martedì 26 marzo 2024

Birra analcolica, tra "eresia" e opportunità

In questi giorni si sono susseguite una serie di notizie riguardanti la birra analcolica, tematica su cui avevo già avuto modo di scrivere a più riprese sin dalla prima volta in cui ne ho provata una - nel "lontano" 2016 in Svezia, quando in Italia se ne parlava ancora poco e niente.

La prima è, come ben illustrato in questo articolo di Cronache di Birra, il manifesto stilato dall'associazione di categoria Brewers of Europe in vista delle elezioni europee: tra i vari punti c'è "Incentivare l’innovazione e il consumo di prodotti a basso contenuto alcolico sostenendo politiche che incoraggino investimenti anche nei segmenti low- e no-alcohol". Da tempo la tematica riveste un certo interesse tra i produttori, per andare ad intercettare esigenze legate a salute, benessere, o molto più banalmente al desiderio di potersi permettere una birra (auspicabilmente degna di tale nome) anche se ci si deve mettere al volante.

Una significativa diffusione ha avuto poi l'articolo di Gambero Rosso sul lancio da parte di AbInbev di Corona Cero, birra ufficiale delle Olimpiadi di Parigi 2026: mossa motivata esclusivamente da ragioni di marketing e non di tutela della salute, secondo l'autore William Pregentelli, in quanto da un lato toglie la necessità di fare attenzione ad un consumo moderato, e dall'altra fa da volano anche per le altre birre - queste invece alcoliche - del colosso da 50 miliardi di dollari l'anno e circa 500 marchi commercializzati. E non è l'unico marchio, in effetti, che negli ultimi tempi ha usato il no alcol come leva pubblicitaria.

Intanto la nota Doemens Akademie di Monaco di Baviera lancia, per l'utenza italiana, un corso sulle birre analcoliche: segnale che si ritiene che anche il mercato del Bel Paese, su cui le birre analcoliche non sono mai state particolarmente perseguite e non hanno mai avuto troppa fortuna, possa offrire opportunità in questo senso. Ricordiamo per converso che il mercato tedesco, dove la Doemens è fisicamente collocata, conta oltre 700 referenze di birra analcolica di svariati stili.

Diciamocelo: le birre analcoliche, almeno quelle presenti sul mercato italiano, in diversi casi non è che brillino. Oltretutto, le due tecniche più diffuse oggi in uso per ottenerle - il blocco della fermentazione e la dealcolazione - presentano in un caso l'inconveniente di dare sapori dolciastri, e nell'altro la sensazione di una birra troppo "scarica" - cosa che ho trovato a volte accadere anche con una terza tecnica, ossia l'utilizzo di lieviti non convenzionali che sviluppano una quantità trascurabile di alcol. Sono dunque necessarie notevoli capacità tecniche, e sicuramente ulteriore ricerca e sviluppo nel campo, per superare questi limiti (che personalmente ho trovato presentarsi anche insieme).

Insomma, verrebbe da dire: non è "birra vera", e in molti casi è anche meno buona, perché affannarsi su questa invece di lavorare più banalmente su buone birre a bassa gradazione alcolica - e in effetti si trovano in commercio anche nel comparto artigianale delle signore birre anche 3-4 gradi?

Al netto delle questioni di marketing - che non è che siano il demonio in sé e per sé, perché è evidentemente nella natura del lavoro di un'azienda fare anche quello, l'importante è semplicemente esserne consapevoli - non posso non ribadire (come già fatto in alcuni precedenti post) alcune "bontà" di base di un prodotto senz'alcol.

La prima è appunto legata alla salute: l'alcol comunque non fa bene ed è classificato come cancerogeno, inutile negarlo, e ci sono diverse patologie, così come la gravidanza e l'allattamento, che ne controindicano in toto l'assunzione. E se è vero che "il veleno è la dose", che l'importante è sapersi moderare, e che chi intende tutelare la propria salute o si trova in queste condizioni può benissimo bere altro, a chi è appassionato di birra avere quest'opportunità senz'altro può fare piacere. 

Idem per la questione del mettersi alla guida: è vero che le campagne per invitare a scegliere bevande analcoliche per questa ragione non è che siano state proprio dei successoni e che è meglio lavorare sul tema del consumo limitato e consapevole, però avere buone alternative - e anche socialmente accettate, mi verrebbe da aggiungere - credo possa aiutare.

Per quanto i due casi non siano totalmente sovrapponibili, pensiamo al caso delle birre senza glutine: se lì è stato ritenuto del tutto accettabile per ragioni di salute deglutinare le birre, e la tecnologia in questo senso si è sviluppata negli ultimi anni in maniera tale che ormai quasi tutti i birrifici dispongono di almeno una referenza senza glutine e generalmente di qualità non significativamente inferiore alle proprie produzioni tradizionali, perché lo stesso non dovrebbe valere per il senza alcol? È vero che l'alcol è parte stessa della natura della birra in quanto bevanda fermentata, in maniera diversa da quanto si potrebbe obiettare che il glutine è parte della natura della birra in quanto bevanda fatta con l'orzo; però mi si passi il paragone in qualche misura forzato.

Non sarà il futuro della birra - anche se secondo Global Market Insights la birra analcolica conta un giro d'affari in Europa di circa 11 miliardi di dollari, e raggiungerà i 40 nel giro di un decennio -, né me la immagino essere la prima preoccupazione dei birrai; ma credo che il tema della birra analcolica meriti comunque la sua attenzione.

Spoiler: no, non sono passata al lato oscuro, e non mi sono messa a bere birra analcolica se non durante la gravidanza. Però diciamo che, avendo dovuto fare di necessità virtù, alcune domande me le sono poste.

martedì 30 gennaio 2024

Birraio dell’Anno: l’intervista a Enrico Ciani

Dopo un lungo periodo di silenzio dovuto a motivi personali, ritorno con un'intervista a Enrico Ciani di Birra dell'Eremo, fresco di titolo di Birraio dell'Anno, pubblicata per il Giornale della Birra.

Enrico, alcuni hanno parlato di una vittoria annunciata, dati i numerosi premi già ottenuti e i piazzamenti via via migliori nelle ultime edizioni di Birraio dell’Anno: te l’aspettavi o è stata una sorpresa?

Decisamente una sorpresa. Per quanto sia vero che c’erano segnali che potevano far pensare ad una vittoria, non la si poteva comunque dare per scontata, considerato anche l’alto livello degli altri finalisti.

 

Si dice spesso che stanno ritornando le birre “semplici”, gli stili classici, e che sono finiti i tempi delle sperimentazioni ardite. Per quanto la gamma di Birra dell’Eremo sia vasta, e ci sia quindi spazio sia per l’una che per l’altra cosa, è innegabile però che la tua cifra distintiva siano le sperimentazioni: questa vittoria è una smentita dell’affermazione iniziale? O le sperimentazioni piacciono solo agli “addetti ai lavori”?

No, confermo che c’è una tendenza alla bevuta semplice e che si sta perdendo la smania di ricerca dell’elemento “strano”, e di questo sono contento. La sintesi tra questi due opposti che voglio creare con il mio lavoro è quella di avere sempre come filo conduttore la bevibilità e la semplicità complessiva, anche se abbiamo perlopiù birre “particolari” e anche nel caso delle birre che sulla carta sono più “audaci”: la cosa che conta è la bevuta.

 

Sul palco di Birra dell’Anno è stato chiesto a tutti che 2023 è stato: a mente fredda, giù dal palco, cosa rispondi?

È stato un 2023 positivo anche se non di crescita estrema: del resto siamo arrivati da due anni post-Covid in cui si sono viste cifre anche di +20 o +30%, era evidente che non poteva essere un fenomeno duraturo, e che ci siano difficoltà di mercato legate al ritorno alla normalità dopo un periodo che che normale non è stato. Abbiamo visto una crescita più contenuta, ma che ci ha permesso di consolidare la nostra posizione e progettare la struttura del birrificio. Poi fa naturalmente fa piacere vedere di essere sempre più apprezzati, e di percepire molta positività attorno al nostro lavoro.

 

E che 2024 sarà? Molti hanno parlato di difficoltà legate al rallentamento di mercato, all’aumento dei prezzi delle materie prime, e più in generale all’inflazione…

I costi sono senz’altro uno dei problemi, ma abbiamo sempre cercato di trovare soluzioni per non incidere sul prezzo finale: dal rivedere i contratti per le forniture di malto e luppolo, al diminuire la produzione di bottiglie a favore di quella di lattine perché la seconda è meno onerosa. Nelle difficoltà si trovano modi per reinventarsi. Sicuramente il 2024 sarà impegnativo e direi selettivo: chi si è strutturato, chi ha investito in strutture e tecnologia, avrà ancor più che in passato vantaggi su chi invece non si è rinnovato, magari vivendo di rendita della crescita di questi anni. Noi speriamo di aver progettato bene il futuro: abbiamo aumentato la tecnologia dell’impianto, rifatto gli interni del birrificio, e stiamo avviando nuovi progetti.

 

Quando si riceve un premio prestigioso si apre poi la spinosa questione del “dimostrarsi all’altezza”: hai timori in questo senso?

Certo la sensazione di “dover rimanere all’altezza” c’è, ma senza ossessioni: cercheremo semplicemente di mantenere l’impegno che sia io che tutti quelli che lavorano con me abbiamo messo in questi anni, e di ripetere quello che abbiamo fatto.

 

Leggi l'intervista originale su https://www.giornaledellabirra.it/interviste/birraio-dellanno-lintervista-a-enrico-ciani/