Visualizzazione post con etichetta turismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta turismo. Mostra tutti i post

sabato 15 giugno 2013

Il Bradipongo non è un animale

Un paio di giorni fa ho avuto modo di aggiungere un ulteriore "check" - come si usa dire ora...mah, a me sembrava che "fatto" fosse sufficientemente chiaro - alla lista delle cose da provare: il Bradipongo - che appunto non è un animale, ma un ottimo birrificio artigianale con annesso locale a San Martino di Colle Umberto (Treviso). Purtroppo non ho potuto cogliere l'occasione per rientrare nelle mie terre d'origine, ma mi sono come di consueto affidata alla fidata Brasserie (perdonate il gioco di parole), che aveva organizzato una cena degustazione accompagnata dalle birre Bradipongo.


Ammetto che ero piuttosto curiosa, dato che da tempo Matilde me ne parlava con toni entusiasti: per cui ho accettato la sfida di affrontare ben quattro colibrì - ho scoperto che i bicchieri da degustazione si chiamano così, essendo appunto più piccoli -, ciascuno accompagnato da un abbinamento culinario.
Va detto che era una giornata particolarmente calda, per cui il primo dei quattro bicchieri - quello di BradIpa, una India Pale Ale - è sceso con massimo piacere nonostante il moderato tenore alcolico (6 gradi): l'aroma di frutta e il retrogusto deciso di pompelmo la rendono davvero dissetante. Il che si sposava peraltro benissimo con l'acre del tortino di riso agli spinaci e pecorino, forse non proprio estivo ma molto ben riuscito.

Devo ammettere quindi che, nonostante tendenzialmente non ami le birre molto luppolate - e quindi amare al gusto, come appunto la BradIpa - complice il caldo l'ho apprezzata più della Mafalda, una belgian ale rossa che - al di là dell'omonimia col mio idolo dei fumetti - avrebbe normalmente fatto la mia felicità: il retrogusto caramellato, infatti, mi ha lasciata certo soddisfatissima, ma ancora assetata - o forse era colpa dei funghi, polenta e grana in abbinamento?

Meno male che a seguire c'era la Bubana, una belgian strong ale doppio malto, dissetante tanto quanto la BradIpa nonostante i sette gradi: con qualche nota di resina all'aroma, un amaro che personalmente ho trovato abbastanza pungente e un finale molto secco, è stata graditissima per quanto non sia il mio stile. Per la felicità di Enrico, poi, era abbinata a "les chicons" (nella foto), ossia l'indivia belga con pancetta cotta nella birra: forse più adatta, appunto, ai lunghi inverni di Bruxelles, ma senz'altro una ghiottoneria.

Dulcis in fundo, insieme al tortino di carote è arrivata la Cansei, una imperial stout dalla schiuma decisamente invitante. Con le scure difficilmente ho mezze misure, o le amo o le odio: in questo caso m'è andata bene, perché i profumi di liquirizia e di caffè che salivano dal bicchiere sono decisamente nelle mie corde.

Che dire? Sono uscita parecchio provata da questo tour de force, ma ne è valsa la pena: la prossima volta che rientro verso la mia terra natìa, potrebbe starci una tappa a Colle Umberto...

lunedì 11 febbraio 2013

Dalla cima dello Stellkopf

Contrariamente alle mie più infauste previsioni, sono sopravvissuta alla prima uscita di due giorni con il corso di scialpinismo: un weekend sulle montagne della Carinzia, vicino al Grossglockner.
Indubbiamente ha aiutato molto l'aver fatto base logistica alla Sadnig Haus, un delizioso rifugio vicino a Heiligenblut: ottimo cibo (perlomeno per gli amanti dell'aglio, generosamente sparso su qualunque piatto), camere confortevoli, sauna, ma soprattutto un luogo dove poter arrivare in macchina e lasciare la propria borsa con il necessario per la notte (dettaglio di fondamentale importanza per una donna).



Siamo arrivati sabato in tarda mattinata, così gli istruttori hanno optato per una breve gita sul monte Mocher (2604): peccato solo che la cima non l'abbiamo mai nemmeno vista, colti più o meno a metà salita da una tormenta che ha convinto anche i più stoici a desistere - giusto per la cronaca, le temperature rasentavano i -20, e le raffiche di vento erano così forti che una mi ha quasi scaraventata a terra. Se quindi già nutrivo seri timori per la gita più lunga del giorno dopo, non è bastato l'aver tirato fuori il bambino che c'è in me nel costruire una truna - una sorta di igloo per ripararsi dal freddo, parte della formazione dello scialpinista provetto - prima di cena a rilassarmi: immaginando condizioni meteo apocalittiche e sofferenze atroci da geloni, mi sono rigirata nel letto tutta la notte (o forse era la cena pesante, non lo so).



La mattina dopo, invece, siamo stati accolti da un'alba fantastica che illuminava la valle; così, per quanto le temperature fossero più o meno le stesse del giorno prima, sono partita un po' più fiduciosa. Per chi di voi avesse interessi scialpinistici, è un itinerario che consiglio caldamente: semplice, non troppo lungo (1000 m di dislivello, 3 ore circa), e del tutto godibile, sviluppandosi su pendii aperti che offrono una sciata tranquilla.



Dalla Sadnig Haus (1871 m) si prosegue per circa un km e mezzo lungo la strada che porta alle malghe della Kroll Alm (1900 m): praticamente in piano, giusto per scaldare un po' i muscoli. Da lì si devia verso nord sul lato sinistro del vallone, risalendo il pendio che conduce all'ampia conca delle Rudenalmen (2500 m). Da lì la vista sui prati innevati da un lato e la valle dall'altro è semplicemente mozzafiato. Attraversati i pascoli, si riprende a salire per raggiungere sulla sinistra la forcella del Butzentorl (2714 m), da dove si apre finalmente la visuale sull'altro versante e sulla guglia del Grossglockner; da lì ormai il più è fatto, perché basta seguire sulla destra la spalla per arrivare alla croce di vetta (2851). A seconda delle condizioni della neve, può essere consigliabile fare l'ultimo tratto a piedi: la cresta è piuttosto stretta e le rocce abbastanza aguzze.



A dispetto dei miei timori per il freddo, sono arrivata in vetta sudata come ad agosto: unico segnale delle efffettive temperature, il fiato che ghiacciava sulla fascetta attorno al collo man mano che respiravo. Così la sosta è durata solo il tempo di una fotografia, per poi coprirsi e ridiscendere lungo l'itinerario di salita. Neve perfetta, un'ottima crosta portante eccetto pochi tratti, sembrava di essere su una pista battuta.  Per evitare l'ultimo tratto in piano dalla Kroll Alm alla Sadnig Haus abbiamo ridisceso anche l'ultimo tratto della valle: senz'altro merita, però tutto ha un prezzo - in questo caso la fatica di rimettere gli sci in spalla, perché si arriva poi sulla strada un paio di tornanti più sotto del rifugio.

Credevo sarei arrivata a valle distrutta, invece ho avuto ancora la forza di fare i bagagli, caricare gli sci in macchina, e una volta arrivata a casa preparare la cena e disfare le borse: quando si dice che una giornata così dà la carica, forse si intende anche questo...

venerdì 8 febbraio 2013

Sauris, dove birra e speck sono un tutt'uno

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare vedendo la mia minuta struttura fisica, quando si parla di buon cibo e buona birra non faccio certo orecchie da mercante: sensibilità - chiamiamola così - che condivido con Enrico. Per cui abbiamo l'abitudine di fare ogni tanto un pellegrinaggio a Sauris, ridente paesino di 426 abitanti (in tutto il Comune, beninteso: i singoli borghi contano poche famiglie ciascuno) nascosto in fondo alla Val Lumiei, in Carnia. Persone con mal di macchina, astenersi: arrivare lassù è un vero rodeo, specialmente d'inverno, data la notevole quantità di neve che cade ogni anno. E anche martedì scorso - consueto giorno libero del mio consorte - non ha fatto eccezione in questo senso.



La leggenda vuole che il paesello sia stato fondato da due soldati tedeschi in fuga dalla guerra nel XIII-XIV secolo (e vi assicuro che lassù nessuno li avrebbe mai cercati), ma fonti più accreditate parlano di immigrazione dalla valle di Lessach e dalla Pusteria; quel che è certo è che, chiunque fossero, i fondatori sono arrivati da nord, tanto è vero che a Sauris - Zahre, in lingua locale - si parla una lingua di origini germaniche, il saurano. Giusto per ribadire quanto comodamente raggiungibile sia il posto, durante la seconda guerra mondiale vennero confinati lassù 300 prigionieri neozelandesi: sono stati loro a costruire la diga sul torrente Lumiei, per formare il lago - che abbiamo visto stupendamente ghiacciato - che alimenta la centrale idroelettrica. Sotto l'acqua è rimasto il paesino di La Maina, ora ricostruito più in alto lungo il pendio.

Sono stata a Sauris la prima volta tre anni fa per l'Immacolata, confidando - speranza vana - di trovarvi i mercatini di Natale: ho così ripiegato sul museo etnografico di Sauris di Sopra, che in un paio di sale molto ben allestite illustra la storia del paese e della sua popolazione. Dato l'isolamento della zona, le peculiarità culturali e linguistiche non mancano, per cui una visita va senz'altro fatta. Le altre volte, invece, sono sempre stata a camminare sulla neve - Pasquetta compresa, giusto per dare un'idea delle temperature che si registrano lassù - dato che i sentieri per gli appassionati di trekking sono parecchi.

Come dicevo, non è facile raggiungere Sauris, specie d'inverno; ma se dovesse capitarvi di rimanere isolati una volta lassù, di sicuro non vi mancheranno i generi di conforto. Sauris è infatti famoso per il suo speck e il suo prosciutto, degnamente bagnati dall'altrettanto famosa birra - chiara, rossa, affumicata o alla canapa. La prima volta che ci sono stata, non bevevo birra né mangiavo insaccati: dopo la prima rossa piccola e il primo tagliere di speck, ho chiesto il bis. E anche questa volta, come tutte le altre, siamo tornati a valle con il bagagliaio pieno di prelibatezze locali.

Unica avvertenza per chi volesse soggiornare lassù: non fate come quell'amico romano che, irritato perché il gallo cantava ogni mattina alle 5, ha chiesto al gestore del bed&breakfast se fosse stato possibile silenziarlo. I saurani sono piuttosto (diciamo così) sensibili....

martedì 29 gennaio 2013

Quando si dice le chiese vuote

È una bella giornata d'inverno in quel di Spoleto. Alle 12.40 un gruppo di turisti arriva alla piazza della cattedrale, presumibilmente ansioso di ammirare gli affreschi di Filippo Lippi che vi sono custoditi.
Troppo tardi: la cattedrale è aperta dalle 8.30 alle 12.30, e dalle 15.30 alle 18. Un po' seccati per la pausa pranzo piuttosto prolungata, i nostri turisti decidono di visitare nel frattempo la rocca, ossia l'unico monumento aperto nei paraggi - dato che il museo diocesano, lì accanto, apre solo nel fine settimana, e oggi è martedì.
Alle 15.30 i turisti di cui sopra si ripresentano puntuali e fiduciosi al portone della cattedrale. Alle 15.40 però nessuno è ancora venuto ad aprire, e iniziano i primi malumori: sono tre ore che aspettano, ormai sono stufi. Interpellano anche due signore uscite da una casa vicina, ma nemmeno loro ne sanno qualcosa: di solito aprono alle 15.30, aspettate e sperate. Alle 16, piccati, se ne vanno, giurando su tutti i santi di non tornare mai più.
No, i turisti in questione non siamo io e Enrico, per quanto fossimo presenti alla scena: sono degli americani, giunti fin lì da sufficientemente lontano da aspettarsi non tanto e non solo che una chiesa non chiuda per tre ore nel bel mezzo della giornata, ma soprattutto che i custodi non spariscano nel nulla.
Non conosco i motivi che hanno portato a questi orari di apertura oggettivamente disagevoli, né quelli del ritardo: fatto sta che per un disguido forse banale ha perso una decina di turisti non solo la cattedrale, ma probabilmente anche la città, senza contare il danno d'immagine che potrebbe estendersi ben oltre Spoleto. Se basta poco perché gli stranieri si riportino a casa un bel ricordo del nostro Paese, basta altrettanto poco per rovinarlo. Anche un ritardo di mezz'ora.