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martedì 30 gennaio 2024

Birraio dell’Anno: l’intervista a Enrico Ciani

Dopo un lungo periodo di silenzio dovuto a motivi personali, ritorno con un'intervista a Enrico Ciani di Birra dell'Eremo, fresco di titolo di Birraio dell'Anno, pubblicata per il Giornale della Birra.

Enrico, alcuni hanno parlato di una vittoria annunciata, dati i numerosi premi già ottenuti e i piazzamenti via via migliori nelle ultime edizioni di Birraio dell’Anno: te l’aspettavi o è stata una sorpresa?

Decisamente una sorpresa. Per quanto sia vero che c’erano segnali che potevano far pensare ad una vittoria, non la si poteva comunque dare per scontata, considerato anche l’alto livello degli altri finalisti.

 

Si dice spesso che stanno ritornando le birre “semplici”, gli stili classici, e che sono finiti i tempi delle sperimentazioni ardite. Per quanto la gamma di Birra dell’Eremo sia vasta, e ci sia quindi spazio sia per l’una che per l’altra cosa, è innegabile però che la tua cifra distintiva siano le sperimentazioni: questa vittoria è una smentita dell’affermazione iniziale? O le sperimentazioni piacciono solo agli “addetti ai lavori”?

No, confermo che c’è una tendenza alla bevuta semplice e che si sta perdendo la smania di ricerca dell’elemento “strano”, e di questo sono contento. La sintesi tra questi due opposti che voglio creare con il mio lavoro è quella di avere sempre come filo conduttore la bevibilità e la semplicità complessiva, anche se abbiamo perlopiù birre “particolari” e anche nel caso delle birre che sulla carta sono più “audaci”: la cosa che conta è la bevuta.

 

Sul palco di Birra dell’Anno è stato chiesto a tutti che 2023 è stato: a mente fredda, giù dal palco, cosa rispondi?

È stato un 2023 positivo anche se non di crescita estrema: del resto siamo arrivati da due anni post-Covid in cui si sono viste cifre anche di +20 o +30%, era evidente che non poteva essere un fenomeno duraturo, e che ci siano difficoltà di mercato legate al ritorno alla normalità dopo un periodo che che normale non è stato. Abbiamo visto una crescita più contenuta, ma che ci ha permesso di consolidare la nostra posizione e progettare la struttura del birrificio. Poi fa naturalmente fa piacere vedere di essere sempre più apprezzati, e di percepire molta positività attorno al nostro lavoro.

 

E che 2024 sarà? Molti hanno parlato di difficoltà legate al rallentamento di mercato, all’aumento dei prezzi delle materie prime, e più in generale all’inflazione…

I costi sono senz’altro uno dei problemi, ma abbiamo sempre cercato di trovare soluzioni per non incidere sul prezzo finale: dal rivedere i contratti per le forniture di malto e luppolo, al diminuire la produzione di bottiglie a favore di quella di lattine perché la seconda è meno onerosa. Nelle difficoltà si trovano modi per reinventarsi. Sicuramente il 2024 sarà impegnativo e direi selettivo: chi si è strutturato, chi ha investito in strutture e tecnologia, avrà ancor più che in passato vantaggi su chi invece non si è rinnovato, magari vivendo di rendita della crescita di questi anni. Noi speriamo di aver progettato bene il futuro: abbiamo aumentato la tecnologia dell’impianto, rifatto gli interni del birrificio, e stiamo avviando nuovi progetti.

 

Quando si riceve un premio prestigioso si apre poi la spinosa questione del “dimostrarsi all’altezza”: hai timori in questo senso?

Certo la sensazione di “dover rimanere all’altezza” c’è, ma senza ossessioni: cercheremo semplicemente di mantenere l’impegno che sia io che tutti quelli che lavorano con me abbiamo messo in questi anni, e di ripetere quello che abbiamo fatto.

 

Leggi l'intervista originale su https://www.giornaledellabirra.it/interviste/birraio-dellanno-lintervista-a-enrico-ciani/

sabato 23 gennaio 2021

Birraio dell'anno, alcune riflessioni

E' di poche ore fa la notizia dell'annuncio del vincitore di Birraio dell'Anno 2020, titolo riconosciuto a Giovanni Faenza di Ritual Lab: non una sorpresa nella misura in cui era tra i più quotati della disfida, e in generale uno dei birrai più stimati in Italia (cosa che del resto si può dire anche degli altri candidati). Non posso (ahimé) dire di conoscere bene la sua produzione perché mi è di difficile reperibilità per ragioni geografiche, per cui non mi lancio in considerazioni in questo senso; mi limito dunque alle congratulazioni a lui e a tutti gli altri.

Qualche riflessione mi è sorta ascoltando le interviste ai birrai. In primo luogo è emersa per tutti una tendenza che già dalla scorsa primavera ha preso piede, ossia quella di utilizzare il tempo di lockdown o di aperture limitate per avviare progetti a lungo rimandati o elaborati ex novo (per quanto fare investimenti non sia facile in questo frangente) e che tra questi occupino un posto di rilievo, giocoforza, quelli relativi a bottaie e affini: aspettiamoci dunque un significativo incremento di barricate e più in generale birre da invecchiamento, di cui si è fatto di necessità virtù in tempi di pub chiusi o semichiusi. Certo si tratta di birre che presumono quantità più basse e costi più alti, nonché un tipo di pubblico più ristretto (per quanto meno di un tempo): per cui difficilmente potranno costituire la panacea nel far quadrare di nuovo i conti. In ogni caso promettono di essere un segnale di rilancio, e sarà interessante vedere quanti e quali tra questi progetti sopravviveranno anche oltre.

In secondo luogo, mi ha colpito vedere tra i birrai intervistati notevoli differenze nella maniera in cui affrontano le difficoltà di questo momento nonché nell'entità delle difficoltà stesse. Se da un lato l'abruzzese Luigi Recchiuti di Opperbacco ha parlato di un calo del 24% nella produzione e di una situazione tutto sommato gestibile, Pietro Fontana e Matteo Bonfanti del Carrobiolo hanno invece affermato di essere poco sopra il 10% delle loro possibilità; e anche un nome blasonato come Marco Valeriani di Alder, pur non avendo dato numeri, ha tracciato un quadro che dell'ottimismo per il futuro evidenziato da Ritual Lab, Opperbacco e Mastino aveva ben poco. Mi ha dato da pensare come i due, se non più pessimisti, quantomeno dagli umori più bassi, siano lombardi: a conferma di come la pandemia abbia colpito duro in questa Regione non solo sotto il profilo dei contagi, ma anche economico e psicologico. Non dimentichiamo ad esempio che anche l'Abruzzo è stato zona rossa, ma per molto meno tempo e quindi con un impatto di minore entità: anche, ribadisco, sotto il profilo psicologico, sia per i produttori che per i consumatori. E credo che anche questo fattore peserà nel momento in cui - che sia il 2022 come pronosticano i più ottimisti, o il 2023 come sostengono altri - si ritornerà ad una parvenza di normalità e quindi a frequentare pub e affini ai ritmi pre-Covid.

giovedì 26 gennaio 2017

Birrai, birre e birrifici dell'anno

Domenica 22 gennaio sono stati annunciati i vincitori del premio Birraio dell'Anno, promosso dal 2009 da Fermento Birra. Al di là delle dovute congratulazioni ai vincitori delle due categorie - Marco Valeriani del Birrificio Hammer per la categoria senior, e Connor Gallagher Deeks di Hilltop per gli emergenti - come per ogni premio sono da subito corse sui social, se non le polemiche, quantomeno le "osservazioni": cito qui, semplicemente per averla vista comparire sulla mia bacheca di Facebook, la discussione nata su Accademia delle Birre in risposta alla proposta del fondatore, Paolo Erne, di rivedere i meccanismi con cui il premio viene assegnato - così da compensare gli squilibri di rappresentatività che alcune regioni a suo avviso patiscono, e quelli che si creano tra birrifici molto piccoli e quelli più grandi.

Non entro qui nel merito della discussione, che peraltro è stata costruttiva nella misura in cui ha stimolato una serie di proposte - dalla giuria popolare, ad una giuria di birrai, ad un sistema misto di voto popolare, dei birrai e di altri esperti; certo è che per tutti i concorsi, non solo per Birraio dell'Anno, si pone non solo l'esigenza di rimanere "al passo con i tempi" - un regolamento "disegnato" su quella che era le realtà birraria anni fa potrebbe non essere più adatto a quella attuale - ma anche di mantenere il giusto equilibrio tra l'essere una bella manifestazione che riunisce operatori ed appassionati nel segno di una buona bevuta - il "bevi e un rompe er cazzo" di cui alcuni hanno fatto la propria linea guida - e l'andare a scandagliare in maniera tecnica la produzione dei birrifici. Senza contare la serie di "stilettate" che sempre segue l'assegnazione di un premio (perché, si sa, essere tutti d'accordo è difficile): dal ritenere che avrebbe dovuto vincere un birraio (o un birrificio, o una birra) piuttosto che un altro, alle critiche rivolte ad alcuni premi di essere diventati fenomeni "di cassetta" e macchine da soldi, in cui si vince se e solo se si riesce ad investire sia nella partecipazione in senso stretto (alcuni concorsi hanno quote di iscrizione non proprio modiche) che in distribuzione e marketing, o se si hanno certe conoscenze. Di qui la domanda: ma vale davvero la pena "accapigliarsi" per questi concorsi? Un titolo è davvero in grado di fare la differenza per un birrificio?

Ho avuto modo di parlarne con Simone Dal Cortivo de Il Birrone, Birraio dell'Anno 2014 (oltre che titolare di diversi altri riconoscimenti ottenuti per le singole birre). "Molto dipende da come l'azienda è posizionata - ha affermato Simone -. Nel mio caso, si può dire che è arrivato nel momento giusto: avevamo appena investito per rinnovare il birrificio, e questo ha dato una buona mano a spingere avanti e a consolidare la posizione. Certo è difficile dire quanto sia stato dovuto al premio e quanto alle innovazioni che abbiamo portato, però i risultati ci sono stati appunto perché il riconoscimento ha sostenuto il percorso che già avevamo avviato". Secondo Simone il premio è quindi uno strumento, e come tale dipende da come viene utilizzato: "La chiave è essere un minimo strutturati come azienda, sia sotto il profilo produttivo che distributivo, per essere presente sul mercato. Ho visto birrai vincere premi anche prestigiosi, e magari ritornare poco dopo ad un profilo più basso appunto per questo motivo". Insomma, benissimo i premi, ma quando arrivano bisogna essere pronti a cogliere l'opportunità che questi offrono; altrimenti costituiscono sì una gratificazione importante, ma con risvolti pratici limitati.

Un altro habitué dei podi è Gino Perissutti di Foglie d'Erba, Birraio dell'Anno 2011, e presenza stabile nel medagliere di numerosi concorsi; che, interpellato sulla questione, ha dimostrato di avere una quantità di cose da dire inversamente proporzionale ai suoi peli sulla lingua (si sa, i montanari sono gente che non la manda dire). "Ogni concorso va preso per quello che è, con pregi e difetti - ha affermato -. Non val certo la pena di stracciarsi le vesti se non premiati, ma se iscriviamo le birre ai concorsi un motivo ci sarà: da un lato la volontà e curiosità di far valutare i propri prodotti da degustatori qualificati, dall'altro l'innegabile piacere di ricevere un premio". In quanto al caso specifico di Birraio dell'Anno, Gino lo definisce "un concorso a sé, atipico e con diverse contraddizioni. Non nego il piacere di aver ricevuto tale riconoscimento e tanto meno la gioia nel vivere un week-end coi colleghi (ed amici!) in occasione delle premiazioni. Ma prendiamolo con le molle: se vinci non significa che tu sia per forza il più bravo. Ci sono davvero molti birrai altrettanto capaci ed innovativi che non riescono ad emergere, magari perché lavorano in birrifici microscopici con scarsissima distribuzione e non li conosce nessuno. Diciamo che è inevitabilmente un concorso che scende a molti compromessi e che, se non fosse stato trasformato in un vero e proprio evento, sarebbe probabilmente nel dimenticatoio. La mia premiazione è avvenuta in un noto locale romano di fronte a sì e no 30 persone, metà delle quali continuavano a bere la propira birra incuranti del tutto. L'anno successivo arrivai quinto, e in un noto locale milanese gli astanti saranno stati un centinaio. Ora il tutto si è trasformato in evento, organizzato molto bene, al Teatro Obihall di Firenze, e la premiazione avviene davanti a migliaia di persone. Direi che rende l'idea".

Se quindi gli organizzatori hanno avuto, onore a loro, la capacità di far crescere il premio, il vero problema a detta di Gino è "la solita dietrologia italica che spunta ogni volta: se non vendi a Roma o Milano non vinci, se non sei amico del tale blogger non ti fila nessuno, se non hai le birre al tal pub o al tal evento sei fuori. No, semplicemente o fai birre buone con una certa continuità o non le fai. O sei creativo o non lo sei, o hai un certo comportamento con colleghi, addetti ai lavori, pubblico, o non ce l'hai. Per il resto, se accetti i meccanismi che fanno il premio in sé, ok, altrimenti liberissimi di non darvi peso. E' anche un premio difficilmente migliorabile: è e sarà sempre inevitabile che publican, degustatori, blogger o quant'altro vengano influenzati dalle simpatie verso un birraio col quale negli anni si instaura un certo feeling o dallo scarso feeling con qualcun altro. Com'è pressoché impossibile che le birre della gran parte dei birrifici vengano assaggiate nei pub i cui gestori hanno diritto di voto per più volte nell'anno, e con buona diffusione sul territorio nazionale. Dunque, premio importante e gran bell'evento, ma non diamogli troppa importanza". Anche riguardo ad altri concorsi, tra cui Gino cita Birra dell'Anno, "bella atmosfera e bel concorso, anche qui con dei limiti. Se vinci non significa che la tua birra sia la migliore d'Italia: semplicemente lo è stata per quel lotto, per quella giuria, in quella settimana. Sarebbe bello e giusto che venissero valutati lotti diversi, prodotti in momenti diversi dell'anno. Macome si fa? Appunto: compromessi, tutto bello e tutto migliorabile. Sta al singolo accettarlo e partecipare o non darci peso. Basta non scadere in bassezze tipo quelle di chi sosteneva che lo scorso anno ha vinto un birrificio del centro Italia solo perchè la birraia è donna ed era giusto inalzare le quote rosa in un mondo comunque piuttosto maschile e maschilista, perchè davvero mi vien da ridere. Le birre parlano: che sia davanti al cliente "x" che non ne sa e non ne vuole sapere nulla, che sia al banco del miglior pub d'Italia, o che sia altavolo di un giudice ad un concorso, o la birra è buona e piace o non lo è. Tutto qui".

Anche riguardo alle vendite, un premio "certo aiuta per qualche mese. Poi, è sempre il mercato a determinarle. Conosco publican che se ne fregano alla grande dei premi, e anzi ne diffidano forse giustamente. Come ne conosco altri che ti comprano solo per quello, convinti di non sbagliare. Opinioni, scelte, idee. Tutto rispettabile. Per me è e dev'essere sempre il prodotto a parlare, a prescindere da qualunque riconoscimento".



Da ultimo, un invito (al quale accosto, a titolo di buon auspicio, una foto di Gino con altri due birrai, Severino Garlatti Costa del birrificio omonimo e Costantino Tosoratti di Antica Contea): "Ora più che mai, piuttosto che cercare complotti, fantomatiche caste o logge della birra artigianale, disegni atti a creare nuove galassie luppolate ed abbattere mostri sacri divenuti scomodi, porporrei piuttosto due cose: remiamo tutti verso il riconoscimento della vera birra italiana di qualità, che esiste ed è realtà concreta. Uniamoci, piuttosto che dividere il poco che abbiamo costruito in questi anni. Va bene Birraio dell'Anno, va bene Birra dell'anno, va benissimo Unionbirrai. Partiamo da qui e facciamo capire chi siamo e cosa facciamo. Di bello, etico e pulito. E, per finire, godiamoci le nostre birre italiane senza darci troppo peso o importanza. Relax, dont'worry and support you local (Italian) Brewery!".

giovedì 9 gennaio 2014

Il birraio dell'anno

Il 3 gennaio al Lambiczoon di Milano si sono tenute le premiazioni del concorso "Birraio dell'anno", che aveva stuzzicato la mia curiosità visto che conoscevo tre dei cinque birrifici che hanno partecipato: il Foglie d'Erba, il Birrificio del Ducato e l'Extra Omnes. Se dei primi due conoscevo bene anche le birre che hanno presentato - la Freewhilin' Ipa, di cui ho parlato in questo post, e la Verdi, una della stout che ricordo con maggiore affetto - dell'ultimo non conoscevo la Bloed, aromatizzata alla ciliegia (avendo provato con somma soddisfazione solo la Migdal Bavel): e guarda caso è stata proprio questa a vincere, imponendomi di colmare questa terribile lacuna. Cosa che purtroppo devo ancora fare, dato che non sono riuscita a trovarla: ma ho rimediato con la Zest, che ha vinto il primo premio nel 2011 al Beer Festival di Milano, e ho così comunque onorato il birraio vincitore Luigi d'Amelio (nella foto).

Indubbiamente al concorso deve aver guadagnato parecchi punti sull'aroma: deciso e pungente, che unisce l'erbaceo ai sentori di frutta (personalmente ho sentito in particolar modo la pera). Le premesse quindi erano buone: bastava non aspettarsi che tutti questi profumi trovassero corrispondenza nel gusto, che a dire il vero mi ha lasciata un po' perplessa perché tende a dissolversi subito. La nota caratteristica della Zest è comunque l'amaro insolitamente persistente: se vi piacciono le birre ben secche, che rimangono in bocca lasciando una sensazione dissetante anche ben dopo averle bevute, questa fa per voi. Va detto che ero particolarmente assetata dopo una giornata sugli sci, e davvero mi è scesa che era un piacere (complice anche la gradazione alcolica bassa, appena 5 gradi, e il corpo leggero): anche per questo probabilmente non mi ha dato fastidio "l'amaro in bocca", anzi, una volta tanto l'ho apprezzato contrariamente alle mie abitudini.

In quanto al concorso "Birraio dell'anno", vado male a pronunciarmi: conosco personalmente solo Gino Perissutti di Foglie d'Erba, e anche in quanto a birre, come già detto, ne avevo provate solo due. Ciò che posso dire, però, è che la scelta deve essere stata difficile: sia la Freewheelin' che la Verdi sono dei pezzi da novanta, come si suol dire, e posso quindi immaginare che le altre non siano da meno. Per la cronaca, al secondo posto si è piazzato Giovanni Campari del Birrificio del Ducato, al terzo Nicola Perra del Barley di Maracalagonis (Cagliari), al quarto Riccardo Franzonis del Montegioco (Alessandria), e al quinto il buon Gino: vincitore peraltro nel 2011,così come Franzonis lo era stato nel 2009. Certo si potrebbe dire che si tratta di un circolo di habitués: ma il fatto che ci sia un certo "ricambio al vertice" in quanto a classifica può a sua volta significare che un concorso di questo genere stimola una sana competizione. E se i risultati sono questi, ben venga...