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giovedì 10 dicembre 2020

Novità sotto l'albero

Con il mese di dicembre arrivano anche le birre di Natale: e quest’anno se ne conta una di nuova sotto l’albero, la Lugh del Birrificio Foràn.

La prima cosa che personalmente mi ha incuriosita è stato il nome: “Volevo qualcosa che richiamasse il periodo di fine anno – ha spiegato il birraio, Ivano Mondini –; ma allo stesso tempo evitare riferimenti espliciti al Natale o al Capodanno, perché già esistono un sacco di birre con nomi così. Ho pensato allora che il Natale si festeggia in quei giorni perché già popolazioni pre-cristiane, e in particolare i Celti, usavano celebrare il fatto che le giornate tornano ad allungarsi dopo il solstizio d’inverno: e appunto una divinità celtica è Lugh, associato al sole”.

Detto ciò, va ricordato che il Birrificio Foràn, che ha aperto a novembre 2019, si misura per la prima volta con quello che non è di fatto uno stile, ma piuttosto un’intenzione insita nel pensare una ricetta – quella di essere appunto bevuta per le feste, nella stagione fredda, e in occasioni conviviali (vabbè, quest’anno ridotte, ma ciò non implica che non si possa brindare alla reciproca salute); e ha scelto di farlo mettendo insieme la tradizione di speziare le birre natalizie con il filone delle Honey Ale.

Si tratta infatti appunto di una ale con miele di castagno, fornito da un produttore locale; che all’aroma risalta subito in forze, con i suoi toni tra il dolce e il balsamico. A questo si accompagnano i profumi della cannella e delle bucce di limone, ben amalgamati nell’insieme. 

Al palato continua a predominare il filone dolce – complice biscottato-caramellato del malto Vienna, che conferisce anche il caratteristico colore – prima di far risaltare nuovamente la speziatura sul finale. Un corpo caldo ma al tempo stesso snello, tanto da risultare di facile beva e non far supporre gli otto gradi alcolici. 

Va detto che, se fossimo ad un corso di degustazione, userei questa birra per far capire l'importanza della corretta temperatura di servizio. Se bevuta appena tolta dal frigo, risulta infatti del tutto monocorde sui temi del dolce del miele, con una lunga persistenza, che risulta finanche stucchevole; mentre alla temperatura corretta, ossia non meno di 10-12 gradi, emerge il caratteristico taglio amaro-balsamico dato dal miele di castagno che va a chiudere la bevuta (per quanto rimanga comunque una birra decisamente dolce nell'insieme), e che si intuisce essere nelle intenzioni di chi ha creato la ricetta. Insomma, uno di quei casi da manuale in cui è evidente come la temperatura sbagliata arrivi anche a snaturare del tutto una birra.


Da segnalare, tra le novità - anche se meno novità, in quanto in commercio già dal qualche mese - di Foràn, la Ipa "Hops my passion": un esempio fondamentalmente semplice dello stile, incentrato sugli aromi tra il floreale e l'agrumato intensi ma non volti a stupire, corpo fresco nonostante i toni biscottati sullo sfondo - anche qui non si intuirebbero gli oltre sei gradi alcolici - e taglio amaro finale netto, citrico e non troppo persistente.

sabato 1 agosto 2020

Nelle valli del Natisone

Alcuni giorni fa ho accolto l'invito di Mirco Masetti, birraio del birrificio Gjulia (nonché collega biersommelier Doemens) a visitare il nuovo (aperto il 10 luglio per la precisione) Agriristoro Stazione Gjulia a San Pietro al Natisone (Udine). L'idea iniziale era quella di fare una semplice tap room per il birrificio lì accanto, ma la cosa alla fine ha preso una piega più articolata su impulso di Nicola Meneghin e Fabio Cargnello.

Si tratta infatti di un edificio di due piani in cui è possibile degustare sia le birre che alcuni prodotti gastronomici (taglieri di salumi e formaggi, focacce e panini fatti dalla casa, tipicità locali come frico e gubana, e anche i vini dell'azienda agricola Alturis di cui il birrificio è parte); e che prevede, al pian terreno, una curiosità come "la fontana della birra" - un erogatore automatico (anche di acqua e succo di mela, come la foto testimonia) da cui è possibile servirsi h24 tramite tessera ricaricabile, eventualmente anche tramite boccale personalizzato da lavare e lasciare nella stanza d'ingresso apribile sempre con la tessera. Completano il quadro una serie di servizi per biciclette e biciclette elettriche (compreso il noleggio), dato che le valli del Natisone sono luogo di turismo su due ruote (è possibile anche utilizzare servizi igienici e docce, nonché un punto di lavaggio per cani). Insomma, potremmo definirlo l'upgrade di una tap room.

Nella scelta e degustazione delle birre mi sono naturalmente fatta guidare da Mirco. Siamo partiti con la Ioi, una Golden Ale senza glutine, che Mirco mi ha spiegato voler essere quanto più vicina possibile all'idea di una birra giovane e ancora "grezza" (tanto è vero che l'idea è stata anche quella di battezzarla "cruda", non perché le altre siano viceversa pastorizzate, ma perché questa appunto vuol essere "verace"). Devo dire che in realtà, più che una Golden Ale, mi ha quasi più ricordato una Helles: l'aroma è infatti molto pulito, senza esteri, con elegante luppolatura floreale. Il corpo è estremamente scarico, pur senza risultare "vuoto" grazie alle note di crosta di pane comunque presenti, e una chiusura di un amaro leggero e poco persistente. Insomma, anche se la Helles di Gjulia è un'altra, a mia opinione può andare incontro ai gusti dello stesso pubblico (oltre che di chi ha problemi di celiachia, naturalmente).

Siamo poi passati a quella che viene definita "Ambrata", invero una sui generis che, se mi avessero fatto fare una degustazione alla cieca, non avrei saputo definire. Si tratta infatti di una lager, come da tradizione tedesca, che prevede però - al di là del pils di base, fatto con l'orzo di Alturis - un mix di malti e di luppoli inglesi. Il risultato è qualcosa di appunto indefinibile, in cui la luppolatura erbacea fa da sfondo ad una rosa di sapori di cereale che va dalla crosta di pane ben cotta, al biscotto, al caramello, al pane tostato, prima di chiudere su un amaro anche qui non invasivo e poco persistente.

Non mi soffermo sulla Weizen, aderente allo stile e senza particolari osservazioni da fare; e passo direttamente alla Ipa, sulla quale nutrivo qualche curiosità dato che Mirco mi aveva anticipato di non essere un patito delle luppolature strabilianti. In effetti l'aroma, pur esibendo con chiarezza profumi di macedonia di frutta tropicale (con tanto di spruzzata di lime sopra, giusto per non scordare gli agrumi), non risulta tale da stupire; sorprende piuttosto come questi aromi diventino poi sapori con decisamente maggior forza, soprattutto nella seconda parte della bevuta, in cui vanno sostanzialmente ad accompagnare la luppolatura in amaro. Un gioco interessante, per chi cerca qualcosa di diverso dalle "solite Ipa" pur volendo rimanere nei ranghi dello stile.

Da ultimo il distillato, ricavato dal barley wine della casa, affinato in barrique di rovere 24 mesi: toni che ricordano decisamente il rum, e un tasso alcolico da suggerire di non indulgere troppo (40 gradi).

Un grazie a Mirco e allo staff per la calorosa accoglienza, nonché a Stefan Grauvogl di Arte Bier, referente in Italia per i corsi Doemens e docente dei corsi stessi, presente quella sera.

venerdì 31 luglio 2020

Tra terme e Sbilf

La seconda tappa del mio giro in Carnia è stato ad Arta Terme al birrificio Dimont, attivo da poco più di un anno. Anche in questo caso, all'origine non c'è un homebrewer: sono stati infatti sette soci, tutti provenienti da altre esperienze nel settore dell'industria alimentare, che hanno dato vita ad un nuovo progetto imprenditoriale.

Mi si permetta una digressione. Sarebbe ipocrita negare che, nel mondo della birra artigianale, casi simili non sono sempre visti di buon occhio: per quanto sia opinione comune che i tempi dell'abile homebrewer squattrinato che avvia un birrificio animato dal solo sacro fuoco della passione siano ormai passati (o che si tratti quantomeno di rare eccezioni), è altrettanto vero che le esperienze di imprenditori che hanno fatto un investimento in questo senso non sapendone nulla (o almeno sino ad allora) di birra non sempre si sono rivelate felici (dagli screzi con i mastri birrai, a risultati discutibili sotto il profilo qualitativo per andare incontro a gusti veri o presunti del largo pubblico o per tagliare i costi, fino ai danni d'immagine dovuti ad affermazioni che rivelavano la loro scarsa conoscenza della birra). Insomma, ovvio che se uno apre un'azienda vuole e deve fare utili, ma se questo proposito non è accompagnato da un reale interesse per il prodotto e per il contesto in cui è inserito prima o poi i nodi vengono al pettine.

Se il fatto di mettersi in gioco in prima persona vale come prova del reale interesse di cui sopra, va riconosciuto che in questo caso c'è stato: quattro dei sette soci sono infatti direttamente attivi in azienda, di cui uno - proveniente sempre dal lievito, verrebbe da osservare, dato che ha lavorato a lungo in una nota azienda di prodotti da forno - che si occupa appunto di fare la birra affiancato da un consulente e da un altro socio. Anche la profonda conoscenza del settore beverage, derivante dalla precedente esperienza nel settore vinicolo di Piero Totis - che si occupa del marketing - è un altro fattore che gioca a favore di Dimont. Insomma, non siamo di fronte al caso di qualcuno che ha semplicemente messo i soldi e poi preteso un ritorno dell'investimento, ma di di imprenditori che sulla base di una solida esperienza (pur non birraria) alle spalle hanno intrapreso questa strada con impegno.

La filosofia di Dimont è quella di fare birre che, pur senza rinunciare alla caratterizzazione, risultino facilmente bevibili e vadano incontro ai gusti di una larga platea. Elemento di base per il legame con il territorio è l'acqua del monte Cabia, che sgorga poco lontano; e che ha ispirato anche il nome stesso ("di mont", in friulano, significa "di montagna"). Scelta degna di nota sotto il profilo tecnico è quella di passare tutte le birre in maturatore per avere un risultato più "pulito", indipendentemente dallo stile; e di imbottigliare in isobarico.

Secondo punto di legame con il territorio è quello di abbinare ad ogni birra in etichetta uno "sbilf" (alcuni esemplari nella foto accanto), i folletti bonariamente dispettosi della montagna friulana, che - secondo la leggenda - si divertono a fare scherzi agli uomini: così alla lager chiara è stato abbinato lo sbilf Gjan (quello più amichevole, secondo la storia); alla Pils lo sbilf Licj (che si diverte a scucire i vestiti); alla Weizen lo sbilf Pavar (amante della natura); alla ale ambrata lo sbilf Bagan (goloso di panna e cjarsons, tipico piatto locale); e alla ipa lo sbilf Braulin (che si diverte a fare nodi).

Venendo quindi nel dettaglio alle birre, devo ammettere che mi sono trovata a definirle "ruffiane": non nel senso dispregiativo del termine, ma nel senso che - come da filosofia di cui sopra - "vogliono piacere"; e andare incontro ad una clientela più vasta possibile in virtù o della semplicità che le rende adatte a tutti, o di un elemento che stupisca (e che "non possa non piacere"). In birrificio ho assaggiato per prima la Weizen: fondamentalmente in stile, ma sobria sulle note più "spigolose" del genere (come possono essere gli aromi fruttato-speziati o l'acidulo del frumento) e più leggera di corpo rispetto alla media. Poi sono passata alla Ipa, che viceversa tende a stupire data la luppolatura resinosa ed agrumata ben evidente, adeguatamente sostenuta dal corpo tostato. In un secondo momento ho provato la Gjan, in ossequio al principio per cui è sulle lager chiare che "si capisce" un birrificio: aroma floreale molto discreto, forse quasi troppo per i miei gusti, ma coerente con il corpo snellissimo in cui in cereale scivola agevolmente e un amaro finale appena percepibile. Insomma, torniamo alla filosofia della "birra per tutti", senza fronzoli né caratterizzazioni particolari, a cui va riconosciuta la pulizia d'insieme centrale e apprezzabile in uno stile come questo.

Dimont dispone di un impianto da 12,5 hl e tre fermentatori da 30 hl. La potenzialità è di 3000 hl annui; ma per ora, ha riferito Piero Totis, il birrificio punta ad una crescita lenta e progressiva, curando da un lato la costanza nel risultato delle ricette già elaborate e dall'altro l'allargamento della distribuzione soprattutto nel canale Ho.Re.Ca. In linea con il principio della territorialità, infine, il birrificio sta anche valutando l'ipotesi di utilizzare in futuro materie prime friulane. Ma non solo: "Mi piacerebbe creare una rete qui in Carnia - ha spiegato Piero - per creare un'immagine complessiva del prodotto e del territorio in sinergia: penso a progetti come le terme della birra, o i formaggi - altro prodotto tipico - alla birra".

Un grazie a tutto lo staff di Dimont per la calorosa accoglienza.

martedì 9 aprile 2019

Santa Lucia, secondo weekend

Anche in questo caso ho dato qualche anticipazione su Facebook, ma riporto comunque qui qualche nota su alcune delle birre degustate nel secondo weekend a Santa Lucia - dedicato ai birrifici triveneti.

Ho iniziato con la Carlo, brassata da Birra di Fiemme per i dieci anni di Diexe distribuzione, e così battezzata in onore del figlio del titolare. Sulla carta è una ipa britannica, in realtà si tratta di una ipa piuttosto sui generis, data la predominanza - elegante, a onor del vero - dei luppoli tedeschi. Profumi erbacei che ben si amalgamano alla componente maltata, corpo discretamente robusto e biscottato, e finale di un amaro tagliente per quanto non invasivo, che al salire della temperatura rivela anche toni di nocciola lasciati dalla maltatura. Facilissima a bersi, nasconde bene i suoi 6 gradi.

Ho poi finalmente avuto il piacere di conoscere Evoqe Brewing, di cui da tempo sentivo parlare, in particolare per la loro linea sour - incentrata in particolare sulle sour alla frutta. Ho provato la #1, pemiata peraltro da Unionbirrai: una Berliner Weisse con frutto della passione, limone e bergamotto, intensi sia in aroma che al palato - tanto da coprire in buona parte l'acidità tipica dello stile -, ma ben amalgamati tra loro e con l'insieme. Una birra armonica, per chi ama i sapori fruttati ancor più che le sour. Mi ha dato l'idea di un birrificio che, almeno sul fronte sour, ama stupire; e se per alcuni la cosa potrà sembrare un po' sopra le righe, bisogna anche riconoscere che - almeno per ciò che ho provato io - aromi e sapori erano sì intensi, ma in un'armonia d'insieme che non dà l'idea di aver "stroppiato".

Discorso analogo si potrebbe fare per la Terremoto, recente creazione de La Busa dei Briganti presentata al Ballo delle Debuttanti: una ipa con doppio dry hopping cryo, ossia con luppolina estratta a freddo. Un nome, un programma, perché sia all'aroma che in bocca i toni agrumati e di frutta tropicale - ekuanot, mosaic e citra - sono davvero molto intensi, per quanto mi sia trovata a definirli "invasivi ma non invadenti" - intendendo nel primo caso l'intensità, e nel secondo il risultare sgradevoli in virtù di questa forza. Idem come sopra: se chi non ama le luppolature esuberanti sicuramente la giudicherà eccessiva (ma verosimilmente nemmeno la prenderà), gli amanti del genere la troveranno viceversa ben costruita e gradevole a bersi.

Andando su tutt'altro genere, ho provato la Palace, imperial stout di Sognandobirra nata come birra natalizia. Abbastanza possente - come da stile - incentrata sui toni di liquirizia, presente in tutta la bevuta insieme alle note di caffè; e che rimane ben persistente in chiusura insieme a note calde e avvolgenti. Beverina e secca nonostante il corpo robusto, rivela solo in seconda battuta qualche lieve nota alcolica in coda alla persistenza; quindi occhio ai nove gradi alcolici....

Piacevole nuova conoscenza è stata poi il Meraki, birrificio artigianale di recentissima apertura in quel di Susegana e nato da un gruppo di amici usciti dall'Accademia Dieffe - e qui la storia si ripete, confermando la Dieffe come una delle maggiori "fucine" di birrai a Nordest. Mi è parso abbiano iniziato con il piede giusto, almeno per quanto riguarda la loro Iga (forse non lo stile più adatto per giudicare le capacità tecniche di un birraio, ma nemmeno quello meno utile di tutti a tale scopo): trattasi della Merlo, una Iga al Merlot su base Belgian Ale. Molto delicata, con la componente fruttata del vino ben integrata con lo stile di base, che rimane ben riconoscibile, e riuscendo nell'intento di darvi una nota di peculiarità.

Da ultimo una nota sulla Albisca, lager chiara aromatizzata all'albicocca, pesca e biancospino, di La Ru. Detta così sembrerebbe un'eresia, in realtà bisogna riconoscere che il birraio è riuscito nell'intento di armonizzare la componente maltata tipica della birra di base con le note acidule della frutta.

Anche in questo caso mi fermo qui, alla prosisma settimana per aggiornamenti e considerazioni...

martedì 18 settembre 2018

Un pomeriggio...friulano doc

Come ogni anno ho dedicato una giornata ad un giro per Friuli Doc, la principale manifestazione dedicata all'enogastronomia friulana. Anche le birre artigianali locali si sono ormai da qualche tempo guadagnate il proprio spazio all'interno della kermesse, per cui gli estimatori trovani di che dissetarsi.

La mia prima sosta birraria tuttavia non è stata allo stand di un birrificio artigianale, ma a quello della rete Asprom con la sua Centparcent Furlane: un progetto birrario lanciato lo scorso anno proprio a Friuli Doc - e di cui avevo parlato qui - e che è andato espandendosi con la creazione di una cooperativa finalizzata alla commercalizzazione della birra e di altri prodotti. Alla birra di lancio iniziale - una golden ale - se ne sono aggiunte altre - viaggiamo attualmente verso la decina di stili; quest'anno per Friulidoc nello specifico erano disponibili due lager, una bionda e una ambrata. Ho scelto la bionda in quanto, come da vulgata dei biersommelier e affini, sulla lager bionda è più difficile mentire. All'aroma, pur cogliendosi in maniera delicata il profumo dei luppoli Hallertau, si nota un leggero sentore di esteri: ho infatti poi avuto conferma da Alido Gigante, presidente di Asprom, che si tratta di una birra rifermentata per poterla meglio conservare. Il corpo è ricco sui toni del miele, ma comunque snello; e il taglio amaro secco sul finale, pur leggero, fa sì che non ci siano persistenze dolci troppo prolungate. Una birra semplice e beverina nel suo complesso - unico appunto che farei è appunto il leggero fenolico all'aroma, sarei curiosa di riprovarla non rifermentata.

Insieme a Gigante ho poi assaggiato una delle novità, la apa: ben percepibile ma non eccessivamente spinto il Citra all'aroma, corpo anche qui snello con qualche nota tostata e di biscotto, e chiusura di un amaro resinoso ben persistente per quanto non particolarmente intenso. Una apa in stile, equilibrata tra la componente agrumata del luppolo e quella tra il tostato e il caramellato del malto.

Naturalmente non ho mancato una sosta allo stand dell'Associazione artigiani birrai Fvg, dove ho fatto conoscenza - tra le tante - con una delle birre del triestino birrificio Cavana - la Sania, una ale chiara alla curcuma in cui la spezia, pur rimanendo morbida, è presente in maniera molto decisa - e con la Super Nova di Galassia, American Ipa pensata come "sorella maggiore" della loro Nova. Profumi di pompelmo, agrumi e frutta gialla in generale ben notevoli - da segnalare di dry hopping di mosaic, galaxy ed ekuanot -, corpo scorrevole in cui si coglie comunque il caramello al di sotto dei toni agrumati che persistono anche in bocca, e taglio finale di un amaro netto e resinoso che persiste pur senza essere invasivo. Buona evoluzione della sorella minore, forse da controbilanciare con un corpo leggermente più biscottato, ma nel complesso assai gradevole e beverina nonostante e 6 gradi alcolici.

Vedendo i due stand - Asprom e Associazione artigiani birrai - così vicini, non ha potuto non imporsi qualche riflessione. La rete che riunisce un'ottantina di produttori d'orzo ha infatti gettato un nuovo "sassolino" in quanto alla produzione di birra in Fvg. Alcuni di questi restisti - pochi, per la verità - sono anche birrifici agricoli, ma perlopiù la rete vende a Peroni e Castello che utilizzano poi il malto per alcune specifiche produzioni di impronta regionale - non propriamente delle crafty, in quanto si parla ad esempio del rilanciato marchio Dormisch, comunque legato alla storia dell'industria birraria. Presentando la propria birra agricola, Asprom si è lanciata in un mercato che, a mio avviso, si sovrappone solo parzialmente a quello dei birrifici artigianali: perché l'appassionato di microbirrifici continuerà a cercare i microbirrifici - dato che il suo interesse sta nell'arte dello specifico birraio prima che nella produzione locale delle materie prime -, mentre chi invece cerca una birra dalle connotazioni territoriali e diversa da quella industriale potrà cercare anche la Centpercent Furlane. Un pubblico di estimatori di produzioni locali, dunque, prima che di cultori di arte brassicola in senso stretto - per quanto ciò non escluda che i cultori di arte brassicola possano anche ricercare prodotti locali, naturalmente. Su questo punto però non possiamo domenticare che diversi birrifici artigianali sono anche agribirrifici, producendo da sé l'orzo e altre materie prime: e si crea dunque qui un'ulteriore sovrapposizione tra i due soggetti - argomento che senz'altro merita più approfondita riflessione, e quindi in un altro post.


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domenica 2 aprile 2017

Santa Lucia, weekend - e capitolo - secondo

Ed eccomi qui per la seconda giornata della mia visita a Santa Lucia. Ho avuto occasione di conoscere un nuovo partecipante, il birrificio La Ru di Cornuda, nato come iniziativa imprenditoriale di due fratelli che - dopo 42 anni nel mondo dell'abbigliamento - hanno deciso di intraprendere una nuova avventura nel mondo della birra artigianale insieme ad un birraio uscito dall'accademia Dieffe. Otto le birre prodotte, a copertura di altrettanti stili; tra cui una Iga al cabernet, la Caberbì, e una saison affinata in botti di grappa, la Del Priore. Ho avuto modo di provare la Thymus, una blanche con scorza d'arancia, bergamotto, coriandolo e timo selvatico. Il timo è ben percepibile all'aroma, che rimane assai delicato e senza spiccati sentori di lievito; mentre il bergamotto si fa sentire di più in bocca, per unirsi alle spezie nel finale leggermente pepato. Il birraio mi ha riferito di aver fatto ben otto sperimentazioni nell'impianto pilota di cui il birrificio è dotato: che avidentemente hanno dato i loro frutti, essendo nel complesso una birra vellutata, che amalgama bene tutte le sue componenti.

Ho poi ritrovato Forgotten Beer, beer firm conosciuto a Pordenone, che ha portato a santa lucia la seconda ricetta creata la Raffaele - la red ale Goblin. Devo dire che rispetto alla precedente, la golden ale Coboldo, si coglie un passo avanti: stiamo infatti parlando non solo di una birra più caratterizzata - dai profumi di caramello con qualche nota di tostato e di biscotto, al corpo ben pieno, ai leggeri toni speziati del luppolo simcoe - ma anche di un maggior sforzo verso un risultato equilibrato, con un buon bilanciamento tra il dolce al palato e la chiusura di un amaro abbastanza netto. A mio avviso beneficerebbe di una secchezza un po' più pronunciata, ma sicuramente si nota una maggiore dimestichezza da parte di Raffaele nel creare le sue birre.

Ho trovato novità anche in quel di Villa Chazil con la Konikazil, una kolsch con luppolo cascade della casa e citra in dry hopping. Ammetto che ero un po' scettica rispetto al risultato che potessero dare i luppoli americani su una kolsch; ma per quanto il cascade sia ben percepibile - più su toni di frutta matura che di agrume - rimane comunque delicato, per lasciare il posto al palato al cereale snello tipico dello stile, e chiudere su un agrumato pulito, secco e non invadente - non avrei colto il dry hopping - che a conti fatti ha una sua ragion d'essere in uno stile che vuol appunto essere leggermente profumato, snello, secco e pulito. Nel complesso piacevole, fresca e dissetante.

Una sperimentazione un po' più audace l'ho invece trovata in casa SantJago, con quella che è stata definita "ipa" ma in realtà è a tutti gli effetti un fuori stile, unendo camomilla, baccelli di vaniglia, luppoli cechi e luppoli americani. Una birra che, mi è stato raccontato, è nata come espriemnto puro e semplice, senza velleità di commercializzarla, ma che poi è piaciuta ed è quindi arrivata al banco. Personalmente, per quanto camomilla e vaniglia - ben percepibili all'aroma - si armonizzassero bene, le ho trovate cozzare con la luppolatura - altrettanto ben percepibile; e anche in bocca il contrasto dolce/amaro permane senza amalgamarsi, in una birra che eccentrica vuol essere ed eccentrica rimane. E' stato tuttavia rivelatore l'abbinamento con i salumi dell'azienda agricola da cui il birrificio nasce: questo stesso contrasto ha infatti un potere "sgrassante" e pulente in bocca che mi ha lasciata piacevolmente sorpresa.

Da ultimo una nota sulla Valkirija di Plotegher, che ieri mi era rimasta la curiosità di provare. In effetti, come mi era stato preannunciato, è "grezza": al naso si percepisce bene il cereale "verace" - mi ha ricordato un po' certe keller -, quasi sgraziato, che però in bocca si rivela meno aggressivo di quanto si possa credere; e che rimane poi molto persistente, su toni più di cereale crudo che di pane, insieme ai toni erbacei dei luppoli tedeschi e quello peculiare di un luppolo selvatico che, così Matteo mi ha raccontato, i fratelli Plotegher si fanno mandare direttamente dalla Danimarca.

Come lo scorso weekend, ci sarebbe molto altro da dire; mi fermo qui per ora, e vi aspetto al varco per il prossimo...

lunedì 14 novembre 2016

All'assalto delle spine di Borderline

Ok, pessima traduzione - per quanto ironica - di "Borderline tap takeover": che era il titolo della serata organizzata al Monsieur D. di Spilimbergo sabato scorso, quando sono state messe alla spina sette birre del birrificio Borderline di Buttrio. In rappresentanza del birrificio c'era Marco che, dopo l'accoglienza come sempre calorosa da parte di Paola e Cristiano, mi ha illustrato le creazioni prescelte.

Siamo partiti con la Golden Ale (sulla destra, naturalmente), brassata con il malto dell'orzo coltivato a Villa Chazil: luppolatura morbida e delicata su toni floreali, corpo apparentemente scarico ma che rivela in un secondo momento sapori di cereale e di miele millefiori, prima di chiudere con un amaro appena percettibile e poco persistente. Quai "inusuale" per un birrificio come Borderline, avvezzo a giocare ben più duro sopprattutto sul fronte dei luppoli, ma personalmente ho apprezzato la sobrietà e l'armonia di questa birra. Ben più riconoscibile come "figlia" di questo birrificio è invece la Pale Ale, dalla classica luppolatura americana intensa - in cui, tra l'agrumato, il resinoso e la frutta tropicale, ho sentito spiccare soprattutto il mango - e che al corpo scarico fa seguire un amaro citrico abbastanza deciso sul finale. Non è comunque una birra che "stroppia", per cui rimane gradevole ed accessibile anche per chi è un po' allergico alle luppolature sopra le righe - sia in aroma che in amaro.

In terza battuta è arrivata la Ginger Ale (sulla destra), una golden ale con zenzero e lime: sia l'agrume che la spezia sono delicati ma ben riconoscibili all'aroma, e si amalgamano piacevolmente con i toni fruttati del luppolo Eldorado; e dopo il corpo esile rimane la nota finale di zenzero, sempre tenue per coerenza. Una birra di cui ho apprezzato l'equilibrio tra le tre polarità dell'agrume, della spezia e del luppolo. Di tutt'altro genere la Ipa successiva, alla quale faccio tanto di cappello (letteralmente) per la schiuma persistente come poche: luppolatura di un agrumato intensissimo (simcoe, citra e equinox i luppoli utilizzati) in cui si notano bene però anche i profumi tra il tostato e la frutta secca del malto; e dopo un corpo che appare più scarico di quanto non sia data l'intensità degli aromi che l'hanno preceduto, arriva al retorogusto una sferzata di amaro di quelle per gli amanti dei toni forti. Personalmente l'ho trovata un po' squilibrata su quest'ultimo fronte, ma la pongo come un'opinione personale dato che nello stile e nell'insieme un finale del genere non può essere definito tout court fuori luogo.

Quinta birra è stata la American Session Brown Ale (sulla sinistra), anche questa in "stile Borderline" con la generosa luppolatura di centennial, simcoe e mosaic, ma con allo stesso tempo evidenti note di cereale già all'olfatto - tra la frutta secca e il pane tostato, che permangono anche nel corpo leggero ma non evanescente. Anche la chiusura è di un amaro morbido, non troppo netto, che contrasta sì ma non sovrasta i sapori che l'hanno preceduto. "Pezzo da novanta" invece la Cream Peated Stout, una stout dalle intense note torbate già all'olfatto, che nel corpo ben robusto e pastoso si sposano con l'orzo arrostito per una birra degna dei palati forti: soprattutto perché rimane molto ben peristente, e sia in bocca che al retrolfatto. Da riconoscere c'è il fatto che per quanto intensa non appare "spigolosa", ma mantiene una certa rotondità nonostante sapori così forti.

Da ultimo la Red Ale, che già avevo provato la sera prima allo Yardie in una versione diversa: questa infatti era passata da una botte di whisky del 2000. Per amor d'onestà, devo dire che avevo apprezzato di più quella della sera prima: nella seconda ho infatti percepito aromi meno intensi - anche se con il salire della temperatura qualcosa in più è arrivato, soprattutto in quanto a profumi torbati e di legno, oltre al caramello - e di conseguenza ho trovato che anche il corpo beneficiasse di meno della rosa di profumi per guadagnare in vigore. C'è da dire però che forse non l'ho degustata nella migliore delle condizioni, avendola bevuta dopo una birra dai sapori forti come la torbata ed essendo ormai la settima - c'è chi dice che dalla quinta in poi hanno tutte lo stesso sapore. E no, lo giuro, non ero ubriaca, chi c'era m'è testimone.

Chiudo rinnovando il ringraziamento a Mauro, Paola e Cristiano, sia per l'accoglienza che per la professionalità nel servizio.

venerdì 21 ottobre 2016

Dall'Abruzzo..."a modo loro"

Ho avuto il piacere di partecipare ieri al Plagurmé di Pordenone alla degustazione delle birre della linea "A modo mio", del Birrificio San Giovanni di Roseto degli Abruzzi. Il mastro birraio Lamberto non ha potuto purtroppo essere presente, ma i suoi collaboratori Gilberto e Martina hanno comunque fatto "gli onori di casa fuori casa", presentandone l'operato con dovizia di particolari.

Il birrificio è nato nel 2009 dall'esperienza dell'azienda agricola di famiglia, dove sin dal 2005 Gilberto e compagni avevano iniziato a cimentarsi nell'arte brassicola; all'olio e al vino si è così aggiunta anche la birra (non si tratta comunque di un agribirrificio, scelta motivata con la volontà di garantire la costanza della materia prima). In questi sette anni il birrificio è cresciuto fino a una produzione di 1500 hl annui (l'impianto, ha specificato Gilberto, ha la possibilità di arrivare a 6000); e l'export arriva a coprire quasi il 20% della produzione, tra Usa, Finlandia, Norvegia e Ucraina. La scelta di chiamare le birre con un nome diverso da quello del birrificio è intervenuta in un secondo momento, per questioni di tutela commerciale del nome; e la scelta è caduta sull'espressione "A modo mio" perché "in una vita che spesso ci costringe a fare ciò che si deve più che ciò che si vuole, un'espressione di questo genere significa soddisfare il proprio gusto".

Data anche la collocazione strategica sotto il Gran Sasso, che fornisce un'acqua dalle caratteristiche chimiche ottimali, le due basse fermentazioni - Pils ed Extra Pils - mi erano state presentate come il punto di forza del birrificio: e devo dire che ci ho creduto nell'assaggiare la prima birra presentataci, la Blanche. Non nel senso che la Blanche fosse fatta male e mi augurassi quindi migliori risultati per gli altri stili, ma perché con l'aroma estremamente delicato, dalla speziatura appena accennata, che lasciava spazio piuttosto alle note di malto che aprivano ad un corpo ben pieno di cereale - decisamente più presente la dolcezza dell'orzo, il frumento rimane molto nelle retrovie - più che la tradizione birraria belga mi ha ricordato quella continentale tedesca, patria appunto delle basse fermentazioni. Infatti siamo passati poi alla Pils (nella foto): anche qui aromi tra l'erbaceo e il floreale sempre molto delicati, corpo esile, e un finale che ho trovato più dolce e meno secco e attenuato rispetto alla media dello stile - per quanto rimanga comunque discretamente pulito, garantendo la facilità di beva. In generale al San Giovanni sembrano non prediligere troppo l'amaro, perché nessuna delle birre assaggiate ieri lo presenta in maniera robusta. Più "controversa", mi si passi il termine, la Extra Pils, che alla base della Pils aggunge il luppolo Cascade in dry hopping dando sia profumi che sapori agrumati ben decisi: eresia secondo alcuni, dato che in una degustazione alla cieca la si potrebbe quasi scambiare per una ipa, interessante innovazione secondo altri - a ciascuno l'ardua sentenza. Amanti delle pils astenersi, questo è certo, ma può fare la felicità di chi cerca appunto qualcosa di più sperimentale.

Se fino a qui ammetto di essere quindi rimasta abbastanza perplessa, ho trovato "materiale" più interessante nelle birre successive, a partire dalla Scotch Ale (nella foto): aroma intenso tra il torbato e l'affumicato, corpo pieno che sposa in maniera interessante le note tostate e quelle di caramello, e un finale insolitamente secco e pulito per una birra del genere. La sorpresa sta nel fatto che questa birra fa 4,8 gradi alcolici (e fidatevi che glie ne avrei dati il doppio), pur mantenendo un corpo molto robusto: come ho osservato ieri, sarei proprio curiosa di chiedere personalmente al birraio come ottiene il risultato. Siamo quindi passati alla Torbata (che fa 6 gradi, ma anche qui sembrano molti di più) e che sotto una schiuma pannosa e discretamente persistente cela aromi - appunto - torbati (viene utilizzato il 5% di malti torbati) e un corpo invece relativamente esile, che fa risaltare ancora di più anche al palato questa componente; senza comunque cadere nello squilibrio, per quanto si intuisca che il birraio abbia voluto spingersi fino alla "sottile linea rossa" oltre la quale c'è il troppo che stroppia.

Cambiando completamente genere siano arrivati alla Ipa (che ammetto di aver apprezzato più dell'Extra Pils): schiuma a grana medio-sottile ben persistente, aromi agrumati da manuale ben equilibrati ed armoniosi, corpo di media robustezza con note maltate tendenti al miele, e un finale che pur non molto attenuato risulta comunque pulito grazie al tocco finale di amaro citrico - forse l'unica birra del San Giovanni in cui l'amaro è più evidente. Forse non "abbastanza" per gli amanti delle ipa "toste", ma consigliabile a chi preferisce quelle equilibrate e senza esagerazioni. Da ultima la birra natalizia nata dalla collaborazione con Roberto Parodi, la Noel, che viene lasciata maturare un anno: aromi intensi di frutta sotto spirito - dalle prugne, alle albicocche, alle amarene -, whisky, una leggera speziatura; ma per certi versi mi ha ricordato anche in vinsanto, tanto che vi avrei intinto volentieri un cantuccio. Dieci gradi e sentirli tutti, dato il carpo caldo, pieno e avvolgente, e un finale sì dolce e "alcolico" ma non stucchevole.

In generale ho quindi paradossalmente apprezzato più le loro alte fermentazioni che le basse: su tutte mi ha colpita appunto la Scoth Ale, per le ragioni che ho spiegato sopra. Alla mia domanda se nei progetti futuri ci fosse anche una Italian Grape Ale (birra con mosto d'uva, unico stile ufficialmente riconosicuto come tipicamente italiano) sfruttando il vino dell'azienda agricola di famiglia, Martina e Gilberto non l'hanno escluso: chissà, magari ci sarà da riaggiornarsi in quanto a birra "A modo loro"...

mercoledì 5 ottobre 2016

La strada per Eldorado

Diciamocelo: da un certo punto di vista, c'era quasi da non crederci. Severino Garlatti Costa, il "purista" del lievito belga, che si mette a fare un ipa, appariva come cosa quantomeno improbabile. Eppure è capitato anche questo: è stata infatti presentata ieri sera al Samarcanda la Eldorado, una ipa (per l'appunto) nata dall'incontro tra le idee (e i gusti, conoscendoli) di Beppe (che festeggiava il suo compleanno) e Raffaella del Samarcanda e la mano di Severino.

Nella piacevole chiacchierata che ci siamo fatti ancor prima che io la bevessi, il birraio ha ammesso che per lui era stata un po' una sfida: e per uno che pone come peculiarità del suo lavoro il fatto di usare sempre lo stesso lievito, giocando sul fatto di farlo lavorare in maniera diversa, si capisce che passare ad un lievito diverso (american ale per la precisione) fosse un bel cambiamento. Ma del resto Severino non è il tipo da tirarsi indietro, e così si è lanciato anche sugli stili americani. C'è da dire comunque che, se era giusto e doveroso nonché inevitabile che Severino ci mettesse comunque qualcosa di "suo", nemmeno Beppe e Raffaella cercavano una ipa del tutto comune: dal loro incontro è quindi nato qualcosa di peculiare, pur rimanendo all'interno dello stile.

Se nell'immediato all'aroma si impongono i classici profumi agrumati, man mano compaiono anche quelli più vicini alla frutta - sia tropicale che pera e mela -, e poi addirittura una lieve nota di caramello: una rosa quindi più varia rispetto alle ipa classiche, dati anche i luppoli usati - Equinox, Calypso e appunto Eldorado, che dà il nome alla birra. Sia il colore che l'aroma fanno intuire poi l'uso di una parte di malto caramellato: scelta spiegata da Severino con la volontà di dare comunque un corpo ben pieno e ricco - e soprattutto qui sta la sua mano direi, più avvezza allo stile belga - in vista anche dell'inverno alle porte (senza escludere la possibilità di una futura versione estiva, comunque). C'è da dire del resto che, appunto per l'unione di queste caratteristiche assai variegate, è una birra che vede un'evoluzione interessante con la temperatura: se all'inizio prevalgono appunto i sentori agrumati, il corpo appare più scarico e la chiusura di un amaro più secco e netto, scaldandosi rivela più la componente fruttata all'aroma e quella maltata al palato, con una chiusura amara assai più lunga, intensa e persistente. E si capisce che è pensata per essere gustata anche così, perché mantiene comunque il suo equilibrio ad una temperatura di servizio leggermente più elevata. Ormai passata l'onda modaiola delle ipa tutto agrume, insomma, anche questa va alla ricerca di un suo carattere peculiare; e pur rientrando, come già detto, pienamente nello stile, comunque non risulta banale appunto per queste ragioni.

Giusto per chiudere in gloria la serata, mio fratello mi ha convinta a dividerci un Progressive Barley Wine dell'Elav: un barley wine che, se l'intensissimo aroma tra il limone - dato dal luppolo sorachi - e l'ananas (almeno questo ho colto io, data la maniera in cui la componente dolce si mescola a quella fruttata) farebbero presagire quasi fuori stile, in bocca si conferma un barley wine a pieno titolo, con le sue note calde tra il caramello, il miele, la frutta secca e il biscotto. Da bere con giudizio, dati gli 11 gradi alcolici; ma indubbiamente con estrema soddisfazione...

venerdì 29 luglio 2016

Dove canta la rana

Come nome per una birra è piuttosto stravagante; ma non starò a raccontarvi come mai Giulio Cristancig, del Birrificio Campestre, ha chiamato così la sua nuova birra - essendo il nome stato ispirato da quella classica goliardata con gli amici che tendenzialmente si preferisce non diffondere. Al di là dei retroscena, Giulio ha presentato la sua ipa - la prima ipa della casa - la sera di venerdì 29, nel chiosco estivo attiguo al birrificio; ed ho visto, peraltro con piacere, un buon giro già dalla prima serata, a testimoniare che il giovane birraio si è guadagnato nel giro di poco più di un anno di attività una buona cerchia di estimatori.

Venendo alla ipa in questione, lui la definisce "sCravagante" - ispirandosi alla rana, appunto - essendo piuttosto insolita all'interno del genere: e già ancor prima che la bevessi me l'ha descritta come "volutamente sbilanciata verso l'amaro" - con hallertauer magnum, chinhook e polaris - e originale anche in quanto ad aroma, unendo al fruttato del mosaic e dello huell melon i toni più balsamici e leggermente speziati del polaris; richiamati poi da una punta di coriandolo e di pepe nero, aggiunti all'insieme. Ce n'era di che incuriosirmi, per cui ho portato il bicchiere alle labbra - o meglio, al naso, per prima cosa.

Inizialmente, a dire il vero, la bassa temperatura non ha reso giustizia all'aroma, già di per sé tenue e delicato; ma sono poi saliti, nel'ordine, prima i profumi di agrumi, poi quelli di coriandolo e spezie, ed infine quelli di frutta tropicale - in particolare melone, come il nome del luppolo huell melon fa intuire. Anche il corpo a basse temperature risulta molto esile, oserei dire sin troppo evanescente; anche qui però attendere un attimo aiuta, finché non compare un pur moderato miele al palato dato dai malti - base di pale ale e carapils. La dolcezza, però, dura solo un attimo: arriva infatti subito una chiusura amara molto secca, netta e persistente con una leggera nota piccante di pepe nero che risulta comuqnue armonizzata con l'insieme. Mi sono azzardata a dire che abbinerei questa birra ad una macedonia, perché al tempo stesso la contrasta e la accompagna - grazie all'amaro da un lato e i toni fruttati dall'altro. Nel complesso l'ho trovata una birra ben studiata, e in fin dei conti non poi così sbilanciata sull'amaro nonostante i 54 ibu - se non a basse temperature. Io mi sono azzardata a dire che verrà apprezzata soprattutto d'estate, data la facilità di beva e i 4 gradi alcolici; trattandosi di una birra pulita e gradevole, comunque, non c'è motivo di credere che non sia buona per tutte le stagioni...

lunedì 30 maggio 2016

Una birra oltre confine

Cogliendo l'invito di alcuni amici, sono stata ieri a fare ina pedalata nei dintorni di Caporetto; e una volta rientrati, data l'ovvia necessità di reintegrare i sali minerali perduti, la birra d'ordinanza non poteva mancare. Ci siamo così fermati in un bar nella piazza del paese che i nostri amici stessi ci avevano suggerito, dato che tiene - sia in bottiglia che alla spina - le birre di due birrifici sloveni: il locale Pivovarna 1713, e il più noto Reservoir Dogs di Solkan - a pochi km da Gorizia. Abbiamo puntato dritti alle spine, tra le quali c'erano disponibili la ipa Bloody Executioner del primo, e la pale ale Warrior del secondo.

Tra le due, diciamo che la Warrior era quella che più poteva starci per dissetarsi dopo la pedalata: aroma fruttato - più tendente verso la frutta tropicale che verso gli agrumi - ed elegante, che si amalgama con quello leggermente caramellato del malto; che non prelude però ad un corpo eccessivamente dolce, ma che anzi rimane leggero e rinfrescante pur mantenendo sullo sfondo i toni del caramello e del miele. La componente amara, tra il citrico e il resinoso, arriva solo nella chiusura moderatamente secca; senza comunque risultare intenso né persistente, coerentemente con una birra che vuole rimanere facilmente bevibile ed evitare di conseguenza sapori ed aromi troppo forti. Semplice e gradevole, con un buon equilibrio tra le varie componenti.

Di altro genere la Bloody Executioner, che fa subito sentire in forze la buona dose di luppoli americani in aroma con la componente agrumata che la fa da padrona. Anche il corpo è discretamente robusto, con le note di caramello e biscotto del malto che vanno quasi a sovrastare la componente luppolata; tanto che persino la chiusura, che pur rimane di un amaro resinoso, quasi non appare tale, lasciando l'impressione di una birra nettamente più dolce della media delle ipa. Comunque discretamente beverina nonostante i sapori più forti, complice anche la buona carbonatazione. Anche questa piacevole, ma meno "elegante" della Warrior, nella quale mi è sembrato di percepire un maggiore sforzo tendente a raggiungere l'equilibrio dell'insieme - ma stiamo parlando di due generi diversi, per cui si tratta di fatto di un confronto improprio.

Chiudo con un grazie agli amici Marco e Anna Maria che ci hanno guidati in questa scoperta...un saluto e alla prossima!


giovedì 15 ottobre 2015

Datemi la ipa più speciale che c'è

Ieri sera ho fatto ritorno dopo tanto tempo al Samarcanda, accolta come sempre con calore da Beppe e Raffaella. Dopo i saluti si sono aperte come sempre le discussioni sul che cosa bere: che - con Beppe in particolare - finiscono spesso per diventare lunghe e dotte dissertazioni sulle birre che il locale offre, sulle birre in generale, e magari pure sui massimi sistemi. Ma va bene così, quando si entra in certi giri le riflessioni elaborate - qualcun altro le chiamerebbe seghe mentali - su ciò che si beve diventano parte del gioco. E così, dopo aver passato in rassegna buona parte del repertorio, Beppe se n'è uscito con un: "Ve la propongo io una chicca. Una delle ultime bottiglie rimaste, e non so se e quando riuscirò a farmene arrivare delle altre". Se fosse un'offerta, un ultimatum, o un'astuta tecnica di marketing, non era dato sapere; ma mi sono fidata, dato che non sono mai rimasta delusa delle sue proposte.

Trattasi della ipa dell'americana Ale Smith Brewing Company, marchio che, per quanto conoscessi di fama, non avevo mai provato (essendo appunto di non facile reperibilità). Da sotto il cappello di schiuma pannosa, densa e fine, salgono degli aromi che in prima battuta evidenziano l'erbaceo e il citrico, ma poi - e sempre più al salire della temperatura della birra - lasciano spazio a quelli di frutta tropicale, con addirittura una punta di malto che ricorda i mieli più amari, tra l'acacia e il castagno: due aspetti che raramente vengono tenuti insieme, e che, per quanto non si armonizzino, allo stesso tempo non si danno il cambio in modo "traumatico" creando l'impressione di cozzare. Anzi, la parte più dolce apre la strada al malto che predomina al palato per un brevissimo tratto, per poi virare subito sull'amaro persistente tipico delle ipa sugli stessi toni dei primi aromi. Insomma, aveva ragione Beppe, si tratta davvero di una creazione assai particolare; di quelle che ci si può aspettare di trovare in locali che, come il Samarcanda, optano per una lista birre ricercata che punta a trovare la qualità tra quelle meno diffuse e conosciute, e spesso diffficilmente reperibili.

lunedì 5 ottobre 2015

Gusti di Frontiera, capitolo primo: ricordati di santificare le feste...e anche il sabato

Già il fatto che il titolo del post dica "Capitolo primo" potrebbe farvi temere una lunga e tediosa serie; ma non preoccupatevi, le telenovelas le ho sempre odiate, per cui cercherò di mantenermi nei limiti dell'umano. In ordine rigorosamente casuale inizio quindi da una delle nuove conoscenze, il birrificio Sante Sabide di Fraforeano. Il nome deriva, come illustra a dovere il sito del birrificio agricolo in questione - nasce infatti dall'azienda agricola Bull DecArt - da "un'antica e ingenua santificazione dell'osservanza del sabato come giorno di festa in uso nelle campagne del Friuli, osservanza repressa in seguito nel XVII e nel XVIII secolo nella zona di Aquileia dai "Sabatari", pubblici ufficiali che comminavano multe ai contadini sorpresi ad osservare il riposo di sabato": e, incredibile a dirsi, "a Sante Sabide sono intitolati quasi una trentina di luoghi di culto sparsi per le campagne del territorio friulano, in genere collocati presso corsi d’acqua o sorgenti". Insomma, un birrificio che pur essendo giovane - ha infatti iniziato la produzione a marzo scorso - ha in qualche modo una storia dietro di sé.

Il Sante Sabide produce al momento tre birre (più una quarta stagionale, la birra alla zucca, che però non era disponibile in quel momento). La prima che ho assaggiato è stata la Blonde Ale, una bionda ad alta fermentazione - come dice il nome stesso - dal colore giallo dorato, leggermente opaca e con un buon cappello di schiuma. La luppolatura fresca e l'aroma floreale fanno da apertura al sorso che in bocca rimane delicato con una punta di dolce da malto, e che chiude poi con un amaro leggero e pulito: una birra semplice dai toni sobri e nel contempo decisamente piacevole, da bere in quantità nelle giornate assolate.


Diverso il discorso per le altre due birre, la Ipa e la Amber Ale. Anche qui la volontà è quella di "evitare gli eccessi" - nella fattispecie non avere una amber ale troppo dolce, né una ipa troppo amara -; ma si tratta di una ricerca di equilibrio ancora in corso, come del resto mi ha confermato anche il birraio. La amber ale infatti, pur mantenendo un corpo rotondo e con sentori di biscotto e caramello come da stile, pecca forse di toni erbacei e resinosi un po' troppo pungenti per quanto riguarda sia la luppolatura in aroma che quella in amaro; mentre la ipa predilige luppolature più dolci che danno sentori di frutta tropicale ed esaltano la maltatura che la discostano un po' dallo stile - per quanto le ipa siano ultimamente terreno delle sperimentazioni più audaci. Dato l'equilibrio già raggunto dalla Blonde Ale, comunque, le premesse per una promettente evoluzione anche delle altre due ci sono: sarà un piacere fare un nuovo pellegrinaggio alla "santa del sabato" tra qualche tempo...

mercoledì 25 febbraio 2015

Beer Attraction, parte prima: sulle rive del Lago di Garda

Naturalmente non potevo mancare al Beer Attraction, l'evento alla Fiera di Rimini dedicati ai piccoli - e meno piccoli, dato che ce n'era anche qualcuno di dimensioni ragguardevoli - birrifici indipendennti: e tenendo conto che gli espositori superavano il centinaio, ce n'era davvero per tutti i gusti, tanto che ho necessariamente dovutoo fare una selezione drastica di quelli da visitare e privilegiare i nomi che ancora non conoscevo - chiedendo scusa ai vecchi amici.

La prima nuova conoscenza che ho fatto è stata il birrificio Benaco 70 di Affi (Verona), dall'antico nome del Lago di Garda su cui affaccia: lì due anni fa Riccardo e Erica (che vedete nella foto di renato Vettorato) hanno "trasformato la loro passione in un progetto imprenditoriale", per dirla con le loro parole, e attualmente viaggiano al ritmo di ua trentina di cotte da 30 hl ogni anno. Il loro parco birre comprende una helles, una blanche, una porter, una kolsch, una strong bitter, una Ipa e una "honey ale " - altresì detta "belgian strong ale al miele" -, ed è stato queste ultime tre che ho avuto il piacere di assaggiare, mentre mi venivano illustrate con passione dall'enologa e dal tecnico informatico prestati all'arte del brassare.

La strong bitter in particolare mi era stata presentata da Riccardo come una delle loro punte di diamante per la sua particolarità, e il "pezzo" più rappresentativo di casa benaco 70; e in effetti devo riconoscere che il malto torrefatto - con note di caramello, di nocciola e di biscotto - risalta in maniera assai peculiare all'aroma, e nel corpo si bilancia molto bene con l'amaro non troppo pungente dei luppoli inglesi risultando più delicata ma al tempo stesso più piena e rotonda rispetto alle bitter canoniche. Una caratteristica che ho apprezzato, dato che a livello di gusti personali preferisco non eccedere con l'amaro.

E sempre nel solco della tradizione britannica rimane la Ipa, che, pur usando luppoli americani, il Benaco brassa senza dry hopping come nell'antica tradizione inglese: il risultato è una Ipa meno aromatica e più amara - dato che comunque i nostri sembrano non risparmiare sul luppolo -, su cui anche all'aroma risalta assai di più l'acre dell'erbaceo che il pungente dell'agrumato. Anche la persistenza ben lunga e decisa è nettamente amara, per cui farà la felicità dei palati forti - nota per gli intenditori: stiamo parlando di 60 Ibu; nonché di chi ritiene che, nel marasma attuale delle Ipa, sia necessario evitare certi eccessi aromatici e ritornare alle origini.

Da ultimo ho assaggiato la Honey Ale, verso la quale ammetto di essere stata un po' prevenuta: difficile fare una buona birra al miele senza risultare stucchevoli, e in effetti non me ne sono capitate sotto mano - o meglio, in bocca - moltissime che soddisfacessero questo requisito. In realtà è stata alla fine quella che più mi ha colpita tra le birre del Benaco: non solo l'aroma intenso di miele di castagno - e quindi già di per sé non troppo dolce - incuriosisce già ancor prima di assaggiarla, ma il corpo caldo e dolce - ottima la fusione tra il miele di castagno e il caramellato del malto - lascia subito spazio ad un finale secco e amaro, che lascia la bocca soprendentemente fresca e pulita per una birra di questo genere. Una delle poche birre al miele di cuisi potrebbe bere una pinta senza stufarsi insomma, e occhio ai sette gradi e mezzo di alcol.

Al di là del gusto personale, lo definirei un birrificio che mi ha soddisfatta per la cura dedicata alle proprie creazioni non solo in fase di produzione, ma anche di illustrazione: dalle spiegazioni di Riccardo ed Erica traspariva infatti una conoscenza approfondita dei loro prodotti, evidentemente causa ed effetto allo stesso tempo dell'attenzione che vi riservano.

venerdì 19 dicembre 2014

Una visita a casa del Meni

Cogliendo il gentile invito del buon Giovanni, qualche giorno fa ho fatto visita al birrificio del "vecchio" Meni: alias Domenico Francescon, di cui - e delle cui birre - avevo già parlato in questo e questo post. E' stato quindi un piacere andare a vedere il luogo di produzione in quel di Cavasso Nuovo, piccolo paesino in provincia di Pordenone.

Il birrificio è ciò che si dice un'aziendina a conduzione familiare: intenti a brassare una cotta speciale per la Vecchia Osteria di Maniago c'erano infatti Domenico e il figlio Giovanni, mentre la moglie del capostipite era occupata ad inscatolare le bottiglie. Saranno pure in pochi, ma si danno da fare: lavorano infatti in doppia cotta, gestendo i tempi con estrema meticolosità dato che caldaie miracoli ancora non ne fanno. Annesso al birrificio c'è poi un piccolo spaccio che, per quel che abbiamo avuto modo di vedere nell'ora e poco più in cui siamo stati lì, è discretamente frequentato dai locali e non solo: tra i clienti abituali ci sono anche i militari statunitensi di stanza ad Aviano, in cerca - data la vasta gamma di birre proposte, tra cui diverse aromatizzate - di qualche "pezzo originale" che ricordi loro i gusti un po' più estremi in voga oltreoceano.

Avendo già provato la Siriviela, la Candeot e la Pirinat - come descritto nei post di cui sopra -, questa volta la scelta è caduta sulla Grava: una Ipa dal colore ramato e dalla schiuma densa, persistente e pannosa, in cui dominano all'aroma le note di resina del luppolo chinhook. Addentata - letteralmente, data la consistenza - la schiuma, mi è arrivata in bocca una sferzata di amaro: il corpo robusto lascia infatti ben poco spazio ai toni agrumati ed erbacei che di solito la fanno da padroni nel genere, prediligendo nettamente quelli amari - per quanto nel primo sorso abbia sentito una leggera punta di caramello, subito svanita. Anche la chiusura è altrettanto amara e secca, lasciando da principio la bocca pulita, per poi ritornare in piena forza con una persistenza discretamente lunga.

Per quanto l'abbia trovata sbilanciata verso l'amaro a livello di gusti personali, indubbiamente è una birra che ha del carattere; e che probabilmente fa la felicità di tutti coloro che si dicono perplessi davanti alla moda delle Ipa fin troppo spinte dal lato aromatico, in cerca di un facile stupore. Qui si cerca piuttosto di stupire con un amaro che non sia "un amaro qualsiasi" ma abbia una sua unicità, e che gli amanti del genere possono trovare interessante.

Ultima nota: il premio simpatia va all'unanimità - mia e di Enrico, naturalmente - alla cassettina in legno fatta dal Meni stesso, utilissima come confezione regalo per sei bottiglie e che non abbiamo potuto resistere dal portarci a casa. Il Natale quando arriva arriva...


martedì 9 dicembre 2014

Zahre, dalla Ipa alla Apa

Per chi non lo sapesse, in casa Bernardinis-Andreola non è Natale senza un giro ai mercatini di Sauris; e così anche quest'anno abbiamo onorato la tradizione, nonostante il meteo non fosse esattamente dalla nostra parte. Oltre al tradizionale giro per la bancarelle, e al graditissimo tour del prosciuttificio Wolf in cui ci ha gentilmente accompagnati l'ad Stefano Petris - sappiate che è uno dei pochi stabilimenti in cui l'affumicatura dei salumi si fa ancora con legna e caminetti, vedi foto allegata per credere - non è potuta mancare naturalmente una tappa al birrificio: tanto più che nei tank c'era una novità, ossia la Apa. Dopo la Ipa - di cui ho parlato in questo e questo post -, non rimaneva che andare a provare l'ultima nata di casa Zahre.

Il buon Sandro ce l'ha spinata direttamente dal tank, e quindi la temperatura era al di sotto di quella ottimale di servizio; ma già così risaltava all'olfatto un aroma di cereale piuttosto insolito per il genere, che andava a sposarsi in maniera del tutto peculiare con l'erbaceo del luppolo. Diciamocelo, il birraio ci ha confidato una cosa: il tutto, come molte volte accade, è nato da un errore nel dosaggio del luppolo, inferiore a quello prestabilito. Ma, guarda un po' te, ne era uscito lo stesso qualcosa di buono: e buono assai, direi, perché per quanto all'olfatto lasci un po' disorientati il corpo risulta ben equilibrato - personalmente ho avuto qualche sentore di biscotto secco -, e le note di malto lasciano poi spazio ad un amaro ben netto che "pulisce" egregiamente la bocca. La temperatura un po' più alta, atteso qualche minuto, ha reso poi pienamente giustizia al tutto. Per quanto la Ipa sia in sé e per sé un genere più vicino ai miei gusti, direi che di questa Apa ho apprezzato soprattutto l'originalità pur rimanendo una birra "semplice"; e in questo senso direi che è un altro colpo messo a segno dai fratelli Petris e soci.

Ultima notizia dai monti della Carnia, Zahre ha iniziato a coltivare la sua canapa per la birra omonima - che ultimamente ha infatti avuto delle evoluzioni interessanti, come ho scritto in questo post -; tanto da aver provveduto anche a delle confezioni regalo per Natale che includono l'olio e la farina di canapa, di cui uno dei risultati è l'ottimo pane dato lì in degustazione erealizzato da un ragazzo di Pordenone. Se, oltre che di birra, avete passione anche di pasticciare in cucina, sappiate quindi che c'è anche questa possibilità...