Visualizzazione post con etichetta Daniela Riccardi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daniela Riccardi. Mostra tutti i post

giovedì 23 ottobre 2014

Una serata da Mastro Daniele

Tra i vari locali che mi sono stati consigliati nei miei pellegrinaggi tra un evento e l'altro c'era il Mastro Birraio di Trieste; e così, cogliendo l'occasione di un giro in terra giuliana, mi sono fermata nel covo di Daniele Stepanchich, che da cinque anni ha rilevato l'attività. L'ambiente è caldo e accogliente, con il legno che impera nell'arredamento; fanno poi bella mostra di sé le otto spine di cui tre a pompa, giusto per mettere in chiaro che ogni birra ha il suo metodo di spillatura.


La carta delle birre è discretamente nutrita ed esposta con dovizia su una lavagnetta; per cui, giusto per non confondermi, mi sono limitata a considerare quelle alla spina, equamente divise tra fisse e a rotazione. "Giusto per iniziare" mi era stata consigliata dal mio buon compare Andrea una Theakston Best Bitter, nel solco della miglior tradizione inglese; ma, complice il buon ricordo che avevo del Birrificio Rurale conosciuto all'Expo, ho preferito passare direttamente alla loro Terzo Miglio, una Apa dalla schiuma da far invidia alla panna montata. L'aroma tra l'erbaceo e l'agrumato e il balsamico rende bene giustizia ai luppoli, e il corpo ben bilanciato e discretamente leggero per una birra di questo genere dà una buona bevibilità. A chiudere un amaro che onestamente non ho trovato così pungente come da descrizione, e soprattutto un sentore balsamico che lascia la bocca ben pulita.

A dire il vero l'ho scelta prima di decidere che cosa mangiare e quindi senza pensare all'abbinamento, ma metterci il pollo con verdure grigliate non è stata comunque eresia totale. E approfitto quindi per fare una parentesi sulla cucina del Mastro Birraio: la chicca della serata è stato probabilmente lo stinco in crosta di pane cotto nella birra, ma anche il chili - carne di manzo tritata e speziata con fagioli, per i non adepti - di Enrico si è difeso bene. La curiosità sono però i dolci, nella fattispecie il birramisù servito in un bicchiere da mezza pinta di Guinness, e la sacher con gelatina di birra al posto della marmellata. Ammetto che non l'ho particolarmente amata a livello di puro gusto personale (e che ce posso fa', la sacher non mi piace), ma indubbiamente l'idea di abbinare la gelatina con un dolce al cioccolato è indovinata e originale. Ottima poi la scelta di Andrea di accompagnarla ad una Mar Nero del Grana 40, che con i suoi aromi di caffè e liquirizia si sposa alla perfezione.

La mia idea era quella di chiudere con una Lupulus Hibernatus, una strong ale belga tipicamente invernale - dati anche i suoi quasi 9 gradi - dai netti aromi caramellati e tostati che trovano poi riscontro nel corpo, discretamente consistente e che non fa sconti al tenore alcolico. Però Andrea mi aveva fatto incuriosire rispetto alla Chimay Dorée, una blanche trappista, che per chiudere una cena sarà pure fuori luogo ma ho molto apprezzato. L'aroma di frumento con qualche leggera nota speziata e agrumata fa da biglietto da visita al corpo assai ben bilanciato tra cereale e luppolo, che rimane leggero pur senza dare la sensazione di non essere sufficientemente intenso e lascia un finale piacevolmente secco. Da bere con piacere e permettendosi anche di indulgere nella quantità, dato che fa poco più di 4 gradi.

In conclusione, definirei il Mastro Birraio un locale piacevole, tranquillo e che sicuramente viene incontro ai gusti e alle esigenze degli intenditori pur senza avere nulla di "spettacolare"; insomma, se cercate il locale "unico" o la stravaganza probabilmente non fa per voi, ma per una serata tra amici con una buona birra è una scelta indovinata.

sabato 4 ottobre 2014

A tavola con la birra

Vi avverto: questo sarà un post di lodi sperticate, tanto da far credere a tutti senza dubbio alcuno che il soggetto di cui parlo mi abbia pagata, e scatenare la finanza a scandagliare i miei risparmi alla ricerca di compensi incassati in nero. Ma vi giuro che non è andata così. Al di là degli scherzi, non posso che dirmi del tutto soddisfatta della mia visita al locale della famiglia Sancolodi a Mussolente (Vicenza). Da fuori lo si direbbe un ristorante pizzeria come ce ne sono mille altri: se non fosse per i tini di bollitura in rame in una stanzetta accanto all'ingresso, che fanno capire il perché dell'insegna "birrificio". Nel ristorante di famiglia, infatti, i fratelli Roberto e Alessandro hanno avviato la produzione di birra con malto "a km zero" da orzo coltivato nella zona: un "brewrestaurantpizzeria", insomma, dato che definitrlo brewpub sarebbe improprio. L'occasione dell'invito era una cena degustazione della loro creazioni, abbinata a piatti a base delle stesse birre: opera questi dello chef della casa Luca Sancolodi e della "cuoca ufficiale" delll'Accademia delle birre Daniela Riccardi.

Il pomeriggio è iniziato con una piacevole chiacchierata con Roberto, che oltre a farmi visitare gli impianti - nonché le botti in cui, per puro diletto personale, nel tempo libero "coltiva" le sue lambic - mi ha spiegato la filosofia di produzione dei Sancolodi. Che comprende, tra l'altro, il fatto di essersi decisi soltanto recentemente a dare un nome alle loro birre: "Quando la battezzi, la gente si affeziona alla birra così com'è uscita in quella particolare cotta - ha spiegato -, e quindi standardizzare diventa una necessità. A noi invece piace sperimentare: la chiamo blanche, ma per il resto è una sorpresa". Fatto sta che alla fine hanno dovuto piegarsi alle esigenze del marketing, seppur a malincuore: e così nel menù della serata tutte le birre apparivano con loro nome.

La cena si è aperta con un aperitivo di concentrato di pesca e Grizzly: una special ale con un solo malto e un solo luppolo rifermentata con miele di montagna, in cui il dolce - che a volte ho trovato eccessivo in birre di questo genere - viene sapientemente bilanciato dalle bacche di ginepro. Nonostante la mia diffidenza per il fruttato ho quindi ampiamente apprezzato, così come è stato di mio gradimento il primo antipasto - a base di una pietanza che generalmente non amo: il patè d'anatra, nobilitato però da polvere di caffè e gelatina a base della birra che accompagnava in piatto, la Guilty. Può sembrare inusuale, come hanno notato alcuni, iniziare con una chocolate stout: in questo caso però, per quanto ad un primo acchito i sapori tendessero a cozzare, la gelatina creava un effetto "ponte", proponendo un abbinamento curioso e forse audace che definirei riuscito.

Più classico l'accostamento del secondo antipasto - un'ottima tartare al salmone -, mischiata e abbinata alla Luna Bianca: una blanche con avena e segale, in cui la fanno da padrone il cardamomo e il coriandolo uniti ad un aroma di pepe. Personalmente avrei apprezzato un corpo più robusto, per quanto Roberto mi abbia spiegato come sia stato intenzionale il fatto di lasciarlo più delicato; ma forse per questo ha accompagnato meglio sia la tartare che la portata seguente - "bigoi de Bassan" fatti in casa con trota del Brenta sfumata con la stessa birra -, non risultando invadente rispetto al pesce. Ad accompagnare il secondo primo - pasticcio di indivia belga cotta nella birra in questione - è stata un'originale lager helles, battezzata "La vita è bella": l'innovazione sta nell'uso di luppoli amaricanti agrumati, che le conferiscono un'aroma del tutto insolito per il genere. "Un tedesco non l'avrebbe mai fatto", ha commentato Paolo Erne; e meno male che l'hanno fatto i Sancolodi, commento io, perché è stato un esperimento ben riuscito.

E' stato con i secondi che ha fatto il suo ingresso l'ammiraglia della casa: la Torbata, un'ambrata che all'aroma dà insieme delle note di whisky e di caramello assolutamente peculiari. Ho avuto peraltro la fortuna di assaggiare con i fianchetti di manzo marinati in questa ambrata - autentico capolavoro di Luca - una versione più giovane, in cui risaltava maggiormente il caramellato; e con la lonza di maiale alla senape e Torbata una più invecchiata, in cui i lieviti, avendo lavorato più a lungo, avevano lasciato spazio al torbato. Diverse, ma entrambe tra le migliori del genere che mi sia capitato di assaggiare. Meno male che è arrivato il sorbetto alla Luna Bianca e zenzero, reintepretazione curiosa del tradizionale sgroppino fatta da Alessandro, giusto per digerire un po'.

Ad attenderci c'erano infatti i pezzi forti di Daniela: il birramisù alla Grizzly e la torta Mon Cheri alla Kriek - una pasta a base di cioccolato bagnata nella birra e spalmata con cioccolato fondente e ciliege: ogni cucchiaiata di entrambi i dolci, che andava a rilasciare un po' della birra in cui erano stati bagnati e che li accompagnava, era un autentico piacere. Tanto più che a quel punto, tanto per gradire, il buon Paolo Erne ha aggiunto due sue creazioni: una imperial russian stout dalle note di caffè particolarmente accentuate e schiuma degna del celebre disegnino di quadrifoglio, e una kriek imperial russian stout, ossia la stessa birra tagliata a metà con una kriek. In tutto e per tutto una cena di ottima qualità, sia sul fronte birrario che su quello gastronomico.

Se già state pensando di far visita ai Sancolodi, non posso che consigliarvelo: anche senza che vengano organizzate cene come queste, infatti, sono sempre disponibili dei menù degustazione che variano in base alla stagione, e pizze - opera di Roberto - preparate con farina integrale e pasta madre. Ma soprattutto perché le loro birre le potete assaggiare soltanto lì: il che - soprattutto per la Torbata e la Grizzly, a mio parere dei veri pezzi unici - giustifica da solo un viaggio fino a Mussolente...

lunedì 15 settembre 2014

Spille, pezzata rossa, e...rossa di Sauris

Che i birrai artigianali non avessero preso proprio bene il fatto che Castello e Moretti fossero presenti a questa edizione di Friulidoc, mentre alcuni birrifici locali erano stati esclusi, l'avevo già ampiamente raccontato in questo post; e come facilmente immaginabile la cosa non è finita lì, tra lettere e appelli a chi di dovere, interventi sulla stampa locale, e discussioni su che iniziative fosse meglio intraprendere per manifestare il proprio dissenso. Alla fine, su proposta del presidente dell'Accademia delle birre Paolo Erne, la scelta è caduta sulla distribuzione delle spillette che vedete in foto: un modo per sensibilizzare gli avventori sulla differenza tra birra artigianale e industriale, approfittando della folla che aveva riempito le vie di Udine per Friulidoc il sabato sera.

Quella sera peraltro si è anche presentata l'occasione di unirsi all'Ersa e all'Anapri - l'Agenzia regionale per lo sviluppo rurale e l'Associazione nazionale degli allevatori di pezzata rossa italiana - in una degustazione di goulasch fatto con questo particolare tipo di carne bovina, ed abbinarvi appunto delle birre artigianali friulane; il tutto con l'intervento sia di Erne sulla birra rtigianale in senso lato, che dei birrai coinvolti, che di Daniela Riccardi, ostetrica di formazione e chef per passione, le cui specialità sono i piatti - tra cui appunto il goulasch - in cui la birra rientra come ingrediente.


 La scelta per l'abbinamento è caduta sulla rossa Vienna - dal nome del particolare malto con cui viene prodotta, che dà particolari sentori di tostato - che si accompagna appunto particolarmente bene a sapori forti come è quello del goulasch; presentata con dovizia di particolari dal buon Max, che è stato una vera rivelazione: un "gigante buono" che non definireste assolutamente un "animale da palco", ma che ha spaziato dalla Vienna in sé alla storia della produzione della birra catturando l'attenzione del pubbilco come il più consumato degli intrattenitori. Lo stesso dicasi per la seconda birra presentata, la Ipa, che pur non essendo intesa come abbinamento al goulasch ha comunque raccolto il favore dei presenti.


E poi, una volta finita la carne - dato che questa birra non vi si sarebbe accompagnata affatto - è arrivata la Mar Nero del Grana 40, presentata da Emauele Beltramini. Già, proprio lui, quello che per primo si era fatto avanti nel denunciare di essere stato escluso da Friulidoc, e che ha invece alla fine trovato uno spazio di tutto rispetto all'interno di questa iniziativa. Al di là delle considerazioni su come gli sia probabilmente andata meglio così, dato che denuncia e degustazione ha verosimilmente ottenuto più visibilità di quella che avrebbe avuto con un semplice stand, bisogna ammettere che il Grana 40 si è semplicemente ripreso un posto che a rigor di logica sarebbe stato suo: ossia l'essere presente insieme agli altri birrifici artigianali friulani, perché birrificio artigianale friulano è.

Non voglio con questo post alimentare la polemica che si è creata, e la conseguente "guerra tra birrifici artigianali e industriali" - come l'aveva definita anche l'assessore Venanzi - perché le guerre finiscono sempre per trasformarsi in guerre tra poveri, e nuocere anche alla più nobile delle cause per cui possono essere partite; ma mi permetto di spezzare una lancia a favore dell'opera di "educazione del consumatore" per cui questa polemica ha dato occasione. Del resto, ho notato che Moretti e Castello erano perlopiù distribuite nei chioschi con cucina e spinate praticamente insieme alle altre bibite, risultando pertanto "bevande come le altre" per togliersi la sete durante la cena; mentre le birre artigianali, ciascuna con il suo stand o quantomeno distribuite in contesti ad hoc, ne uscivano assai più valorizzate. Il che, insieme ad una degustazione e presentazione come quella di sabato, mi auguro abbia contribuito a far capire non tanto che la birra artigianale è più o meno buona: ma che è, molto semplicemente, un'altra cosa.