspetti problematici della mancata applicazione. Rimane comunque importante che i birrifici più piccoli possano, grazie a questa riduzione dell'accisa, avere una maggior marginalità da destinare agli investimenti legati all'avvio dell'attività e alla crescita.

Se davvero questo emendamento si manterrà tale all'interno del gran balletto della manovra a cui stiamo assistendo in questi giorni, si tratterà di una pietra miliare per il settore della birra artigianale in Italia: non resta che stare a vedere...

sabato 31 gennaio 2015

Una birra nera...come l'umore

Lo so, sono in ritardo perché la cosa è successa ieri - e l'avevo pure saputa subito, essendo membra del gruppo: ma mi perdonerete se arrivo solo ora a dare notizia di un'originale forma di protesta contro l'ultimo aumento delle accise sulla birra, nata sul gruppo Facebook di Accademia delle Birre. Il fondatore Paolo Erne ha infatti lanciato l'idea di fare una "cotta comune" - oltre che fronte comune - per lanciare a legislatori e consumatori un messaggio molto semplice: una tassa che ha ormai sforato il tetto dei tre euro per grado plato per ettolitro - semplificando, stiamo parlando di una cifra che va suppergiù dai trenta fino a oltre cinquanta euro a ettolitro a seconda del tipo di birra - non è sostenibile, in particolar modo per i piccoli produttori artigianali. Che già devono confrontarsi con critiche verso i prezzi più alti di quelli praticati dall'industria: e non è sempre facile spiegare al consumatore che - conti alla mano, almeno stando a quelli che mi ha fatto vedere un birraio di cui per discrezione tacerò il nome, a fronte del fatto che Moretti e Castello fornivano la loro birra a 89 cent al litro per Friulidoc - per gli artigiani fare lo stesso a meno di 3 euro e mezzo al litro sarebbe stato impossibile senza rimetterci.

Lanciata la proposta, sul gruppo è nata quindi una discussione su come dovesse essere questa birra già battezzata "Accisa nera": e ne è uscita una "Hoppy American Porter", un fuori stile proposto da Emanuele Beltramini del Grana 40, pensata per essere facilmente realizzabile anche dagli homebrewers (un adattamento successivo è stato poi aggiunto da Antonio De Feo). Una birra scura e leggera in quanto ad alcol - 4 gradi - come provocazione per dire che la nuova tassazione costringe a mantenere una gradazone alcolica più bassa; e altrettanto scura sarà la bottiglia, quasi a segno di lutto. Naturalmente l'invito a produrla non è rivolto solo a birrai e homebrewers membri dell'Accademia delle birre, ma a tutti; così come quello a presentarla poi a fiere, manifestazioni ed eventi, per sensibilizzare sulla questione. L'Accademia delle Birre, dopo la sensibilizzazione sul tema delle produzioni artigianali locali in occasione di Friulidoc - di cui avevo scritto in questo e questo post -, si conferma quindi un gruppo assai attivo sul fronte della difesa del produttore e della formazione e informazione al consumatore, e c'è da augurarsi che anche questa iniziativa abbia successo; e non lo dico per partigianeria - non nascondo, come ho detto sopra, la mia appartenenza al gruppo, anche perché chiunque può verificarla su Facebook - ma per gli effettivi risultati ottenuti dai birrai e homebrewers coinvolti.

Nelle parole di Beltramini, l'Accisa nera si preannuncia "profumata ed intrigante": se non è buona la tassa, insomma, speriamo sia buona almeno la birra di cui ha ispirato la produzione...

lunedì 30 dicembre 2013

Un buon 2014...di birra "salata"

Ai miei lettori gli auguri di fine anno erano doverosi; e per quanto l'anno nuovo si auguri sempre sereno e pieno di belle sorprese, in questa sede non posso non ricordare che, per gli appassionati di birra e gli operatori del settore, il 2014 non si apre sotto i migliori auspici. In base al Dl 91 dell'8 agosto scorso e al Dl 7 del 30 novembre, infatti, le accise sulla birra aumenteranno da da 2,66 euro hl/grado Plato a 2,70 euro hl/grado Plato dal 1 gennaio, e a 2,77 dal 1 marzo. E si tratta solo della prima tranche, perché dal 2015 sono in arrivo ulteriori aumenti. Tradotto in termini più accessibili, dal 1° gennaio 2014 il peso delle accise passerà dai 28,2 euro per ettolitro prodotto a 32,4 euro di media, per finire a 35,9 euro 1° ottobre 2015. Un incremento di quasi il 15% che, insieme all’aumento dell’Iva dei mesi scorsi, porterà la pressione fiscale sulla birra ad un livello elevatissimo: Assobirra lo quantifica in oltre un terzo del prezzo pagato dal consumatore finale, che con questi incrementi arriverà quasi al 50%. Insomma, sappiate che se pagate una pinta 5 euro, quasi 2,5 andranno in tasse.

Naturalmente gli operatori del settore si sono mobilitati già da tempo: Assobirra ha lanciato la campagna Salva la tua birra, sul cui sito è possibile firmare una petizione per chiedere il ritiro del provvedimento. Al momento le firme sono 54.128 - un po' pochine forse, su 35 milioni di consumatori stimati -, ma è comunque unno strumento di pressione. Peraltro, ricorda Assobirra, "in Italia la birra è l’unica bevanda a bassa gradazione alcolica a pagare le accise, e da noi le tasse sulla birra sono fra le più alte in Europa: tre volte quelle di Francia e Spagna". Un'ingiustizia soprattutto nei confronti del vino, che le accise non le paga affatto. E anche se ci possiamo consolare sapendo che i finlandesi ne pagano 143 euro per ettolitro, gli inglesi 108 e gli svedesi 93, e che la media Ue è di 34,5 (dati della Commissione Ue pubblicati da Assobirra; la media invece l'ho calcolata io, se è sbagliata prendetevela con me), tant'è: a pagare meno di noi sono soprattutto i principali produttori (come appunto tedeschi e belgi), penalizzando i birrai italiani sul mercato internazionale.

Non mi dilungo oltre, ma il sito è comunque una miniera di dati interessanti: per esempio ricorda come "Il settore della birra in Italia comprende oltre 500 produttori tra grandi marchi (14 stabilimenti industriali, 2 impianti produttivi di malto) e microbirrifici artigianali". Un settore "che sta creando concrete opportunità imprenditoriali, soprattutto per i giovani: negli ultimi 5 anni sono nate circa 300 micro aziende birrarie, con imprenditori nella maggior parte dei casi under 35. Tutte insieme queste aziende producono circa 13,5 milioni di ettolitri di birra all’anno (dato 2012), che fanno dell’Italia il decimo produttore in Europa, davanti a Paesi dalla grande tradizione birraria come Austria, Danimarca e Irlanda. Aziende che creano occupazione: 4.700 occupati diretti (+4,4% sull’anno precedente), 18.000 fra diretti e indiretti e 144.000 compreso l’indotto allargato". Per quanto il 70% della produzione sia consumata in patria, poi, "nel 2012 l’export italiano di birra ha toccato i 2 milioni di ettolitri, il doppio rispetto al 2006". E le aziende produttrici "già oggi contribuiscono alle entrate dello Stato per oltre 4 miliardi di euro annui (calcolando Iva, accise, tasse, contributi sociali di aziend e lavoratori e tasse pagate dai settori coinvolti a vario titolo)".

Non sono un'economista né un'esperta di diritto tributario; ma per quanto in linea di principio disincentivare tassandoli i comportamenti non virtuosi - come appunto il consumo di alcolici - possa avere un senso, in questi casi si pone una riflessione in più. Non stiamo infatti parlando di multinazionali del tabacco, ma nella maggior parte dei casi di piccoli birrifici artigianali che devono spesso sottostare alle stesse normative previste per i grandi - con relativi disagi -, e che stanno facendo rinascere un settore in cui è custodito e si sta sviluppando un vero e proprio patrimonio di conoscenze che non esiterei a definire "cultura della birra artigianale". Se la pressione fiscale crescerà a questi livelli, a meno di non ridurre i propri margini di guadagno, i birrai saranno costretti a scaricarla sul consumatore: con relativo rischio che questo rinunci, e conseguente danno per tutta la filiera. E se finora il fatto di rivolgersi ad una sorta di nicchia di appassionati disposti a non tagliare i consumi nonostante la crisi li aveva salvati, questo potrebbe non bastare più. Insomma, la questione è sempre la stessa: le casse dello Stato hanno bisogno di soldi, il problema è dove prenderli. Ma c'è da domandarsi se sia giusto prenderli qui.

Peraltro, Assobirra si è attivata anche per questo: sul sito della campagna è stato lanciato un sondaggio, in base al quale è possibile scegliere tra cinque misure alternative per evitare questo aumento, quantificato in 170 milioni di euro. Per ora, su quasi ottomila votanti, il più gettonato è l'eliminazione dei contributi statali ai partiti e all'editoria politica (43,5%), seguito dal taglio del 6% alle spese per il funzionamento di governo e Parlamento (25,2%) e da quello del 50% ai contributi alle scuole private (18,8%). Proposte certo non nuove: quel che è certo è che si rischia, come sempre in caso di aumento delle tasse sui consumi, che a causa della riduzione di questi ultimi il gettito di fatto diminuisca, come già accaduto sia in Italia che in altri Paesi.

mercoledì 9 gennaio 2013

Una giornata per...ricarburare

Mi pare giusto e doveroso iniziare questo post con un grazie a tutti coloro che hanno letto e commentato il mio esordio su web (ho visto anche 5 visualizzazioni di pagine dalla Germania e 4 dalla Francia...ahò, chi siete?): davvero un'accoglienza calorosa, e un ottimo incoraggiamento a proseguire.
Mi scuso anche per non aver risposto alle mail ricevute: ieri era la giornata libera di Enrico (per chi non lo sapesse, la mia dolce metà; o il mio dolce doppio, come alcuni ironizzano, data la statura che rasenta il metro e novanta), per cui l'abbiamo dedicata a sbrigare un po' di faccende domestiche.
Tra queste la periodica gita carburante in Slovenia, a 35 km da qui, dato che, come ho spiegato in questo articolo pubblicato su Città Nuova, in Friuli vige l'abitudine di attraversare il confine per fare rifornimento: anche i buoni benzina concessi ai residenti infatti, di fronte ai prezzi attuali, non costituiscono un incentivo sufficiente ad evitare il viaggio.
La meta più popolare è appunto la Slovenia: basta entrare nel sito della Petrol, l'ex compagnia petrolifera di Stato ora privatizzata (nonché praticamente l'unica che si vede in giro), per visualizzare i prezzi correnti e fare i conti se conviene mettersi al volante. Ieri abbiamo trovato un ottimo 1,395 per il diesel, il più basso da mesi (per quanto abbia ricordi anche di 1,320), che confrontato con i prezzi dei distributori udinesi, che viaggiano verso i 1,800, è un affare.
Ma l'Austria può riservare sorprese anche migliori: se appena passato il confine di Tarvisio i prezzi si attestano sui 1,500 per il diesel - giusto per accalappiare i turisti del rifornimento, insomma - quando il mese scorso ci siamo addentrati fino a Klagenfurt per i mercatini di Natale, di fronte all'ottimo 1,365 offerto dalla Shell non abbiamo saputo resistere a riempire quel mezzo serbatoio che già era vuoto (peccato non essere arrivati lì a secco). Insomma, il prezzo pare essere inversamente proporzionale alla distanza dal confine.
A quanto ammonta, dunque, non solo il volume di accise che se ne va all'estero, ma anche tutto l'indotto (dato che le stazioni di servizio vendono a prezzi competitivi una serie di altri articoli di interesse al turista)? Difficile quantificarlo senza chiedere a ciascun avventore se è lì a fare rifornimento per puro caso o di proposito e che cosa ha eventualmente acquistato, ma la domanda sorge spontanea...