martedì 12 febbraio 2019

Qualche pensiero sul Cucinare

Finita l'edizione 2019 del Cucinare, il salone dell'enogastronomia organizzato dalla Fiera di Pordenone, non posso non fare qualche considerazione su come sono andate le cose e sulle nuove birre degustate.

Innanzitutto è balzato all'occhio il notevole aumento nella partecipazione alle degustazioni: non solo sono andate tutte quante esaurite (con tanto di lista d'attesa), ma il pubblico si è dimostrato particolarmente interessato - sia chi già aveva una conoscenza pregressa, sia chi era nuovo al mondo birrario. E non è stata questione, come a volte malignamente si osserva, che è facile fare il tutto esaurito quando si tratta di mangiare e bere gratis: come ben sa chi organizza simili eventi, anche degustazioni decisamente allettanti e del tutto gratuite possono andare deserte se non viene creato il giusto interesse. Tanto è vero che anche la lezione sugli stili birrari della domenica - che sulla carta avrebbe dovuto attirare meno pubblico, non prevedendo abbinamenti gastronomici e avendo un approccio didattico - è stata tanto affollata quanto le altre, nonostante in contemporanea ci fosse anche un'altra degustazione a tema birrario: una prova che la curiosità e la domanda di saperne di più c'è, e che gli addetti ai lavori stanno anche imparando a stimolarla meglio. Io stessa, lo ammetto, ho rivisto la maniera di presentare queste degustazioni, rendendomi conto di come nel mondo della birra artigianale non si possa più (già da tempo, a onor del vero) giocare sull'effetto novità, ma ci sia piuttosto una richiesta di capirne di più "su tutti questi birrifici artigianali che ci sono adesso" e su come si degusta e si valuta una birra - prova le tante domande rivolte sia a me che ai birrai. Tanto più se il contesto non è quello di una fiera dedicata esclusivamente alla birra, ma all'enogastronomia in senso lato.

Detto ciò, devo ringraziare sia i birrai che chi ha fornito gli abbinamenti gastronomici - Roncadin per le pizze del sabato, e Adelia Di Fant per il cioccolato del lunedì. Mi permetto di riservare una particolare nota di merito all'abbinamento tra il cioccolato salato al rosamarino e la nuova Blanche del birrificio Il Maglio, particolarmente incentrata sull'arancia e sullo spaziato con l'aggiunta di pepe di Sichuan (assente invece il coriandolo): il rosmarino e il sale da un lato, infatti, facevano perfettamente il paio con la componente citrica e quella pepata dall'altro, valorizzandosi reciprocamente. Sempre apprezzatissimo anche il cioccolato al pimenton de la vera - un particolare tipo di paprika dolce -, che in precedenza avevo abbinato a barley wine o belgian strong ale: questa volta l'ho accostato alla natalizia xmaStrong di B2O, con le sue note fruttate dal figo moro di Caneva e quelle di legno. Tra le nuove birre provate, la 14th, "hoppy lager" di B2O. Dalla definizione, ammetto che mi sarei aspettata una lager chiara dalla luppolatura esuberante: invece rimane una lager pulita che al naso rende giustizia prima di tutto al cereale, nonostante le evidenti note tra il fruttato, l'erbaceo e lo speziato dell'ekuanot in monoluppolo. Leggera e scorrevole nel corpo, rimane molto secca anche grazie al riso - che non è però evidente al palato - chiudendo su un amaro netto ma non persistente in cui si coglie soprattutto la componente speziata.

Interessante anche la Urban Saison, nata all'Urban Farmhouse e presentata da Birra Galassia: base di Saison, con fermentazione secondaria in botti di rovere che hanno contenuto Chardonnay, maturata nove mesi. Una sour delicata che unisce all'aroma qualche tono speziato della base Saison alle note fruttato-acidule, che al palato risultano ancora più morbide di quanto ci si potrebbe aspettare. Nuove birre anche in quel de Il Maglio: oltre alla già citata Blanche, la Oatmeal Stout - fondamentalmente in stile, dalla tipica rotondità, più qualche nota dolce data dall'aggiunta di lattosio. Unico appunto, si sente che è ancora molto giovane: sicuramente tra qualche mese esprimerà al meglio le sue potenzialità. Ad avere espresso bene le sue potenzialità appunto grazie all'invecchiamento è stata la imperial stout di Meni, di cui già avevo parlato in questo post lo scorso maggio: il tempo ha fatto uscire in forze le note di liquirizia e finanche di legno, pur non avendo questa birra mai visto una botte.

Concludo, di nuovo, con un ringraziamento a tutti i partecipanti.

La foto in alto è di Ferdi Terrazzani per Fiera Pordenone

lunedì 21 gennaio 2019

Diamo i numeri

Con qualche giorno di (colpevole) ritardo, arrivo a fare alcune considerazioni sui dati pubblicati da Microbirrifici.org sul numero di birrifici artigianali in Italia. Il sito, come è noto, ha nel fatto di basarsi esclusivamente sulle segnalazioni degli utenti il suo punto di forza e di debolezza al tempo stesso: da un lato arriva ad essere capillare in un settore in cui è difficile avere banche dati unitarie tra birrifici propriamente detti, beerfirm e brewpub; dall'altro sconta alcuni ritardi e imprecisioni in queste segnalazioni.

Ad ogni modo, i dati riferiti a fine 2018 parlano di 813 birrifici, 245 brewpub e 540 beerfirm. Un dato che comprende però 227 imprese non più attive - arrivando ad un totale di aziende effettivamente operanti di 1371, di cui 893 tra birrifici e brewpub (e quindi con impianto proprio). Guardando alle curve della crescita nei numeri, i dati sostanzialmente confermano il quadro noto: dopo il grande entusiasmo che ha visto un picco nella crescita tra il 2013 e il 2016, ora la curva sembra sostanzialmente assestata. Il dato diventa più interessante se si incrociano i numeri assoluti - che riflettono quindi il saldo tra aperture e chiusure - con il numero di aperture e chiusure propriamente intese.

Qui si vede che, sia per i birrifici che per i beerfirm, il picco si è registrato nel 2014 (poco più di un centinaio per i primi e poco meno per i secondi); salvo avere un calo brusco già l'anno successivo per i birrifici, e un vero e proprio tonfo per i beerfirm nel 2017 - passati nel giro di un anno da una novantina di aperture e poco più di venti. In parallelo, si nota che l'anno successivo ai picchi di aperture è stato quello dei picchi nelle chiusure: dalla decina del 2014 alle 18 del 2015 per i birrifici (quasi il doppio dunque), per poi ridiscendere rapidamente negli anni successivi; mentre per i beerfirm c'è una curva sostanzialmente analoga, solo spostata un anno più avanti. Certo ciò non significa che i tanti birrifici e beerfirm che hanno aperto nel 2014 iano gli stessi che hanno poi chiuso nel 2015, scontando carenze tecniche o manageriali così gravi da portare alla chiusura immediata; ma è un segnale che tra il 2014 e 2015 si è toccata la soglia critica, che ha fatto uscire dal mercato chi - per mille motivi - era meno competitivo. L'assestamento è naturalmente coinciso con un calo sia delle nuove aperture che delle chiusure in questi ultimi due anni. Discorso a parte va fatto per i brewpub, che registrano un andamento più regolare. Per certi versi hanno anticipato la tendenza registrando il picco di aperture nel 2012 e di chiusure nel 2013; con variazioni più contenute in senso assoluto (20 il picco delle aperture, e 12 il picco delle chiusure) ma più rilevanti in termini percentuali sul totale di imprese attive. Del resto, essendo nati prima i brewpub dei birrifici, era destino che fossero un passo più avanti.

Che conclusioni trarne dunque? Personalmente mi trovo d'accordo con la prima considerazione fatta da Microbirrifici.org, ossia che "le imprese cercano di affermarsi, anche in considerazione delle problematiche distributive, cercando di accorciare la filiera di vendita con la trasformazione in brewpub, l'apertura di tap room e pub a marchio proprio, anche unendo le forze con altri birrifici": negli ultimi mesi ho raccontato più volte di aziende che hanno aperto la propria tap room, tanto che ci avviamo verso il punto in cui l'eccezione non sarà più il fatto di averla, ma di non averla. Il che porterà a ridisegnare i loro rapporti con i distributori e con i pub stessi, che in molti casi non saranno più canale privilegiato di vendita, ma "solo" (le virgolette sono d'obbligo, perché si tratta di un ruolo di importanza fondamentale) "avamposto" per far conoscere un certo produttore e portare il cliente alla fonte (dato che la maggior parte dei piccoli birrifici distribuisce a corto raggio). E qui si rende quindi necessaria una parziale ridefinizione di quella che potremmo definire "l'alleanza di vendita" tra le due parti. Sicuramente diventerà sempre più centrale, rispetto al saper distribuire il proprio prodotto, il saper attirare il cliente "in casa" grazie non solo alla birra, ma anche alla cucina e ad iniziative come degustazioni, corsi, serate musicali ed altro ancora.

In parziale disaccordo mi trovo sul secondo punto, secondo cui, in conseguenza del fatto che "mediamente le capacità produttive delle nuove imprese risultano in crescita", "in un contesto di elevato tasso di concorrenza, la "micro impresa" è sicuramente sfavorita e i nuovi competitor puntano a numeri più elevati per sfruttare economie di scala nella produzione e nella distribuzione". Diciamo che non sono del tutto d'accordo su quel "sicuramente", trovandomi più in sintonia con il già più volte citato studio del MoBi: se esiste una soglia critica di "sostenibilità verso l'alto" data appunto dalla fattibilità di economie di scala, può esistere anche una soglia critica di "sostenibilità verso il basso" per l'impresa davvero micro e strettamente locale, specie se si fa appunto distribuzione diretta - e penso che molti tra i lettori potrebbero citare alcune casistiche.

Certo i numeri, si dice spesso, lasciano un po' il tempo che trovano; sicuramente però in questo caso ci confermano l'immagine di un settore che, dopo gli anni di facili entusiasmi, è arrivato - come già da tempo si preconizzava - ad una sorta di "resa dei conti" in cui solo chi davvero sa "fare impresa" sotto tutti i punti di vista - dalla qualità del prodotto alla gestione del business - potrà stare sul mercato.

I grafici sono tratti da Microbirrifici.org

sabato 12 gennaio 2019

Novità in quel di Pordenone

L'annuncio ufficiale è stato la sera dell'11 gennaio all'Urban Farmhouse di Pordenone: Birra Galassia, beerfirm attivo dal 2015 che si è appoggiato nel tempo a diversi birrifici per la produzione, aprirà in primavera il suo stabilimento in città. Giornalisticamente parlando, come direbbe uno degli storici professori della scuola di giornalismo, il fatto che un beerfirm diventi birrificio "No-o!!! No-o!! Non-è-una-notizia!!!", nel senso che è il percorso che fanno in tanti. Notizia è invece che la città sul Noncello veda di nuovo la produzione di birra sul proprio territorio, dato che è da inizio 900 - con Birra Momi e Birra Pordenone - che questa è cessata. A onor del vero, ciò non significa che non si trovi birra strettamente legata al territorio: basti citare Birra di Naon - che già nel nome sancisce la sua origine e utilizza materie prime locali -, beerfirm un anno più vecchio di Galassia (e anch'esso con progetti di avvio di un proprio stabilimento). Galassia stesso, avendo come punto di degustazione privilegiato Urban farmhopuse - "osteria della birra" nata su iniziativa di Christian Gusso, uno dei tre soci - è già radicata in città; e a questo si potrebbero aggiungere i numerosi altri birrifici e beerfirm della provincia - da Meni, a Maniago, a Valscura, e via dicendo. Ma Galassia sarà appunto il primo a riportare la produzione di birra fisicamente in città, con - auspichiamo - risvolti positivi per quanto riguarda la vivacizzazione del panorama birrario (e piccolo-imprenditoriale in senso lato) pordenonese.

L'avvio della produzione è appunto previsto per la prossima primavera, ma i tre soci - Davide Bernardini, Tommaso Fracassi e Christian Gusso - hanno deciso di dare l'annuncio sin d'ora. La motivazione è «Rendere partecipi tutti di ciò che stiamo facendo è una conseguenza diretta del percorso fatto fin qui – hanno affermato –: stiamo costruendo qualcosa che è strettamente legato alla città e a chi la abita, e quindi volevamo condividerlo perché riguarda tutti. Più che un lancio commerciale, si tratta di tenere aggiornato chi ci segue, nell’ottica di quella crescita graduale e di rapporto diretto ed informale che abbiamo sempre perseguito». Al di là delle dichiarazioni ufficiali, si coglie l'intento di mantenere fidelizzato il proprio pubblico anche attraverso notizie magari non di grande portata, ma di maggiore frequenza: approccio forse in una certa misura obbligato per piccoli birrifici che giocoforza non avranno mai notizie "mirabolanti" da dare, ma hanno la necessità di coltivare il contatto diretto con il pubblico locale.

In questo caso, diversamente da altri che ho analizzato di recente, non c'è un allargamento della compagine societaria a scopo di ingrandirsi. In effetti i ragazzi di Galassia, nel diventare autonomi, non hanno posto come primo obiettivo l'aumento della produzione - la sala cotta è da 3 hl; ma, lavorando su un impianto più piccolo rispetto a quelli dei birrifici a cui si sono appoggiati sinora, privilegiare la sperimentazione. Che, in effetti, è loro caratteristica distintiva: basti pensare che anche buona parte delle loro birre fisse non rientra nei canoni tradizionali degli stili - come la "saison ipa" Galassia e la "belgian stout" Maan, curiosi (e a onor del vero ben riusciti) ibridi tra gli stili in questione. Se il fatto di conoscere meglio l'impianto e muoversi su quantità più limitate favorirà sperimentazioni ben riuscite, credo che sia lecito aspettarsi birre originali e interessanti.

Personalmente, non mi resta che fare i migliori auguri per questo nuovo passo; in particolar modo l'augurio di saper mettere a frutto nel migliore dei modi questa loro propensione alla sperimentazione e originalità, con cui fino adesso hanno saputo creare birre sì sui generis, ma senza cercare lo stupore a tutti i costi.