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martedì 10 novembre 2015

Tra pompelmo e pepe


Lo scorso fine settimana ho fatto un rapido passaggio al Good, manifestazione tra il culinario e l'enogastronomico che si tiene in fiera a Udine. Al di là di alcune curiosità degne di nota, come i dolci della tradizione goriziana dell'azienda De Stabile - su tutti i pasticcini di pasta di madorla con ripieno di gubana -, nonché i prodotti della fattoria sociale Ronco Albina - che impiega persone con difficoltà fisiche o sociali, ottenendo devo dire ottimi risultati in termini di marmellate, biscotti e affini - ho trovato anche alcuni birrifici. C'erano i già noti Sante Sabide, San Giorgio, Zahre e Tazebao; nonché Città Vecchia, che esibiva il bottiglione da due litri della sua birra natalizia San Nicolò in confezione regalo (edizione limitata, gli interessati si affrettino) - il che può a buon diritto essere inserito tra le curiosità scoperte al Good, direi.

Da ultimo ho trovato la Birra di Meni; ed ho quindi colto l'occasione per provare l'unica che mi mancava delle classiche, la blanche Dreon. Da sotto il cappello di schiuma spumoso, come d'ordinanza nelle birre di frumento, sale un profumo di agrume particolarmente spiccato che si amalgama a quello del coriandolo e del pepe: e proprio il pompelmo fresco e il pepe, mi ha infatti spiegato Giovanni, vengono aggiunti nel mosto, e si fanno sentire in piena forza. Al palato questi toni diventano più gentili, fugando i timori di chi potrebbe aspettarsi una semi-radler (sacrilegio!) o uno strano intruglio che finisce per far tossire; ma ritornano a gran voce in chiusura, conferendo da un lato una nota particolarmente fresca e dissetante con l'agrume, e dall'altro una sferzata secca e piccante discretamente persistente che farà la gioia di chi ama le speziature. Personalmente la trovo una birra che si apprezza meglio in abbinamento ad un piatto ancor più che da sola, accompagnandola per contrasto a cibi non speziati - altrimenti l'insieme risulterebbe eccessivo: la apprezzerei con una carne bianca, un filetto di pesce, o un risotto con i gamberi. Un'ulteriore conferma che Meni, pur senza far mancare una serie di birre "pulite" e semplici ben fatte, sa giocare abilmente anche con sapori abbastanza arditi e stupire senza strafare.

mercoledì 6 novembre 2013

E chi l'ha detto che il riso si fa solo alla milanese

Soddisfatta la curiosità di conoscere l'agribirrificio, rimaneva da colmare la lacuna dell'unico che non avevo ancora provato tra quelli presenti al Good: il birrificio Abbà di Livorno Ferraris, in provincia di Vercelli. Una realtà di esperienza abbastanza lunga rispetto ad altri birrifici artigianali - una decina d'anni -, sviluppata in un vecchio cascinale ristrutturato circondato dalle risaie - così almeno mi ha detto il buon mastro birraio, accompagnato dalla figlia che evidentemente cresce bene.

Manco a dirlo, come quasi tutti i birrifici artigianali, anche l'Abbà di fregia di produrre solo birre crude, per preservarne meglio la qualità; oltretutto, ha puntualizzato il birraio, "Sono tutte spillate senza l'aggiunta di anidride carbonica: buone fino all'ultimo bicchiere", grazie alla tecnica Key Keg diffusa dalla Carlsberg.

Giusto per vedere se diceva la verità, non rimaneva che provarle. Su consiglio dell'esperto ho iniziato dalla bionda, che per quanto sia all'aroma che al gusto non mi fosse apparsa diversa da una qualsiasi altra chiara ad alta fermentazione, ha riservato la sorpresa del retogusto, nettamente più luppolato della media. Come di consueto ho apprezzato di più l'ambrata, che nonostante il caramello deciso non lascia poi strascichi dolciastri grazie alle note di malto tostato nel finale. Gran sorpresa in chiusura è stata la Nigra, una stout particolarmente beverina - complici i neanche 5 gradi -, soprattutto grazie al fatto che, contrariamente ad altre stout, sia all'aroma che al gusto pare inizialmente quasi inconsistente e non risulta "impegnativa"; salvo poi rivelare un sapore di caffè assai deciso, con qualche leggera nota di cioccolato. Insomma: bevetela comunque a piccoli sorsi in modo da godervi il finale di ciascuno, sennò la sprecate.

Peccato che non fosse disponibile la birra che più mi incuriosiva, la Farinela, brassata esclusivamente con il malto di riso: me l'hanno descritta come secca, fresca e con note agrumate, e beverina nonostante i 7 gradi e mezzo. Ma si sa, le descrizioni, se non seguite dalla prova pratica, fanno solo venire sete....

lunedì 4 novembre 2013

Al Good di Udine, parte prima: ma che sarà mai un agribirrificio

Rieccomi qui, dopo la trasferta nepalese. Giusto per togliervi la curiosità, se volete bere birra locale in quel di Kathmandu, il mio personale consiglio - con tutto il rispetto per i nepalesi - è di lasciar perdere: la scelta va dalla Everest alla Gorkha, due pils molto simili tra loro, che pur non essendo da buttar via non offrono nulla di più di ciò che si potrebbe trovare in un qualsiasi supermercato. Ottime per dissetarsi magari, ma non per chi cerca un sapore particolare.

Al rientro in Italia mi sono così diretta con migliori speranze al Good di Udine, salone delle specialità enogastronomiche friulane e non solo. Ovviamente non mi sono certo dilettata solo con la birra: è stata l'occasione per scoprire che di prosciutto San Daniele esistono quasi una decina di tipologie, grazie alla guida del buon Max Plett del prosciuttificio Dok dall'Ava; o di provare i veri confetti di Sulmona dell'azienda Giallo Zafferano - spettacolari quelli alla mandorla, caramello e rum; e la lista potrebbe continuare a lungo.

In quanto a birrifici, oltre a ritrovare più o meno tutti i vecchi amici - tra cui Valscura, di cui ho provato la Nadal: notevoli le note di frutta esotica sia all'olfatto che al palato, ma forse un po' impegnativa da bere perché gli otto gradi si sentono tutti - ho fatto anche alcune nuove conoscenze. Ad attirare la mia attenzione, per pura curiosità, è stato per primo l'agribirrificio Villa Chazil di Lestizza: ohibò, mi sono detta, che sarà mai un agribirrificio?

Sono così andata a farmelo spiegare dal bravo ragazzo al banco, che ancor prima di rispondere alla mia domanda mi ha messo in mano un bicchiere. In sostanza, come intuibile dal nome stesso, si tratta di un'azienda che - come per gli agriturismi - coltiva in proprio le materie prime: in questo caso, il malto e il luppolo. E qui è sorto il dubbio: ok per l'orzo, ma in quanto al luppolo avevo sempre saputo che farlo crescere in queste zone è una battaglia persa: come la mettiamo? "Con i luppoli tedeschi sì - ha specificato il ragazzotto - ma con quelli americani si può fare". A onor del vero, in effetti, il luppolo a km zero ancora non c'è: il birrificio è attivo da due mesi, per cui bisognerà attendere l'anno prossimo - quando le piante saranno cresciute - per vedere se davvero l'esperimento funziona; per ora c'è il malto - che mi è anche stato fatto assaggiare, prima volta che mi capitava -, e le previsioni sono quelle di produrre circa 1500 ettolitri l'anno di birra a filiera corta.

Per ora Villa Chazil produce un solo tipo di birra, quella - appunto - che mi era stata messa in mano: una lager con malto Pils - quello sì già prodotto in azienda - e luppolo Cascade. Se devo essere sincera, per quanto l'abbia trovata piacevolmente dissetante, non mi ha particolarmente colpita; certo si sente comunque il tocco dell'artigianalità, in quanto non ha nulla a che vedere con quelle da supermercato di cui sopra. Per cui, che dire? Aspetto di assaggiare quella con luppolo locale il prossimo anno, che promette di essere, al di là dei gusti personali, senz'altro unica in quanto a materie prime.