martedì 14 maggio 2019

Birre "ancestrali"

La seconda tappa del mio tour nelle Marche è stata al birrificio IBEER di Fabriano, che già avevo visitato un paio d'anni fa in occasione dell'assemblea annuale dell'associazione Le Donne della Birra; e da allora sono rimasta in contatto con Giovanna Merloni, la birraia, avendo modo di apprezzare sia le sue creazioni brassicole che la sua notevole inventiva nel promuoverle - cito su tutte "La Borsa della Birra", con le quotazioni delle diverse birre che variano nel corso della serata. E' stato quindi un onore per me essere invitata da lei, da poco diventata campionessa italiana dei biersommelier, a condurre una degustazione a Lo Sverso - locale in centro città: diciamo che ero incerta se sentirmi come ai tempi dell'università, davanti ad una professoressa all'esame, o estremamente soddisfatta di essere stata ammessa nel vip club. Scherzi a parte, davvero è stato un piacere; e preparare e condurre la degustazione con lei è stata una preziosa occasione di scambio e di apprendimento da qualcuno che ha un'esperienza più lunga della mia e un bagaglio di conoscenze più vasto.

Il tema scelto per la degustazione è stato "Birre ancestrali", facendo rientrare in questa definizione sia alcune di quelle che il Bjcp inserisce nella categoria delle birre storiche, sia alcuni stili o metodi di produzione poco utilizzati; e facendo riferimento sia a birre di IBEER che di altri birrifici. A ciascuna è stato poi accostato un abbinamento gastronomico, preparato dalle abili mani di Donatella Bartolomei. Hanno così "sfilato" nell'ordine la Grodziskie di B2O abbinata ad un tipico salume locale, la Gose all'ananas di Evoqe con un'insalata di legumi e mango, la Never Mild - una mild, naturalmente - di IBEER accanto ad un crostino con burro e alici, il Sahti di Bionoc'-Asso di Coppe accostato a dei bocconcini di cinghiale, e la Iga "A testa in giù" con Lacrima di Moro d'Alba, sempre di IBEER, con una mousse al cioccolato bianco e frutti di bosco.

Della Grodziskie di B2O ho già parlato diverse volte: semplice e beverina per lo stile, con una componente affumicata tutto sommato delicata, ha aggiunto una leggera nota di carattere al salume contribuendo allo stesso tempo a "sgrassarlo" con il suo tono acidulo. Più "originale" la Gose di Evoqe, che riprendendo la tradizione di salare la frutta tipica di alcune tradizione culinarie ha, per così dire, salato l'ananas con un finale del tutto peculiare molto rinfrescante; e che si amalgamava bene con l'insalata, unendo anch'essa fruttato e salato. Nel caso dell'abbinamento tra Mild e crostino il "rapporto di forza" tra birra e cibo tornava di nuovo a favore del cibo, essendo la Never Mild - come da stile - di una dolcezza biscottato-caramellata elegante e non invadente; che ha fatto da buono "sfondo" alla sapidità delle alici sul crostino, con la dolcezza salata del burro a fare da legante.

Due parole a parte merita il Sahti di Bionoc'-Asso di Coppe, realizzato appunto da Nicola Coppe all'interno del progetto portato avanti congiuntamente da lui e dal birrificio. Pur essendo realizzato nella maniera quanto più tradizionale possibile - cereali misti cotti per ore ad un singolo step di temperatura, senza mai arrivare ad ebollizione, in una botte di rovere per simulare i tronchi anticamente usati; e filtrata con i rami di ginepro lasciati in infusione - è stato poi fatto fermentare con miele di melata di bosco e maturato per oltre un anno in botti di rovere, dove ha continuato a fermentare per ben otto mesi raggiungendo il ragguardevole traguardo degli oltre dieci gradi alcolici. Il risultato è quindi un Sahti sui generis, molto diverso da altri che mi era capitato di assaggiare in precedenza; in quanto a dominare sulla notevole complessità sia del corpo che dell'aroma - dal cereale puro, a note quasi caramellate, a quelle balsamiche - sono i toni elegantemente aciduli del legno. Indovinato anche l'accostamento al cinghiale, in quanto la robustezza sia della birra che del cibo andavano di pari passo.

Da ultimo la Iga di IBEER, inserita nella degustazione non perché si tratti di uno stile storico, quanto perché è storico il procedimento con cui Giovanna l'ha realizzata: la birra ha infatti riposato "a testa in giù", come nel metodo classico di produzione dei vini spumanti, sulle fecce del vitigno, per oltre un anno. Il risultato è stata una birra intrigante e complessa, in cui la Lacrima di Moro d'Alba - vitigno a bacca rossa tipico della zona di Jesi - si fa sentire bene ed è chiaramente distinguibile, pur ben armonizzato nell'insieme, anche da chi - come me - non l'avesse mai provato prima. L'abbinamento con il dolce ha fatto il paio in particolare con i frutti rossi, nel gioco di contrasti tra l'acidulo fruttato e la dolcezza grassa del cioccolato bianco.

A conclusione del tutto, un piacevole finale con i cocktail elaborati con la Mild di Giovanna da Silvia Piergigli, del Corallino Coffe'n'cocktails di Falconara Marittima: un capitolo, quello della mixology, che per quanto riguarda la birra mi ha sempre lasciata personalmente un po' sulla difensiva; ma che si sta rivelando terreno fertile per le idee di chi si occupa di questo settore e ci sa fare.

Nell'insieme devo dire di aver trovato un pubblico decisamente interessato - oltre che "fidelizzato", essendo questo incontro parte di un ciclo organizzato da Giovanna a Lo Sverso - , anche se non necessariamente esperto di birra nel senso tecnico del termine; che infatti si è accostato con spirito di curiosità a birre anche non facili. Sicuramente anche il contesto è stato adatto, in quanto Lo Sverso è un locale accogliente ma non troppo grande, che si presta a simili eventi essendo strutturato su due sale. Una formula che mi è sembrata insomma ben riuscita, e che sicuramente può offrire in futuro altre occasioni per fare cultura birraria.

Ringrazio di nuovo Giovanna e tutto lo staff de Lo Sverso per la cordiale ospitalità!

lunedì 13 maggio 2019

La birra di Morrovalle

Se non sapete dove si trova Morrovalle vi ritengo più che giustificati, dato che nemmeno io avevo mai sentito nominare questo paesino in provincia di Macerata; fino a quando non ho colto l'invito di Alessandro Dichiara, birraio formatosi al Cerb e poi alla Doemens (dove l'ho conosciuto), a visitare il suo birrificio aperto a fine 2018. Il nome prescelto è stato Sothis, divinità egizia identificata con la stella Sirio, in virtù della sua passione per la mitologia egizia e per l'astronomia; e anche tre delle sei birre in repertorio sono state battezzate con nomi di ispirazione egizia - anche se Alessandro mi ha riferito che in zona è conosciuta come "la birra di Morrovalle".

L'ispirazione di Alessandro è fondamentalmente britannica, pur spaziando anche su altri stili; e lo si coglie probabilmente al meglio nella sua Fotone. Sulla carta una american ipa, in virtù della luppolatura tra l'agrumato e la frutta tropicale - sempre con una prevalenza però di toni asprigni su quelli dolci -, esibisce poi un corpo robusto con note tostate e biscottate più affine alle ipa inglesi che a quelle Usa, che prediligono maggiore snellezza per amor di bevibilità; prima di un finale di un amaro netto e acre, tra l'erbaceo e il citrico, lungo e persistente, che nulla concede a toni più morbidi, per quanto non superi mai il confine dell'invadenza. Una birra che suggerirei agli amanti delle ipa inglesi "veraci", che la troveranno sicuramente ben costruita nell'equilibrare la robustezza sia del corpo che del finale e l'amaro "genuino".

La predilezione di Alessandro per la tradizione inglese traspare poi anche nella Ptah, una English Pale Ale che nel berla mi ha fatto proprio pensare alla canonica descrizione di come debbano essere le birre nate a Burton upon Trent. In virtù dall'amaro netto ma "neutro" sul finale, peraltro, si rivela discretamente versatile negli abbinamenti: nel corso della cena da Armida - ristorante di specialità locali, dove abbiamo cenato con le birre di Alessandro - l'abbiamo usata infatti per accompagnare una serie di antipasti misti molto diversi tra loro - dagli affettati, ai formaggi, fino alla frittata con la coratella l'agnello.

Ottima nell'abbinamento si è dimostrata anche la Dunkelweizen Renenet, interpretazione a mio avviso ben riuscita dello stile nel coniugare con equilibrio il caramello tostato del malto con la componente aromatica del lievito caratteristico: abbiamo infatti "osato" accostarla al bis di primi - tagliatelle "da Armida" al ragù di capriolo e tartufo, e ravioli al ragù di cervo ripieni di burrata - giudicando indovinato il modo in cui il caramello sposava sia la carne che il formaggio, mentre l'acidulo finale puliva i sapori forti.

La carrellata di birre comprende poi la Nepri, una blanche che alle spezie d'ordinanza aggiunge l'anice: in realtà in maniera un po' troppo preminente per i miei gusti, dato che tende a sovrastare arancia e coriandolo. Non ha in ogni caso sfigurato nell'accompagnare i secondi, spezzatino di cervo e cinghiale, dato che andava sostanzialmente a speziare la carne.

Il panorama si completa con la Giapeto, una smoked porter che punta un maniera decisa sui toni affumicati - la vedrei meglio con una carne alla brace o con un cioccolato al tabacco che con il tradizionale dessert al cioccolato - e con la Prototipo, una Golden Ale beverina e semplice - ma non banale, nel conservare comunque una componente di cereale fresco nel corpo che si accosta all'agrumato del Mandarina Bavaria.

Nel complesso ho trovato le birre di Sothis più "mature" e studiate di quelle che mediamente i birrifici producono a pochi mesi dall'apertura; segno evidentemente di un lavoro precedente che ha portato a non improvvisarle, e che auspicabilmente costituirà una buona base per futuri aggiustamenti e per nuove birre.

martedì 30 aprile 2019

Acido Acida...o quasi

Mi perdoneranno gli addetti ai lavori per il titolo che potrebbe sembrare infelice, ma di fatto ritengo rispecchi la verità: Acido Acida, il festival ferrarese partito come manifestazione dedicata alle birre acide d'Oltremanica, nel corso di 6 edizioni si è trasformato in una quattro giorni dedicata alla birra britannica in senso lato - tanto da aver aggiunto al nome originale la dicitura "British Beer Festival". Una scelta coerente con quella che è la filosofia degli organizzatori - Davide Franchini e il suo staff al pub Il Molo, infatti, si dedicano alla promozione di tutte le produzioni dei birrifici artigianali inglesi - nonché con quello che è il panorama dei festival attualmente presenti in Italia: se quelli dedicati alle birre acide (al di là del celebre Arrogant) si sono moltiplicati, un festival dedicato esclusivamente alle birre britanniche è attualmente un unicum. In un contesto quindi di "inflazione da manifestazioni birrarie", differenziarsi diventa questione cruciale.

Personalmente ho potuto partecipare soltanto il terzo giorno, quando ormai tutti i cask e alcune barricate erano andate esaurite: prova di un'affluenza che, al di là dei numeri in termini assoluti, è stata significativa per una manifestazione che include diverse produzioni limitate. Mi riferisco in particolare alla sezione "Tales from the wood", di cui ho provato la Balsamic di Ora Brewing (di cui parlerò più avanti), la Troffeler di Wild Beer Co, la Yule Barrel Aged di The White Hag, e la Stygian Abyss di Vibrant Forest. Se la seconda mi ha lasciata perplessa nella misura in cui si è rivelata molto diversa da quanto mi sarei immaginata (sulla carta una Saison maturata in botti di Sauterne, con tartufo bianco, tartufo di Alba e salvia; in realtà rendeva davvero giustizia solo alla salvia, pur esibendo un gradevole e fresco tono balsamico), le ultime due già erano più votate a stupire. La terza è infatti la loro birra natalizia maturata in botti di bourbon con miele, cannella e zenzero; e vanta un aroma assai complesso tra il legno e la cannella, mentre zenzero e bourbon arrivano alla fine dopo il corpo avvolgente, in un curioso gioco di contrasti tra caldo e fresco. La quarta è una imperial coffee stout maturata in botti di cognac, sulla quale è quasi superfluo dire qualcosa perché sotto la densa schiuma scura ha praticamente tutto: dal caffè, al cioccolato, alla liquirizia, al cognac appunto, è una vera girandola di profumi e sapori forti, e scende in bocca quasi come crema.

La parte più interessante della mia trasferta ferrarese è stata però quella legata al motivo per cui ero lì, ossia condurre insieme a Piero Garoia il dibattito con alcuni birrai italiani che lavorano nel Regno Unito; il che mi ha dato occasione di avere uno scambio molto arricchente di idee, impressioni e informazioni davanti alle loro birre. Ho quindi avuto modo di fare delle belle chiacchierate con Daniele e Simone di Ora, Vincenzo e Gianni di Brewheadz, Stefano e Emanuele di Croft Ales, Mario di Braybrooke e Alessandra di Ilkley. Nel caso di Ora la discussione è stata incentrata in particolare sulle loro produzioni intese a portare nel panorama birrario inglese i prodotti tipici italiani: ho così provato per prima la Limoncello - una ipa con limoni di Sorrento, che strizza l'occhio al celebre liquore. Temevo sarebbe stata davvero sopra le righe, invece rimane una birra, in cui aromi e sapori peculiari del limone di armonizzano bene sia con la base di cereale - leggera, ma non del tutto evanescente - che soprattutto con il Citra. In seconda battuta la Brut Ipa, con aggiunta di mirtilli freschi per ottenere un risultato finale acidulo-fruttato che ricordasse il Lambrusco: non sono un'esperta di Lambrusco per cui non azzardo giudizi su questo fronte, certo è che può ricordare i vini rossi, per quanto la componente fruttata rimanga comunque predominante. Da ultima quella che più mi incuriosiva, la Balsamic, una milk stout con vaniglia e aceto balsamico di Modena. Simone mi ha raccontato che, quando tra i ragazzi di Ora (modenesi per l'appunto) è uscita l'idea di una birra all'aceto balsamico, lui era piuttosto scettico; ma alla fine si è ispirato ad un'abitudine di sua madre, ossia quella di aggiungere l'aceto balsamico sul gelato alla vaniglia.Le prove su botti che avevano contenuto aceto, fatte arrivare direttamente dalla città madre, più aceto vero e proprio igp di 12 anni, hanno sortito dei buoni risultati; e così si è arrivati a questa milk stout, che personalmente ho trovato del tutto in stile, con l'aromatizzazione sia di vaniglia che di aceto estremamente delicate e per nulla invasive - anzi, l'aceto era in realtà ben poco percettibile, solo a temperatura più alte faceva capolino all'aroma ma comunque ben armonizzato.

Interessante anche la chiacchierata con Alessandra, che in realtà più che sulle birre ha riguardato il suo essere birraia donna in Gran Bretagna - cosa che mi ha peraltro dato occasione di scoprire che non è l'unica italiana ad aver preso questa strada in Uk - e sul suo modo di lavorare.Mi ha comunque fatto assaggiare le sue birre, nella fattispecie la session Ipa Alpha Beta, la fruit Ipa Fruition (con bucce di arancia e pompelmo intero tritato), la Ipa Lotus e la Berliner Weisse Ave Maria. Segnalo in particolare quest'ultima in quanto si tratta di un ponte tra Italia e Uk essendo una collaborazione con Bùton e Canediguerra: una Berliner Weisse decisamente sui generis, molto morbida in quanto ad acidità e finanche con qualche nota dolce e fruttata, complice anche il dry hopping di Cascade e Amarillo.

Potrei qui proseguire con le chiacchierate fatte con Gianni su come la Brexit (per quanto non ancora avvenuta) stia impattando sui prezzi delle materie prime e quindi delle birre; o con Stefano sul suo lavorare al tempo stesso in Italia e nel Regno Unito, a cavallo tra due mondi. Ma mi fermo qui per non risultare noiosa, limitandomi semplicemente ad una nota su come si sia trattato di un confronto arricchente. Forse non necessariamente, come hanno osservato alcuni birrai, siccome i britannici - brassicolicamente parlando - sono "più avanti di noi" sarà lì che anche l'Italia arriverà; però senz'altro un punto di osservazione esterno e diverso sulle vicende anche nazionali è arricchente.

giovedì 18 aprile 2019

Un giro a Gourmandia

Reduce da tre weekend di Santa Lucia ho visitato Gourmandia - manifestazione ideata da "Il Gastronauta", alias Davide Paolini - nella sua nuova sede di Open Dream, l'area ricavata dall'ex ceramificio Pagnossin a Treviso. Un pezzo di archeologia industriale che in effetti può offrire una scenografia pittoresca a manifestazioni fieristiche e affini. Si tratta di un'esposizione enogastronomica in senso lato, per cui i birrifici sono soltanto una delle tante realtà presenti.

Ho iniziato da Casa Veccia, il birrificio di Ivan Borsato, assaggiando la nuova Finta de Pomi - che lui mi ha presentato come una sorta di ibrido sperimentale tra birra e sidro, trattandosi per il 50% di una base di Special (la sua birra stile abbazia), e per il restante 50% di succo di mele e pere, fermentati appunto con lievito da sidro. Al naso si mantiene ben riconoscibile lo stile di base, con il suo caratteristico tono tra lo speziato, la frutta matura e il caramello; a cui si amalgamano bene i toni aciduli della frutta, che comunque non dominano. Un equilibrio che si ritrova anche in bocca, nel corpo pieno e che gioca tra il calore dello stile di base e la freschezza della frutta, prima di un finale in cui una leggera nota alcolica fa il paio con il dolce-acidulo della mela. Nel complesso l'ho trovata rimanere una birra ben più che un sidro, con un buon equilibrio complessivo; certo, come ha osservato anche Ivan, sarà interessante vedere come evolverà nel tempo, essendo ancora abbastanza giovane.

Ho quindi ritrovato Birra Follina, per assaggiare anche qui l'ultima creazione - una golden ale battezzata "Birra botanica", non per strani intrugli nella ricetta, ma in virtù dell'antica stampa scelta per l'etichetta. Fondamentalmente in stile, fresca e beverina nel complesso in virtù del corpo snello, con un taglio di un amaro tra l'erbaceo e l'agrumato più netto e secco di altre birre omologhe, ho avuto però l'impressione che all'olfatto peccasse un po' di qualche leggera nota tra il dolciastro e il fenolico dovuta dall'essere ancora giovane; giovinezza che mi è peraltro stata confermata. Sarà interessante riprovarla tra qualche tempo, per vedere se - come credo - la maturazione avrà giovato.

Ho poi trovato interessante, e non solo sotto il profilo birrario e gastronomico, la collaborazione tra Birra del Forte e la Pasticceria Giotto del carcere di Padova - già nota quest'ultima per gli ottimi prodotti da forno (vanta ormai un decennio di presenza nel Gambero Rosso) realizzati da chi, anche attraverso questa attività, si impegna a dare un nuovo corso alla propria vita. In particolare la pasticceria realizza biscotti salati con la Cento Volte Forte - una Wit al Bergamotto - e con la Meridiano 0 - una Bitter. Devo dire che ho apprezzato molto l'accostamento tra i secondi, aromatizzati al timo, e la stessa bitter usata nell'impasto; che ha creato un piacevole gioco di contrasti tra il salato, il balsamico e l'amaro (mentre nel primo caso la Cento Volte Forte non sarebbe l'abbinamento più azzeccato, in quanto il bergamotto crea una certa ridondanza tra biscotto e birra). Non mi capita spesso di accostare biscotti salati alla birra, ma devo dire che si tratta di un'ottima alternativa a grissini, focacce e affini, offrendo grande spazio alla creatività del pasticcere. Anche le birre si sono confermate in gran forma, evidenziando pulizia ed equilibrio nella semplicità - anche nel caso della più "originale" Cento Volte Forte.

Come già accennato nel post su Facebook, per quanto mi dedichi in maniera pressoché esclusiva alle birre artigianali, ritenevo valesse la pena di andare a conoscere Collerosso, il progetto di fermentazioni spontanee e barricate di Birra del Borgo. Trattasi del vecchio birrificio, dove è situata una vasca che permette la produzione di fermentazioni spontanee (nonché di adibire degli spazi a bottaia, lontano da altre birre): la "capostipite" è infatti la Round Overnight, una birra che sostanzialmente mutua i procedimenti di produzione delle Geuze belghe - una miscela di fermentazioni spontanee di 1, 2 e 3 anni, maturate in botti di Calvados, Montepulciano e Amarone. In realtà, non aspettatevi una Geuze - e infatti non è definita tale -, e non solo per l'ovvia osservazione secondo cui la flora batterica di Borgorose non è la stessa di Bruxelles (ho assaggiato molte Geuze prodotte in luoghi diversi, senza che per questo avessero una differenza così ampia): ho trovato che l'acidità fosse meno pronunciata ma al tempo stesso più graffiante, meno incentrata sui toni dolci e più su quelli ossidativi (volendo essere onesti ho percepito anche un leggero aroma "di detersivo", ma a onor del vero poteva anche essere questione del bicchiere non lavato in maniera appropriata). Di primo acchito, direi che trovo meglio riuscita la linea classica di Birra del Borgo (di cui ho già scritto in passato); ma non voglio naturalmente porre ipoteche su che cosa possa riservare il futuro - già erano in esposizione una Framboise e una Tripel barricata, ad esempio - tanto più trattandosi di birre in evoluzione e di un birrificio che, qualunque cosa se ne possa pensare, è un pezzo della storia della birra italiana e vanta le relative competenze.

Tra le nuove conoscenze c'è poi stato il birrificio Ca' Barley di Sernaglia della Battaglia, che coltiva ad orzo certificato biologico 30 ettari di proprietà. A maltarlo, nonché a garantire la tracciabilità, ci pensa Weyermann (e qui potremmo aprire di nuovo l'annoso capitolo della tracciabilità sui piccoli lotti). Di recente apertura - settembre 2018 -, ma con un birraio che vanta quarant'anni d'esperienza, ha già ottenuto dei riconoscimenti al Merano Wine Festival per la Vienna e per la lager ambrata Fred: l'impronta è quindi  marcatamente tedesca, dato che su quattro birre solo una (una ipa) esula dalla tradizione teutonica. Rimando ad una visita di persona in azienda un post più approfondito.

Da ultimo era presente il birrificio Alta Quota di Cittareale (Rieti), che pone come suo punto di forza l'acqua dell'alta valle del Velino e l'utilizzo di alcuni cereali locali, tra cui il farro. Da segnalare, oltre alla loro birra di bandiera Principessa (una ale al farro), è la Ancestrale, un progetto con Slow Food mirato a recuperare il pane vecchio per fare la birra - proprio a mo' di come la si produceva anticamente. Un progetto quindi anche dall'interesse etico e storico, oltre che birrario.

Chiudo qui il mio resoconto, osservando come di anno in anno riscontro crescente interesse da parte dei birrifici per gli eventi di questo tipo - ossia non esclusivamente birrari. Sicuramente un segno, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i tempi sono maturi perché la birra artigianale si confronti sullo stesso piano con gli altri prodotti dell'enogastronomia italiana.

lunedì 15 aprile 2019

Santa Lucia, terzo weekend

Nel terzo weekend, tradizionalmente dedicato ai birrifici stranieri, quest'anno a Santa Lucia si sono di fatto alternati birrifici nazionali e internazionali; di cui, tra i primi, alcuni già presenti anche negli scorsi fine settimana. E' il caso ad esempio dei Chianti Brew Fighters, che hanno portato in anteprima la loro nuova double ipa - battezzata "Cioni Mario", in omaggio questa volta, invece che a Dante, al Roberto Benigni di "Berlinguer ti voglio bene" (e chissà se sarà l'inizio di una serie di omaggi ad altri toscani illustri, verrebbe da chiedersi). Per quanto fosse estremamente giovane ed appena infustata, la Cioni Mario si è presentata bene: otto gradi e non sentirli, aromi tropicali e agrumati intensi ma non invadenti - non direi che abbiano voluto strafare, insomma -, corpo snello e ben bilanciato prima di un finale di un amaro citrico moderatamente persistente e secco.

Per quanto sia poi tutt'altro che amante delle birre al peperoncino, mi sono fatta convincere dal vulcanico Matteo Plotegher del birrificio omonimo a provare la Picanta, una lager chiara al peperoncino coltivato da un'azienda agricola locale - la Peperoncino Trentino. Leggeri aromi vegetali al naso ed un corpo leggermente maltato e scorrevole, prima di un finale piccante notevole ma comunque equilibrato per quanto non abbia un corpo robusto a contrastarlo - caratteristica che si intuisce comunque essere voluta. Sempre di Plotegher ho poi provato la nuova versione della porter Corcolocia, di cui sono stati rivisti i malti: toni di cioccolato più intensi di quanto me li ricordassi, a beneficio di una maggiore dolcezza dell'insieme, senza togliere la peculiare nota balsamica delle bacche di ginepro.

Spostandoci invece all'estero ho provato la double ipa di Kees, magnificata come una delle più notevoli creazioni del birrificio olandese. In effetti ammetto che l'ho trovata essere forse la double ipa più "succosa" e morbida, quasi cremosa, che mi sia mai capitato di provare; tra aromi e sapori di frutta tropicale, frutta gialla e agrume, affatto amara sul finale se non per un tocco citrico, estremamente beverina nonostante gli otto gradi. Volutamente "ruffiana", direi - senza con questo voler dare un giudizio morale al termine.

Tornando in Italia ho fatto una conoscenza interessante, i Blond Brothers di San Donà di Piave - così battezzati perché i fondatori sono biondi. Aperto da meno di un anno, conta anch'esso un birraio Dieffe tra i soci; nonché una decina di birre in repertorio - tra cui anche alcuni stili meno battuti, come la Koelsch -, tutte improntate a semplicità, pulizia e facilità di beva. Ormai sazia di double ipa - e qui ci potrebbe stare un pensiero su questo stile che pare essere di ritorno dopo la pausa "post sbronza da luppoli" - ho preferito provare una session ipa in monoluppolo Nelson Sauvin, la Pop Hop. Fresca e beverina, i tipici toni delicatamente fruttati nell'aroma si ritrovano ben calibrati poi in bocca, molto elegante anche sul finale nonostante il double dry hopping. Devo dire che mi ha positivamente colpita per l'equilibrio complessivo, che per me - assai "sensibile al luppolo" - non è poca cosa.

Sempre rimanendo in Italia veniamo alla "Into the mild", una (appunto) Mild - stile inglese poco battuto in Italia, incentrato su toni di malto e zucchero caramellato, corpo scarico per quanto non evanescente a beneficio della facilità di beva, e finale secco per quanto la luppolatura in amaro non arrivi ad obliterare i toni dolci. Di fatto una mild in stile: dalle nocciole caramellate e tostate, al caramello vero e proprio, al biscotto, al toffee, la rosa di aromi c'è tutta; e persiste anche nel corpo scorrevole, prima di un finale in cui il taglio di un delicato amaro erbaceo per invogliare al sorso successivo è comunque presente, per quanto non predominante. Ben costruita, pulita e gradevole a bersi.

Da ultimo segnalo la Caberbi, iga al Cabernet di La Ru: aromi del vitigno ben robusti all'aroma, si rivelano poi più delicati nel corpo caramellato robusto ma scorrevole, per tornare con una nota vinosa nel finale. Appare più forte dei suoi 6 gradi in virtù del leggero tono alcolico sul finale, ma senza che questo risulti sgradevole né fuori luogo trattandosi di una iga.

Chiudo quindi qui con la mia carrellata sull'ottava edizione di Santa Lucia. Sicuramente, come già ho fatto in altri post, ci sarebbe molto da dire su quello che è il ruolo attualmente giocato dalle fiere, su quali continuino - nonostante le difficoltà attraversate in questi ultimi tempi dagli eventi del settore - a rappresentare comunque, anche al di là dei numeri in crescita o in calo, un appuntamento significativo per i birrai e per il pubblico; non allungo però un post già prolisso, e riservo queste considerazioni a future uscite...

martedì 9 aprile 2019

Santa Lucia, secondo weekend

Anche in questo caso ho dato qualche anticipazione su Facebook, ma riporto comunque qui qualche nota su alcune delle birre degustate nel secondo weekend a Santa Lucia - dedicato ai birrifici triveneti.

Ho iniziato con la Carlo, brassata da Birra di Fiemme per i dieci anni di Diexe distribuzione, e così battezzata in onore del figlio del titolare. Sulla carta è una ipa britannica, in realtà si tratta di una ipa piuttosto sui generis, data la predominanza - elegante, a onor del vero - dei luppoli tedeschi. Profumi erbacei che ben si amalgamano alla componente maltata, corpo discretamente robusto e biscottato, e finale di un amaro tagliente per quanto non invasivo, che al salire della temperatura rivela anche toni di nocciola lasciati dalla maltatura. Facilissima a bersi, nasconde bene i suoi 6 gradi.

Ho poi finalmente avuto il piacere di conoscere Evoqe Brewing, di cui da tempo sentivo parlare, in particolare per la loro linea sour - incentrata in particolare sulle sour alla frutta. Ho provato la #1, pemiata peraltro da Unionbirrai: una Berliner Weisse con frutto della passione, limone e bergamotto, intensi sia in aroma che al palato - tanto da coprire in buona parte l'acidità tipica dello stile -, ma ben amalgamati tra loro e con l'insieme. Una birra armonica, per chi ama i sapori fruttati ancor più che le sour. Mi ha dato l'idea di un birrificio che, almeno sul fronte sour, ama stupire; e se per alcuni la cosa potrà sembrare un po' sopra le righe, bisogna anche riconoscere che - almeno per ciò che ho provato io - aromi e sapori erano sì intensi, ma in un'armonia d'insieme che non dà l'idea di aver "stroppiato".

Discorso analogo si potrebbe fare per la Terremoto, recente creazione de La Busa dei Briganti presentata al Ballo delle Debuttanti: una ipa con doppio dry hopping cryo, ossia con luppolina estratta a freddo. Un nome, un programma, perché sia all'aroma che in bocca i toni agrumati e di frutta tropicale - ekuanot, mosaic e citra - sono davvero molto intensi, per quanto mi sia trovata a definirli "invasivi ma non invadenti" - intendendo nel primo caso l'intensità, e nel secondo il risultare sgradevoli in virtù di questa forza. Idem come sopra: se chi non ama le luppolature esuberanti sicuramente la giudicherà eccessiva (ma verosimilmente nemmeno la prenderà), gli amanti del genere la troveranno viceversa ben costruita e gradevole a bersi.

Andando su tutt'altro genere, ho provato la Palace, imperial stout di Sognandobirra nata come birra natalizia. Abbastanza possente - come da stile - incentrata sui toni di liquirizia, presente in tutta la bevuta insieme alle note di caffè; e che rimane ben persistente in chiusura insieme a note calde e avvolgenti. Beverina e secca nonostante il corpo robusto, rivela solo in seconda battuta qualche lieve nota alcolica in coda alla persistenza; quindi occhio ai nove gradi alcolici....

Piacevole nuova conoscenza è stata poi il Meraki, birrificio artigianale di recentissima apertura in quel di Susegana e nato da un gruppo di amici usciti dall'Accademia Dieffe - e qui la storia si ripete, confermando la Dieffe come una delle maggiori "fucine" di birrai a Nordest. Mi è parso abbiano iniziato con il piede giusto, almeno per quanto riguarda la loro Iga (forse non lo stile più adatto per giudicare le capacità tecniche di un birraio, ma nemmeno quello meno utile di tutti a tale scopo): trattasi della Merlo, una Iga al Merlot su base Belgian Ale. Molto delicata, con la componente fruttata del vino ben integrata con lo stile di base, che rimane ben riconoscibile, e riuscendo nell'intento di darvi una nota di peculiarità.

Da ultimo una nota sulla Albisca, lager chiara aromatizzata all'albicocca, pesca e biancospino, di La Ru. Detta così sembrerebbe un'eresia, in realtà bisogna riconoscere che il birraio è riuscito nell'intento di armonizzare la componente maltata tipica della birra di base con le note acidule della frutta.

Anche in questo caso mi fermo qui, alla prosisma settimana per aggiornamenti e considerazioni...

martedì 2 aprile 2019

Santa Lucia, primo weekend

Come chi segue la mia pagina Facebook già sa, ho passato lo scorso weekend alla Fiera della birra artigianale di Santa Lucia di Piave. Essendo una ventina i birrifici presenti, le birre degustate sono naturalmente state molteplici (eh già, è un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare); per cui mi limiterò qui a fare una selezione (e non me ne vogliano quelli che non nominerò: vi voglio bene lo stesso, è solo una questione logistica).

La prima che ho provato è stata la Succo di suocera, ultima creazione di Retorto: una sour su base blanche, maturata 4 mesi in botti che hanno contenuto la Bloody Mario - la loro sour alle ciliege. All'aroma è ben percepibile, per quando moderato, il fruttato della ciliegia e la speziatura della base blanche; morbida in bocca, con un'acidità lattica elegante che ricorda le Berliner Weisse pur rimanendo più delicata e senza persistenze acide lunghe, la definirei adatta anche a chi prova una sour per la prima volta; nonché un'ulteriore prova, se mai ce ne fosse bisogno, della propensione di Marcello e collaboratori alla sperimentazione.

Sono poi riuscita, in casa Chianti Brew Fighters, ad approfittare di uno degli ultimi fusti della Bestemmia di Natale 2018 - la loro natalizia, una strong ale con miele di castagno e zenzero. Il miele, percepibile ma discreto all'aroma, si fa più possente in bocca (forse fin troppo, per i miei personali gusti); va detto però che non lascia persistenze stucchevoli sul finale grazie sia alla chiusura amara di questo miele che alla punta speziata dello zenzero, ben armonizzata con l'insieme. La gradazione alcolica - oltre 8 gradi - è peraltro ben mascherata dal corpo scorrevole e da una relativa secchezza.

Ho poi trovato diverse novità al birrificio La Gramigna. Quella che definirei meglio riuscita è La Ruzza, una robust porter con lattosio e cocco, in cui l'equilibrio tra il cocco e i toni tostati di caffè e cioccolata può dirsi ben raggiunto sia all'aroma che ancor di più in bocca - e sì, ho pensato ai Bounty, ma no, fidatevi che qui il cocco resta molto più nelle retrovie e il risultato finale è una porter, non una batida. Da bere come (o con il) dolce, a fine pasto.

E' poi stato un piacere fare una lunga chiacchierata con Andrea Govoni, fondatore del BiRen - di cui conoscevo già le birre, ma appunto non avevo mai avuto l'occasione di parlare direttamente con lui. Mi ha così fatto un lungo excursus sia sull'ispirazione delle sue birre "storiche" che su quelle più recenti, soffermandosi in particolare su due tra queste - la Bock Flavius e la Maibock Derek. Ad avere una "storia" è in realtà soprattutto quest'ultima, essendogli stata ispirata dal celebre giudice Derek Walsh durante una discussione su come migliorare la sua Renazzenfest - una Festbier, come intuibile. Di lì la promessa fatta a Derek di battezzare la birra nata da questo scambio di idee - una Maibock, appunto - con il suo nome; "E quando l'ha saputo s'è commosso", ha ricordato Andrea con palpabile soddisfazione. Si tratta di una Maibock fondamentalmente in stile: aroma tra il caramello tostato e una leggerissima luppolatura floreale, ingresso in bocca pieno e dolce che vira presto sul tostato prima e su un amaro rotondo, secco e pulito poi. Molto ben riuscita anche la schiuma, pannosa e con riflessi nocciola, che lasciava dei merletti da manuale persino nel bicchiere di plastica. In quanto a Bock e affini segnalo poi la Carabock di Beer In. Come il nome stesso rivela, una Bock incentrata sui toni caramellati del malto carapils, ben accompagnati alla componente tostata e di biscotto. Scorrevole in bocca nonostante le media robustezza del corpo, finale secco e non persistente come da stile.

Chiacchierata piacevole anche quella con Andrea (biersommelier Doemens anche lui, peraltro) del birrificio Darf, aperto due anni fa in Valcamonica. Il nome viene dal paese di Darfo (di origine germanica, Dorf), e per coerenza - si direbbe - le birre tutte di impronta tedesca eccetto una Session Pale Ale. Più qualche concessione alla sperimentazione: la Keller infatti è prodotta con il Cascade coltivato dal birrificio, utilizzato in fiore il giorno stesso del raccolto. Confesso di aver temuto "la solita americanata" (letteralmente); tuttavia, per quanto a livello di mio personale gusto non sia il Cascade il luppolo che meglio vedrei su una base Keller, bisogna dare atto ad Alberto di aver raggiunto un risultato di apprezzabile equilibrio nel complesso. La luppolatura è infatti misurata, tale da non snaturare del tutto lo stile di riferimento; con un amaro erbaceo finale - dato appunto dal wet hopping - che in effetti può ricordare anche alcune luppolature continentali. Curioso che abbia concorso e vinto il luppolo d'argento al Best Italian Beer, ma nella categoria Koelsch: il che la dice lunga su come si tratti, appunto, di una reinterpretazione ("Inizialmente avevo pensato di fare una Kolsch", mi ha infatti riferito Alberto). Il Darf si è peraltro già aggiudicato diversi premi nonostante la giovane età: il luppolo d'oro per la Marzen e il luppolo d'argento per la Pale Ale sempre al Best Italian Beer, e a Solobirra il primo posto per la Weizen e la Doppelbock e il secondo per la Helles. A conti fatti, dunque, tutte le birre in listino hanno ricevuto un premio; il che, al netto delle polemiche che sempre circondano i concorsi, è innegabilmente una grande soddisfazione per il Darfo.

Bel dialogo anche allo stand del birrificio La Diana, dove, oltre alla Ester che già avevo provato - una honey ale con miele di erica di Montalcino, interessante per i delicati toni balsamici - mi è stata presentata la Piccarda, una winter ale con aghi di abete rosso e panpepato aggiunto in cottura. Ammetto che come birra è un po' "sopra le righe", nella misura in cui sia la speziatura del panpepato che i toni balsamici del pino sono ben evidenti all'aroma - per quanto al palato siano poi più misurati, e non lascino persistenze troppo lunghe, incentivando il sorso successivo; ma ammetto anche che sinceramente mi è piaciuta, e che me la vedrei bene bevuta, abbastanza calda, in una serata invernale davanti ad un caminetto accompagnata da frutta secca. Sempre in quanto a honey ale segnalo infine la Clerus de La Gilda dei Nani Birrai, una tripel con miele di acacia e erica. Gli aromi tipici dello stile - frutta matura e leggero speziato - si fondono con quelli floreali e balsamici del miele, prima di lasciare spazio ad un corpo inaspettatamente scorrevole e rotondo in cui il miele non risulta robusto - salvo ricomparire alla fine, per una chiusura dolce e moderatamente persistente, per quanto relativamente secca.

Non mi dilungo oltre, lasciando considerazioni più generali sulla fiera ad uno dei post futuri; per ora attendiamo il prossimo weekend con i birrifici italiani...

martedì 12 marzo 2019

Novità in quel di The Lure

Dopo aver pubblicato, per il Giornale della Birra, l'articolo sull'innovativo sistema per confezionare la birra in lattina del birrificio The Lure - che trovate qui - mi era venuta la curiosità di andare a vedere di persona; e così ho fatto un giro in quel di Redipuglia, per provare le ultime novità - e le lattine, naturalmente. Tra le birre disponibili alla spina, quelle che non avevo mai provato erano due - la Hop Revolution, definita come "India Pale Lager" (devo dire che ormai, tra Hoppy Lager e affini, la sperimentazione in questo campo è quantomai vivace), e la Amaretti, una brown ale con aggiunta in fermentazione di biscotti e liquore all'amaretto.


La prima, come del resto ci si aspetta da una birra di questo genere, è estremamente profumata, con una girandola di aromi perlopiù sul citrico, ma che coprono una gamma che va dalla frutta tropicale alla resina; prima di un corpo decisamente esile a beneficio di beverinità - fin troppo, a mio parere, avendolo trovato quasi sfuggevole nell'accostamento con un aroma tanto robusto - e di una chiusura netta e secca che ritorna su un amaro agrumato. Va detto che, al di là della mia personale opinione sull'esilità del corpo e sull'equilibrio complessivo delle componenti, si capisce che un gioco di questo genere era nelle intenzioni del birraio; e che rimane una birra che centra la volontà di essere fresca, gradevole e scorrevole, da bersi a litri.


Di tutt'altro genere, naturalmente, la Amaretti. Caramellata all'olfatto, robusta, calda e vellutata in bocca con note biscottate, esibisce un finale di un amaro netto che elimina il dolce precedente e invoglia al sorso successivo. Man mano c che si scalda naturalmente evolve, risultando man mano più calda e caramellata in bocca, ma senza arrivare ad evidenziare note alcoliche. Ammetto che il primo pensiero di fronte ad una birra all'amaretto era stato "ommioddio", invece devo dire che il risultato finale è di un apprezzabile equilibrio. Una birra all'amaretto, insomma, non un amaretto alla birra come in prima battuta avevo temuto (ma neanche troppo, conoscendo il birraio, che - memore della sua carriera da pianista - fa birra come un musicista prepara un pezzo: si lavora e si affina finché non è pulito e scorrevole, virtuosismi e bizzarrie compresi).

Da ultimo, nota di merito alle ragazze al banco per la loro disponibilità e per la buona spillatura.


E le lattine? Per ora ammetto di averne aperta soltanto una, quella della blanche Pink. Per quanto, specie per questo stile in cui la schiuma è componente ancor più rilevante di altri, la si apprezzi meglio servita a dovere alla spina, confermo - come anticipatomi da Lorenzo in occasione dell'articolo - di non aver trovato per il resto differenze rilevanti, né difetti nella conservazione che ne abbiano pregiudicato la freschezza. Un sistema per promuovere l'asporto che, a mio avviso, può quindi funzionare anche per piccole realtà e specialmente i brewpub.

venerdì 22 febbraio 2019

Una giornata a Beer Attraction, parte seconda

Beer Attraction, naturalmente, non è soltanto luogo di nuove conoscenze brassicole, ma anche di ritrovo dei vecchi amici - specie se hanno qualche nuova birra da proporre. Vengo così al birrificio Basei di cui ho provato la porter Daina, l'ultimo ingresso nel loro repertorio. Al naso dominano, almeno finché la birra non si scalda, le note acidule del malto tostato; tanto che risulta quasi una sorpresa trovare poi al palato un corpo robusto per lo stile e incentrato piuttosto sui toni di cioccolata e caffè, senza più concessioni all'acidulo, prima di chiudere con un amaro da malto discretamente secco. Una discrepanza che si appiana, appunto, al salire della temperatura; e che comunque non è così intensa da pregiudicare il quadro generale di quella che rimane una porter in stile e senza difetti propriamente detti, che - conoscendo il mastro birraio - sicuramente conoscerà aggiustamenti nelle prossime cotte.

Vecchia conoscenza e nuova birra anche nel caso di Cittavecchia, con la sua linea sperimentale NoveNove: in questo caso una lager chiara con buccia d'arancia e un mix di luppoli americani che dà vita ad un aroma fruttato molto particolare, un agrumato con note erbacee di fondo, che ritornano nel taglio amaro finale - deciso ma elegante - dopo un corpo snello di cereale reso fresco anche dall'arancia. Una birra decisamente sui generis, per gli amanti della beva leggera e facile ma non "ordinaria".

Una beva facile ma ordinaria - non volendo dare un'accezione negativa al termine, ma intendendolo solo come perfetta adesione allo stile - l'ho trovata da Kübacher, con la sua nuova Hell: un'interpretazione "da manuale" della classica bionda bavarese - se non per una luppolatura nobile leggermente più accentuata di altre Hell -, semplice e pulita, pensata per essere bevuta in quantità ed accompagnare con versatilità anche un pasto.

Passando a tutt'altro genere arriviamo alla Teodorico, Baltic Porter di Birra Mastino - una bassa fermentazione, a differenza delle porter canoniche. Se all'aroma esibisce solo un tostato molto discreto sotto la schiuma copiosa, in bocca è un'esplosione di cioccolata, caffè, liquirizia, e finanche toni balsamici e liquorosi; in un corpo potente e caldo - complici i 9 gradi alcolici - che lascia una lunga persistenza tostata. Senz'altro unabirra da mettere in lista per gli amanti del genere.

Infine una nota sulle birre premiate a Birra dell'Anno. Solitamente non è il criterio con cui scelgo quali birre provare, non perché dubiti del fatto che siano meritevoli, ma perché il mio personale interesse e curiosità dipendono più spesso da altri fattori - come l'originalità di un certo progetto, o le novità di un birrificio che seguo o di uno che voglio conoscere. Mi sono però concessa - oltre alla white ipa Carat di Forum Iulii, di cui già avevo scritto qui - la Zelda, bitter di War - birrificio che ero appunto curiosa di conoscere. Per quanto venga definita come "rivisitazione del classico stile inglese" in virtù dell'utilizzo di luppoli dall'aroma tra il citrico e la frutta tropicale, personalmente non l'ho trovata discostarsi in maniera significativa dallo stile di riferimento: non siamo comunque di fronte ad un fruttato tale da far pensare piuttosto ad una luppolatura all'americana propriamente detta, essendo comunque presenti anche note più resinose; sullo sfondo di un corpo tra il caramellato e biscottato, scorrevole ma non sfuggente, per chiudere su un amaro resinoso netto ma non invasivo.

Da ultimissimo infine, la nota di curiosità: la Dunkel del Batzen provata con lo Stacheln , ossia il procedimento di tradizione tedesca (e generalmente praticato con le Bock) di caramellizzare gli zuccheri della birra immergendovi un ferro rovente. Decisamente curioso ed istruttivo sentire la differenza tra il prima e il dopo: se prima dominano i toni tostati, quasi arrostiti, poi mi sono trovata a paragonarla ad una torta al caramello appena sfornata.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai e operatori dei birrifici che mi hanno accolta.

mercoledì 20 febbraio 2019

Una giornata a Beer Attraction, parte prima

Si sa, per visitare in maniera davvero completa Beer Attraction - che ha avuto nel 2019 circa 600 espositori, tra birrifici e altre aziende del settore - non basterebbero i quattro giorni della kermesse; figuriamoci se, come mi sono trovata costretta a fare per motivi familiari, se ne può dedicare soltanto uno. Ciò non toglie che anche quest'anno si sia trattato di un'esperienza comunque interessante, che mi ha permesso di conoscere alcuni prodotti interessanti e progetti innovativi portati avanti dai birrifici.

Partiamo dal foggiano Rebeers, il cui mastro birraio Michele Solimando - forte della sua esperienza di agronomo e tecnologo alimentare nel settore della pasta - ha lanciato la "Fovea Revolution". Non è solo il nome di una birra (battezzata dell'antico nome di Foggia, Fovea, e da quello delle fovee, le fosse granarie) ma di un progetto più ampio che coinvolge i locali produttori di grano duro. La birra infatti è prodotta con malto di grano duro di Capitanata, maltato direttamente dal birrificio stesso - non essendo disponibile sul mercato. L'idea di Michele è di arrivare gradualmente ad una gamma completa di birre che, a seconda degli stili, comprendano una percentuale più o meno alta di malto di grano duro: quella presentata a Beer Attraction e che ho assaggiato è la birra di lancio e arriva al 100%. Si tratta di una birra di frumento naturalmente sui generis, dalla peculiare acidità fresca del cereale in cui si coglie anche una leggera nota agrumata; coglibile, ma non dominante, la speziatura tipica del lievito weizen e french saison - utilizzati in successione. Interessante assaggiarla sia con che senza lievito: se nella prima versione in bocca rimane la pienezza fresca del frumento prima di un finale fresco ed acidulo, senza persistenze amare, nel secondo caso i toni speziati la fanno più da padrone, generando un connubio assai peculiare. Nel complesso una birra beverina e molto gradevole nonostante una certa complessità, e un progetto di cui sarà interessante seguire l'evolversi.

Sempre parlando di progetti che legano birra e territorio, vale poi la pena citare le quattro che ho provato da Opperbacco. La prima è la Abruxensis al sambuco, una farmhouse ale su base di birra di frumento (Rosciola, una varietà autoctona di grano tenero) rifermentata poi con lieviti da bucce di uve locali. La dolcezza del sambuco conferisce una delicatezza che la rende particolarmente morbida per lo stile soprattutto al palato, smorzando le note acide, rendendola del tutto abbordabile anche a chi fosse nuovo allo stile. Sulla stessa linea si colloca la Iga del progetto Nature uva, su base di mosto al frumento e farro locali con l'aggiunta di mosto di Montepulciano d'Abruzzo. La prima versione, con il 15% di mosto d'uva e sambuco, presenta le stesse note morbide della Abruxensis, pur senza coprire del tutto l'acidulo fruttato del Montepulciano; la seconda invece, con il 25% di mosto e senza sambuco, ne costituisce per così dire la versione più forte e meno edulcorata - pur senza arrivare ad un'acidità pungente e mantenendo una dolcezza fruttata di fondo. Da ultima la Essenza, anch'essa maturata in botte con i lieviti dell'uva, è con l'aggiunta di genziana, timo, frutto della passione, zafferano, dragoncello, caffè e cacao. Mi risulta quasi difficile descrivere una tale complessità sia al naso che al palato, in cui spiccano il frutto della passione prima e l'amaro della genziana in chiusura; senz'altro è molto interessante come sostituto di un amaro a fine pasto, gustandola da sola per cogliere al meglio le innumerevoli sfaccettature.

A chiusura di questo capitolo cito la Beerberry, nuova nata di Birra Gjulia portata a Beer Attraction in anteprima: base di saison con mosto di Pinot nero e fragole di Tortona, mantiene lo stile di base riconoscibile all'aroma per quanto sia la componente fruttata - ben amalgamata tra Pinot e fragole - a fare da padrona. Leggera e gradevole, anche questa senza concessioni a toni acidi più importanti: direi che in generale ho colto una volontà di puntare su fermentazioni spontanee e miste più morbide e accessibili al largo pubblico, complice la crescente popolarità di questi generi.

Mi fermo per ora qui: rimanete sintonizzati per le prossime birre...

martedì 12 febbraio 2019

Qualche pensiero sul Cucinare

Finita l'edizione 2019 del Cucinare, il salone dell'enogastronomia organizzato dalla Fiera di Pordenone, non posso non fare qualche considerazione su come sono andate le cose e sulle nuove birre degustate.

Innanzitutto è balzato all'occhio il notevole aumento nella partecipazione alle degustazioni: non solo sono andate tutte quante esaurite (con tanto di lista d'attesa), ma il pubblico si è dimostrato particolarmente interessato - sia chi già aveva una conoscenza pregressa, sia chi era nuovo al mondo birrario. E non è stata questione, come a volte malignamente si osserva, che è facile fare il tutto esaurito quando si tratta di mangiare e bere gratis: come ben sa chi organizza simili eventi, anche degustazioni decisamente allettanti e del tutto gratuite possono andare deserte se non viene creato il giusto interesse. Tanto è vero che anche la lezione sugli stili birrari della domenica - che sulla carta avrebbe dovuto attirare meno pubblico, non prevedendo abbinamenti gastronomici e avendo un approccio didattico - è stata tanto affollata quanto le altre, nonostante in contemporanea ci fosse anche un'altra degustazione a tema birrario: una prova che la curiosità e la domanda di saperne di più c'è, e che gli addetti ai lavori stanno anche imparando a stimolarla meglio. Io stessa, lo ammetto, ho rivisto la maniera di presentare queste degustazioni, rendendomi conto di come nel mondo della birra artigianale non si possa più (già da tempo, a onor del vero) giocare sull'effetto novità, ma ci sia piuttosto una richiesta di capirne di più "su tutti questi birrifici artigianali che ci sono adesso" e su come si degusta e si valuta una birra - prova le tante domande rivolte sia a me che ai birrai. Tanto più se il contesto non è quello di una fiera dedicata esclusivamente alla birra, ma all'enogastronomia in senso lato.

Detto ciò, devo ringraziare sia i birrai che chi ha fornito gli abbinamenti gastronomici - Roncadin per le pizze del sabato, e Adelia Di Fant per il cioccolato del lunedì. Mi permetto di riservare una particolare nota di merito all'abbinamento tra il cioccolato salato al rosamarino e la nuova Blanche del birrificio Il Maglio, particolarmente incentrata sull'arancia e sullo spaziato con l'aggiunta di pepe di Sichuan (assente invece il coriandolo): il rosmarino e il sale da un lato, infatti, facevano perfettamente il paio con la componente citrica e quella pepata dall'altro, valorizzandosi reciprocamente. Sempre apprezzatissimo anche il cioccolato al pimenton de la vera - un particolare tipo di paprika dolce -, che in precedenza avevo abbinato a barley wine o belgian strong ale: questa volta l'ho accostato alla natalizia xmaStrong di B2O, con le sue note fruttate dal figo moro di Caneva e quelle di legno. Tra le nuove birre provate, la 14th, "hoppy lager" di B2O. Dalla definizione, ammetto che mi sarei aspettata una lager chiara dalla luppolatura esuberante: invece rimane una lager pulita che al naso rende giustizia prima di tutto al cereale, nonostante le evidenti note tra il fruttato, l'erbaceo e lo speziato dell'ekuanot in monoluppolo. Leggera e scorrevole nel corpo, rimane molto secca anche grazie al riso - che non è però evidente al palato - chiudendo su un amaro netto ma non persistente in cui si coglie soprattutto la componente speziata.

Interessante anche la Urban Saison, nata all'Urban Farmhouse e presentata da Birra Galassia: base di Saison, con fermentazione secondaria in botti di rovere che hanno contenuto Chardonnay, maturata nove mesi. Una sour delicata che unisce all'aroma qualche tono speziato della base Saison alle note fruttato-acidule, che al palato risultano ancora più morbide di quanto ci si potrebbe aspettare. Nuove birre anche in quel de Il Maglio: oltre alla già citata Blanche, la Oatmeal Stout - fondamentalmente in stile, dalla tipica rotondità, più qualche nota dolce data dall'aggiunta di lattosio. Unico appunto, si sente che è ancora molto giovane: sicuramente tra qualche mese esprimerà al meglio le sue potenzialità. Ad avere espresso bene le sue potenzialità appunto grazie all'invecchiamento è stata la imperial stout di Meni, di cui già avevo parlato in questo post lo scorso maggio: il tempo ha fatto uscire in forze le note di liquirizia e finanche di legno, pur non avendo questa birra mai visto una botte.

Concludo, di nuovo, con un ringraziamento a tutti i partecipanti.

La foto in alto è di Ferdi Terrazzani per Fiera Pordenone

lunedì 21 gennaio 2019

Diamo i numeri

Con qualche giorno di (colpevole) ritardo, arrivo a fare alcune considerazioni sui dati pubblicati da Microbirrifici.org sul numero di birrifici artigianali in Italia. Il sito, come è noto, ha nel fatto di basarsi esclusivamente sulle segnalazioni degli utenti il suo punto di forza e di debolezza al tempo stesso: da un lato arriva ad essere capillare in un settore in cui è difficile avere banche dati unitarie tra birrifici propriamente detti, beerfirm e brewpub; dall'altro sconta alcuni ritardi e imprecisioni in queste segnalazioni.

Ad ogni modo, i dati riferiti a fine 2018 parlano di 813 birrifici, 245 brewpub e 540 beerfirm. Un dato che comprende però 227 imprese non più attive - arrivando ad un totale di aziende effettivamente operanti di 1371, di cui 893 tra birrifici e brewpub (e quindi con impianto proprio). Guardando alle curve della crescita nei numeri, i dati sostanzialmente confermano il quadro noto: dopo il grande entusiasmo che ha visto un picco nella crescita tra il 2013 e il 2016, ora la curva sembra sostanzialmente assestata. Il dato diventa più interessante se si incrociano i numeri assoluti - che riflettono quindi il saldo tra aperture e chiusure - con il numero di aperture e chiusure propriamente intese.

Qui si vede che, sia per i birrifici che per i beerfirm, il picco si è registrato nel 2014 (poco più di un centinaio per i primi e poco meno per i secondi); salvo avere un calo brusco già l'anno successivo per i birrifici, e un vero e proprio tonfo per i beerfirm nel 2017 - passati nel giro di un anno da una novantina di aperture e poco più di venti. In parallelo, si nota che l'anno successivo ai picchi di aperture è stato quello dei picchi nelle chiusure: dalla decina del 2014 alle 18 del 2015 per i birrifici (quasi il doppio dunque), per poi ridiscendere rapidamente negli anni successivi; mentre per i beerfirm c'è una curva sostanzialmente analoga, solo spostata un anno più avanti. Certo ciò non significa che i tanti birrifici e beerfirm che hanno aperto nel 2014 iano gli stessi che hanno poi chiuso nel 2015, scontando carenze tecniche o manageriali così gravi da portare alla chiusura immediata; ma è un segnale che tra il 2014 e 2015 si è toccata la soglia critica, che ha fatto uscire dal mercato chi - per mille motivi - era meno competitivo. L'assestamento è naturalmente coinciso con un calo sia delle nuove aperture che delle chiusure in questi ultimi due anni. Discorso a parte va fatto per i brewpub, che registrano un andamento più regolare. Per certi versi hanno anticipato la tendenza registrando il picco di aperture nel 2012 e di chiusure nel 2013; con variazioni più contenute in senso assoluto (20 il picco delle aperture, e 12 il picco delle chiusure) ma più rilevanti in termini percentuali sul totale di imprese attive. Del resto, essendo nati prima i brewpub dei birrifici, era destino che fossero un passo più avanti.

Che conclusioni trarne dunque? Personalmente mi trovo d'accordo con la prima considerazione fatta da Microbirrifici.org, ossia che "le imprese cercano di affermarsi, anche in considerazione delle problematiche distributive, cercando di accorciare la filiera di vendita con la trasformazione in brewpub, l'apertura di tap room e pub a marchio proprio, anche unendo le forze con altri birrifici": negli ultimi mesi ho raccontato più volte di aziende che hanno aperto la propria tap room, tanto che ci avviamo verso il punto in cui l'eccezione non sarà più il fatto di averla, ma di non averla. Il che porterà a ridisegnare i loro rapporti con i distributori e con i pub stessi, che in molti casi non saranno più canale privilegiato di vendita, ma "solo" (le virgolette sono d'obbligo, perché si tratta di un ruolo di importanza fondamentale) "avamposto" per far conoscere un certo produttore e portare il cliente alla fonte (dato che la maggior parte dei piccoli birrifici distribuisce a corto raggio). E qui si rende quindi necessaria una parziale ridefinizione di quella che potremmo definire "l'alleanza di vendita" tra le due parti. Sicuramente diventerà sempre più centrale, rispetto al saper distribuire il proprio prodotto, il saper attirare il cliente "in casa" grazie non solo alla birra, ma anche alla cucina e ad iniziative come degustazioni, corsi, serate musicali ed altro ancora.

In parziale disaccordo mi trovo sul secondo punto, secondo cui, in conseguenza del fatto che "mediamente le capacità produttive delle nuove imprese risultano in crescita", "in un contesto di elevato tasso di concorrenza, la "micro impresa" è sicuramente sfavorita e i nuovi competitor puntano a numeri più elevati per sfruttare economie di scala nella produzione e nella distribuzione". Diciamo che non sono del tutto d'accordo su quel "sicuramente", trovandomi più in sintonia con il già più volte citato studio del MoBi: se esiste una soglia critica di "sostenibilità verso l'alto" data appunto dalla fattibilità di economie di scala, può esistere anche una soglia critica di "sostenibilità verso il basso" per l'impresa davvero micro e strettamente locale, specie se si fa appunto distribuzione diretta - e penso che molti tra i lettori potrebbero citare alcune casistiche.

Certo i numeri, si dice spesso, lasciano un po' il tempo che trovano; sicuramente però in questo caso ci confermano l'immagine di un settore che, dopo gli anni di facili entusiasmi, è arrivato - come già da tempo si preconizzava - ad una sorta di "resa dei conti" in cui solo chi davvero sa "fare impresa" sotto tutti i punti di vista - dalla qualità del prodotto alla gestione del business - potrà stare sul mercato.

I grafici sono tratti da Microbirrifici.org