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mercoledì 9 maggio 2018

Decennali, birra e territorio

Come già avranno visto coloro che seguono la mia pagina Facebook, sabato scorso ho partecipato al decennale de La Birra di Meni - birrificio di cui ho già raccontato la curiosa storia in questo post. Si direbbe che il 2008 sia stato un anno prolifico in Friuli Venezia Giulia, dato a luglio sono previsti festeggiamenti analoghi per Foglie d'Erba; e, al di là dell'ovvia considerazione che mi ha fatto piacere esserci e provare la nuova birra lanciata per l'occasione, il momento inaugurale mi ha dato lo spunto per alcune considerazioni.


Erano infatti presenti per i discorsi di benvenuto le autorità locali, i rappresentanti di Confartigianato e di altri produttori del territorio (ricordo che Cavasso Nuovo, dove si trova il birrificio, è celebre per la cipolla rossa, presidio Slow Food); e dai loro discorsi ho colto una percezione del birrificio come "attore del territorio" e parte di una squadra che mi è parsa andare al di là delle semplici frasi di circostanza sul "fare sistema" che spesso si sentono in questi casi - salvo poi sentire altrettanto spesso lamentele sul fatto che a fare sistema davvero non ci si riesce mai. Chi vive in Regione avrà riconosciuto lo stesso approccio usato a Sauris - dove il prosciutto non è conosciuto come "Wolf" ma come "di Sauris", e la birra è conosciuta più che come Zahre (peraltro nome locale del paese) come "birra di Sauris"; fatto sta che, se l'ex sindaco ha affermato che "Grazie a Meni, anche a New York sanno dov'è Cavasso", significa che l'idea è non tanto e non solo quella di esportare una birra ma di esportare un brand che è il paese stesso. E' una dinamica che richiama il modello degli agribirrifici, ma che è in parte diversa; perché mira a promuovere il "marchio paese/territorio" in virtù della gente e delle attività umane che in questo territorio hanno sede, ancor prima che in virtù del fatto che le materie prime su cui questa attività si basa abbiano origine in loco.


E fino a qui, appunto, nulla che non sia stato già fatto e su cui si sia già disquisito; ma fa riflettere come anche i birrifici artigianali stiano sempre più spesso entrando all'interno di questa dinamica. Il che da un lato sdogana definitivamente non solo la mussiana massima secondo cui "la birra è terra", ma anche che "la birra è territorio" - in un Paese come l'Italia dove tale prerogativa era sempre stata del vino. Lo è in modo diverso dal vino, nella misura in cui le materie prima non sono necessariamente prodotte in loco o quantomeno non tutte, ma nondimeno è ormai percepita come tale. Dall'altro, in un mercato della birra artigianale in cui da tempo si grida alla saturazione a fronte del numero in costante crescita dei birrifici artigianali, offre un canale diverso e più ampio, rivolgendosi non solo agli appassionati di birra artigianale ma a tutti gli interessati di ciò che un territorio ha da offrire - che sia sotto il profilo storico, naturalistico, gastronomico o che altro. Con questo non intendo dire che tale modello sia migliore, peggiore o in contrasto rispetto a quello degli agribirrifici: anzi, si potrebbero portare esempi di come risultati interessanti si siano ottenuti là dove le due cose sono andate di pari passo. Però mi ha fatto molto riflettere il fatto di percepire questo sentire condiviso.

Detto ciò, due parole sulla birra presentata per l'occasione, la DecennAle: una russian imperial stout - stile che mancava al repertorio di Meni dato che l'unica altra scura, la Pirinat, pur ricordando molto le stout è tecnicamente una bassa fermentazione - che avrebbe dovuto, nelle intenzioni originali, avere appunto 10 gradi alcolici. In realtà, mi ha spiegato Giovani, complice il lievito particolarmente "focoso" - che non ha praticamente lasciato zuccheri residui, conferendo una notevole secchezza - la gradazione finale è salita ad 11, ma tant'è. Schiuma nocciola, di un nero impenetrabile; intensa soprattutto la componente di liquirizia, sia al naso che al palato, e in secondo luogo quella del cioccolato; per una birra che "scalda" notevolmente bocca e petto, mascherando comunque in parte la gradazione alcolica data la secchezza di cui sopra. Finale appunto secco e sull'amaro tostato, pur concedendo una fugace nota liquorosa. Concordo con Meni e Giovanni sul fatto che è una birra che potrebbe probabilmente dare il suo meglio con un po' di invecchiamento; le premesse sono comunque buone, e se in futuro vorranno metterne un po' da parte ed attendere pazientemente, volentieri attenderò pure io.

Chiudo qui, facendo di nuovo gli auguri a Meni e famiglia - dato che di un birrificio familiare si tratta - per il decennale, e ringraziando per l'invito a presenziare.


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lunedì 15 febbraio 2016

Novità in quel di Cavasso

Come già saprà chi segue questo blog, ho avuto il piacere di condurre le degustazioni della fiera "Cucinare" Pordenone; senz'altro una buona occasione non solo per conoscere nuovi birrifici - ai quali riserverò un post a parte per garantire maggiore dovizia di particolari - ma anche per riscoprire quelli già noti. Inizio, semplicemente per diritto d'anzianità - nel senso che è quello che conosco da più tempo - da La Birra di Meni, che nella persona del caro Giovanni mi ha presentato una birra nuova in senso assoluto e una nuova per me - non avendo mai avuto occasione di assaggiarla. 

Quella nuova "in toto" si inserisce a pieno titolo nell'eclettismo che ha di fatto sempre caratterizzato il lavoro di Meni, che spazia dalle alte alle basse fermentazioni, dalla tradizione tedesca a quella britannica con qualche incursione in quella belga, fino alle birre aromatizzate e alla frutta. Al panorama mancava forse qualcosa sul fronte del "genuinamente tedesco", lacuna colmata con la Keller Pils che Giovanni mi ha fatto provare. Mi sono trovata a commentare, quasi scherzosamente, "di questa birra non so nemmeno che dire": perché è la pils tedesca da manuale, limpida, con la sua luppolatura floreale discreta e la sua "punta di dms" (per i non adepti: dimetilsolfuro, simile all'odore del mais cotto) che - sempre da manuale - è caratteristico in questo tipo di birre, un corpo dalla maltatura leggermente dolce e non troppo robusta, un finale ben attenuato dall'amaro netto ed elegante. Vabbè, mi sono almeno sforzata di trovare aggettivi diversi da quelli della guida Bjcp perché al copia - incolla sono sempre stata contraria, però il senso spero sia chiaro: una birra semplice e pulita, che lungi dal perdere punti per una sorta di scarsa originalità, prova invece la maestria nel cimentarsi con quegli stili che, proprio perché semplici, sono i più difficili da realizzare senza sbavature.

In seconda battuta ho provato la birra alle castagne, la Pitruc. Ammetto di essere irrimediabilmente di parte quando si tratta di birra alle castagne, perché per me è stato amore al primo sorso con la Mortisa de Il Birrone - che, a mio parere, ha sempre costituito l'apice nell'equilibrio tra i profumi e sapori forti delle castagne arrostite e le altre componenti sensoriali -; ma anche la Pitruc si difende bene, e non solo per il posto sul podio ottenuto due volte a Birra dell'anno. L'aroma delle caldarroste è molto delicato, quasi vellutato, per lasciare poi posto al palato a dei toni che mi hanno ricordato quelli della farina di castagne. Una dolcezza moderata che poi - e qui sta forse l'aspetto più degno di nota della Pitruc - non indugia sino a diventare stucchevole o a lasciare la bocca "impastata" (perdonate l'espressione poco professionale, ma trovo sia il termine che meglio descrive la sensazione che lasciano in bocca le castagne) ma viene contrastata da una luppolatura decisa e pulita. Meno "estrema" della Mortisa, se proprio volessimo fare un paragone - sì, lo so, confrontare le birre non è elegante perché si va a giudicare in maniera comparativa il lavoro dei birrai, però a volte aiuta a capire (purché lo si faccia con l'intento di spiegare, non di giudicare) - , ma che proprio di questa maggior sobrietà fa la sua nota distintiva, andando incontro anche ai gusti di chi preferisce birre meno "sperimentali".

A risentirci per il seguito del Cucinare, con le altre novità!

martedì 10 novembre 2015

Tra pompelmo e pepe


Lo scorso fine settimana ho fatto un rapido passaggio al Good, manifestazione tra il culinario e l'enogastronomico che si tiene in fiera a Udine. Al di là di alcune curiosità degne di nota, come i dolci della tradizione goriziana dell'azienda De Stabile - su tutti i pasticcini di pasta di madorla con ripieno di gubana -, nonché i prodotti della fattoria sociale Ronco Albina - che impiega persone con difficoltà fisiche o sociali, ottenendo devo dire ottimi risultati in termini di marmellate, biscotti e affini - ho trovato anche alcuni birrifici. C'erano i già noti Sante Sabide, San Giorgio, Zahre e Tazebao; nonché Città Vecchia, che esibiva il bottiglione da due litri della sua birra natalizia San Nicolò in confezione regalo (edizione limitata, gli interessati si affrettino) - il che può a buon diritto essere inserito tra le curiosità scoperte al Good, direi.

Da ultimo ho trovato la Birra di Meni; ed ho quindi colto l'occasione per provare l'unica che mi mancava delle classiche, la blanche Dreon. Da sotto il cappello di schiuma spumoso, come d'ordinanza nelle birre di frumento, sale un profumo di agrume particolarmente spiccato che si amalgama a quello del coriandolo e del pepe: e proprio il pompelmo fresco e il pepe, mi ha infatti spiegato Giovanni, vengono aggiunti nel mosto, e si fanno sentire in piena forza. Al palato questi toni diventano più gentili, fugando i timori di chi potrebbe aspettarsi una semi-radler (sacrilegio!) o uno strano intruglio che finisce per far tossire; ma ritornano a gran voce in chiusura, conferendo da un lato una nota particolarmente fresca e dissetante con l'agrume, e dall'altro una sferzata secca e piccante discretamente persistente che farà la gioia di chi ama le speziature. Personalmente la trovo una birra che si apprezza meglio in abbinamento ad un piatto ancor più che da sola, accompagnandola per contrasto a cibi non speziati - altrimenti l'insieme risulterebbe eccessivo: la apprezzerei con una carne bianca, un filetto di pesce, o un risotto con i gamberi. Un'ulteriore conferma che Meni, pur senza far mancare una serie di birre "pulite" e semplici ben fatte, sa giocare abilmente anche con sapori abbastanza arditi e stupire senza strafare.

mercoledì 21 gennaio 2015

Una kriek che kriek non è

Perdonate se ho parafrasato il titolo di un post precedente - "Una stout che sout non è" -, ma bisogna ammettere che cascava proprio "a fagiolo". Ieri sera infatti, quando Enrico mi ha chiesto che birre ci fossero in cantina, nel fargli l'elenco mi sono trovata a dirgli "Ah, e c'è anche una kriek": salvo poi rendermi conto che, per quanto aromatizzata alle ciliegie - e "kriek" in fiammingo identifica appunto un particolare tipo di ciliegia tradizionalmente utilizzata per aromatizzare la birra -, proprio una kriek nel senso tradizionale del termine non era. Vabbè, a dire il vero di kriek non c'è solo la lambic, ma anche la ale scura fiamminga: questa però era appunto una cosa ancora diversa. Sto parlando della Marals di Meni, una ale chiara doppio malto dal colore ramato; che ho portato a casa da Cavasso nella simpatica bottiglia da 0,33, decorata come vedete nella foto.

Anche in questo caso bisogna dire che Meni riesce ad ingannare: in altri termini, se è una kriek che state cercando, avete sbagliato indirizzo. Non perché non sia buona, ma perché l'uso che viene fatto dell'aroma alla ciliegia è del tutto diverso: al di là di una leggera nota fruttata e una punta di acido e di lievito all'aroma, infatti, l'ho trovato quasi impercettibile nel corpo - che dà piuttosto sapori di frutta secca e un tono leggero di biscotto -, salvo ricomparire per un attimo al retrogusto prima di chiudersi in un amaro bilanciato e non invadente, che rende giustizia più alla corposità del malto che al luppolo. Personalmente l'ho apprezzata perché ho sempre ritenuto che le birre aromatizzate alla frutta finiscano troppo spesso per essere "snaturate" da una dolcezza eccessiva, cosa che non si può certo dire di una birra equilibrata come la Marals; e perché ha saputo comuqnue trovare una sua originalità, volendo dare un'interpretazione personale all'aromatizzazione alle ciliegie. Certo, ribadisco, non aspettatevi una kriek: ma se siete curiosi di provare una birra diversa, o se le birre alla frutta non vi piacciono ma a questa siete disposti a dare un'opportunità, potrebbe fare al caso vostro.

venerdì 19 dicembre 2014

Una visita a casa del Meni

Cogliendo il gentile invito del buon Giovanni, qualche giorno fa ho fatto visita al birrificio del "vecchio" Meni: alias Domenico Francescon, di cui - e delle cui birre - avevo già parlato in questo e questo post. E' stato quindi un piacere andare a vedere il luogo di produzione in quel di Cavasso Nuovo, piccolo paesino in provincia di Pordenone.

Il birrificio è ciò che si dice un'aziendina a conduzione familiare: intenti a brassare una cotta speciale per la Vecchia Osteria di Maniago c'erano infatti Domenico e il figlio Giovanni, mentre la moglie del capostipite era occupata ad inscatolare le bottiglie. Saranno pure in pochi, ma si danno da fare: lavorano infatti in doppia cotta, gestendo i tempi con estrema meticolosità dato che caldaie miracoli ancora non ne fanno. Annesso al birrificio c'è poi un piccolo spaccio che, per quel che abbiamo avuto modo di vedere nell'ora e poco più in cui siamo stati lì, è discretamente frequentato dai locali e non solo: tra i clienti abituali ci sono anche i militari statunitensi di stanza ad Aviano, in cerca - data la vasta gamma di birre proposte, tra cui diverse aromatizzate - di qualche "pezzo originale" che ricordi loro i gusti un po' più estremi in voga oltreoceano.

Avendo già provato la Siriviela, la Candeot e la Pirinat - come descritto nei post di cui sopra -, questa volta la scelta è caduta sulla Grava: una Ipa dal colore ramato e dalla schiuma densa, persistente e pannosa, in cui dominano all'aroma le note di resina del luppolo chinhook. Addentata - letteralmente, data la consistenza - la schiuma, mi è arrivata in bocca una sferzata di amaro: il corpo robusto lascia infatti ben poco spazio ai toni agrumati ed erbacei che di solito la fanno da padroni nel genere, prediligendo nettamente quelli amari - per quanto nel primo sorso abbia sentito una leggera punta di caramello, subito svanita. Anche la chiusura è altrettanto amara e secca, lasciando da principio la bocca pulita, per poi ritornare in piena forza con una persistenza discretamente lunga.

Per quanto l'abbia trovata sbilanciata verso l'amaro a livello di gusti personali, indubbiamente è una birra che ha del carattere; e che probabilmente fa la felicità di tutti coloro che si dicono perplessi davanti alla moda delle Ipa fin troppo spinte dal lato aromatico, in cerca di un facile stupore. Qui si cerca piuttosto di stupire con un amaro che non sia "un amaro qualsiasi" ma abbia una sua unicità, e che gli amanti del genere possono trovare interessante.

Ultima nota: il premio simpatia va all'unanimità - mia e di Enrico, naturalmente - alla cassettina in legno fatta dal Meni stesso, utilissima come confezione regalo per sei bottiglie e che non abbiamo potuto resistere dal portarci a casa. Il Natale quando arriva arriva...


martedì 16 settembre 2014

Una birra...da cenerentola

A Friulidoc ho ritrovato anche una conoscenza che in realtà nuova non era - dato che si tratta di un birrificio ben conosciuto in Friuli -, ma che poteva dirsi tale nella misura in cui conoscevo pochissimo le sue birre: la Birra di Meni, birrificio artigianale di Cavasso Nuovo. Mi sono così fermata a fare due parole allo stand, così da conoscersi finalmente di persona dopo diversi contatti avuti tramite social network e diavolerie simili - con le quali, però, la birra non si beve.


Quello di Meni può dirsi un "birrificio di famiglia", fondato negli anni ottanta dal capostipite Domenico - soprannominato appunto "Meni" -, che ha iniziato maltando da sé l'orzo e raccogliendo con la moglie il luppolo selvatico dato che il mercato delle materie prime non era all'epoca ancora accessibile agli homebrewers; passione che col tempo - spinta anche dall'interessamento degli amici, che avevano iniziato ad apprezzare il prodotto così tanto da disegnargli e costruirgli una caldaia con motore elettrico per la miscelazione del malto - si è poi trasformata in lavoro, portato avanti insieme ai figli Romano e Giovanni. Un birrificio che è peraltro ben radicato nel paese d'origine, tanto che alle proprie creazioni ha dato i nomi di vie, contrade e quartieri della zona.

La produzione è parecchio vasta: ben sedici tipi di birra, con una buona gamma di aromatizzate - dalla Cjaranda alle mele, alla Caldan ai fionri di sambuco, alla Marals alle ciliegie; senza tralasciare qualche specialità come la Biers, un barley wine, e la "Cotta unica", una birra sperimentale che ogni volta è una sopresa. Inutile dire che mi sono trovata nell'imbarazzo della scelta, e a venirmi in aiuto è stato il fatto che alla spina non fossero naturalmente disponibili tutte: e tra queste mi ha incuriosita la Candeot, una ale chiara aromatizzata alla zucca - una birra "da cenerentola", mi è venuto appunto da pensare. Ammetto che qualche dubbio che fosse troppo dolce per rientrare nei miei canoni ce l'avevo, ma di fronte alle rassicurazioni in senso contrario mi sono fidata. In effetti all'olfatto l'aroma di zucca è appena percettibile, e non toglie spazio a quello del luppolo . Anche al primo sorso la si direbbe una lager chiara come tante altre e peraltro nemmeno troppo sbilanciata sul dolce dei malti - onestamente non l'ho nemmeno trovata molto corposa, contariamente a quanto affermato nel volantino; soltanto dopo arriva la "sorpresa", con una persistenza che dà un leggero sentore dolce di zucca. Il suggerimento è quello di accompagnarla a gnocchi e risotti di zucca, e infatti per molto tempo Meni ha rifornito la Festa della zucca di Venzone (che ora, ahimé, non si tiene più); però non mi limiterei a questo, perché il sapore di zucca non è invasivo e, pur rimanendo una birra dolce, non risulta affatto sbilanciata ed è così beverina da nascondere almeno la metà degli 8 gradi che ha.

A quel punto però, dato che la Candeot è buona sì ma ero convinta che si potesse fare di meglio, ho chiesto un suggerimento su quale fosse il cavallo di battaglia di Meni: e mi è stata indicata la Siriviela, la chiara doppio malto a bassa fermentazione che ha fatto definitivamente decidere anni addietro che era giunto il momento di trasformare la passione in lavoro. E in effetti non me ne meraviglio, perché questa no non si può definire "come tutte le altre": già all'aroma arriva una rosa di luppoli ben marcata, dall'erbaceo al floreale, e anche al palato risulta ben più corposa della media del genere - complice il grado alcolico non indifferente, 7,4. E se i malti si sentono bene, assai meglio si sentono i luppoli: il che dà poi una persistenza che ho trovato particolarmente duratura e amara, senz'altro peculiare. Insomma, una birra che si fa ricordare, e non a caso si è classificata prima nella sua categoria al concorso di Unionbirrai nel 2013. Ora non mi rimane che decidere quale sarà la prossima tra le 14 che mancano...