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giovedì 2 marzo 2017

Una serata con Foglie d'Erba

Da qualche tempo non avevo occasione di degustare una birra di Foglie d'Erba, birrificio spesso sotto i riflettori date le notevoli performance ai concorsi - di cui l'ultimo, Birra dell'Anno, appena concluso: così con piacere ho partecipato alla serata organizzata alla Brasserie, con il birraio Gino Perissutti.

La serata prevedeva tre birre con altrettanti abbinamenti: la birra di frumento Joyce con la frittata alle erbe e patate, la tripel Gentle Giant con la polenta e formaggio erborinato, e la porter Hot Night at the Villlage Breakfast Edition con la gubana. Ho colto l'occasione per fare due parole con Gino a proposito della Joyce, una birra che volutamente sfugge a qualsiasi categorizzazione in uno stile preciso e che per questo ho definito (come del resto fa Gino stesso) semplicemente "birra di frumento". C'è chi afferma di cogliere aroma di banana, ma non è una weizen; qualcuno la classifica come blanche perché usa un lievito belga, frumento non maltato (un 40%), coriandolo e bucce d'arancia; eppure all'aroma non la si direbbe del tutto tale, data la robusta presenza del frumento mentre lievito e speziatura rimangono nelle retrovie. Una birra sui generis dunque, che Gino ha volutamente - così mi ha confermato ieri sera, quando gli ho chiesto delucidazioni - costruito come tale. La freschezza della Joyce e la leggera acidità finale si accostano bene al sapore dell'uovo, lasciando la bocca pulita - ho trovato cozzasse un po' di più con quello delle patate, ma la lascio come mia opinione-; fondamentalmente è comunque una birra versatile, data la sua facilità di beva e la sua delicatezza complessiva.


Del tutto indovinato ho trovato il secondo abbinamento, Gentle Giant con polenta e formaggio erborinato. Anche qui ho voluto scambiare due parole con Gino, in quanto si tratta di una birra che mi ha sempre lasciata perplessa: nel panorama di Foglie d'Erba, perlopiù di impronta anglosassone e dalle luppolature ben studiate, una dolce tripel di puro stampo belga ci azzecca poco. Semplice desiderio di sperimentare qualcosa di diverso, o c'è di più? Gino è una persona semplice, e quindi semplice è stata anche la risposta: volevo fare una birra diversa dalle altre, le tripel mi piacciono, e quindi ho fatto una tripel. Elementare, Watson. Stesso ragionamento anche per la Golem, una pils, unica bassa fermentazione di Foglie d'Erba. Come da stile, l'aroma unisce i toni caramellati del malto a quelli speziati e fruttati del lievito, con qualche punta alcolica (dopotutto fa 8 gradi); ma nonostante la dolcezza predominante al palato e l'assenza di amaro percepibile nel finale, chiude in maniera più secca di quanto ci si potrebbe aspettare. Ho trovato che si sposasse quindi bene con il formaggio fuso, andando a contrastare la sapidità con la dolcezza e la componente grassa con la secchezza finale.

Da ultimo la gubana con la Hot Night at the Village, nella sua versione con bacche di vaniglia del Madagascar e cacao. Per quanto l'abbinamento avesse il suo perché, accostando la frutta secca della gubana ai toni di cacao, la Hot Night at The Village - soprattutto in questa versione - rimane una birra da godersi così com'è, almeno a mio parere: tra i sapori di cacao ben spiccati, quelli tostati e di caffè, e i sentori di vaniglia, la complessità è tale da poter essere colta al meglio "da sola", magari sorseggiando la birra a temperature diverse per coglierne i cambiamenti - sfruttando peraltro la lunga persistenza, che fa da "ponte" tra assaggi successivi.

Una degna conclusione ad una serata piacevole, per la quale ringrazio Gino - per la chiacchierata e le birre -, e Matilde e lo staff - per la cucina e il servizio come sempre ben curati.

giovedì 26 gennaio 2017

Birrai, birre e birrifici dell'anno

Domenica 22 gennaio sono stati annunciati i vincitori del premio Birraio dell'Anno, promosso dal 2009 da Fermento Birra. Al di là delle dovute congratulazioni ai vincitori delle due categorie - Marco Valeriani del Birrificio Hammer per la categoria senior, e Connor Gallagher Deeks di Hilltop per gli emergenti - come per ogni premio sono da subito corse sui social, se non le polemiche, quantomeno le "osservazioni": cito qui, semplicemente per averla vista comparire sulla mia bacheca di Facebook, la discussione nata su Accademia delle Birre in risposta alla proposta del fondatore, Paolo Erne, di rivedere i meccanismi con cui il premio viene assegnato - così da compensare gli squilibri di rappresentatività che alcune regioni a suo avviso patiscono, e quelli che si creano tra birrifici molto piccoli e quelli più grandi.

Non entro qui nel merito della discussione, che peraltro è stata costruttiva nella misura in cui ha stimolato una serie di proposte - dalla giuria popolare, ad una giuria di birrai, ad un sistema misto di voto popolare, dei birrai e di altri esperti; certo è che per tutti i concorsi, non solo per Birraio dell'Anno, si pone non solo l'esigenza di rimanere "al passo con i tempi" - un regolamento "disegnato" su quella che era le realtà birraria anni fa potrebbe non essere più adatto a quella attuale - ma anche di mantenere il giusto equilibrio tra l'essere una bella manifestazione che riunisce operatori ed appassionati nel segno di una buona bevuta - il "bevi e un rompe er cazzo" di cui alcuni hanno fatto la propria linea guida - e l'andare a scandagliare in maniera tecnica la produzione dei birrifici. Senza contare la serie di "stilettate" che sempre segue l'assegnazione di un premio (perché, si sa, essere tutti d'accordo è difficile): dal ritenere che avrebbe dovuto vincere un birraio (o un birrificio, o una birra) piuttosto che un altro, alle critiche rivolte ad alcuni premi di essere diventati fenomeni "di cassetta" e macchine da soldi, in cui si vince se e solo se si riesce ad investire sia nella partecipazione in senso stretto (alcuni concorsi hanno quote di iscrizione non proprio modiche) che in distribuzione e marketing, o se si hanno certe conoscenze. Di qui la domanda: ma vale davvero la pena "accapigliarsi" per questi concorsi? Un titolo è davvero in grado di fare la differenza per un birrificio?

Ho avuto modo di parlarne con Simone Dal Cortivo de Il Birrone, Birraio dell'Anno 2014 (oltre che titolare di diversi altri riconoscimenti ottenuti per le singole birre). "Molto dipende da come l'azienda è posizionata - ha affermato Simone -. Nel mio caso, si può dire che è arrivato nel momento giusto: avevamo appena investito per rinnovare il birrificio, e questo ha dato una buona mano a spingere avanti e a consolidare la posizione. Certo è difficile dire quanto sia stato dovuto al premio e quanto alle innovazioni che abbiamo portato, però i risultati ci sono stati appunto perché il riconoscimento ha sostenuto il percorso che già avevamo avviato". Secondo Simone il premio è quindi uno strumento, e come tale dipende da come viene utilizzato: "La chiave è essere un minimo strutturati come azienda, sia sotto il profilo produttivo che distributivo, per essere presente sul mercato. Ho visto birrai vincere premi anche prestigiosi, e magari ritornare poco dopo ad un profilo più basso appunto per questo motivo". Insomma, benissimo i premi, ma quando arrivano bisogna essere pronti a cogliere l'opportunità che questi offrono; altrimenti costituiscono sì una gratificazione importante, ma con risvolti pratici limitati.

Un altro habitué dei podi è Gino Perissutti di Foglie d'Erba, Birraio dell'Anno 2011, e presenza stabile nel medagliere di numerosi concorsi; che, interpellato sulla questione, ha dimostrato di avere una quantità di cose da dire inversamente proporzionale ai suoi peli sulla lingua (si sa, i montanari sono gente che non la manda dire). "Ogni concorso va preso per quello che è, con pregi e difetti - ha affermato -. Non val certo la pena di stracciarsi le vesti se non premiati, ma se iscriviamo le birre ai concorsi un motivo ci sarà: da un lato la volontà e curiosità di far valutare i propri prodotti da degustatori qualificati, dall'altro l'innegabile piacere di ricevere un premio". In quanto al caso specifico di Birraio dell'Anno, Gino lo definisce "un concorso a sé, atipico e con diverse contraddizioni. Non nego il piacere di aver ricevuto tale riconoscimento e tanto meno la gioia nel vivere un week-end coi colleghi (ed amici!) in occasione delle premiazioni. Ma prendiamolo con le molle: se vinci non significa che tu sia per forza il più bravo. Ci sono davvero molti birrai altrettanto capaci ed innovativi che non riescono ad emergere, magari perché lavorano in birrifici microscopici con scarsissima distribuzione e non li conosce nessuno. Diciamo che è inevitabilmente un concorso che scende a molti compromessi e che, se non fosse stato trasformato in un vero e proprio evento, sarebbe probabilmente nel dimenticatoio. La mia premiazione è avvenuta in un noto locale romano di fronte a sì e no 30 persone, metà delle quali continuavano a bere la propira birra incuranti del tutto. L'anno successivo arrivai quinto, e in un noto locale milanese gli astanti saranno stati un centinaio. Ora il tutto si è trasformato in evento, organizzato molto bene, al Teatro Obihall di Firenze, e la premiazione avviene davanti a migliaia di persone. Direi che rende l'idea".

Se quindi gli organizzatori hanno avuto, onore a loro, la capacità di far crescere il premio, il vero problema a detta di Gino è "la solita dietrologia italica che spunta ogni volta: se non vendi a Roma o Milano non vinci, se non sei amico del tale blogger non ti fila nessuno, se non hai le birre al tal pub o al tal evento sei fuori. No, semplicemente o fai birre buone con una certa continuità o non le fai. O sei creativo o non lo sei, o hai un certo comportamento con colleghi, addetti ai lavori, pubblico, o non ce l'hai. Per il resto, se accetti i meccanismi che fanno il premio in sé, ok, altrimenti liberissimi di non darvi peso. E' anche un premio difficilmente migliorabile: è e sarà sempre inevitabile che publican, degustatori, blogger o quant'altro vengano influenzati dalle simpatie verso un birraio col quale negli anni si instaura un certo feeling o dallo scarso feeling con qualcun altro. Com'è pressoché impossibile che le birre della gran parte dei birrifici vengano assaggiate nei pub i cui gestori hanno diritto di voto per più volte nell'anno, e con buona diffusione sul territorio nazionale. Dunque, premio importante e gran bell'evento, ma non diamogli troppa importanza". Anche riguardo ad altri concorsi, tra cui Gino cita Birra dell'Anno, "bella atmosfera e bel concorso, anche qui con dei limiti. Se vinci non significa che la tua birra sia la migliore d'Italia: semplicemente lo è stata per quel lotto, per quella giuria, in quella settimana. Sarebbe bello e giusto che venissero valutati lotti diversi, prodotti in momenti diversi dell'anno. Macome si fa? Appunto: compromessi, tutto bello e tutto migliorabile. Sta al singolo accettarlo e partecipare o non darci peso. Basta non scadere in bassezze tipo quelle di chi sosteneva che lo scorso anno ha vinto un birrificio del centro Italia solo perchè la birraia è donna ed era giusto inalzare le quote rosa in un mondo comunque piuttosto maschile e maschilista, perchè davvero mi vien da ridere. Le birre parlano: che sia davanti al cliente "x" che non ne sa e non ne vuole sapere nulla, che sia al banco del miglior pub d'Italia, o che sia altavolo di un giudice ad un concorso, o la birra è buona e piace o non lo è. Tutto qui".

Anche riguardo alle vendite, un premio "certo aiuta per qualche mese. Poi, è sempre il mercato a determinarle. Conosco publican che se ne fregano alla grande dei premi, e anzi ne diffidano forse giustamente. Come ne conosco altri che ti comprano solo per quello, convinti di non sbagliare. Opinioni, scelte, idee. Tutto rispettabile. Per me è e dev'essere sempre il prodotto a parlare, a prescindere da qualunque riconoscimento".



Da ultimo, un invito (al quale accosto, a titolo di buon auspicio, una foto di Gino con altri due birrai, Severino Garlatti Costa del birrificio omonimo e Costantino Tosoratti di Antica Contea): "Ora più che mai, piuttosto che cercare complotti, fantomatiche caste o logge della birra artigianale, disegni atti a creare nuove galassie luppolate ed abbattere mostri sacri divenuti scomodi, porporrei piuttosto due cose: remiamo tutti verso il riconoscimento della vera birra italiana di qualità, che esiste ed è realtà concreta. Uniamoci, piuttosto che dividere il poco che abbiamo costruito in questi anni. Va bene Birraio dell'Anno, va bene Birra dell'anno, va benissimo Unionbirrai. Partiamo da qui e facciamo capire chi siamo e cosa facciamo. Di bello, etico e pulito. E, per finire, godiamoci le nostre birre italiane senza darci troppo peso o importanza. Relax, dont'worry and support you local (Italian) Brewery!".

lunedì 13 luglio 2015

Happy BeerDay Foglie d'Erba

Chi mi conosce, conosce anche la mia passione - che a volte ha dell'ossessivo - per la montagna: motivo in più per accettare con grande gioia l'invito ai festeggiamenti per il settimo compleanno del birrificio Foglie d'Erba a Forni di Sopra l'11 luglio, così ho potuto prima incastrarci una camminata (più una corsa, in realtà) al rifugio Flaiban Pacherini, giusto per farmi venire la sete necessaria. Scherzi a parte, essendo Gino Perissutti il primo birraio che ho conosciuto - insieme a Severino Garlatti Costa -, non potevo mancare: anche perché la cosa non si prospettava come semplice "sagra", ma come un grande evento in piena regola che ha coinvolto l'intero paese. Dai ristoranti che hanno cucinato piatti con le birre di Foglie d'Erba, a chi si è messo a disposizione per organizzare giri in carrozza o voli in parapendio, alle ricamatrici che hanno allestito una vetrina speciale per l'occasione, al centro estetico che ha battezzato con i nomi delle birre i massaggi offerti, davvero le idee si sono sprecate. Il tutto condito dagli opportuni ed immancabili gadget, tra cui la simpatica maglietta che vedete nella foto.

Naturalmente nella foto vedete anche una birra, per cui veniamo al dunque. La prima che ho assaggiato in realtà avrebbe dovuto essere l'ultima, in quanto "chicca" dell'occasione: trattasi della Lazzaro Nord Est (per gli amici LazzaroNE), blend di tre birre di Gino - la natalizia Nadal, la sour ale alle ciliege e lamponi Cherry Lady, e la porter Hot Night at the Village - inizialmente mal riuscite (vabbè, capita) e poi "risuscitate" - di qui il nome - con il contributo del presidente dell'Accademia delle Birre Paolo Erne grazie alla permanenza in botti di rovere. Il risultato è una birra dalla carbonatazione praticamente assente, che al naso fa risaltare la ciliegia con tutto un contorno di profumi di frutta matura - personalmente ho colto anche la prugna -; anche nel corpo il fruttato la fa da padrone, con una sorta di "litigio" tra le note liquorose e quelle quasi lattiche, per chiudere con un finale dall'acido pungente, acetico. Non la definirei una birra per tutti, ma se vi piace il genere sicuramente vale la pena provare quella che è sicuramente una birra tra le più originali e curiose, che armonizza in maniera sapiente i sapori di tre birre originariamente molto diverse. Anche Gino ha apprezzato il risultato, e sta considerando l'idea di replicare: personalmente ha tutto il mio incoraggiamento, e attendo al varco con fiducia (e con bicchiere in mano).

Alla festa non c'erano soltanto le birre di Foglie d'Erba, ma una vasta selezione da tutto il Friuli Venezia Giulia - più uno sconfinamento in Veneto: Garlatti Costa, Borderline, Antica Contea, Zahre e Il Birrone (in ordine rigorosamente casuale eccetto l'ultimo, in quanto unico Veneto, e quindi in fondo per coerenza rispetto alla frase precedente). Tra le tante mi sono naturalmente diretta su quelle che non avevo mai provato prima: inizialmente la Yakima Ipa di Borderline - una ipa dal colore ambrato (quella che tengo in mano nella foto) e dalla luppolatura particolarmente generosa sia in amaro che in aroma, che alterna tra olfatto, palato e chiusura note tra l'erbaceo, il resinoso e l'amaro terroso -; e poi la Heaven and Hell del Birrone, una blanche in cui la speziatura di coriandolo e arancia amara risulta particolarmente delicata e va a braccetto con un corpo fresco - in cui risalta bene il frumento - dalla bevibilità eccezionalmente facile (occhio, che farà pure quattro gradi e mezzo, ma di questa ne scende un litro senza accorgersene. Con estrema soddisfazione, però). Ovviamente non mancava nemmeno una vasta rappresentanza di birrai della zona. Nella foto vedete, da sinistra, Severino Garlatti Costa di Birra Garlatti Costa, Giovanni Francescon de La Birra di Meni e il padrone di casa Gino Perissutti; ma c'erano anche Andrea Marchi e Costantino Tesoratti di Antica Contea, Antonio Zanolin di Zanna Beer, e Giulio Cristancig di Birra Campestre. Guest star il Birraio dell'Anno Simone Dal Cortivo de Il Birrone, che però, al momento della mia partenza da Forni, era ancora dato da Nataly come in viaggio in sella alla sua moto: ho incontrato una carovana di motociclisti ad Ampezzo, chissà, magari era uno di loro.

Era poi presente l'associazione Homebrewers Fvg, che ha organizzato una cotta pubblica: nella fattispecie una tripel al miele di acacia e pino mugo su ricetta di Luca Dalla Torre (che vedete nella foto, accanto alla pentola di bollitura). Naturalmente non l'ho potuta assaggiare, ma gli homebrewer non hanno comunque fatto mancare le loro creazioni; su tutte segnalo la Sai Son di Paolo Erne (sì, sempre lui), una saison senza luppolo come nell'antica tradizione belga in cui si usava il gruit (una miscela di erbe: e infatti ha usato quelle di una tisana, acquistata da un suo amico come intruglio dimagrante, e finita poi a servire ben altri - e forse più nobili - fini).

Da ultimo non posso non riservare una nota di merito a tutte le signore, Annita in testa, che hanno preparato gli assaggini di frico che vedete nella foto: uno dei migliori (e anche dei più digeribili) che abbia mai provato, frutto della maestria consolidatasi in anni di esprienza (io ci ho provato a farmi spiegare i loro segreti, ma non nutro troppe speranze). La signora nella foto ha esordito dicendo "Mangia mangia, che ti vedo magrolina" (non so se sia nonna, ma se non lo è recita la parte benissimo), e finito con un "Guarda che se continui metti su anche un po' troppo peso": giusto per specificare come certe leccornie diano dipendenza...

giovedì 9 gennaio 2014

Il birraio dell'anno

Il 3 gennaio al Lambiczoon di Milano si sono tenute le premiazioni del concorso "Birraio dell'anno", che aveva stuzzicato la mia curiosità visto che conoscevo tre dei cinque birrifici che hanno partecipato: il Foglie d'Erba, il Birrificio del Ducato e l'Extra Omnes. Se dei primi due conoscevo bene anche le birre che hanno presentato - la Freewhilin' Ipa, di cui ho parlato in questo post, e la Verdi, una della stout che ricordo con maggiore affetto - dell'ultimo non conoscevo la Bloed, aromatizzata alla ciliegia (avendo provato con somma soddisfazione solo la Migdal Bavel): e guarda caso è stata proprio questa a vincere, imponendomi di colmare questa terribile lacuna. Cosa che purtroppo devo ancora fare, dato che non sono riuscita a trovarla: ma ho rimediato con la Zest, che ha vinto il primo premio nel 2011 al Beer Festival di Milano, e ho così comunque onorato il birraio vincitore Luigi d'Amelio (nella foto).

Indubbiamente al concorso deve aver guadagnato parecchi punti sull'aroma: deciso e pungente, che unisce l'erbaceo ai sentori di frutta (personalmente ho sentito in particolar modo la pera). Le premesse quindi erano buone: bastava non aspettarsi che tutti questi profumi trovassero corrispondenza nel gusto, che a dire il vero mi ha lasciata un po' perplessa perché tende a dissolversi subito. La nota caratteristica della Zest è comunque l'amaro insolitamente persistente: se vi piacciono le birre ben secche, che rimangono in bocca lasciando una sensazione dissetante anche ben dopo averle bevute, questa fa per voi. Va detto che ero particolarmente assetata dopo una giornata sugli sci, e davvero mi è scesa che era un piacere (complice anche la gradazione alcolica bassa, appena 5 gradi, e il corpo leggero): anche per questo probabilmente non mi ha dato fastidio "l'amaro in bocca", anzi, una volta tanto l'ho apprezzato contrariamente alle mie abitudini.

In quanto al concorso "Birraio dell'anno", vado male a pronunciarmi: conosco personalmente solo Gino Perissutti di Foglie d'Erba, e anche in quanto a birre, come già detto, ne avevo provate solo due. Ciò che posso dire, però, è che la scelta deve essere stata difficile: sia la Freewheelin' che la Verdi sono dei pezzi da novanta, come si suol dire, e posso quindi immaginare che le altre non siano da meno. Per la cronaca, al secondo posto si è piazzato Giovanni Campari del Birrificio del Ducato, al terzo Nicola Perra del Barley di Maracalagonis (Cagliari), al quarto Riccardo Franzonis del Montegioco (Alessandria), e al quinto il buon Gino: vincitore peraltro nel 2011,così come Franzonis lo era stato nel 2009. Certo si potrebbe dire che si tratta di un circolo di habitués: ma il fatto che ci sia un certo "ricambio al vertice" in quanto a classifica può a sua volta significare che un concorso di questo genere stimola una sana competizione. E se i risultati sono questi, ben venga...