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venerdì 19 maggio 2023

Report Assobirra 2022: qualche pensiero

Come accennato nel mio post di ieri sui social, è stato presentato il Report 2022 di Assobirra, al quale ho avuto l'onore di contribuire con un capitolo finale sul tema della cultura birraria. Inutile precisare che, al netto delle ironie di qualche leone da tastiera che capita sempre, si tratta di uno strumento conoscitivo del comparto che in quanto tale interessa anche gli artigiani (e infatti a fare ironie di questo tipo è sempre chi non lavora nel settore, perché chi ci lavora questa cosa la sa benissimo): non a caso il report ospita anche un intervento del presidente di Unionbirrai Vittorio Ferraris, a riprova del fatto che, per quanto le due associazioni perseguano obiettivi e strategie in buona parte diverse e complementari (come è giusto che sia, naturalmente), hanno piena coscienza che stanno giocando la partita nello stesso campo.

Fatta questa premessa, avanzo alcune considerazioni. La prima e più ovvia, nonché quella che già ha fatto più notizia, è quella che riguarda i consumi: nel 2022 siamo infatti arrivati a 37,8 litri pro capite l'anno, in una crescita che - escluso il 2020 per ovvie ragioni - si mantiene ormai da quasi un decennio. Non quindi un semplice rimbalzo post pandemia - per quanto i dati provvisori del primo trimestre del 2023 parlino in effetti di una contrazione, ma quella probabilmente più dovuta alla congiuntura economica - ma una tendenza di lungo periodo. Un dato che, ha comunque fatto notare presidente di Assobirra Alfredo Pratolongo, è sostenuto più dall'aumento delle importazioni (cresciute del 10% nell'ultimo anno) che da quello della produzione (cresciuta della metà). C'è poi da dire che calano leggermente le esportazioni, da 3862 a 3816 migliaia di hl, con la Gran Bretagna che continua a fare la parte del leone ormai da anni assorbendone quasi la metà.

Va comunque rilevato che, oltre ovviamente sempre lontanissimi dai "soliti" capolista (Repubblica Ceca a 129, peraltro in calo, Austria a 101 e Germania a 89), non siamo dei grandi bevitori di birra neanche in confronto ai Paesi mediterranei, con i quali ha più senso fare un paragone: la Spagna è a 50, il Portogallo a 48, Cipro a 47, Malta a 41, Croazia e Slovenia (dove però c'è storicamente una tradizione austroungarica) a 77 e 78 rispettivamente. Solo Francia e Grecia sono sotto, a 33 e 32.

Dati positivi anche dall'occupazione: dall'anno precedente cresce da 5300 a 5600 quella diretta, da 16.900 a 17.800 quella indiretta, e da 118.000 a 124.000 considerando l'indotto allargato. 


Per quanto riguarda i microbirrifici nello specifico, il report ne censisce 870 contando anche i brewpub (con tutte le difficoltà che ci possono essere nel censirli, per cui non prendiamolo come un dato preciso all'unità), contro gli 814 del 2021 e i 756 del 2020. Positivo quindi rilevare che la pandemia, da cui sarebbe stato lecito aspettarsi chiusure tra il 2021 e il 2022, almeno per ora non ha fatto sentire colpi di coda: il calo (peraltro da molti pronosticato) è stato prima, dopo il tanto discusso sfondamento di soglia 1000 nel 2016, ritenuta insostenibile per quelle che erano le dinamiche di mercato. La coda della pandemia va forse cercata di più in quella che è la ripresa ancora stentata dei consumi fuori casa - il 35,8% contro il 32,6 del 2021 e il 27,1 del 2020 -: consumi peraltro già in calo prima della pandemia dal 39,5% del 2015 al 36,1 del 2019. Di qui il mio "forse": pare che ci siamo semplicemente riallineati al calo in corso, che la pandemia ha semplicemente impedito di invertire, ma non provocato, al netto dei momenti di euforia post lockdown. Potremmo discutere a lungo sulle cause, ma sarebbe un altro capitolo.

In quanto all'occupazione, Assobirra parla di 3000 unità: in media quindi 3,4 addetti a birrificio, a conferma che parliamo di realtà piccole e piccolissime. La produzione di attesta a 471.000 hl, il 3,1% del totale nazionale, incluso un 13,5% di esportazioni - dato limitato ma interessante, a parer mio, dato che si tratta di un terreno su cui ogni minimo punto percentuale per i birrifici artigianali è una conquista.

Altro dato che mi è balzato all'occhio è quello dei contenitori. Per quanto questo includa naturalmente tutta la produzione, non solo quella artigianale, guardando la serie storica si nota un balzo delle lattine nel 2018: dopo essere state stabilmente attorno al 5%, sono scattate attorno al 7,5, mantenendosi poi lì. Un +50% che sarebbe interessante indagare, dato che non può essere interamente ascritto al boom delle lattine nel comparto artigianale, però è interessante notare questa "onda dell'alluminio" che sta peraltro dando vita a vere e proprie opere d'arte.

Pratolongo si è poi soffermato a lungo sulla questione accise, e sulla negoziazione con l'attuale governo per il mantenimento dello sconto. Per quanto la questione vada considerata nel panorama più ampio della tassazione totale (il famoso slogan "un sorso su tre se lo beve il fisco"), però va ad onor del vero detto che, in quanto ad accisa media, l'Italia si colloca più o meno a metà del panorama europeo con 35,28 euro a ettolitro: abbiamo una decina di Paesi che tassano più di noi - il massimo è la Finlandia, con uno spaventoso 182,84 - e una quindicina meno di noi - il minimo è la Bulgaria a 9,20. E questo non per mettere in dubbio la necessità di abbassarla per incentivare il comparto, ma per onore di cronaca, diciamo così.

Naturalmente i dati sono molti di più, accompagnati da numerosi altri interventi, interviste ed analisi: vi invito quindi a scaricare il report, disponibile a questo link, per avere un panorama completo.

Dedico un'ultima parola al mio contributo sul tema cultura della birra, partito dalla provocazione per cui molti operatori di settore stanno ormai prendendo le distanze da questa espressione talmente abusata che sembra ormai non significare più nulla. Dal fare formazione e informazione al consumatore e agli operatori della filiera, al promuovere circuiti turistici e "birrogastronomici", all'organizzare corsi di degustazione più o meno originali, pare ormai tutto finito nello stesso calderone senza che ci sia un vero filo conduttore. Di qui la domanda su che cosa significhi oggi fare cultura della birra, su cui invito tutti a riflettere.

venerdì 16 dicembre 2016

Birra artigianale, del doman non v'è certezza?

E' uscito questa mattina - 16 dicembre - su La Tribuna di Treviso un articolo, a firma di Federico Cipolla, che fa il punto sul panorama della birra artigianale in provincia di Treviso; e in particolar modo sui passi fatti dalla categoria dei birrai al'interno di Confartigianato, dando voce al presidente regionale Ivan Borsato - che già avevo interpellato in questo post sia a proposito della costituzione dell'associazione, che della proposta di legge regionale avanzata per la tutela della birra artigianale.


Al di là dei contenuti dell'articolo, ad attirare la mia attenzione è stato il sommario: Da Camalò la previsione: "Viviamo gli anni che precedono il boom dei ricavi". Dopo anni in cui si parla di una torta che rimane sempre uguale e che bisogna spartirsi in sempre più persone, e di ricerche che non mostrano dati propriamente confortanti nonostante la vertiginosa crescita del numero di birrifici - o forse proprio a causa di questa vertiginosa crescita -, si tratta quantomeno di una voce fuori dal coro. Certo: da quella di MoBi a quella di Assobirra, sono indagini che sin dalla premessa dichiarano il loro limite di prendere in considerazione soltanto una piccola parte dei birrifici artigianali italiani; e che non rispondono in maniera precisa a quella che è "la" domanda, ossia quale sia la quota di mercato che la birra artigianale sta "erodendo" a quella industriale - Unionbirrai ha stimato per il 2015 una quota di mercato del 3% per la birra artigianale, in crescita del 2,2% dal 2011: se i consumi sono rimasti gli stessi, dovrebbe essere gioco forza calata nella stessa misura la quota di mercato dei birrifici industriali. Però è sensazione diffusa nel settore che non si possa parlare di un futuro tutto rose e fiori, anche senza voler tirare in ballo i numeri.

Dato che nell'articolo non veniva approfondita la ragione di questa affermazione, ho contattato il diretto interessato; chiedendogli quali fossero le ragioni che lo portavano a questa previsione. "Innanzitutto mi preme precisare che, dalle discussioni con i miei colleghi dell'associazione, è uscito che il campione di analisi è troppo esiguo e discontinuo nelle caratteristiche per essere di riferimento - ha affermato -. Quando parlo con loro mi rendo conto che siamo tutti in difficoltà a soddisfare le richieste di produzione, senza birra e di corsa, lavoriamo male perché c'è la voglia di accontentare il cliente spesso a discapito della qualità. E questo non è un bene, sia chiaro".

Torniamo quindi alla sorta di paradosso per cui tutti si scagliano contro i birrifici che spuntano come funghi, però allo stesso tempo - come avevo scritto in un mio precedente post - si pensa ad ingrandirsi perché le richieste dei clienti sono superiori alla propria capacità produttiva? Dove sta l'inghippo nel ragionamento? "Il problema sono quelli che si stanno attrezzando con grandi impianti al posto di seguire un graduale percorso - sostiene Borsato -, gli
speculatori, quelli che vedono l'opportunità di guadagno e fondamentalmente della birra gli interessa ben poco. Se ti fai un impianto da 20 ettolitri e vuoi sopravvivere e pagare il leasing ... devi scendere a compromessi".

Evidentemente non serve essere analisti per capire che è facile essere saturi con un impianto poco più che da homebrewer, altra cosa è il caso di chi - invece di partire con una struttura piccola, per limitare i costi e le eventuali perdite se l'avventura non va a buon fine - ha deciso di fare l'investimento "in crescita" e si trova a doverlo ammortizzare pur non avendo ancora i volumi per mandarlo a regime - e qui si innestano spesso i beerfirm. Entrambe scelte legittime, naturalmente, ma che pongono i produttori davanti ad esigenze diverse che si ripercuotono poi sul loro modo di affrontare il mercato.

E Borsato è tra i fautori convinti di un limite stringente di produzione massima per chi davvero voglia curare la qualità - e qui potremmo discutere a lungo sul significato che vogliamo dare a questa parola - del prodotto finale: "Io vedo la birra artigianale come una piccola iniziativa artigiana, che può crescere ma rimanere entro certi limiti: superati quelli le cose si complicano. Il lavoro deve essere locale, incentrato sul territorio; e poi magari, ma solo in un secondo tempo, guardare al mercato nazionale e all'export. Abbiamo bisogno però di un grande spartiacque, dividere la birra artigianale cattiva, da quella buona e fatta col cuore e con le mani ... il marchio di qualità è una oggettiva medicina".

In altri termini, secondo il birraio di Casa Veccia la saturazione a cui si grida c'è sì, ma solo se si pretende di crescere troppo di corsa; e si dice addirittura convinto che "per chi cresce secondo questa formula la saturazione non arriva mai", perché, anche a fronte dei consumi medi di birra che non accennano a crescere, il potenziale per ampliare la quota di mercato rispetto alla birra industriale c'è. "La gente si spaventa ogni volta che esce qualche dato, ma abbiamo oltre il 90% del mercato su cui espanderci. L'importante è crescere con gradualità. Sarà naturale che la gente tenderà sempre di più a bere artigianale e di qualità, spostandosi dall'industria all'artigianato. Bisogna però trovare il modo di regolamentare le cose, se il marchio di qualità ci servirà per distinguerci e orientare la scelta ben venga. Poi ci inventeremo qualcos'altro: manifestazioni degli associati, corsi di formazione, birroteca regionale,m laboratorio analisi interno, e via discorrendo".

Insomma, una convinzione animata da un lato dalla constatazione empirica che molti birrifici stanno aumentando la produzione - cosa che in effetti diversi birrai di mia conoscenza mi riferiscono - e dall'altro da una passione che stimola a puntare in alto sempre e comunque. Non sono titolare di un birrificio né di un centro studi, però a livello di pura opinione personale mi sembra che la verità stia, come sempre, da qualche parte nel mezzo: se il fiorire dei microbirrifici pone oggettivi problemi di "sovraffollamento" di questo specifico segmento di mercato che non possono essere ignorati - e che credo costituiscano una barriera all'ingresso a nuovi birrifici -, dall'altro non è irragionevole pensare ad un proseguimento nella crescita dei consumi della birra artigianale rispetto a quella industriale. Abbastanza da sostenete oltre mille piccoli produttori? Magari no. Ma qui bisognerà vedere fin dove entrerà effettivamente in gioco lo "spartiacque" di cui parlava Borsato.

venerdì 7 ottobre 2016

Report di assobirra e pensieri in libertà

E' uscito recentemente il rapporto annuale di Assobirra, riferito al 2015, che fotografa la situazione del settore birrario nel suo complesso - quindi sia sul fronte industriale che dei microbirrifici (il report non utilizza il termine "artigianale"). Come sempre quando escono studi di questo genere, alk centro dell'attenzione sono prima di tutto i numeri, per quanto da soli non bastino a spiegare la realtà.

Innanzitutto, i consumi annuali pro capite: pressoché stabili, anzi in lieve flessione, pur in anni in cui si è tanto parlato di boom della birra artigianale - da 31,1 nel 2007 a 30,8 nel 2015. E fin qui, si dirà, nulla di nuovo. Anche la tendenza a bere più in casa che fuori - il 58,8% dei consumi, contro il 54,5% del 2007 - non è cosa nuova, ed è spesso spiegata con la crisi che spinge a contenere i costi. Però, verrebbe da pensare, con la passione nata per i birrifici artigianali del territorio questi avranno "eroso" mercato agli altri - vuoi gli industriali italiani, vuoi quelli esteri in generale: eppure nel 2015 abbiamo importato la cifra record di 7 milioni di ettolitri contro i 6,2 del 2014, per un saldo commerciale altrettanto record di -4,7 milioni di ettolitri, il massimo storico - nonostante anche l'export sia cresciuto a 2,3 milioni di ettolitri, contro gli 1,9 del 2014. E abbiamo pure lasciato per strada il 5% degli occupati nella filiera negli ultimi 3 anni, da 144.000 a 137.000. I dati non sono qui disaggregati tra microbirrifici e birrifici industriali; ma il report riconosce ai primi e al loro fiorire il merito di costituire "la novità più significativa dell'ultimo decennio" e di portare buone nuove anche in termini di crewazione di lavoro, in quanto "settore ad alta intensità occupazionale". E infatti la cifra si riferisce al totale dell'indotto: l'occupazione diretta è al contrario salita da 4.700 a 5.350 unità. Lecito pensare quindi che questa sia legata in buona parte all'esplosione del numero dei microbirrifici.

Esplosione che, però, pare semplicemente spartire tra più persone una torta che è rimasta più o meno la stessa: la produzione totale è stata di 14 milioni di ettolitri nel 2015 contro i poco meno di 13 di dieci anni prima, con i consumi saliti a 18,7 milioni contro 17,3. Entrambi in salita, certo, ma nello stesso arco di tempo il numero dei birrifici - micro, soprattutto - è praticamente decuplicato (da 60 a 528: la cifra non comprende i beer firm né i brewpub). Curioso anche notare che, se nel 2006 c'erano più brewpub (68) che birrifici (60), nel 2015 si era 529 a 145. C'è comunque da tenere conto, a parziale giustificazione, che i consumi di alcol sono in costante diminuzione dal 2004: anche solo rimanere stabili, insomma, è buona cosa (basti dire che il vino ha visto un -4,8% dei consumi tra il 2014 e il 2015).

Il report tocca naturalmente anche l'annosa questione delle accise: una media di 36,48 euro per ettolitro, che ci pone al terzo posto in Europa dietro all'Estonia (39,84) e alla Slovenia (con il poco invidiabile primato di 58,08. Qualcuno allora mi deve spiegare perché la birra in Slovenia costa comunque meno che qui...).

Utile, infine, vedere la segmentazione del mercato: dal 2011 è più che raddoppiata la "fetta" della birra analcolica (dallo 0,71% del mercato all'1,74%), così come le private label (ossia le birre "di marchio" della grande distribuzione, da 4,41 a 7,45). Un dato, quest'ultimo, che si contrappone invece al calo di quelle "economy" dal 2,17 all'1,5%, pur facendo riferimento sostanzialmente alla stessa fascia di mercato. Pressoché stabile il segmento mainstream - 49,1% contro 48,7% -, mentre registra un calo sensibile quello Premium - 26,2% contro 33,5% - e viceversa una crescita quello Specialità - 14% contro 10,5%. Dati che devono essere presi con le pinze  in quanto riferiti alle sole aziende associate ad Assobirra; utile comunque dire che Heineken da sola ha fatto nel 2015 il 28% del mercato, in calo di un punto percentuale dall'anno predente e di due dal 2011; mentre quelli classificati come microbirrifici, dal 2011 a oggi, hanno conosciuto un tira e molla dal 2,8 all'1,5%, assestandosi attorno a 2.

Alla fine di tutto ciò, che dire? Non mi lancio in valutazioni da economista, perché non è il mio mestiere; tuttavia questi dati mi sembrano confermnare ciò che già si sapeva, ossia che la birra artigianale si è sì imposta negi ultimi anni, ma più come fenomeno culturale che come rilevante fenomeno di consumo. E dato che il numero di birrifici cresce, le strade sono due: o aumenta la torta (export compreso, cosa che in effetti è accaduta), o si fanno fette più piccole. Sarà la Heineken a vedere dimezzata la sua, o sarà qualche microbirrificio a rimanere con le briciole? E le briciole possono, almeno in alcuni casi, comunque bastare?

lunedì 30 dicembre 2013

Un buon 2014...di birra "salata"

Ai miei lettori gli auguri di fine anno erano doverosi; e per quanto l'anno nuovo si auguri sempre sereno e pieno di belle sorprese, in questa sede non posso non ricordare che, per gli appassionati di birra e gli operatori del settore, il 2014 non si apre sotto i migliori auspici. In base al Dl 91 dell'8 agosto scorso e al Dl 7 del 30 novembre, infatti, le accise sulla birra aumenteranno da da 2,66 euro hl/grado Plato a 2,70 euro hl/grado Plato dal 1 gennaio, e a 2,77 dal 1 marzo. E si tratta solo della prima tranche, perché dal 2015 sono in arrivo ulteriori aumenti. Tradotto in termini più accessibili, dal 1° gennaio 2014 il peso delle accise passerà dai 28,2 euro per ettolitro prodotto a 32,4 euro di media, per finire a 35,9 euro 1° ottobre 2015. Un incremento di quasi il 15% che, insieme all’aumento dell’Iva dei mesi scorsi, porterà la pressione fiscale sulla birra ad un livello elevatissimo: Assobirra lo quantifica in oltre un terzo del prezzo pagato dal consumatore finale, che con questi incrementi arriverà quasi al 50%. Insomma, sappiate che se pagate una pinta 5 euro, quasi 2,5 andranno in tasse.

Naturalmente gli operatori del settore si sono mobilitati già da tempo: Assobirra ha lanciato la campagna Salva la tua birra, sul cui sito è possibile firmare una petizione per chiedere il ritiro del provvedimento. Al momento le firme sono 54.128 - un po' pochine forse, su 35 milioni di consumatori stimati -, ma è comunque unno strumento di pressione. Peraltro, ricorda Assobirra, "in Italia la birra è l’unica bevanda a bassa gradazione alcolica a pagare le accise, e da noi le tasse sulla birra sono fra le più alte in Europa: tre volte quelle di Francia e Spagna". Un'ingiustizia soprattutto nei confronti del vino, che le accise non le paga affatto. E anche se ci possiamo consolare sapendo che i finlandesi ne pagano 143 euro per ettolitro, gli inglesi 108 e gli svedesi 93, e che la media Ue è di 34,5 (dati della Commissione Ue pubblicati da Assobirra; la media invece l'ho calcolata io, se è sbagliata prendetevela con me), tant'è: a pagare meno di noi sono soprattutto i principali produttori (come appunto tedeschi e belgi), penalizzando i birrai italiani sul mercato internazionale.

Non mi dilungo oltre, ma il sito è comunque una miniera di dati interessanti: per esempio ricorda come "Il settore della birra in Italia comprende oltre 500 produttori tra grandi marchi (14 stabilimenti industriali, 2 impianti produttivi di malto) e microbirrifici artigianali". Un settore "che sta creando concrete opportunità imprenditoriali, soprattutto per i giovani: negli ultimi 5 anni sono nate circa 300 micro aziende birrarie, con imprenditori nella maggior parte dei casi under 35. Tutte insieme queste aziende producono circa 13,5 milioni di ettolitri di birra all’anno (dato 2012), che fanno dell’Italia il decimo produttore in Europa, davanti a Paesi dalla grande tradizione birraria come Austria, Danimarca e Irlanda. Aziende che creano occupazione: 4.700 occupati diretti (+4,4% sull’anno precedente), 18.000 fra diretti e indiretti e 144.000 compreso l’indotto allargato". Per quanto il 70% della produzione sia consumata in patria, poi, "nel 2012 l’export italiano di birra ha toccato i 2 milioni di ettolitri, il doppio rispetto al 2006". E le aziende produttrici "già oggi contribuiscono alle entrate dello Stato per oltre 4 miliardi di euro annui (calcolando Iva, accise, tasse, contributi sociali di aziend e lavoratori e tasse pagate dai settori coinvolti a vario titolo)".

Non sono un'economista né un'esperta di diritto tributario; ma per quanto in linea di principio disincentivare tassandoli i comportamenti non virtuosi - come appunto il consumo di alcolici - possa avere un senso, in questi casi si pone una riflessione in più. Non stiamo infatti parlando di multinazionali del tabacco, ma nella maggior parte dei casi di piccoli birrifici artigianali che devono spesso sottostare alle stesse normative previste per i grandi - con relativi disagi -, e che stanno facendo rinascere un settore in cui è custodito e si sta sviluppando un vero e proprio patrimonio di conoscenze che non esiterei a definire "cultura della birra artigianale". Se la pressione fiscale crescerà a questi livelli, a meno di non ridurre i propri margini di guadagno, i birrai saranno costretti a scaricarla sul consumatore: con relativo rischio che questo rinunci, e conseguente danno per tutta la filiera. E se finora il fatto di rivolgersi ad una sorta di nicchia di appassionati disposti a non tagliare i consumi nonostante la crisi li aveva salvati, questo potrebbe non bastare più. Insomma, la questione è sempre la stessa: le casse dello Stato hanno bisogno di soldi, il problema è dove prenderli. Ma c'è da domandarsi se sia giusto prenderli qui.

Peraltro, Assobirra si è attivata anche per questo: sul sito della campagna è stato lanciato un sondaggio, in base al quale è possibile scegliere tra cinque misure alternative per evitare questo aumento, quantificato in 170 milioni di euro. Per ora, su quasi ottomila votanti, il più gettonato è l'eliminazione dei contributi statali ai partiti e all'editoria politica (43,5%), seguito dal taglio del 6% alle spese per il funzionamento di governo e Parlamento (25,2%) e da quello del 50% ai contributi alle scuole private (18,8%). Proposte certo non nuove: quel che è certo è che si rischia, come sempre in caso di aumento delle tasse sui consumi, che a causa della riduzione di questi ultimi il gettito di fatto diminuisca, come già accaduto sia in Italia che in altri Paesi.