Premessa: ho amici sia vegerariani che vegani, e rispetto pienamente la loro scelta. Però, dopo l'ennesimo post pubblicitario sulla "birra vegana" che oggi mi è capitato di vedere, non sono proprio riuscita a tacermi. Ohibò, verrebbe da dire: che cosa ci sarà mai di origine animale tra malto d'orzo (o altri cereali), acqua, luppolo e lievito (sempre di non voler considerare i microrganismi responsabili della fermentazione degli animali, ma allora staremmo parlando di un vegano astemio e il problema non si porrebbe)? Va bene, esistono le milk stout - che contengono lattosio, escluso dalla dieta vegana in quanto estratto dal latte - e le birre al miele - pur sempre di origine animale -, ma si tratta di casi limitati e facilmente identificabili da chi segue una dieta di questo genere; per cui non si vedrebbe la necessità di specificare che una tal birra è vegana, perché si tratta né più né meno che della norma.
In realtà, come diversi siti di associazioni vegetariane e affini si premurano di precisare, è possibile che vengano usati elementi di origine animale nella chiarificazione e filtrazione: ad esempio colla di pesce, gelatina, caseina, carbone, terra di diatomee, insetti come la cocciniglia (un colorante), glicerilmonostearato, pepsina, zucchero bianco (il
processo di sbiancamento può comportare l’impiego di ossa animali); e la stessa Guinness ha annunciato di aver eliminato l'uso della colla di pesce nei filtri. Una questione che parrebbe riguardare essenzialmente l'industria, non la birra aritigianale; e anche per quanto riguarda i grandi produttori, lo stesso direttore di Assobirra Filippo Terzaghi si era premurato di dichiarare a La Stampa che «soltanto in Irlanda e Inghilterra si usa la colla di pesce nei filtri
per la birrificazione, in Italia e nei Paesi dell’Europa continentale
non si è mai usata. La birra italiana è da sempre vegana».
Torniamo quindi alla domanda iniziale: posto che creare consapevolezza sul fatto che vengono usati anche questi processi di lavorazione è cosa buona, ha senso specificare che la birra è vegana, dato che si tratta della normalità? Non avrebbe forse più senso indicare chiaramente in etichetta (che comunque deve riportare gli ingredienti) quei pochi casi in cui non è così? Non stiamo forse correndo il rischio di sacrificare il buonsenso e la credibilità sul'altare del marketing? Domande che giro, in primo luogo, proprio a quei birrai che producono birra presentata come vegan: sarò felice di capirne qualcosa di più.
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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martedì 5 gennaio 2016
venerdì 27 settembre 2013
Festival di Fiume, quarta tappa: Maledetto Barone Rosso!
Gli appassionati dei Peanuts avranno sicuramente capito la citazione; e non ha potuto che venirmi in mente il bracchetto Snoopy nei panni dell'asso della prima guerra mondiale nel fare conoscenza con la terza novità della serata, il Baracca Beer di Nervesa (Treviso). Il birrificio prende infatti il nome dal celebre aviatore Francesco Baracca, che proprio a Nervesa venne abbattuto dopo le sue epiche imprese che gli valsero la medaglia d'oro al valor militare; e fu peraltro lui a creare il "logo" del cavallino rampante, dipinto sul suo velivolo, e poi "riciclato" da tal Enzo Ferrari. Sempre detto che non si butta via nulla, soprattutto le idee.
Il Baracca è probabilmente il più giovane e meno conosciuto tra i birrifici presenti, dato che non ha ancora soffiato sulla prima candelina e distribuisce per ora - oltre che via internet e nella loro sede - in quattro locali del circondario; ma con uno slogan che è tutto un programma - "Arte in fermento" - e tanta buona volontà non fa certo rimpiangere i brassatori di più lunga esperienza. Secondo il vecchio adagio del "piano e bene", quindi, sono per ora tre le offerte della casa: la prima nata Luce - una pils -, la rossa doppio malto Extasy, e la blanche Desideria. O meglio, pensavamo fossero tre: perché dopo la mia prudenziale scelta dei cinque gradi scarsi della blanche, dato che ormai il tasso alcolemico iniziava a salire, vedendo l'occhio sveglio di Enrico il buon birraio ha ammiccato con un "A te, invece, tiro fuori qualcosa di speciale".
E così ci è arrivata tra le mani l'Imperial Stout, "proprio appena fatta, non ho nemmeno ancora le etichette pronte". Sostanzialmente una doppia Guiness, sia in quanto a grado che in quanto a malti: "E' difficile, a livello artigianale, ottenere una buona stout rimanendo a basse gradazioni - ha spiegato infatti il birraio - così questo è il risultato". Beh, non c'è che dire, la Guinness in confronto è acqua; non solo perché questa fa quasi 9 gradi, ma soprattutto perché il gusto è nettamente più intenso data la "carica" di malto. Insomma, esperimento egragiamente riuscito.
Detto così, sembra che me la sia bevuta io; e in effetti, dopo aver assaggiato un sorso da Enrico, quasi mi piangeva il cuore al pensiero di dovermi limitare ad una blanche. Ma ho dovuto poi ammettere che la Desideria non è affatto una blanche come le altre: i sentori floreali e agrumati sono notevoli, e fanno sì che questa birra non si perda al gusto come capita con altre dello stesso genere. Un amaro leggero al retrogusto completa il sorso, lasciando la bocca fresca. Nota di merito dunque anche a questa, che nel panorama delle blanche si distingue nettamente.
Meno male che al banco erano disponibili anche dei salatini per tamponare l'alcol, altrimenti, come ha avuto a dire la mia dolce metà, "Non puoi continuare a dire cose sensate senza mettere niente sotto i denti": tanto più che eravamo solo a metà del giro....
Il Baracca è probabilmente il più giovane e meno conosciuto tra i birrifici presenti, dato che non ha ancora soffiato sulla prima candelina e distribuisce per ora - oltre che via internet e nella loro sede - in quattro locali del circondario; ma con uno slogan che è tutto un programma - "Arte in fermento" - e tanta buona volontà non fa certo rimpiangere i brassatori di più lunga esperienza. Secondo il vecchio adagio del "piano e bene", quindi, sono per ora tre le offerte della casa: la prima nata Luce - una pils -, la rossa doppio malto Extasy, e la blanche Desideria. O meglio, pensavamo fossero tre: perché dopo la mia prudenziale scelta dei cinque gradi scarsi della blanche, dato che ormai il tasso alcolemico iniziava a salire, vedendo l'occhio sveglio di Enrico il buon birraio ha ammiccato con un "A te, invece, tiro fuori qualcosa di speciale".
E così ci è arrivata tra le mani l'Imperial Stout, "proprio appena fatta, non ho nemmeno ancora le etichette pronte". Sostanzialmente una doppia Guiness, sia in quanto a grado che in quanto a malti: "E' difficile, a livello artigianale, ottenere una buona stout rimanendo a basse gradazioni - ha spiegato infatti il birraio - così questo è il risultato". Beh, non c'è che dire, la Guinness in confronto è acqua; non solo perché questa fa quasi 9 gradi, ma soprattutto perché il gusto è nettamente più intenso data la "carica" di malto. Insomma, esperimento egragiamente riuscito.
Detto così, sembra che me la sia bevuta io; e in effetti, dopo aver assaggiato un sorso da Enrico, quasi mi piangeva il cuore al pensiero di dovermi limitare ad una blanche. Ma ho dovuto poi ammettere che la Desideria non è affatto una blanche come le altre: i sentori floreali e agrumati sono notevoli, e fanno sì che questa birra non si perda al gusto come capita con altre dello stesso genere. Un amaro leggero al retrogusto completa il sorso, lasciando la bocca fresca. Nota di merito dunque anche a questa, che nel panorama delle blanche si distingue nettamente.
Meno male che al banco erano disponibili anche dei salatini per tamponare l'alcol, altrimenti, come ha avuto a dire la mia dolce metà, "Non puoi continuare a dire cose sensate senza mettere niente sotto i denti": tanto più che eravamo solo a metà del giro....
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