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martedì 5 maggio 2020

Una birra a "Bondai" Beach

Come chi mi segue già sa, e come già ho scritto sul Giornale della Birra, ho avuto nei giorni scorsi il piacere di provare le birre del birrificio Bondai: una nuova attività nata da Luca Dalla Torre - che ho avuto occasione di conoscere anni fa nel giudicare nei concorsi homebrewer in regione, dove lui faceva regolarmente incetta di premi - e che si è trovata ad aprire proprio in pieno lockdown - con i pro e i contro del caso, come Luca ha spiegato bene nell'intervista linkata sopra (che vi invito a leggere, anche per avere qualche informazione in più sul birrificio). Un passo, a dire il vero, atteso da tempo e da molti; dato che Luca non aveva mai fatto mistero dei suoi sogni brassicoli, e che le sue birre avevano avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare in maniera notevole per un homebrewer anche oltre i confini regionali. Un bene per l'inizio dell'attività, ma forse anche un'arma a doppio taglio: perché si sa che passare dall'impiantino di casa a quello di un birrificio non è facile, e se le aspettative sono alte si rischia di deluderle. Pur fiduciosa in Luca e nella sua ben nota maniacale precisione nel lavoro, ero quindi curiosa di assaggiare le birre uscite dal nuovo impianto - la Pils Beib, la Apa Point Break, la American Ipa Listen e la American Amber Ale Heya!.

In quanto alla prima, devo dire che in rima battuta mi aveva lasciata abbastanza perplessa: non tanto perché avessi riscontrato dei difetti, quanto perché all'aroma e al primo sorso mi era sembrata "la solita Pils" - senza che notassi alcuna "firma" di Luca, che tendenzialmente mira a "stupire". In realtà esibisce poi un peculiare e discretamente persistente ritorno di cereale, che in chiusura si amalgama egregiamente con l'amaro elegante: non un "marchio di stupore", ma quantomeno un "marchio di fabbrica" - per quanto gli stili tedeschi non siano propriamente nelle corde del birraio, che preferisce quelli britannici e americani.



E lo testimonia senz'altro la Apa Point Break: un tripudio tropicale all'aroma (Mosaic, Citra e Amarillo per la precisione), dall'ananas, alla papaya, al litchi; corpo snello ma non evanescente, con leggera tostatura; prima di un finale di un amaro fruttato, morbido e non troppo persistente. Si capisce che è fatta per stupire, ma ha il merito di non stroppiare - nonché di bersi con estrema facilità, pur senza cadere nel ruffiano.


Particolarmente interessante è risultato il confronto con la Listen, in quanto si coglie la precisa volontà di differenziare i due stili (si sa che i confini tra Ipa e Apa a volte risultano sfumati): qui si coglie che la volontà non è quella di stupire con mirabolanze tropicali, ma dando un profilo aromatico estremamente netto, pulito e pungente - dominano i toni tra il resinoso e l'agrumato, con anche una lieve punta erbacea. Corpo biscottato ben sostenuto ma snello, prima di una chiusura nettamente secca ed erbacea. Notevole armonia complessiva.

Da ultimo la Heya!: luppolatura tra l'erbaceo e l'agrumato, sostenuta dal biscottato del malto; corpo molto snello, che lascia il caramello solo sullo sfondo, prima di una chiusura erbacea, secca e netta in cui ritorna anche il biscotto. Personalmente avrei apprezzato un corpo in cui il caramello fosse un po' più robusto, ma non si tratta di uno "squilibrio" tale da nuocere alla gradevolezza dell'insieme.

Nel complesso, direi che il Bondai non ha deluso le aspettative per la partenza: birre semplici ma non banali, pulite e ben costruite. Per certi versi si sente ancora il "tocco dell'homebrewer", quello intento a "fare le pulci" alle proprie birre e a cercare sempre che cosa si potrebbe migliorare. Che come inizio, si dirà, non è male.


domenica 16 dicembre 2018

Novità dalla cucina della Brussa

Ho colto l'occasione di una delle serate a tema organizzate dal birrificio B2O - per la precisione la "Serata veneta", una cena con piatti di pesce della tradizione locale rivisitati secondo la "sensibilità birraria" ed abbinati alle birre della casa - per provare la cucina del nuovo chef, Galdino Aggio. Nell'intervistarlo per conto del birrificio - intervista che trovate a questo link - mi era infatti sorta di conseguenza la curiosità di provare le sue creazioni; tanto più che, in questo caso, c'era anche l'effetto sorpresa, avendo Galdino e collaboratori scelto di non rendere noto come la birra sarebbe stata usata nelle preparazioni e come sarebbe stata abbinata ai piatti.

La serata è iniziata con un aperitivo di benvenuto, la Helles Sibilla accompagnata dal baccalà mantecato. Una birra semplice e delicata per un baccalà che in effetti lo era altrettanto; e anche se personalmente avrei osato una blanche, la Terra - che lo staff del birrificio mi ha però riferito di aver scartato perché, data la sua speziatura abbastanza importante, andava a sovrastare il baccalà stesso - devo dire che si è trattato di un gradevole connubio tra i due sapori. Nota di merito anche per il pane artigianale del forno di Lugugnana, che tiene insieme in maniera magistrale la croccantezza saporita della crosta con la morbidezza neutra dell'interno.

Più elaborato l'antipasto, un bis di sarde - in saor, come da tradizione veneta, e "rivisitate" alla blanche e scorza di limone - abbinate alla weizen Jam Session. Ottima l'idea di far sposare la tradizionale ricetta veneta con l'agrumato e lo speziato della blanche, che fa molto bene il paio con il frumento della weizen - della quale in questo caso non risultava nemmeno troppo percepibile l'amaro finale più netto per la media dello stile, "marchio di fabbrica" della Jam Session. Per quanto l'abbinamento non risultasse fuori luogo nemmeno per le sarde in saor, ho ammesso che le avrei viste meglio con la red ale Brussa, così da accompagnare l'agrodolce del pesce con il corpo maltato e "pulire" con l'amaro finale; Brussa che mi è stata gentilmente fornita in assaggio, e che - almeno per quella che è la mia personale sensibilità - ha confermato ciò che avevo pensato.

La portata più sorprendente è però risultata essere il primo, i tagliolini al nero di seppia abbinati alla Grodziskie - un accostamento al quale ammetto che non avrei mai pensato. L'affumicato della birra si accompagnava infatti benissimo alla pastosità della seppia, dandole un tocco di sapore del tutto peculiare, e "tagliando" al tempo stesso la persistenza del pesce. Nota di merito peraltro ai tagliolini in sé e per sé, di cui si coglieva bene la freschezza.

Di nuovo un bis di pesce della tradizione per il secondo - classico baccalà alla vicentina da un lato, e quello alla veneziana sfumato con la Helles dall'altro - accompagnati dalla polenta e abbinati alla apa Edgard. Un abbinamento con cui direi che si è riusciti nella non facile impresa di coniugare due preparazioni così diverse, in quanto al baccalà alla vicentina rendeva meglio giustizia il taglio amaro agrumato sul finale, e a quello alla veneziana la componente maltata del corpo discretamente robusto ma scorrevole. Cruciale poi il ruolo della polenta nell'amalgamare tutti i sapori e fare da ponte.

Da ultimo il dolce, i biscotti al radicchio di Treviso abbinati alla natalizia xmaStrong. Ammetto di non aver colto moltissimo l'amaro del radicchio; ad ogni modo la frolla può accompagnare bene una birra importante come questa - con figo moro di Caneva Igp e maturata in botti di rovere, dai sentori fruttati e liquorosi -; così come ancor meglio potrebbe accompagnarsi ad un panettone.

Nel complesso, non posso che definirla (e con piacere) una cena degustazione ben costruita, in cui lo staff ha dato prova di competenza sia sotto il profilo culinario che sotto il profilo brassicolo; e c'è da augurarsi che questo filone possa sempre meglio svilupparsi - in B2O nello specifico, data la nuova avventura appena intrapresa, ma anche nelle tante altre realtà che si sono avviate su questa strada.

Concludo con un ringraziamento a tutto il personale per la sua cordialità e disponibilità; e congratulazioni al nuovo cuoco, che sono certa porterà interessanti novità alla cucina del birrificio.

mercoledì 5 settembre 2018

Novità in quel di Latisana

Ho avuto il piacere di presenziare sabato 1 settembre a Latisana all'inaugurazione del birrificio Basei, ultima novità brassicola della bassa friulana. Mastro birraio è Giuseppe Ciutto che, dopo diversi anni ha homebrewer e un percorso di formazione con il prof. Buiatti all'Università di Udine, spinto dalla sorella si è lanciato nell'avventura; non da solo, però, perché insieme a lui ci sono diversi soci che hanno portato il capitale - sia economico che in termini di risorse umane - necessario.


Il caso di Basei è un'ulteriore dimostrazione che, se fino a qualche anno fa ancora c'era chi partiva per l'avventura birraria armato solo di passione e di scarsi mezzi, ora non è più così: la quasi totalità degli ultimi ingressi nel settore con cui ho avuto modo di confrontarmi ha alle spalle almeno un socio finanziatore, e si rivolge ad altri professionisti per quanto riguarda controllo qualità, grafica, marketing, comunicazione ed altro ancora. Insomma, posto che ormai da tempo nessuno crede più che "la birra buona si vende da sola", c'è coscienza che per pensare di aprire l'ennesimo birrificio è necessario investire più di un tempo sia sul saper fare la birra che sul saperla vendere. E non a caso è stato questo uno dei primi temi su cui ho provocato Giuseppe, chiedendogli il perché della decisione di aprire un birrificio in un momento storico in cui la vulgata parla di saturazione: e per quanto lui si sia soffermato in primo luogo sulla passione e sulla voglia di fare questo mestiere, una visita al nuovo impianto e un'occhiata alla compagine societaria confermano come sia necessario dare a questa passione anche una base sotto il profilo imprenditoriale.


Ad unirsi a lui come soci sono infatti stati Giuseppe Lamanno - che potremmo scherzosamente definire "lo zio d'America" della situazione, dato che vive a New York e fa da responsabile esportazione negli Usa -; Davide Cunial, responsabile commerciale; Stefano Movio, responsabile della logistica; Antonino Leanza, responsabile finanziario; e la già citata sorella Serena, responsabile amministrativa e marketing. Il birrificio è stato battezzato con il soprannome dato in paese a questo ramo della famiglia Ciutto - Basei, appunto; ed ora, dopo quelli che Giuseppe ha descritto come lunghi preparativi - tra formazione, ricerca dei soci e dei finanziamenti, allestimento del capannone e dell'impianto e burocrazia varia - l'avventura è partita. Dopo il taglio del nastro, Giuseppe e soci hanno accompagnato i presenti a visitare il birrificio; occasione in cui ho avuto modo di fare una chiacchierata con il mastro birraio sui processi di controllo qualità che ha approntato, aspetto al quale ha affermato di porre particolare attenzione soprattutto per quanto riguarda l'acqua - non avendo quella disponibile in loco il profilo chimico ideale.


Sono sette le birre a listino - una koelsch, una amber ale, una apa, una porter, una american wheat, una blanche e una session ipa - di cui quattro disponibili alla spina il giorno dell'inaugurazione; tutte brassate secondo la filosofia di voler puntare a birre sì caratterizzate, ma che comunque rimangano semplici nel complesso e di facile beva - significativa in questo senso la scelta di fare solo 0,33 e fusto, per eccellenza i formati della bevuta informale.

A portare il nome di casa - Basei - è la koelsch, che personalmente ho trovato relativamente poco caratterizzata per lo stile: potremmo dire che ambisce a prendere, nel repertorio di Basei, il posto della classica bionda buona per tutti i gusti e per tutte le stagioni, pur senza abbandonare del tutto le caratteristiche peculiari dello stile di riferimento. Interpellato su questa mia considerazione, Giuseppe ha risposto che era sua intenzione fare appunto una rivisitazione della koelsch, puntando su una delicatezza ancora maggiore sia in aroma che in amaro rispetto alle birre di Colonia a favore del maltato del corpo, che rimane comunque molto snello.

Sempre sulla linea della facile beva - naturalmente - la session ipa Mattnik; improntata su aromi agrumati e di frutta tropicale non invadenti ma che spiccano bene - da segnalare eldorado e mosaic in dry hopping - a fronte di un corpo molto esile e di un amaro finale sui toni citrici, delicato e non troppo persistente, ma deciso a sufficienza da chiudere la bevuta. Può in un certo senso essere definita la "sorella maggiore" la Mojo, una apa ambrata in pieno stile che punta su una luppolatura sempre tra l'agrumato e il fruttato - cascade, chinhook, simcoe, più citra in dry hopping - ma che non lesina sulla componente tostata del corpo, che ben si amalgama all'aroma e precede un amaro più deciso della precedente a controbilanciare i toni maltati.

La più peculiare è sicuramente la american wheat Aguiar, che all'aroma esibisce toni floreali, accanto a quelli citrici della scorza di limone, che arrivano a coprire i profumi tipici del frumento; per aprire poi ad un corpo anche qui snello sulle note dolci del cereale, prima di un taglio finale di un amaro citrico che arriva quasi a sorpresa.

Nota a parte merita il design delle bottiglie - dalla caratteristica forma bombata - e delle etichette, stampate in rilievo: aspetto con il quale, ha affermato Giuseppe, il birrificio intende darsi una nota caratteristica.

Per ora Basei distribuisce a livello locale, oltre che - come già accennato sopra - a New York; per il prossimo futuro è in progetto l'apertura della tap room.

Non mi resta che fare i migliori auguri a Giuseppe e soci per questo percorso appena iniziato. Concordo in generale sul fatto che siano birre che cercano di trovare la propria nota caratteristica, pur rimanendo nella semplicità; una ricerca che sicuramente Giuseppe dovrà proseguire, essendo ancora alle prime battute, e che auspico porterà buoni frutti.


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martedì 17 luglio 2018

Un giro sulle rive del(la) Piave

Ebbene sì, avete letto bene: per quanto pochi lo ricordino, il celebre fiume sacro alla patria e universalmente conosciuto al maschile - il Piave - dalle popolazioni che ne abitano le rive è invece stato per secoli, e alcuni lo fanno ancora oggi, declinato al femminile: ed è da questo che prende il nome l'ultimo birrificio che ho visitato, La Piave, situato a breve distanza dal fiume in quel di Moriago della Battaglia. Ad aprirlo nell'aprile del 2017 è stata la famiglia Zanin, già attiva nel settore dell'agricoltura, viticoltura e ristorazione agrituristica; a questo ha quindi aggiunto la produzione di birra artigianale affidata al giovane Enrico Martini - mastro birraio uscito dall'Accademia Dieffe. L'orzo è naturalmente quello dell'azienda stessa, maltato al CoBi; e la birra è al momento acquistabile e degustabile nella tap room annessa al birrificio - ci sono comunque progetti di crescita, in quanto per l'anno prossimo è prevista l'apertura di un "agripub" che unisca l'anima brassicola e quella agrituristica dell'azienda.

Come sempre quando conosco un nuovo birrificio, ancor prima che la degustazione delle birre apprezzo il fatto di fare una chiacchierata con il birraio o con il titolare (e possibilmente con entrambi, nel caso in cui non coincidano); in questo caso mi ha accolta un membro della famiglia Zanin, Massimo, che mi ha raccontato come - dopo un passato nel settore del marmo - sia giunto infine all'agricoltura e alla birra. Massimo non fa mistero di come utilizzi per la birra la stessa filosofia che utilizza per il prosecco: tanto è vero che non ha avuto peli sulla lingua nel dire che cosa pensa della birra in lattina o delle birre particolarmente audaci sotto il profilo della luppolatura - "Tu lo berresti mai un buon vino in lattina? No, per una questione d'immagine ci vuole una bella bottiglia"; "Con le luppolature forti sono capaci tutti di nascondere i difetti: per capire se uno fa un buon vino bevo il prosecco col fondo, perché su quello non menti, e lo stesso vale per le birre".

Massimo mi ha spiegato di aver puntato a birre di estrema semplicità e facilità di beva, secche e sobrie sotto il profilo sia dell'aroma che dell'amaro, essendo questi i gusti del pubblico a cui La Piave si rivolge; ed è quindi su queste linee che si è mosso Enrico per le sei birre fisse, che prendono tutte il nome da luoghi significativi per il fiume. Ne ho provate quattro, di cui per prima la blanche Fontanebianche: all'aroma speziato d'ordinanza  estremamente delicato, accompagnato da una punta acidula da frumento; corpo scorrevole che, se in prima battuta appare evanescente, esibisce poi un ritorno di frumento prima di un finale neutro, senza persistenza alcuna. Sono poi passata alla pils Peralba, che pur utilizzando il luppolo Saaz come da tradizione ne fa un uso assai sobrio, coerentemente con i profumi appena accennati del cereale; anche nel corpo questa componente rimane molto meno robusta rispetto alla media delle pils, così come l'amaro finale, sufficiente sì a chiudere la bevuta ma ricordando piuttosto quello più delicato delle Helles.

In terza battuta la apa Veneta: cascade ben percepibile con il suo aroma di pompelmo, ma anche qui misurato e sostenuto dal leggero tostato da cereale. Tostato che, dopo un corpo scorrevole per quanto non così esile come i precedenti, ritorna sul finale, avendo quasi la meglio sul taglio amaro citrico che chiude la bevuta. Da ultimo la red ale Isola Rossa, che con i suoi aromi caramellati e di biscotto, con una punta di legno e frutti rossi, farebbe pensare ad una birra che esuli dalla filosofia delle precedenti esibendo maggior forza: invece anche in questo caso il corpo - pur non esilissimo - scorre al pari dei precedenti, con però la sorpresa di un amaro erbaceo e secco finale un po' più evidente che non lascia indulgere al palato le note di caramello a beneficio del sorso successivo.

Ammetto di essere abituata a birre più caratterizzate, e che ai palati di alcuni quelle de La Piave potrebbero apparire creazioni fin troppo "misurate" sotto il profilo gustativo; ma non posso non riconoscere che sono state costruite in maniera perfettamente rispondente alle intenzioni dichiarate, e che il birraio lo ha saputo fare in maniera pulita ed equilibrata - senza creare cioè alcuna discrasia tra aroma, corpo e chiusura, ma rimanendo leggero e pulito su tutte le componenti - a beneficio appunto di una beva facile e senza pensieri. Rimango curiosa di vedere futuri sviluppi, magari riguardanti qualche birra in edizione limitata: con Massimo ho provocatoriamente sollevato l'idea di una iga, data la produzione di prosecco della casa, e lui mi ha confermato che anche il birraio aveva avanzato la stessa proposta. Indubbiamente potrebbe essere un percorso interessante per unire i gusti della clientela - sicuramente ben disposta verso il Prosecco, essendo una produzione tipica locale -, sperimentazioni che esulano dagli stili "storici" e creatività del birraio


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giovedì 10 maggio 2018

Da Benevento con furore, capitolo secondo

Seppure con ritardo, completo il mio tour delle sei birre prodotte dal birrificio Maltovivo - se vi siete persi il primo capitolo, lo trovate qui. Dopo la dark belgian ale, la american ipa e la stout, mi sono quindi data alla apa Stardust, alla weizen Huika e alla kolsch Tscho.

La prima esibisce toni discreti per il genere: niente aromi fruttati e agrumati prorompenti, si rimane su toni più delicati, in cui si coglie forse quasi meglio la componente floreale. Corpo esile e molto scorrevole, finale - per coerenza - di un amaro sobrio, secco e non persistente. Estremamente semplice, adatta ad andare incontro ad una platea più vasta di quella degli appassionati dei luppoli d'oltreoceano.

Passando alla weizen, ammetto che mi ha lasciata perplessa non per la presenza di difetti evidenti, quanto perché - almeno per l'idea che mi ero fatta dell'impronta del birrificio - me la sarei aspettata con più "personalità": i canonici aromi di cereale, spezia e banana sono infatti decisamente leggeri, e anche il corpo mi è apparso meno pieno rispetto a quello di altre weizen, prima di una chiusura acidula. Ribadisco, non una birra con difetti; solo meno caratterizzata di come me la sarei aspettata, anche se - leggendo poi la descrizione che ne viene data nella brochure - posso supporre che questa fosse l'intenzione del birraio.

Da ultimo la kolsch: semplice e pulita come da manuale, notevole la schiuma compatta da cui salgono le classiche note floreali e un leggero caramellato da malto. corpo snello e scorrevole in cui le lievi note dolci lasciano presto spazio ad un finale secco e di un amaro discreto, non troppo persistente.

Per quanto abbia trovato le birre della precedente tornata assai più caratterizzate, e sia quindi stata più incline a toni entusiastici, non è che la seconda mi abbia delusa: posso definire Maltovivo un birrificio di cui nel complesso ho apprezzato la produzione, e che ringrazio per la disponibilità.



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venerdì 15 luglio 2016

La birra....di Lure'

Onorando, seppure in ritardo, l'invito ricevuto, sono stata a visitare il birrificio The Lure di Fogliano Redipuglia, aperto lo scorso febbraio. Il nome è un gioco di parole tra quello del birraio, Lorenzo Serroni per gli amici Lure', e il termine inglese "lure" - "esca", "lusinga", "tentazione", a seconda dei contesti: idea "creativa" che, se vogliamo, fa il paio con l'indole di Lorenzo, pianista diplomato al conservatorio che rimane convinto che "vabbè, Chopin era Chopin, ma tu l'hai mai sentito Chopin suonare? No, allora devi dare tu la tua interpretazione del suo pezzo, e non si può dire che un'interpretazione sia a priori giusta o sbagliata". Un approccio che si riconosce anche nelle sue birre, in cui, pur rimanendo lo stile ben riconoscibile, il tocco di personalizzazione è altrettanto ben distinguibile.

Sono quattro al momento le birre all'attivo: la German Pils Ludwig (Van Beethoven , naturalmente), la porter affumicata Bird (da Charles "The Bird" Parker, celebre sassofonista jazz americano), la apa Seattle (dalla città natale dei Nirvana e dedicata a Kurt Cobain) e la blanche Pink (sì, avete indovinato, Floyd). Una passione per la musica, insomma, che va oltre il pianoforte classico, e che Lorenzo dice di applicare anche nel fare le birre: "Quando suono, curo non solo ciascuna singola battuta, ma anche ciascuna singola nota. Magari non se ne accorge nessuno oltre a me e a un altro pianista, ma fa la differenza. Il mio obiettivo è fare lo stesso con la birra: riuscire a curare ogni singolo dettaglio negli ingredienti e nella produzione, per arrivare al miglior risultato finale possibile".


Ho iniziato con la Ludwig, in cui appare subito chiaro che la nota distintiva rispetto altre pils sta in primo luogo nell'aroma: spiccano decise note floreali, di agrume, finanche una punta di miele, più intense della media dello stile. Lorenzo ha spiegato di usare solo luppoli tedeschi - in particolare saphir e hersbrucker, che dà anche leggeri toni speziati - con un leggero dry hopping - da cui la componente aromatica più intensa. Pur risultanto beverina come ci si aspetta per lo stile, il corpo è ben presente con la pienezza del cereale tra i toni del pane e quelli del miele; e se la chiusura di un netto amaro citrico fa pensare che sia finita lì, ritorna poi quel leggero sapore di miele, pur senza risultare stucchevole e lasciando comunque la bocca pulita. Per coloro che tendono a trovare molte pils "anonime" questa è senz'altro una buona opzione, risultando al contempo sia pulita, elegante e non invasiva, che con una sua personalità.

Sono poi passata alla Pink, che pur essendo una blanche usa un lievito da weizen: ed è infatti questo a spiccare su tutto all'aroma, pur esaltando di più la componente speziata rispetto a quella della banana (Lorenzo ha spiegato la cosa col fatto di averlo fatto lavorare a 18 gradi, temperatura a cui vengono liberati di più questi profumi). Le spezie utilizzate - coriandolo, buccia d'arancia e zenzero - si amalgamano in maniera tale da rendere difficile distinguere l'una dall'altra, e si armonizzano bene nell'insieme; mi sono trovata a definirla nel complesso una birra "saporita", perché "riempie" il palato in tutti i suoi sapori, con un finale tra l'acidulo e lo speziato. Personalmente l'ho trovata più vicina ad uuna weizen che ad una blanche pur usando frumento non maltato, sia per la presenza del lievito che per quella tutto sommato discreta delle spezie che caratterizzano le birre di frumento belghe.

Da ultimo mi ha nettamente incuriosita la Bird, che conta il 2% di malto affumicato, il 9% di avena, e l'aggiunta di chips di quercia francese in fermentazione. La componente affumicata domina nettamente sia all'olfatto che al palato senza pregiudicare comuqnue la bevibilità, complice anche il corpo non troppo robusto come tipico per le porter; il pensiero corre quasi alle rauch tedesche, che pur sono tutt'altro genere e presentano un corpo ancor più esile. Non si può dire però che Lorenzo abbia voluto strafare: l'affumicato domina sì ma non soverchia, e una certa rotondità data dall'avena è comunque riconoscibile. Il finale è lungo e ben persistente, come prevedibile per una birra affumicata.


A Lorenzo non mancano i progetti per il futuro: in quanto birrificio agricolo già utilizza il malto del suo orzo, ma è comparsa, a livello sperimentale, qualche piantina di luppolo Styrian Golding. Sono poi in dirittura d'arrivo i lavori per l'apertura del brewpub al piano superiore dello stabile che ospita il birrificio - dove già c'è un piccolo punto degustazione - e dove Lorenzo conta di offrire in abbinamento ale sue birre prodotti tipici del territorio, in collaborazione con aziende agricole locali - oltre a buona musica naturalmente, ma questo va da sé. In quanto a me, il progetto è quello di assaggiare la Seattle che ho ancora in frigo, date le buone premesse...

martedì 5 luglio 2016

Quella di Pejo non è solo l'acqua

Nel mio girovagare per rifugi alpini, come consueto d'estate, mi sono imbattuta in una birra artigianale a me sconosciuta che faceva bella mostra di sé sul bancone - Birra Pejo; così, venuta a sapere dal gestore che il birrificio si trovava sulla via del mio rientro, ne ho approfittato per fare una sosta. Lì sono stata accolta, nonostante la mia visita del tutto improvvisa, con calore e disponibilità dal birraio Marco: un enologo che, dopo il diploma alla nota scuola di San Michele all'Adige ed esperienze lavorative Italia, Francia, Australia, Nuova Zelanda e Cile, ha deciso di unire queste competenze alla sua esperienza di homebrewer e a una delle riccheze di Pajo - l'acqua, appunto - per aprire un birrificio. Dopo essere andato un po' "a bottega", come si usava dire, dal Birrificio di Fiemme, l'avventura è iniziata un anno e mezzo fa. Sono tre le birre all'attivo - la golden ale Pejo, la apa Lynx, e la strong dark ale Aquila; ho avuto modo di assaggiare la Lynx al rifugio, e la Aquila - che ha peraltro ottenuto il riconoscimento di "Grande Birra" da Slow Food - in birrificio insieme a Marco.


Della Lynx, dal colore ambrato, mi ha colpita in primo luogo la rosa di aromi: dal floreale alla frutta tropicale, con toni che vanno da quelli più dolci a quelli più erbacei, di notevole armonia ed eleganza. Per quanto non la definirei "corposa" come si legge nella descrizione, mantiene comunque una discreta struttura; e se sembra chiudere con un amaro abbastanza netto per quanto non aggressivo, dopo qualche secondo ritorna una leggera persistenza più dolce sui toni del biscotto e del caramello, unendo le virtù di un finale amaro che pulisce la bocca a quelle più gentili della maltatura senza risultare stucchevole. Si capisce che la Lynx è il risultato di una lunga ricerca ed elaborazione, e infatti Marco mi ha confermato che è quella a cui lavorava da più tempo.

Per stomaci e palati forti invece la Aquila, e non solo per i suoi 9 gradi alcolici. Se vedendo il nero vi aspettavate una stout, ricredetevi, perché siamo su tutt'altro genere. Marco mi ha riferito di essersi ispirato ai vini rossi nel pensare ai possibili abbinamenti, e in effetti in questa birra ho trovato diverse caratteristiche che mi hanno ricordato alcune birre scure affinate in botti di amarone, o di altri vini (o fatte con legni) molto aromatici: dai profumi di amarena, a quelli di frutta sotto spirito, a quelli quasi di legno. Man mano che si scalda arrivano anche note balsamiche e di liquirizia, che ho ritrovato anche al palato insieme a una leggera componente di caffè; ma i toni del malto tostato, pur presenti, rimangono in secondo piano rispetto a questa rosa di profumi e sapori - che Marco mi ha spigato attribuendola all'uso di luppoli cechi. Da bere con calma dato il corpo possente e il finale che, nonostante la discreta luppolatura, non dà affatto l'impressione di essere amaro, ma lascia anzi una nota alcolica tra il fruttato e il balsamico. Una birra forse "difficile" e ben lontana dalla facile bevibilità della Lynx, e che - a mio parere, quindi prendetelo come tale - avrebbe da guadagnare da una maggior pulizia sul finale, che lasci meno il retrogusto alcolico (che pur non è fuori luogo in una birra di questo genere); ma che è comunque una dimostrazione di come Marco tenga ad un'interpretazione personale degli stili, e la cerchi con cognizione di causa anche quando maneggia sapori forti.

Per il resto, che dire? Ho una bottiglia di golden ale Pejo ancora che mi aspetta, le premesse sono buone, per cui ho fiducia...

martedì 19 aprile 2016

Santa Lucia, parte quinta: varie ed eventuali

E' difficile trovare un filo conduttore a questa seconda parte, per cui me la sbrigo così. Inizio da una nuova conoscenza, il beerfirm Salgaro di Campodarsego, in attività da un anno e mezzo, la cui filosifia di lavoro è puntare alla facile bevibilità. Almeno per le due birre che hanno all'attivo - la light ipa New England e la red ale Rossa Intrigante - direi che ci sono riusciti: la seconda in particolare, quella che ho assaggiato, ha peraltro la peculiarità di unire un lievito belga con relativi aromi speziati al caramello della maltatura da bock e ai luppoli inglesi Admiral e East Kent Golding, creando un curioso gioco tra le tre componenti.

Vecchia conoscenza di Santa Lucia, ma nuova per me, è il birrificio Conense. Tra le tante ho provato la Milkshake, definita come Imperial Vanilla Milk Stout - e anche qui potremmo aprire un dibattito sul proliferare delle categorie, ma sorvoliamo - spillata a pompa. Ben marcato il caffè all'aroma, lascia trasparire una lieve vaniglia soltanto in chiusura, rifuggendo da soluzioni troppo dolci: è stato interessante peraltro farsi raccontare dai ragazzi come hanno lavorato i baccelli - pelandoli uno ad uno - per ottenere l'effetto desiderato, con ammirevole dedizione al lavoro...

Ho avuto poi modo di fermarmi con un po' più di calma da Borderline, peraltro fresco di premio Slow Food per la sua Ipa Simcoe, Robust Poter e Kolsch. Ho provato per prima la Celebration Pale Ale, brassata per il primo anniversario del birrificio, con fiocchi di avena e avena maltata: se all'aroma risalta bene l'agrumato del luppolo citra (come del resto il nome stesso dice) il corpo è tutt'altro che pungente, grazie anche alla nota di morbidezza dell'avena, e chiude con un amaro discreto che non cancella la componente maltata. Su tutt'altro tono la ipa London Docklands, una "vera ipa inglese" dallo spiccato amaro resinoso, con in più una lieve nota di tostato percepibile al palato. Due birre che, pur nelle loro peculiarità, qualificherei come pulite, senza eccessi - nemmeno per l'amaro della London Docklands - e ben costruite.


Spendo due parole anche per la Apa di Benaco 70, in edizione limitata, che ho avuto modo di riprovare dopo Rimini: questa volta ho apprezzato assai meglio il dry hopping con il luppolo Simcoe, che conferisce profumi di frutta esotica per un risultato finale fresco e dall'amaro meno pronunciato di altre dello stesso stile. Auguri peraltro a Erica e Riccardo, che hanno festeggiato proprio a Santa Lucia i tre anni di attività del birrificio; e di come si siano trovati a far nascere praticamente in contemporanea un birrificio e un figlio, fatevelo raccontare da loro (se vogliono).


Da ultimo, un appunto sulla scotch ale Winternest di Luckybrews: non solo perché è sempre un piacere, con i suoi forti aromi e sapori torbati e bassa carbonatazione (complice la spillatura a pompa), ma anche per il delizioso connubio con i tartufi al cioccolato fondente de La Bottega del Dolce, che ha saputo unire in maniera encomiabile i due sapori facendo sì - dote rara - che i due non si sovrastassero l'un l'altro. Anche questi sono i piaceri di Santa Lucia...

martedì 14 luglio 2015

Prosciutto, speck e Zahre


Da tempo ero curiosa di vedere la Festa del prosciutto di Sauris, un evento che lo scorso anno ha richiamato in questo sperduto borgo della Carnia (e non in senso dispregiativo, ma perché è sperduto proprio per davvero) circa 22 mila visitatori: tenuto conto che Sauris conta 400 abitanti, fatte le debite proporzioni è come se Roma ne attirasse 154 milioni (solo i giubilei arrivato a tanto, credo, ma non in 2 weekend). Per l'occasione Sauris di sotto si riempie di bancarelle di artigianato e prodotti tipici del luogo, gruppi musicali, e naturalmente spazi degustazione di prosciutto, speck e affini - la specialità di Sauris - abbinati ad altre prelibatezze gastronomiche e alla birra Zahre. Perché, diciamocelo, uno speck chiama un'affumicata e viceversa, per cui non osi separare l'uomo ciò che le papille gustative uniscono (sì, quello è un soddisfatissimo Enrico che addenta un grissino con il prosciutto).

Per la prima volta ho avuto l'occasione di provare l'ultima nata, la apa Ouber Zahre, alla spina: perché la volta scorsa, a onor del vero, l'avevo bevuta spillata direttamente dal tank - come ho raccontato in questo post - e non l'avevo nemmeno potuta apprezzare pienamente, in quanto non era ancora trascorso un sufficiente tempo di maturazione. E questa volta in effetti era tutta un'altra cosa: i profumi citrici del luppolo, ben bilanciati tra gli estremi del pungente e del vellutato, lasciano spazio ad un corpo che, se inizialmente fa sentire in forza il malto con qualche accenno di biscotto, poi vira in chiusura su un amaro discreto ma netto, che lascia la bocca ben pulita. E fino a qui, dirà chi ha letto il post precedente, hai detto le stesse cose della volta scorsa: sì, ma questa volta il tutto era amalgamato ed equilibrato assai meglio, con passaggi tra dolce e amaro ben congegnati.

In seconda battuta ho riprovato dopo tanto tempo la loro bionda Pilsen, che in passato avevo spesso derubricato a birra di un genere che non è nelle mie corde. Beh, sarà stata la sete, ma mi sono dovuta ricredere: l'aroma è delicato, tra il floreale e il lievito, e in bocca dà una girandola di sapori dolci di cereale e crosta di pane, per chiudere con un amaro così vellutato da non contrastare i sapori precedenti. Come testimonia la mia foto con Slavica, anima commerciale di Zahre Beer, sono quindi stata pienamente soddisfatta di aver dato una seconda possibilità - si sa che anche i gusti evolvono - a questa birra.

Nota tecnica per chi fosse da queste parti: sappiate che siete ancora in tempo, perché la Festa del prosciutto si conclude il prossimo fine settimana. Buon divertimento e buona degustazione...

martedì 9 dicembre 2014

Zahre, dalla Ipa alla Apa

Per chi non lo sapesse, in casa Bernardinis-Andreola non è Natale senza un giro ai mercatini di Sauris; e così anche quest'anno abbiamo onorato la tradizione, nonostante il meteo non fosse esattamente dalla nostra parte. Oltre al tradizionale giro per la bancarelle, e al graditissimo tour del prosciuttificio Wolf in cui ci ha gentilmente accompagnati l'ad Stefano Petris - sappiate che è uno dei pochi stabilimenti in cui l'affumicatura dei salumi si fa ancora con legna e caminetti, vedi foto allegata per credere - non è potuta mancare naturalmente una tappa al birrificio: tanto più che nei tank c'era una novità, ossia la Apa. Dopo la Ipa - di cui ho parlato in questo e questo post -, non rimaneva che andare a provare l'ultima nata di casa Zahre.

Il buon Sandro ce l'ha spinata direttamente dal tank, e quindi la temperatura era al di sotto di quella ottimale di servizio; ma già così risaltava all'olfatto un aroma di cereale piuttosto insolito per il genere, che andava a sposarsi in maniera del tutto peculiare con l'erbaceo del luppolo. Diciamocelo, il birraio ci ha confidato una cosa: il tutto, come molte volte accade, è nato da un errore nel dosaggio del luppolo, inferiore a quello prestabilito. Ma, guarda un po' te, ne era uscito lo stesso qualcosa di buono: e buono assai, direi, perché per quanto all'olfatto lasci un po' disorientati il corpo risulta ben equilibrato - personalmente ho avuto qualche sentore di biscotto secco -, e le note di malto lasciano poi spazio ad un amaro ben netto che "pulisce" egregiamente la bocca. La temperatura un po' più alta, atteso qualche minuto, ha reso poi pienamente giustizia al tutto. Per quanto la Ipa sia in sé e per sé un genere più vicino ai miei gusti, direi che di questa Apa ho apprezzato soprattutto l'originalità pur rimanendo una birra "semplice"; e in questo senso direi che è un altro colpo messo a segno dai fratelli Petris e soci.

Ultima notizia dai monti della Carnia, Zahre ha iniziato a coltivare la sua canapa per la birra omonima - che ultimamente ha infatti avuto delle evoluzioni interessanti, come ho scritto in questo post -; tanto da aver provveduto anche a delle confezioni regalo per Natale che includono l'olio e la farina di canapa, di cui uno dei risultati è l'ottimo pane dato lì in degustazione erealizzato da un ragazzo di Pordenone. Se, oltre che di birra, avete passione anche di pasticciare in cucina, sappiate quindi che c'è anche questa possibilità...

martedì 25 marzo 2014

Cucinare, parte prima: una birra con i "cattivi ragazzi"

Un fine settimana di pioggia, diciamocelo, mette abbastanza tristezza. Specie per una come me poi, che se non respira l'aria pura delle montagne a cadenza regolare va in crisi d'astinenza, non c'è di peggio. Però lo scorso weekend avevo se non altro di che rimediare: in fiera a Pordenone era infatti in corso "Cucinare", il salone dell'enogastronomia e delle tecnologie per la cucina. Naturalmente a presenziare erano in buona parte i produttori locali, per cui ho trovato molte vecchie conoscenze: da Valscura, a Baracca Beer, a Villa Chazil, Zahre, Tazebao e Bradipongo, posso dire che ho rivisto degli amici. Gioco forza, però, a suscitare la mia curiosità sono stati gli stand di chi non conoscevo: tra questi il birrificio Bad Guy, di Cava Manara (Pavia).

Sconosciuto infatti non era solo il nome del birrificio, ma anche lo stile di una delle birre pronte sulla spina - la Foxy Lady - definita come "California common beer": dato che non ne avevo mai assaggiata una prima, era d'obbligo andare a scoprire di che cosa si trattasse. In effetti, mi ha confermato il mastro birraio Nino, questo è l'unico birrificio in Italia - o perlomeno l'unico di cui lui abbia notizia - a brassare secondo questa tecnica: una ricetta nata appunto in California all'epoca della corsa all'oro, quando - a causa della calura di quelle zone - ci si trovò nella necessità di far lavorare i lieviti da bassa fermentazione a temperatura più alte. Una fermentazione "ibrida", che al Bad Guy usano per produrre quello che definiscono "un classico del pre-proibizionismo americano" dal colore ramato.

In realtà, all'inizio, sono rimasta piuttosto perplessa: sarà stato il raffreddore, ma come aroma non sentivo proprio nulla. "No no, tanquilla, è normale - mi ha rassicurata Nino - non è una birra pensata per questo". Va bene, allora assaggiamo. Anche qui, nulla di che: corpo leggero, con note di malto delicate, però...dov'era la particolarità? "No no aspetta, fidati", ha aggiunto Nino. E infatti non sono bastati più di cinque secondi per capire dove stava la peculiarità: un finale notevolmente amaro e assolutamente inaspettato, forse impegnativo per certi versi, ma senz'altro diverso da qualsiasi altra birra che abbia provato prima. Bene, mi sono detta, abbiamo capito il perché della California Common Beer: che altro c'è?

Siamo così passati alla Rocket Queen, una Ipa; "Anzi, una Pipa - ha specificato Nino -, una Pacific India Pale Ale. Però abbiamo preferito commercializzarla con il nome classico, a scanso di equivoci...".Beh, si capisce, anche se magari sul mercato una birra con un nome del genere avrebbe fatto furori. Ad ogni modo, qui il vero gioiello sono i luppoli: ben cinque - tra americani, europei e neozelandesi - su una base di malto Pilsener. E' forse su questa girandola di aromi e sapori che più si nota la maestria del mastro, perdonatemi il gioco di parole, perché risultano ben equilibrati tra loro, in un mix che non finisce per essere eccessivo. Una di quelle birre che ti invita a berne ancora dato il finale discretamente secco, alla faccia dei sette gradi e mezzo che, oltre un certo limite, possono porre problemi.

A questo punto mancava solo la Anastasia, una American pale ale. Diciamo che questa rimane più sul classico del genere: ben luppolata, tendente all'agrumato, con una persistenza amara assai decisa. Buon lavoro indubbiamente, ma ha confermato la mia idea che, per quanto il "pezzo unico" del Bad Guy in quanto a stile sia la Foxy Lady, in quanto a gusto è decisamente la Pipa - checché se ne dica dei doppi sensi.

Ultima curiosità: la ragazza allo stand mi ha raccontato che il nome del birrificio è nato sentendo Dick Cheney, allora vicepresidente degli Stati Uniti durante l'amministrazione Bush junior, dire che nelal guerra al terrorismo avrebbero stanato i "bad guys", i cattivi ragazzi: insomma, si sono scelti un nome che è tutto un programma.