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domenica 25 novembre 2018

Nuove aperture a Cividale: il birrificio Forum Iulii

Chi mi segue ricorderà Grana 40, beerfirm di cui ho scritto più volte; ed ora si è concretizzato il progetto di apertura del birrificio vero e proprio - battezzato Forum Iulii, dall'antico nome di Cividale del Friuli, dove ha sede. E' stato presentato alla stampa e agli addetti di settore il 22 novembre scorso, prima dell'inaugurazione del 25. Giusto per ricapitolare le puntate precedenti, il tutto è partito nel 2014 appunto con Grana 40, beerfirm nato da Emanuele Beltramini e Christian Drecogna e dalla loro esperienza di homebrewing; la compagine sociale si è poi allargata nel tempo fino a comprendere altri quattro soci - Michele Specogna, Michele Zeuli, Samira Dorbolò e Giovanni Dorbolò - rendendo possibile la rimessa a nuovo di un vecchio capannone del cividalese che diventa la sede per il birrificio. Anche in questo caso siamo quindi davanti ad un allargamento a soci finanziatori non birrai: una strada, come ho osservato in precedenti post, seguita da sempre più birrifici - a fronte di investimenti che, nella congiuntura attuale, diventano sempre più impegnativi non potendo semplicemente andare ad aggiungersi al novero dei tanti birrifici artigianali senza un solido progetto imprenditoriale. Nel caso di specie, poi, c'è stato anche un forte investimento anche sul fotovoltaico - 427,68 Kwp, stando ai dati forniti dal birrificio - che fornirà quindi energia rinnovabile agli impianti. Va ricordato infine che si tratta di un birrificio agricolo: l'orzo (biologico) viene prodotto in Molise e maltato da Farchioni, in Umbria, ma i progetti sono di avere produzione anche in Friuli nel prossimo futuro.


Al di là del quadro generale, la prima cosa che colpisce arrivando al Forum Iulii è la sala degustazione - con pareti vetrate che danno da un lato sul giardino esterno, dall'altro sulla sala cotta (10 hl di capacità): una sala elegante e curata, dagli arredi in legno ai divanetti, alle sedie. Insomma, un locale che vuole attirare anche per l'ambiente in sé e non solo per la birra (e la cucina, dato che ci sarà anche quella); e che, come ha concordato lo stesso Christian, vuole adattarsi anche ad occasioni formali. Il tutto comunque senza nessuna intenzione di attirare soltanto una clientela - appunto - formale: Emanuele ha espresso l'auspicio che questa sia una tap room "dallo stesso valore sociale che hanno i pub inglesi, dove si incontrano dopo il lavoro, il professionista così come l'operaio". Nel complesso, comunque, la sensazione che ho avuto è che la squadra di Forum Iulii intenda portare la birra in un genere di ambiente che - almeno a Cividale e dintorni - era sempre stato inteso per altre bevande, vino in primo luogo, lanciando in questo senso un segnale di differenziazione rispetto a molte tap room.

Sono sei al momento le birre a listino - quelle della linea Grana 40, che si rifanno (riviste) al precedente beerfirm, e la birra della casa che sarà distribuita soltanto lì: una Helles che ho avuto occasione di provare per l'evento, e che definirei classica e in stile, se non per la luppolatura un po' più accentuata in quanto a persistenza. A queste si aggiungeranno le birre della linea Forum Iulii, intesa per essere più "classica" - a complemento dell'altra, più "sperimentale" - e quelle di alcuni birrifici ospiti. In effetti si può dire che il denominatore comune di tutte le birre Grana 40 è l'uso "intenso" del luppolo - inteso non necessariamente in termini di quantità assoluta di luppolo utilizzato, ma del ruolo che questo occupa nel complesso degustativo: sempre molto profumate, dalla persistenza lunga e dall'amaro deciso - difficilmente troverete una birra che dia l'impressione di essere dolce, anche se a livello di Ibu non dovesse essere altissima.

Alla presentazione ho assaggiato nello specifico la session ipa Orbitale e la white ipa Carat. La prima esibisce un aroma su toni resinosi, ancor più che fruttati - pur percepibili; corpo molto snello pur concedendo una nota biscottata, prima di un finale di un amaro altrettanto resinoso, netto e molto persistente. La Carat, che vuol essere un incrocio tra una blanche e una ipa nella misura in cui contiene anche frumento, è comunque una ipa a tutti gli effetti: aromi agrumati del Citra - che comunque non coprono del tutto la componente del cereale -, corpo scorrevole e finale agrumato sempre molto intenso e persistente.


Per quanto già conoscessi le birre di Grana 40, questo - come ha giustamente osservato Emanuele - è un punto di partenza, non di arrivo - e non solo per l'azienda nel complesso ma anche per le birre nello specifico, dato che si tratta pur sempre di utilizzare un nuovo impianto e rivolgersi ad una clientela che verosimilmente non sarà esattamente la stessa del beerfirm: da questo punto di vista, non posso che fare i migliori auguri perché la squadra di Forum Iulii riesca a mettere a frutto al meglio gli sforzi compiuti sinora.

Si ringrazia Ismaele Michelotti per le foto.

giovedì 6 luglio 2017

Novità in casa Grana 40

Da tempo non avevo occasione di incontrare Emanuele Beltramini di Grana 40, né di assaggiare le sue birre; e l'occasione è arrivata quando mi ha annunciato di avere pronta per la commercializzazione la nuova white ipa (di cui già avevo provato un'anteprima un paio d'anni fa), la Mar Bianco, nonché importanti notizie in merito alla tanto agognata trasformazione da beer firm in birrificio. Diciamocelo: dopo diversi passaggi da un birrificio all'altro per fare le birre, un paio di progetti poi non concretizzatisi per avviare il proprio stabilimento, con conseguenti freni allo sviluppo dell'attività (tanto appunto che la Mar Bianco è arrivata soltanto ora sul mercato), ammetto che m'è scappato un "Chissà che questa sia la volta buona": fortunatamente ad Emanuele non manca l'ironia, e anche da parte sua la cosa è finita con una risata.

A parte gli scherzi, comunque, questa volta qualcosa di più concreto c'è. Emanuele e soci, dopo l'allargamento della compagine societaria (e anche qui ritorna quanto appena affermato nell'ultimo post, e giuro che l'ho scritto prima di parlare con Emanuele), hanno individuato nei pressi di Cividale del Friuli (Udine) il capannone in cui avrà sede il birrificio; capannone che peraltro ho avuto modo di vedere e che, date le notevoli dimensioni, sicuramente permetterà di pensare anche a qualcosa di più che al solo spazio dedicato alla produzione. I lavori sono in corso, ed è previsto che la cosa prenda forma definitiva nei prossimi mesi: non anticipo altro in quanto per ora si tratta unicamente di progetti, riservandomi di tornare sull'argomento una volta che il tutto sarà meglio definito. L'augurio, per il momento, non può essere che quello di cogliere al meglio quest'occasione per sviluppare appieno le potenzialità sia del birraio che di tutti i suoi collaboratori.

Siamo poi passati all'assaggio della Mar Bianco, definita in etichetta come white ipa - e da Emanuele più semplicemente blanche -, in quanto si tratta appunto di una base blanche a cui sono stati aggiunti luppolo Lemondrop e Denali (e del resto l'interesse per la sperimentazione con luppoli nuovi o inusuali è una delle caratteristiche distiintive di Grana 40). A dispetto della dicitura "ipa" nel nome, la componente agrumata e di frutta tropicale che caratterizza questi due luppoli rimane molto discreta all'aroma sotto la schiuma densa; e si amalgama con le leggere note speziate e di chiodi di garofano del lievito (nessuna spezia dichiarata in ricetta) e quelle di frumento tipiche dello stile senza sovrastarli: il che la rende del tutto identificabile come blanche, pur peculiare all'interno del genere. In bocca rimane in un primo momento evanescente, salvo poi ritornare in discreta forza con i toni di pane del frumento; e chiudere infine su un amaro leggermente citrico ma pulito e netto, pur non essendo particolarmente secca, senza lasciare persistenze agrumate. Nonostante abbia personalmente trovato lo stacco tra il corpo esile e il ritorno di cereale un po' troppo netto, la definirei una birra dissetante ed equilibrata, sia per come sono gestite le varie componenti dell'aroma che per la pulizia del finale.

Non ho invece potuto condividere la stessa impressione per l'ultima versione della blonde ale Mar Giallo, che al sorachi (originariamente usato in monoluppolo) accosta ora il luppolo sloveno styrian wolf: qui è infatti la frutta tropicale che caratterizza questa varietà (dal mango, alla papaya, al frutto della passione, all'ananas) ad imporsi nettamente in tutta la bevuta, dal naso, al palato, alla chiusura, lasciando in secondo piano le altre componenti. Personalmente l'ho quindi trovata troppo improntata su queste note; rimanendo comunque fermo il fatto che non vi ho percepito difetti e che, per gli appassionati del genere, sicuramente risulterà gradevolissima.

Ultima nota di merito va alla cucina e al servizio del Giona's, di cui anche questa volta sono rimasta soddisfatta con il "Percorso vegetariano" - pappa al pomodoro, patate alla tedesca, tortino di frittata con zucchine e timo, cordon bleu di melanzana con gorgonzola e cipollotti gratinati. Un grazie quindi al Grana 40 e al Giona's per la piacevole serata.

giovedì 30 giugno 2016

Il passaggio del(la) Mar Rosso

Un paio di giorni fa ho accolto l'invito di Emanuele Beltramini del Grana 40 ad assaggiare l'ultima creazione della casa; che, in ossequio alla blonde ale Mar Giallo e alla black ipa Mar Nero, è stata battezzata Mar Rosso. Trattasi di una session ipa dall'intuibile colore e di appena 3,5 gradi - e l'estate è quindi il periodo ideale per il lancio, data anche la facilità di beva. Come da tradizione ci siamo incontrati al ristorante Il Giona's, uno dei locali che tiene le loro birre, e che come le altre volte mi ha lasciata soddisfatta in quanto a cucina - involtini di manzo e prosciutto al lime con verdure gigliate.

Come di consueto per le birre di Grana 40 - eccetto la Ippils, la grande eccezione della famiglia - la Mar Rosso vuole farsi notare in primo luogo per l'esuberante luppolatura in aroma; data nella fattispecie da ahtanum, citra, mosaic e bravo, che nell'insieme creano una rosa di profumi che va dalla fragolina di bosco, all'agrumato, al resinoso, finanche con una punta di dolce da frutta tropicale. Nell'insieme devo dire che si tratta di una luppolatura che, pur importante, non dà l'impressione di essere eccessiva né spigolosa, e armonizza bene le varie componenti: l'esperienza pare stia insomma dando i suoi frutti in quanto a "gestione del luppolo", dopo qualche anno di sperimentazione e perfezionamento su Mar Giallo e Mar Nero.


Il corpo, come intuibile, è assai scarico, tanto da avere quasi l'impressione di passare per direttissima dalla luppolatura d'apertura a quella di chiusura; in cui si evidenzia un amaro importante e secco su toni citrici, nonostante Emanuele abbia sottolineato come non sia stato usato alcun luppolo ad inizio bollitura ma soltanto in late e dry hopping (per i non adepti: il luppolo gettato nel'ultima fase della bollitura, usato principalmente per dare aroma e non amaro, così come quello gettato a freddo). Una caratteristica che Emanuele ha spiegato con l'alto contenuto di alfa acidi nei luppoli utilizzati, con la conseguente scelta di usarli solo alla fine per evitare un eccesso di amaro. Nel complesso non mi ha colpita più della Ippils, come Emanuele aveva invece predetto; però è comunque una birra che segna un'ulteriore evoluzione del Grana 40 verso prodotti via via più eleganti e puliti, pur mantenendo l'impronta originaria che ho definito "esuberante".

Vale la pena notare anche il fatto che l'ho assaggiata da una bottiglia che mi è stato detto risalire al mese di gennaio: nonostante avesse sei mesi, la parte aromatica era ancora ben conservata e dava sensazione di "freschezza". E qui si è innescato un discorso che il nostro birraio ha definito quantomeno controverso, nel campo della birra rtigianale; ossia l'utilizzo delle virtù della chimica - ad esempio sostanze come il tannino di galla - per arrivare ad avere un prodotto più stabile e pulito; e che a suo dire, oltre ad essere di uso più diffuso di quanto si creda anche nelle piccole realtà, non andrebbero ad inficiare la "purezza" del risultato finale perché decadono, rimanendo in quantità trascurabile nel prodotto finito. Non sono né una birraia né una chimica e quindi non mi esprimo; certo è che la liceità ed "eticità" (chiamiamola così) dell'utilizzo più o meno invasivo di ciò che la scienza oggi ci offre, già pesantemente dibattuto nel settore agricolo e alimentare, investe anche la birra artigianale che di questo settore è parte.

Ci siamo poi spostati ad Orzano, nello spazio degustazione dell'azienda vinicola Vigne del Malina, che tiene la Ippils alla spina; e che non avevo mai avuto occasione di assaggiare, essendomi limitata a quella in bottiglia. Complice probabilmente la temperatura troppo bassa della spina - e che a onor del vero è stata prontamente alzata -, ho percepito assai meno gli aromi che avevo descritto nel precedente post; mentre risaltava assai meglio la componente più "grezza" del cereale. Il salire della temperatura ha poi reso giustizia anche ai profumi, che ricordavo ad ogni modo più intensi; in generale direi che l'ho apprezzata di più in bottiglia - versione nella quale continuo a ritenerla la birra meglio riuscita tra quelle di Grana 40 -, pur senza perdere la sua natura nemmeno alla spina. Leggermente meno netto anche l'amaro finale, trattandosi di una nuova ricetta.

In chiusura di serata, Emanuele ha assicurato che il percorso verso l'avvio di un birrificio proprio prosegue, così come l'elaborazione di nuove ricette - tra cui una che ha definito "una pecora nera", non volendosi sbilanciare oltre: che dire, staremo a vedere, e non posso che fare i miei migliori auguri per i progetti futuri.

domenica 28 febbraio 2016

Sulle colline di...Ippils

No, non è un errore di battitura (d'altronde, per i non friulani come me, scrivere correttamente "Ipplis" potrebbe non essere così scontato); ma il nome della nuova creazione del Grana 40, che dopo la Mar Giallo e la Mar Nero - rispettivamente una blonde ale con monoluppolo sorachi e una black ipa - si è dato alle basse fermentazioni, e pure a una di quelle - almeno così raccontano i birrai - più difficili da fare bene: la pils. Il nome, dopo un sondaggio si Facebook, è stato a furor di popolo "Ippils", ispirandosi al nome del paese di provenienza dei birrai (secondo classificato "Bassa marea", per coerenza con le altre birre); ed ho avuto il piacere di provarla in anteprima insieme a Emanuele e Christian.

Conoscendo i personaggi, c'era da aspettarsi che non facessero le cose "normali": e infatti non aspettatevi una pils classica, per quanto lo stile rimanga riconoscibile. Messi da parte i luppoli tedeschi, i nostri hanno preferito gli sloveni styrian golding e celeia, che mantengono comunque gli aromi delicati e floreali - personalmente ho percepito anche un'ombra di agrumato, insieme alle note di cereale e miele date dal malto - che si addicono allo stile pur distinguendosi dalla norma. Il corpo è ben pieno e ricorda le fragranze del pane, avvicinandosi più alle pils ceche che a quelle tedesche, complice anche la buona presenza del lievito - è decisamente meno attenuata della pils da manuale. Il finale è di un amaro secco, netto e ben persistente, andando a contrastare in forze il corpo giocato sui toni del dolce: a conferma del fatto che a Emanuele e Christian il luppolo fondamentalmente piace, per cui c'è, si deve sentire, ed è il primo oggetto di sperimentazione nella loro filosofia di lavoro.

A conferma di questo c'è il fatto che anche la prima nata Mar Giallo, orgogliosamente monoluppolo sorachi, è stata oggetto di una revisione appunto per quanto riguarda i luppoli: nell'ultima versione è stato aggiunto il dry hopping con il citra, che va a smorzare l'amaro "spigoloso" del sorachi affiancandovi un agrumato più gentile. Personalmente ho apprezzato di più questa seconda versione, che ha peraltro un amaro meno persistente; nel complesso la trovo più equilibrata, come del resto era l'intenzione dei birrai.

Ultima nota va al locale che ci ha ospitati, il Giona's, e non solo per l'abilità di chi ha spillato una birra con una tale schiuma (vedi foto): apprezzatissimo il loro piatto a rotazione stagionale, il "Percorso contadino", che nelle versione di questo periodo propone radicchio rosso in saor, tortino di rape al gorgonzola, polpettone di cavolo e mais, spiedini di broccoletti di bruxelles pastellati e carciofi su ul letto di polenta morbida. Un degno accompagnamento ad una birra - la Ippils - che trovo essere la più pulita ed equilibrata tra quelle del Grana 40 (e di conseguenza versatile negli abbinamenti), e segno di un passo avanti nel percorso professionale dei birrai.

giovedì 2 aprile 2015

E' arrivata #accisanera

Già da inizio anno se ne parla, e ora siamo venuti al dunque: homebrewers e birrifici artigianali hanno iniziato a stappare le prime bottiglie - o mettere alla spina i primi fusti, a seconda dei casi - di Accisa Nera, la birra ideata come forma di protesta contro l'aumento delle accise - chi non sapesse o non si ricordasse di che cosa sto parlando, clicchi qui. E il primo aprile - e non è uno scherzo - il Mastro Birraio di Trieste ha ospitato la prima "serata Accisa Nera" in regione, con due versioni della birra in questione: quella del birrificio Antica Contea di Gorizia - che per non smentirsi l'ha messa in cask - e quella del Grana 40 di Ipplis e birrificio di Meni in collaborazione.

La ricetta di base, elaborata da Emanuele Beltramini del Grana 40, non impedisce a ciascun birraio di mettere il suo tocco: e in effetti così è stato, dato che ne sono uscite due birre completamente diverse. Quella di Grana 40 & Meni è, come comprensibile, più fedele alla ricetta originale: una luppolatura all'americana - come da definizione di "hoppy amercan porter" - assai generosa che stupisce l'olfatto su una birra scura e fa presagire un corpo paragonabile a quello di una Apa; salvo poi far rimanere quasi perplessi una volta che in bocca rimane ben poco rispetto al previsto trattandosi di una birra volutamente "watery", come si usa dire - ossia: del tutto inconsistente sia sotto il profilo del corpo che del grado alcolico, facendo quattro gradi scarsi. Insomma, il messaggio è chiaro: se le tasse aumentano, i birrai saranno costretti a fare birre sempre meno "cariche" in quanto ad ingredienti per tagliare sui costi - e sul grado plato, su cui l'accisa è calcolata.

Tutt'altra birra è invece la versione proposta in cask dall'Antica Contea, che ha leggermente modificato la composizione dei malti della ricetta originale, puntando più sui malti scuri e diminuendo quelli base - quelli che danno il corpo, per intenderci. Ne è uscita un'Accisa Nera assai più fedele allo stile canonico delle porter, in cui i luppoli sono praticamente assenti all'olfatto e il corpo leggerissimo dà sentori di liquirizia uniti ad altri tra il metallico e l'acido - che il fondatore di Accademia delle Bire Paolo Erne mi ha spiegato essere dovuti ai malti in questione, se non siete d'accordo vedetevela con lui. Anche il fatto di essere stata messa in cask - nonché spillata dall'abile Daniele Stepancich, come si può vedere nella foto sotto - ha dato il suo tocco, consentendo di spillare una birra meno gasata e con il tipico "ossidatino" - come ho avuto scherzosamente a soprannominarlo una volta - che caratterizza le birre conservate così. Una birra ancor più "watery" della versione precedente - anche il grado alcolico è più basso, 3,5 - di cui due pinte possono scendere ad occhi chiusi: la classica "birra da facchino", da bere senza paura per dissetarsi e rinfrancarsi un po', perché "tanto fa poca sostanza".


Quale delle due versioni piaccia di più è naturalmente questione di gusti: chi preferisce il classico e il "pulito" - o più banalmente le porter - probabilmente apprezzerà di più l'Accisa Nera di Antica Contea; mentre gli adepti dei luppoli, delle sperimentazioni e degli aromi più forti preferiranno quella della premiata ditta Grana 40 + Meni. Certo una luppolatura così su una porter, per dirla terra terra, non c'entra nulla; ma del resto si tratta dichiaratamente di una fuori stile, per cui va da sé che i canoni non siano stati rispettati.

Un'ultima nota va per la terza versione di Accisa Nera che ho assaggiato, questa volta non di un birrificio ma di un homebrewer, Paolo Erne: anche qui con un tocco personale, dato che l'ha resa ancor più "ruffiana" - parole sue - aggiungendo un bacello di vaniglia, creando un aroma che a me ha ricordato la crema dei dolci. A quanto pare, fortunatamente, le tasse stimolano la fantasia degli italiani non solo quando si tratta di trovare la maniera di evaderle...

sabato 31 gennaio 2015

Una birra nera...come l'umore

Lo so, sono in ritardo perché la cosa è successa ieri - e l'avevo pure saputa subito, essendo membra del gruppo: ma mi perdonerete se arrivo solo ora a dare notizia di un'originale forma di protesta contro l'ultimo aumento delle accise sulla birra, nata sul gruppo Facebook di Accademia delle Birre. Il fondatore Paolo Erne ha infatti lanciato l'idea di fare una "cotta comune" - oltre che fronte comune - per lanciare a legislatori e consumatori un messaggio molto semplice: una tassa che ha ormai sforato il tetto dei tre euro per grado plato per ettolitro - semplificando, stiamo parlando di una cifra che va suppergiù dai trenta fino a oltre cinquanta euro a ettolitro a seconda del tipo di birra - non è sostenibile, in particolar modo per i piccoli produttori artigianali. Che già devono confrontarsi con critiche verso i prezzi più alti di quelli praticati dall'industria: e non è sempre facile spiegare al consumatore che - conti alla mano, almeno stando a quelli che mi ha fatto vedere un birraio di cui per discrezione tacerò il nome, a fronte del fatto che Moretti e Castello fornivano la loro birra a 89 cent al litro per Friulidoc - per gli artigiani fare lo stesso a meno di 3 euro e mezzo al litro sarebbe stato impossibile senza rimetterci.

Lanciata la proposta, sul gruppo è nata quindi una discussione su come dovesse essere questa birra già battezzata "Accisa nera": e ne è uscita una "Hoppy American Porter", un fuori stile proposto da Emanuele Beltramini del Grana 40, pensata per essere facilmente realizzabile anche dagli homebrewers (un adattamento successivo è stato poi aggiunto da Antonio De Feo). Una birra scura e leggera in quanto ad alcol - 4 gradi - come provocazione per dire che la nuova tassazione costringe a mantenere una gradazone alcolica più bassa; e altrettanto scura sarà la bottiglia, quasi a segno di lutto. Naturalmente l'invito a produrla non è rivolto solo a birrai e homebrewers membri dell'Accademia delle birre, ma a tutti; così come quello a presentarla poi a fiere, manifestazioni ed eventi, per sensibilizzare sulla questione. L'Accademia delle Birre, dopo la sensibilizzazione sul tema delle produzioni artigianali locali in occasione di Friulidoc - di cui avevo scritto in questo e questo post -, si conferma quindi un gruppo assai attivo sul fronte della difesa del produttore e della formazione e informazione al consumatore, e c'è da augurarsi che anche questa iniziativa abbia successo; e non lo dico per partigianeria - non nascondo, come ho detto sopra, la mia appartenenza al gruppo, anche perché chiunque può verificarla su Facebook - ma per gli effettivi risultati ottenuti dai birrai e homebrewers coinvolti.

Nelle parole di Beltramini, l'Accisa nera si preannuncia "profumata ed intrigante": se non è buona la tassa, insomma, speriamo sia buona almeno la birra di cui ha ispirato la produzione...

lunedì 15 dicembre 2014

Uno "sposalizio" tra birrifici

Che i birrifici artigianali collaborino, non è una novità: le birre opera di mastri birrai di case diverse sono numerose, e numerose tra queste sono quelle ben riuscite. Però si può collaborare anche sul fronte delle degustazioni, agguingendoci magari la collaborazione con un ristorante: ed è stato il caso della serata organizzata da due nomi noti ai lettori di questo blog - il Grana 40 di Ipllis e il Garlatti Costa di Forgaria - a Il Giona's di Premariacco, delizioso locale con muri in petra e caminetto perfetto per l'atmosfera natalizia. Una serata "tra amici", dato anche il numero massimo di posti disponibili, in cui i birrai hanno potuto presentare le loro opere in maniera diretta e in uno scambio con gli interlocutori proprio come se fosse una chiacchierata.

Ad aprire la serata è stato l'aperitivo con la Mar Giallo di Grana 40 - che il Giona's tiene alla spina - accompagnato dalla pizza affumicata - pancetta, cipolla di tropea, gorgonzola di capra e fiordilatte - del ristorante: forse non la birra più adatta insieme a quei sapori, ma il connubio pizza-birra fa comunque il suo, e la Mar Giallo rende assai meglio - così come la sua "sorella Mar Nero" (nella foto sopra) - alla spina che in bottiglia. A seguire l'antipasto di prosciutto di cinghiale, puntarelle, cipolline in agrodolce e caprino (nella foto accanto) accostata alla Lupus di Garlatti Costa, una chiara ispirata alle bionde belghe. Personalmente, pur essendo una birra di tutt'altro genere, mi ha ricordato parecchio le blanche per gli aromi speziati e i particolari sentori di lievito - osservazione su cui l'artefice Severino ha concordato -: il che me l'ha fatta parecchio apprezzare, risultando leggera e rinfrescante pur con un corpo pieno.

Con il primo - orzotto con radicchio di Treviso e salsiccia - è arrivata la Liquidambra, sempre di Garlatti: un'ambrata, come dice il nome stesso, dalle decise note di nocciola e caramello, dolce al palato ma con un amaro ben secco in chiusura. Ottimo per "sgrassare", insomma, nonostante il tenore alcolico - 7 gradi - si senta tutto. La Mar Nero di cui sopra ha fatto invece il suo ingresso con il secondo - una bistecca di maiale con l'osso, accompagnata da polenta e patate alla tedesca con dadini di speck. Ottimo l'accostamento con le patate e lo speck, con cui si armonizzavano bene le note di tostato e - incredibile a dirsi - anche quelle di liquirizia della Mar Nero, un po' meno indovinato quello con la carne - per la quale avrei matenuto forse la liquidambra; comunque gradito, anche perché - diciamocelo - tutto quello che ci è passato nel piatto era davvero cucinato con maestria.

Da ultimo il dolce - un semifreddo alla nocciola e caramello - accostato alla Orzobruno, una scura doppio malto di Garlatti: anche in questo caso la filosofia è quella di parire col dolce e chiudere con l'amaro, partendo dai tocchi di nocciola, tostato e frutta secca per arrivare ad un finale luppolato delicato e deciso al tempo stesso.

In tutto e per tutto una serata riuscita, sia per le birre e la cucina di qualità, sia per il dialogo che si è creato con i birrai: prova il fatto che i partecipanti non lesinavano certo sulle domande, confermando che l'interesse per la birra artigianale, se opportunamente "risvegliato", c'è. Ai birrai, agli operatori dell'informazione e ai già appassionati coglierlo.

giovedì 23 ottobre 2014

Una serata da Mastro Daniele

Tra i vari locali che mi sono stati consigliati nei miei pellegrinaggi tra un evento e l'altro c'era il Mastro Birraio di Trieste; e così, cogliendo l'occasione di un giro in terra giuliana, mi sono fermata nel covo di Daniele Stepanchich, che da cinque anni ha rilevato l'attività. L'ambiente è caldo e accogliente, con il legno che impera nell'arredamento; fanno poi bella mostra di sé le otto spine di cui tre a pompa, giusto per mettere in chiaro che ogni birra ha il suo metodo di spillatura.


La carta delle birre è discretamente nutrita ed esposta con dovizia su una lavagnetta; per cui, giusto per non confondermi, mi sono limitata a considerare quelle alla spina, equamente divise tra fisse e a rotazione. "Giusto per iniziare" mi era stata consigliata dal mio buon compare Andrea una Theakston Best Bitter, nel solco della miglior tradizione inglese; ma, complice il buon ricordo che avevo del Birrificio Rurale conosciuto all'Expo, ho preferito passare direttamente alla loro Terzo Miglio, una Apa dalla schiuma da far invidia alla panna montata. L'aroma tra l'erbaceo e l'agrumato e il balsamico rende bene giustizia ai luppoli, e il corpo ben bilanciato e discretamente leggero per una birra di questo genere dà una buona bevibilità. A chiudere un amaro che onestamente non ho trovato così pungente come da descrizione, e soprattutto un sentore balsamico che lascia la bocca ben pulita.

A dire il vero l'ho scelta prima di decidere che cosa mangiare e quindi senza pensare all'abbinamento, ma metterci il pollo con verdure grigliate non è stata comunque eresia totale. E approfitto quindi per fare una parentesi sulla cucina del Mastro Birraio: la chicca della serata è stato probabilmente lo stinco in crosta di pane cotto nella birra, ma anche il chili - carne di manzo tritata e speziata con fagioli, per i non adepti - di Enrico si è difeso bene. La curiosità sono però i dolci, nella fattispecie il birramisù servito in un bicchiere da mezza pinta di Guinness, e la sacher con gelatina di birra al posto della marmellata. Ammetto che non l'ho particolarmente amata a livello di puro gusto personale (e che ce posso fa', la sacher non mi piace), ma indubbiamente l'idea di abbinare la gelatina con un dolce al cioccolato è indovinata e originale. Ottima poi la scelta di Andrea di accompagnarla ad una Mar Nero del Grana 40, che con i suoi aromi di caffè e liquirizia si sposa alla perfezione.

La mia idea era quella di chiudere con una Lupulus Hibernatus, una strong ale belga tipicamente invernale - dati anche i suoi quasi 9 gradi - dai netti aromi caramellati e tostati che trovano poi riscontro nel corpo, discretamente consistente e che non fa sconti al tenore alcolico. Però Andrea mi aveva fatto incuriosire rispetto alla Chimay Dorée, una blanche trappista, che per chiudere una cena sarà pure fuori luogo ma ho molto apprezzato. L'aroma di frumento con qualche leggera nota speziata e agrumata fa da biglietto da visita al corpo assai ben bilanciato tra cereale e luppolo, che rimane leggero pur senza dare la sensazione di non essere sufficientemente intenso e lascia un finale piacevolmente secco. Da bere con piacere e permettendosi anche di indulgere nella quantità, dato che fa poco più di 4 gradi.

In conclusione, definirei il Mastro Birraio un locale piacevole, tranquillo e che sicuramente viene incontro ai gusti e alle esigenze degli intenditori pur senza avere nulla di "spettacolare"; insomma, se cercate il locale "unico" o la stravaganza probabilmente non fa per voi, ma per una serata tra amici con una buona birra è una scelta indovinata.

lunedì 20 ottobre 2014

L'Expo non è solo a Milano


Eh già, il nome forse sarà abusato, però quantomeno il contenuto era di tutto rispetto: lo scorso fine settimana ho infatti avuto modo di presenziare all'Expo "una birra per tutti", che la Brasseria Veneta organizza da ormai 5 anni al Park Hotel Villa Fiorita di Monastier. A distinguere l'evento da altre manifestazioni è non solo la presenza, accanto ad una decina di birrifici, di altrettanti homebrewers come espositori, sullo sfondo di una lunga serie di laboratori e tavole rotonde tenute da esperti del settore; ma soprattutto la finalità benefica, in quanto il ricavato viene devoluto alla Lega italiana per la lotta ai tumori di Treviso, ad un'adozione a distanza in Costa d'Avorio, e a progetti scolastici sul territorio. Insomma, a bere una pinta sapendo che si sta anche facendo del bene c'è più gusto.

Anche il pubblico, devo dire, mi è sembrato piuttosto "selezionato": non tanto perché la manifestazione non fosse adatta a tutti - il titolo parla da sé -, quanto perché il genere di espositori e di laboratori era più appetibile agli intenditori e ai curiosi che all'"appassionato generico": interessantissimo un laboratorio come quello tenuto dal ricercatore Nicola Fiotti sui difetti della birra, ma quella che era di fatto una lezione di chimica difficilmente avrebbe catturato l'attenzione di chi era lì solo per farsi una bevuta; così come la tavola rotonda sulla birra nella grande ristorazione, pur con un ospite del calibro come il presidente di Unionbirrai Simone Monetti, andava a toccare interessi specifici. Ad ogni modo, anche chi non fosse stato interessato ai laboratori non si è annoiato: oltre ai dieci birrifici di cui parlavo a dilettare i presenti c'erano anche espositori come la gelateria Ciokolatte di Villorba con il gelato alla birra, la Malga Valmenera con i formaggi del Cansiglio e molti altri. Insomma, anche se non siete homebrewer o operatori di settore, tranquilli che alla prossima edizione dell'Expo ci potete andare senza sentirvi dei pesci fuor d'acqua. Anzi, potrebbe essere l'occasione per avvicinarsi a questo mondo grazie appunto agli homebrewers, la cui sezione ho trovato assai curiosa e interessante nonché uno dei punti di forza - insieme all'alta qualità dei laboratori - dell'Expo: tanto di cappello, per fare soltanto due esempi, alla Apa di Stefano Maniero (a destra nella foto), o alla Sweet Ipa di Mirko Bortolozzo (a sinistra).

In quanto ai birrifici (i cui birrai vedete schierati nella foto), oltre ai già noti Antica Contea, Bradipongo, Grana 40 e Foglie d'Erba, qualche nuova conoscenza l'ho fatta. Per primi la Fabbrica della Birra di Perugia, "erede" di unbirrificio fondato nel 1875, che ha portato tra le altre una White Ipa creata specificatamente per un locale e che ho trovato caratterizzarsi per la sua piacevole bevibilità; seguiti da una nuovo nato, il birrificio Habemus di Montebelluna, il cui proprietario nonché unico lavorante Fabio alla tenera età di 28 anni ha deciso di fare il grande salto imprenditoriale. Congratulazioni per lo spirito di iniziativa e per il panorama di produzione, che con sette diverse birre copre più o meno tutti gli stili; e un incoraggiamento a proseguire su questa strada perché, dopo aver provato la Flower Power - una saison con luppoli neozelandesi dal netto aroma di frumento e finale con una punta di acido -, direi che c'è potenziale di sviluppo per affinare la decennale esperienza di homebrewer. Altra conoscenza interessante è stato il Birrificio Rurale di Desio, al quale mi sento di rivolgere i miei più vivi complimenti per la Special Seta, una blanche al bergamotto: nome indovinatissimo perché, se dovessi trovare un'equivalente al tatto della sensazione di delicatezza che danno al palato le note di questo agrume, sarebbe appunto quella della seta. Finalmente ho avuto poi modo di parlare personalmente con i birrai del Birrificio Indipendente Elav, di cui già avevo apprezzato la Punks do it Bitter - e il nome la dice tutta: se cercate qualcosa di facile beva, ma dal finale davvero ma davvero secco e amaro pur senza risultare stucchevole, questa fa per voi: il buon Gabriele mi ha così raccontato del progetto da poco avviato della società agricola Elav per la coltivazione di luppolo e frutti rossi, per il quale rivolgo loro i migliori auguri. Da ultimo, il Piccolo Birrificio Clandestino: nonostante i miei scetticismi, ho molto apprezzato la Santa Giulia, una american Brown Ale con note di whisky all'olfatto e dal corpo che insieme al birraio Pierluigi ho scherzosamente definito "britannico", che scende che è un piacere ed è infatti una delle più gettonate pur essendo un genere relativamente poco conosciuto.

Fare una panoramica degli eventi mi porterebbe a dilungarmi troppo, ma almeno per un paio devo spendere due parole. Il primo è l'Officina delle birre acide di Paolo Erne, che ha riscosso un inaspettato successo data la difficoltà ad avvicinarsi a birre di questo genere: complice indubbiamente la spiegazione dettagliata di come vengono prodotte, che ha incuriosito la platea e fatto venire poi voglia di assaggiarle (come testimonia la ressa che vedete nella foto). Il secondo è il pranzo di domenica, con ricette di piatti cucinati con la birra di Daniela Riccardi preparati dagli chef di Villa Fiorita: tanto di cappello al pasticcio di indivia belga alla Ipa accompagnato alla Capriccio di Bacco del Campagnolo - una birra al mosto d'uva Vitovska che mi sento di invitarvi a provare, se riuscite a trovarne data la produzione limitata -, mentre qualche problema l'ha creato il pollo alla saison con cannella e zenzero abbinato alla birra al miele creata appositamente per l'Expo. Lì infatti, è, per così dire, caduto l'asino su due punti: innanzitutto c'è stato più di qualche mormorio tra il pubblico perché il pollo non era cotto bene né secondo la ricetta originale; in secondo luogo la birra era purtroppo troppo giovane per esprimere le sue potenzialità, essendo stata preparata solo venti giorni fa. Sono fiduciosa che, come ha osservato Antonio Di Gilio, tra qualche tempo la si berrà con maggior piacere: certo è che non me la sento di esprimere opinioni, in quanto ritengo che quella che abbiamo assaggiato ieri non sia la birra su cui doverle esprimere. Meno male che il tutto si è chiuso in gloria con le ottime crepes alla pecheresse - birra alla pesca, per i non adepti - abbinate alla Kriek "Rinnegata" - battezzata così perché nata da una cotta che avrebbe dovuto essere buttata via e che è stata recuperata barricandola - di Paolo Erne, da lui definita "l'ingresso nel mondo delle acide": abbinamento indovinatissimo perché si sposava benissimo alla marmellata di fragole, e "sgrassava" benissimo anche la panna montata.



E proprio la Rinnegata si è infatti aggiudicata il titolo di miglior birra dell'Expo, insieme all'Antica Contea come miglior birrificio: e chiudo qui anch'io in gloria con le congratu

lunedì 15 settembre 2014

Spille, pezzata rossa, e...rossa di Sauris

Che i birrai artigianali non avessero preso proprio bene il fatto che Castello e Moretti fossero presenti a questa edizione di Friulidoc, mentre alcuni birrifici locali erano stati esclusi, l'avevo già ampiamente raccontato in questo post; e come facilmente immaginabile la cosa non è finita lì, tra lettere e appelli a chi di dovere, interventi sulla stampa locale, e discussioni su che iniziative fosse meglio intraprendere per manifestare il proprio dissenso. Alla fine, su proposta del presidente dell'Accademia delle birre Paolo Erne, la scelta è caduta sulla distribuzione delle spillette che vedete in foto: un modo per sensibilizzare gli avventori sulla differenza tra birra artigianale e industriale, approfittando della folla che aveva riempito le vie di Udine per Friulidoc il sabato sera.

Quella sera peraltro si è anche presentata l'occasione di unirsi all'Ersa e all'Anapri - l'Agenzia regionale per lo sviluppo rurale e l'Associazione nazionale degli allevatori di pezzata rossa italiana - in una degustazione di goulasch fatto con questo particolare tipo di carne bovina, ed abbinarvi appunto delle birre artigianali friulane; il tutto con l'intervento sia di Erne sulla birra rtigianale in senso lato, che dei birrai coinvolti, che di Daniela Riccardi, ostetrica di formazione e chef per passione, le cui specialità sono i piatti - tra cui appunto il goulasch - in cui la birra rientra come ingrediente.


 La scelta per l'abbinamento è caduta sulla rossa Vienna - dal nome del particolare malto con cui viene prodotta, che dà particolari sentori di tostato - che si accompagna appunto particolarmente bene a sapori forti come è quello del goulasch; presentata con dovizia di particolari dal buon Max, che è stato una vera rivelazione: un "gigante buono" che non definireste assolutamente un "animale da palco", ma che ha spaziato dalla Vienna in sé alla storia della produzione della birra catturando l'attenzione del pubbilco come il più consumato degli intrattenitori. Lo stesso dicasi per la seconda birra presentata, la Ipa, che pur non essendo intesa come abbinamento al goulasch ha comunque raccolto il favore dei presenti.


E poi, una volta finita la carne - dato che questa birra non vi si sarebbe accompagnata affatto - è arrivata la Mar Nero del Grana 40, presentata da Emauele Beltramini. Già, proprio lui, quello che per primo si era fatto avanti nel denunciare di essere stato escluso da Friulidoc, e che ha invece alla fine trovato uno spazio di tutto rispetto all'interno di questa iniziativa. Al di là delle considerazioni su come gli sia probabilmente andata meglio così, dato che denuncia e degustazione ha verosimilmente ottenuto più visibilità di quella che avrebbe avuto con un semplice stand, bisogna ammettere che il Grana 40 si è semplicemente ripreso un posto che a rigor di logica sarebbe stato suo: ossia l'essere presente insieme agli altri birrifici artigianali friulani, perché birrificio artigianale friulano è.

Non voglio con questo post alimentare la polemica che si è creata, e la conseguente "guerra tra birrifici artigianali e industriali" - come l'aveva definita anche l'assessore Venanzi - perché le guerre finiscono sempre per trasformarsi in guerre tra poveri, e nuocere anche alla più nobile delle cause per cui possono essere partite; ma mi permetto di spezzare una lancia a favore dell'opera di "educazione del consumatore" per cui questa polemica ha dato occasione. Del resto, ho notato che Moretti e Castello erano perlopiù distribuite nei chioschi con cucina e spinate praticamente insieme alle altre bibite, risultando pertanto "bevande come le altre" per togliersi la sete durante la cena; mentre le birre artigianali, ciascuna con il suo stand o quantomeno distribuite in contesti ad hoc, ne uscivano assai più valorizzate. Il che, insieme ad una degustazione e presentazione come quella di sabato, mi auguro abbia contribuito a far capire non tanto che la birra artigianale è più o meno buona: ma che è, molto semplicemente, un'altra cosa.

giovedì 4 settembre 2014

Friulidoc, due pesi e due misure?

La polemica è scoppiata questa mattina sui giornali, con il Messaggero Veneto che titolava "La guerra della birra: «Escludete la Moretti»". Il riferimento era all'obiezione sollevata da numerosi birrifici artigianali della Regione, per bocca presidente dell’Accademia delle Birre Paolo Erne, per un motivo assai semplice: se, come da nuovo regolamento approvato per questa edizione di Friulidoc, soltanto le birre artigianali friulane potranno essere vendute alla spina nei chioschi così da promuovere i prodotti tipici del territorio, allora la Moretti - che ha sede legale a Milano, produce a Taranto ed è di proprietà della multinazionale olandese Heineken - non ci deve essere anche se è storicamente nata a Udine. E invece, insieme alla Castello - che friulana invece è, avendo sede a San Giorgio di Nogaro per quanto definirla "artigianale" sia a dir poco una forzatura - sarà presente ugualmente alla manifestazione, perché - cito dalla dichiarazione rilasciata al Messaggero da Alessandro Venanzi, assessore alle attività produttive del Comune di Udine - «lo sappiamo anche noi che la Moretti fa parte del gruppo Heineken, ma quel marchio è ancora associato a Udine».

E già qui qualche perplessità si è sollevata, perché allora bisognerebbe - come ha fatto notare lo stesso Erne - quantomeno stabilire con precisione quali siano i parametri per essere "associati a Udine"; ma la cosa ha letteralmente alzato un polverone in rete tra gli oltre 40 birrifici artigianali friulani perché alcuni si erano visti negare la partecipazione a Friulidoc appunto sulla base della non totale "friulanità" della propria produzione. "Sarebbe impossibile, soltanto con i rifornimenti dei birrifici artigianali friulani, sopperire all'intera richiesta che ha già generato e genererà Friulidoc - mi ha gentilmente spiegato Luca Cum, di mestiere distributore - per cui avevo chiesto all'assessore se fosse possibile allargare alle birre prodotte sì da friulani, ma magari in altre sedi: ad esempio, uno di quelli con cui tratto lo fa in Germania".

La risposta, sulla base appunto del regolamento, è stata negativa - con il risultato, lamenta Cum, che gli sono stati annullati tutti gli ordini "mentre i chioschi spilleranno birra Castello e Moretti fornita a 89 centesimi al litro, come da accordo con il Comune"; ma se Cum preferisce non fare i nomi dei birrifici esclusi per non coinvolgerli nella polemica, uno che parla eccome c'è: il birrificio Grana 40, con il caro vecchio Emanuele Beltramini. "L'assessore ha impedito a noi, con sede legale a Ipplis, di partecipare alla manifestazione perché la produzione della nostra birra non è in Friuli, ma presso il Birrificio Hibu di Bernareggio (MB) - scrive su Facebook - Bene, ora chiedo al nostro assessore, che ritiene la Moretti un prodotto che debba essere presente perché vanterebbe radici in città, se ha idea di dove si trovi la sede legale e dove ovviamente paghi le tasse, ma anche la produzione stessa della birra Moretti notoriamente di proprietà Heineken. Questa è una vergogna! Friuli doc? Promozione delle specialità friulane? Valorizzazione del territorio? Ma per cortesia!". 

Lo stesso Paolo Erne ha aggiunto: "Evidentemente non si sono accorti, nello scrivere il regolamento, che così facendo escludevano un colosso come la Moretti - ha affermato in una telefonata che gli ho fatto poco fa -, così hanno dovuto tornare sui loro passi. Però mi si permetta di dire che trovo più friulano della Moretti un birrificio con sede legale a Ipplis anche se produce momentaneamente altrove: basiamoci su criteri certi, come la registrazione alla Camera di commercio del luogo, non su termini come "associato" che di legale non hanno nulla".


Naturalmente a quel punto, per cercare di fare un po' più di chiarezza, non ho potuto che interpellare l'assessore stesso; il quale, pur confermandomi la versione fornita dal Grana 40 e osservando che comunque le materie prime che questo usa non sono locali - cosa però, gli ho fatto notare, comune a molti birrifici - ha spiegato che "di mantenere la Moretti me l'hanno chiesto le categorie economiche, da Confcommercio agli esercenti del centro. Non scateniamo una guerra commerciale tra lobby delle artigianali e lobby delle industriali, sennò non andiamo da nessuna parte: Friulidoc è una fiera dei prodotti regionali, e poi sta nella sensibilità della gente decidere se un prodotto come la Moretti, di cui ancora tutti ci ricordiamo il baffone in piazza XXVI luglio, rappresenti o no la friulanità". Un criterio però ci vorrà pure, no? "Il prossimo anno ci faremo dare dall'Ersa una lista dei birrifici certificati - ha ribattuto -, ma anche così già mi immagino le polemiche su chi verrà inserito e chi no e sui criteri usati per farlo". In quanto alle illazioni su come la Moretti sarebbe stata inclusa in virtù di forti sponsorizzazioni, Venanzi ha risposto infine con un "Magari. Se fossero arrivati i soldi dalla Moretti, date le ristrettezze economiche in cui versiamo, sarei stato ben felice".


lunedì 1 settembre 2014

Quando di birra ce n'è un mare

Nei giorni scorsi sono stata ricontattata da una recente conoscenza, il Birrificio Grana 40 di Ipplis: dico recente perché risale allo scorso giugno, quando, come ho raccontato in questo post, avevo avuto occasione di incontrarli alla festa della birra artigianale alla Brasserie e di assaggiare l'unica birra che allora producevano, la Mar Giallo. E appunto perché non era più l'unica mi hanno ricontattata: volevano infatti invitarmi ad assaggiare loro seconda creatura, la Mar Nero, una blak ipa "che mi hanno detto che è anche meglio della Libertine Black Ale della Brewdog", ha affermato fiero il birraio Emanuele. Se sia meglio o no lo vedremo, mi sono detta; di sicuro però valeva la pena sincerarsene, e così ho accettato l'invito.

Il luogo prescelto era uno dei locali in cui il Grana 40 sta iniziando a distribuire le proprie birre alla spina, il Giona's di Premariacco: un ristorante e pizzeria senz'altro molto gradevole d'estate in virtù degli spazi all'aperto e del giardino, nonché del menù offerto - la costata di angus che ho mangiato era tenera e saporita come poche. Prima di venire al dunque con la Mar Nero, però, hanno voluto farmi riprovare la Mar Giallo: la ricetta era infatti stata modificata "per darle più carattere", a detta di Emanuele e del collega, mantenendola sì monoluppolo con il sorachi ma aggiungendone di più in dry hopping. Alcuni hanno gradito, alcuni no, altri nemmeno se ne sono accorti: vedi un po' anche tu, mi hanno detto, e dicci la tua opinione.

Ad essere onesta, pur essendo l'aroma più erbaceo della precedente, al corpo non ho colto alcuna differenza; il nuovo carattere è uscito fuori come prevedibile in seconda battuta, conferendo una persistenza più amara e duratura ad una birra in precedenza assai più dolce e fruttata, che tendeva però un po' a "morire in bocca" sul finale. Pur non rimanendo una delle mie preferite, dunque, l'ho trovata un passo avanti rispetto alla precedente.

La curiosità però chiaramente era tutta per la Mar Nero, che a detta dei birrai aveva già raccolto molti ed entusiasti consensi, tra cui - appunto - quello di un avventore che l'aveva giudicata migliore della sua omologa Brewdog. Forse la mia pecca è stata quella di averla assaggiata paragonandola alla Libertine, il che inevitabilmente mi ha influenzata; comunque il paragone non è azzardato, essendo due birre dello stesso genere. Pur in questa parentela, però, le ho trovate abbastanza diverse: se nella Libertine risaltano subito il tostato e il caffè, lasciando poi spazio ad una corposità notevole e chiudendo con un amaro quasi improvviso, la Mar Nero dà in prima battuta aromi più delicati di caffè e liquirizia con qualche leggera nota di cacao, passando quindi ad un corpo assai meno dolce e più leggero e ad una persistenza altrettanto amara, ma meno invasiva perché "preparata" in precedenza. Nel complesso l'ho trovata quindi più equilibrata, e di conseguenza più "godibile" e beverina - tanto più che è anche meno alcolica, 6%; almeno per chi come me ama sì i sapori forti ma senza esagerare. Certo la Libertine mantiene la sua unicità, per cui se cercate quella non bevete la Mar Nero o ne rimarrete delusi; essendo tutte e due delle birre di gran qualità, quale sia meglio rientra alla fin fine nell'ambito dei gusti personali. Ad onore del Grana 40 va detto però che una birra del genere uscita da un birrificio praticamente nuovo - per quanto Emanuele vanti un'esperienza più che decennale da homebrewer - è un punto a favore non di poco conto, che tiene desta la curiosità per i futuri sviluppi.

Manco a dirlo sono infatti in arrivo altre due creazioni, la Mar Rosso e la Mar Bianco, i cui nomi tradiscono il genere. Anche in questo caso, hanno assicurato i birrai, non saranno due nuove nate "qualunque": la Mar Bianco in particolare, ha spiegato Emanuele, "non è propriamente una blanche, pur avendo una base di frumento. Ma non ti dico altro, vedrai quando è pronta". Come dicono gli americani, "surprise, surprise..."

lunedì 16 giugno 2014

Una birra...abrasiva

Anche quest'anno, come lo scorso giugno, la Brasserie di Tricesimo ha organizzato la manifestazione "Birra artigianale in festa": peccato per la pioggia, ma nemmeno quella ha scoraggiato gli appassionati. Tanto più che, oltre agli amici di vecchia data Garlatti Costa e Foglie d'Erba - sui quali non mi dilungherò non perché non meritino, ma perché delle loro delizie ho già avuto modo di dissertare ampiamente - c'erano due novità: il birrificio Antica Contea di Gorizia, e il Borderline di Buttrio.


Quest'ultimo ospitava allo stand anche il Grana 40, sempre del Manzanese, che imbottiglia però a Bernareggio (MB). Il nome deriva dall'impiego originario del birraio Emanuele, che lavora in una ditta che produce prodotti abrasivi per la lavorazione di legno e metallo; e di qui anche l'aggettivo che ha dato alla sua birra, "abrasiva".

Le birre disponibili alla spina erano due, la Orange Ipa di Borderline e la Mar Giallo di Grana 40. La prima è una buona Ipa che, pur facendo onore a dei birrai ancora giovani, non mi ha colpita forse perché rimane un "classico del genere", senza note che la contraddistinguano in maniera particolare; di più mi ha colpita invece la Mar Giallo, per quanto meno vicina ai miei gusti personali. Non era particolarmente "aggressiva" come la definizione di Emanuele avrebbe potuto far supporre; del tutto peculiare sì però, perché questa single hop blonde ale ha come unico luppolo una specie a me assolutamente sconosciuta, il sorachi (nella foto). A me come a molti, almeno a sentire Emanuele: "E' un luppolo giapponese usato pochissimo - ha spiegato -, ma quando mi è capitato di provarlo per caso, in unione con altri tre luppoli, ho sentito che questo proprio spaccava. E così sono arrivato alla single hop".

Nel berla, non fatevi ingannare dall'iniziale scarsa consistenza del corpo: subito subentrerà una certa dolcezza fruttata, che vira poi al cocco - particolarità di questo luppolo - per chiudere in maniera secca, lasciando un amaro discreto. Forse non la mia birra preferita, ma ho dovuto ammettere di non aver mai bevuto nulla di simile, per la gioia di Emanuele: "Proprio questo è il mio intento - ha affermato soddisfatto - fare qualcosa che nessun altro fa. Questa è la qualità, perché di fare la loro "ipa ignorante" - suppongo intendesse "una birra del tutto ordinaria", ma non ho osato interromperlo - sono capaci tutti".

Una rivelazione che potrebbe ritorcermisi contro, ma che va fatta in onore del birraio in questione, è che si tratta di una persona molto generosa: preso dall'entusiasmo per la sua opera a suon di assaggi ci ha fatto bere più di quanto avremmo voluto, nonostante le nostre insistenze. Così che abbiamo dovuto fare una "sosta tecnica patatine" prima di passare alla conoscenza successiva, l'Antica Contea...