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martedì 29 ottobre 2019

Ein Prosit!

Approfittando del fatto che il tutto accadeva a poca distanza da casa mia, ho per la prima volta fatto un giro a Ein Prosit - consolidata manifestazione enogastronomica friulana organizzata da Co. Pro. Tur., giunta ormai alla ventunesima edizione. Pur in mezzo a tante cantine, che costituiscono il "nocciolo duro" degli espositori, già da qualche anno hanno fatto la loro comparsa i birrifici artigianali della Regione; quest'anno tre - Cittavecchia, Gjulia, e il debuttante 620 Passi. Il tutto "condito" da alcuni laboratori di degustazione condotti da Eugenio Signoroni, con birre di spessore in listino - basti citare quelle di Barley, Cantillon, 3 Fonteinen, Oud Beersel, Ca' del Brado e Asso di Coppe, per nominarne solo alcune.

Senz'altro è buona cosa che le birre artigianali abbiano avuto uno spazio all'interno di una manifestazione che vuole porsi come evento indirizzato ad espositori e ad un pubblico di alto livello, portando in città chef stellati e nomi di prestigio. Ammetto però che mi ha lasciata un po' perplessa vedere i birrifici messi nella sezione delle gastronomie, nell'ambito di una suddivisione tra tutto ciò che è vino e tutto ciò che non lo è: ne capisco la logica, ma avrei visto meglio una suddivisione tra cibi e bevande - per quanto probabilmente sarebbe stata poco capita da un pubblico che dalla mostra-assaggio di Ein Prosit si aspetta appunto di trovare un'area riservata alle cantine, specie in una Regione in cui lo status del vino è indiscusso. E' vero che non è utile andare a rinfocolare sterili rivalità tra birra e vino, ma credo che "mettere ogni cosa al suo posto", dividendo appunto piuttosto tra bevande e cibi (e faccio notare che anche le grappe di un colosso come Nonino erano nella sezione gastronomia), aiuti piuttosto a superare le contrapposizioni. Così come non mi sarebbe dispiaciuto, per quanto le degustazioni in sé e per sé siano slegate dalla mostra-assaggio, vedere qualche birrificio locale parteciparvi. Semplici opinioni personali, e quindi prendetele come tali.

Ma veniamo a ciò che ho assaggiato. Da Cittavecchia sono partita da Andre, la loro Ipa realizzata in collaborazione con I bambini delle Fate, e i cui proventi sono in parte destinati a questa impresa sociale. Una ipa che, nonostante i lievi aromi agrumati dati dal cascade in aroma, rimane comunque intrinsecamente britannica - Fuggle e East Kent Golding - soprattutto per quanto riguarda il taglio amaro erbaceo finale. Beverina ma non ruffiana, per gli amanti delle ipa non troppo impegnative ma "veraci". Interessante poi la versione cherry della stout Karnera, con sciroppo di amarena aggiunto in fermentazione, su mash leggermente meno zuccherino appunto in previsione dell'aggiunta di frutta. L'amarena si coglie appena in aroma, dove continuano a dominare il caffè e il tostato, così come nel corpo; ricompare in chiusura con un gioco tra l'acidulo e il dolce, ma ben integrato con la componente amaro-acidula del malto tostato in un incastro di contrasti che alla fine lascia una persistenza amalgamata. Da segnalare infine la Saison Goriot, che quest'anno verrà anche presentata in versione birra di Natale: la tradizionale speziatura del lievito è arricchita dal cardamomo e dall'arancia, ben percepibili - soprattutto il cardamomo - ma non soverchianti, integrate in un corpo dal cereale discretamente caldo per lo stile ma scorrevole. Per chi ama le speziature calde, ma preferisce una birra meno corposa delle tradizionali natalizie.

Ho avuto poi il piacere di conoscere 620 Passi, nato come beerfirm (presso Bradipongo) a Marano Lagunare, ed ora in procinto di inaugurare il proprio impianto. Sono partita dalla lager Arsura, che nonostante un pizzico di Citra può dire di rispettare a pieno i tradizionali canoni continentali - la fanno piuttosto da padroni Hersbrucker e Premiant, sul classico corpo di cereale fragrante -; per poi passare alla ipa Fipa - anche in questo caso una ipa che, pur nella luppolatura interamente americana di amarillo, mosaic e simcoe rifugge qualsiasi ruffianesimo eccessivamente tropical-fruttato, per privilegiare di più la componente acre dell'agrume soprattutto in chiusura -; e infine la Belgian Ale Cortona, pienamente in stile nonostante la luppolatura americana - una luppolatura che "c'è ma non si sente", come di regola nelle birre belghe, per privilegiare il lievito - e un corpo più scorrevole della media nonostante la pienezza maltata, per amor di bevibilità. Nel complesso, birre che mirano ad essere facilmente bevibili nella loro semplicità, ma che non mirano al voler sedurre a tutti i costi per raggiungere questo obiettivo.

In quanto a Gjulia, ho "finalmente" - nel senso che da tanto tempo ne sentivo parlare - provato la Iga Ribò, con Ribolla Gialla. Discretamente delicata come Iga, le note tra il fruttato e il floreale della ribolla ben amalgamate con il malto sia all'aroma che al palato, dove emerge anche una certa sapidità; e poi il Barley Wine, dove la fa da padrone il profumo e il sapore del legno dati i 18 mesi di barricatura.

Un grazie ai birrifici presenti per la calorosa accoglienza ai loro stand.

lunedì 11 settembre 2017

Quando la birra incontra il cioccolato

Venerdì 8 settembre ho avuto il piacere di condurre, nell'ambito di Friulidoc, la degustazione "Quando la birra incontra il cioccolato", organizzata da Confartigianato Udine negli spazi di Lino's&Co.: l'intento era quello di promuovere due prodotti artigianali della Regione, ovvero le birre artigianali dell'Associazione Artigianli Birrai Fvg, e il cioccolato di Adelia Di Fant - piccolo ma golosissimo laboratorio di cioccolato e distillati in quel di San Daniele (Udine), fidatevi che le praline alla grappa stravecchia valgono da sole un viaggio fino a lì. Birra e cioccolato non è certo un binomio nuovo, ma qui ho voluto affrontare una sfida più ampia: ossia quella di andare oltre il classico abbinamento birra-stout, sfruttando la grande varietà del repertorio cioccolatiero di Adelia per mettere in gioco anche altri stili; e devo dire che la cosa mi ha riservato parecchie soddisfazioni.

Siamo partiti con la Orzobruno di Garlatti Costa, abbinata al cioccolato fondente monorigine Sao Tomé. Una belgian strong ale bruna, dai classici profumi tra lo speziato e la frutta sotto spirito; tostata in bocca con note di caffè, cioccolato, frutta secca e prugna, e un finale secco ed erbaceo per il genere - Severino usa luppoli inglesi. La cosa ha costruito a mio avviso un interessante "ponte" con questo cioccolato dalle sfumature di tabacco e lieve acidità, fondendo il tutto in bocca in una complessa rosa di sapori che arriva infine ad unirsi.

Abbiamo poi proseguito con la brown ipa Mr Brown di Birra 1077 e il fondente monorigine Uganda. Questo abbinamento era forse la sfida maggiore, in quanto si trattava di accostare al cioccolato una birra dall'intensa luppolatura balsamica con note di agrume, ben percepibile sia in aroma che in chiusura; e che a sua volta già presentava una certa complessità dato l'unirsi di questi toni a quelli tostati, tra il caffè e il cioccolato, del malto. Ho così scelto una cioccolata sì fondente ma leggermente più dolce della precedente, dato il tocco di vaniglia che viene aggiunto; e che - a mio avviso - andava a smorzare le punte più intense dell'amaro. Qualcuno al contrario ha trovato che andasse ad esaltarlo ulteriormente per contrasto, a conferma del fatto che la componente soggettiva nelle degustazioni rimane sempre una variabile importante.

Più classico il terzo abbinamento, cioccolato fondente al peperoncino con la milk chocolate stout Eclissi di Villa Chazil: non sono certo una novità né il cioccolato al peperoncino né le stout al peperoncino, per cui questo gioco in cui toni tostati e piccanti si esaltano reciprocamente è senz'altro un sempreverde apprezzato - almeno da chi ama il piccante, beninteso. Stiamo parlando peraltro di una stout che ha una sua delicatezza, data la nota dolce del lattosio, per cui risultava ancor meno "invadente" di altre rispetto al peperoncino.

Da ultimo, chiusura in bellezza con il barley wine di Borderline - maturato per sei mesi in botti di whisky Islay e imbottigliato a novembre 2016 - e il cioccolato fondente con Pimenton de la Vera, particolarissima paprika dolce e affumicata di origine spagnola, dai caratteristici aromi torbati (Adelia è l'unica in zona ad utilizzarla nel cioccolato, per cui si tratta di una piccola chicca). Fin troppo invitante quindi accostarlo a questo barley wine con cui ha evidenti analogie, dai toni appunto torbati, al calore avvolgente dovuti da un lato alla complessità tipica dello stile e dall'altro alla spezia. Senz'altro quindi l'abbinamento più azzeccato per una chiusura da "dulcis in fundo", trattandosi di quello che ha unito il massimo dell'intensità sia sotto il profilo della birra che delle cioccolata. Una nota infine per il nocciolato offerto "extra" da Adelia Di Fant, fuoriprogramma assai apprezzato.

Di nuovo un ringraziamento a Confartigianato Udine, Lino's&Co., Adelia di Fant, l'Associazione Artigiani Birrai Fvg - in particolare nella persona di Severino Garlatti Costa, presente alla degustazione - per quello che ho trovato essere un evento particolarmente ben riuscito grazie all'impegno di tutti: dalla cura di Adelia nel preparare i cioccolatini monoporzione, a quella dei birrai nel selezionare birre adatte all'occasione (e a monte nel farle, naturalmente), all'intesa creatasi tra me e Severino nella conduzione che ha a sua volta creato intesa con il pubblico presente, all'impegno di Confartigianato per tutti gli aspetti organizzativi, alla disponibilità di Lino's&Co. nel concedere gli spazi. Un esempio di come, quando si lavora insieme e con entusiasmo, la differenza si vede.

lunedì 3 febbraio 2014

Rhex, parte quarta: attenti al lupo

La tappa successiva, spostandoci un po' verso sud, è stata in Toscana: nella fattispecie a Montelupo Fiorentino, paese da cui prende il nome il birrificio - appunto - Montelupo. Aperto nel 2008, a sentire i mastri birrai sta avendo un discreto successo: tanto che la produzione aumenta del 30-40% ogni anno, e vanta un parco birre di dieci tipi diversi. Il Rhex, peraltro, è stata l'occasione per lanciarne tre di nuove, della linea "Border X": la pilsner, la nera e la weizen.

Ammetto che è stato un piacere già il solo farsi descrivere le birre: l'accento toscano, checché se ne dica, esercita sempre il suo fascino - e non sto parlando della classica gag della "coca cola con la cannuccia corta"-, con quella cadenza che evoca letture dantesche e splendori d'altri tempi. Anche le descrizioni in sé, comunque, di curiosità nel suscitavano parecchia: meglio la Famelica, una strong ale dalla maltatura decisa con sapori fruttati? La Luponero, classica stout dagli aromi di liquirizia e caffè? O la Blues's Wolf, una scotch ale dal sapore affumicato?


Alla fine, rievocando il capitolo "Altri mondi" del birrificio italiano, la mia scelta è caduta su quella più insolita: la Re Tartù, una ale al tartufo fortemente aromatizzata. Forse anche troppo, per i miei gusti: ho trovato infatti che il sapore del tartufo coprisse quasi del tutto quello della birra, risultando a mio avviso eccessivo. Così come eccessivo sarebbe stato probabilmente abbinarla ad un pecorino al tartufo come suggeriva il mastro birraio, perché credo che l'effetto più che "sgrassare" sarebbe stato di caricare troppo.

Era ancora presto, però, per dirmi delusa: lì accanto stava infatti una botticella, sulla quale si è posato il mio sguardo interrogativo. "Questa però è roba forte", mi ha avvisato il mastro: nella fattsipecie la Hogmanay, un barley wine di 12 gradi barricato in botti di rovere francese per sei mesi. Ormai che c'ero, tanto valeva: ingoiato un tarallo giusto per limitare i danni dell'alcol, me ne sono fatta fare un assaggio. E qui devo dire che il Montelupo ha dato del suo meglio: liquorosa, ma non così tanto da risultare pesante, i profumi speziati preparano bene ad assaporarne il corpo caldo a cui la maturazione nelle botti ha dato il suo tocco speciale. Da sorseggiare con moderazione quasi fosse un whishey, certo: ma vale la pena fare lo sforzo...